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Discussione: L'armata "s" del 1933

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    Predefinito L'armata "s" del 1933

    L'Armata "S" del 1933

    Nel 1933, quando l'alleanza tra l'Italia di Mussolini e la Germania di Hitler non aveva ancora assunto carattere ufficiale, uno studio dello Stato Maggiore del Regio Esercito prevedeva la mobilitazione dell'Armata "S" (dove "S" sta per Svizzera); quest'armata avrebbe dovuto essere formata da 12 divisioni e 4 raggruppamenti alpini.Il piano di occupazione della Svizzera prevedeva una "Massa Ovest", costituita da 1 divisione motorizzata, 2 divisioni di fanteria e 1 raggruppamento alpino, schierata dal Passo del Sempione al Passo San Giacomo, col compito di puntare su Briga e sul Passo di Furka, investendo il San Gottardo da occidente; una Massa Est", costituita da 2 divisioni motorizzate, 4 divisioni di fanteria e 3 raggruppamenti alpini, schierata dal Passo di Balniscio in Val Chiavenna alla Forcola di Livigno, avrebbe dovuto puntare su Coira e Malans, mentre un distaccamento della stessa avrebbe dovuto agire verso il Passo di San Bernardino ed il Passo di Lucomagno; una "Massa di Riserva", su 3 divisioni di fanteria, avrebbe inoltre dovuto essere tenuta a disposizione nella zona di Como.Il 31 ottobre 1933, durante imponenti manovre della Regia Aeronautica, ben 800 velivoli sorvolano Lecco, simulando un'operazione di guerra al confine con la Svizzera.
    Quest'ultima schiera sul confine italiano la 9^ Brigata Fanteria di Frontiera con l'ordine di: "tenere le eventuali posizioni fino all'ultimo uomo e all'ultima cartuccia", grazie anche alle fortificazioni ben realizzate e opportunamente mascherate.
    Nel febbraio 1935 in Italia inizia la mobilitazione della classe 1911; il 20 agosto nella zona di Lecco giungono 55 treni carichi di soldati, carri armati, autoblinde, cannoni e sono effettuate grandi manovre per esercitare le truppe ad un'eventuale attacco contro la Svizzera.Il 3 ottobre successivo però inizia la Campagna d'Etiopia, distogliendo l'attenzione dal paese d'Oltralpe.
    Il 10 giugno 1940 l'Italia scende in guerra contro la Francia; al confine svizzero è schierato il Corpo di Osservazione Svizzera, costituito dai settori della Guardia alla Frontiera di Varese e di Sondrio, rinforzati da 1 battaglione di alpini e da 5 battaglioni di camicie nere da montagna.
    Il 7 luglio successivo l'Ufficio Operazioni dello S.M.R.E. prepara un piano per "l'occupazione del saliente Ticinese" nell'ipotesi di un'azione di guerra concordata tra Germania e Italia; questo prevede la rivendicazione, oltre a quello ticinese, dei salienti minori del Sempione, di Val Bregaglia, di Val Poschiavino, di Val Monastero, nonchè dell'intera Engiadina. Per l'operazione è previsto l'impiego della Divisione Corazzata "Ariete", della Divisione Motorizzata "Trieste", delle Divisioni Fanteria da montagna "Marche" e "Puglie", della Divisione Alpina "Tridentina", più la Divisione Fanteria "Brennero" tenuta in riserva.
    Dopo l'armistizio del 25 giugno con la Francia, alcune di queste unità sono effettivamente schierate al confine con la Svizzera, anzichè fatte rientrare nelle loro sedi abituali.
    Il 28 ottobre 1940 inizia la Campagna di Grecia e, pochi giorni dopo, le unità destinate ad occupare il Ticino sono dirottate, alcune verso l'Albania, altre in Africa Settentrionale dove la situazione sta divenendo critica. L'occupazione italiana della Svizzera resta pertanto solo un progetto sulla carta!


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    Predefinito Re: L'armata "s" del 1933

    Un po' lunghetto, ma che forse ti può interessare:

    « 1940: L'ossola ed il "Piano Vercellino" di invasione alla Svizzera

    Nell'ultrasecolare storia dei rapporti fra Ossola e Svizzera, ed in particolare con i Cantoni limitrofi, non sono certo mai mancati motivi di conflitto, pure con episodi di particolare violenza e tragicità come la battaglia di Crevola del 1487, in cui si scontrarono migliaia di armati vallesani e soldati del Ducato di Milano, coinvolgendo nella lotta all'ultimo sangue anche le popolazioni locali. Nella successiva evoluzione storica che alcuni secoli dopo portò da un lato al rafforzarsi della Confederazione e della sua neutralità e dall'altro il sorgere del Regno d'Italia a seguito del completamento del processo di unificazione nazionale, le possibili occasioni di conflitto tra i due Stati vennero a diminuire. L'adesione nel 1882 dell'Italia alla Triplice Alleanza diede però modo agli ufficiali di Stato Maggiore di redigere alcuni piani di operazione riferiti ad ipotesi di attraversamento della neutrale Svizzera per lo spostamento di corpi d'armata a sostegno degli alleati austro-tedeschi ed in funzione antifrancese, oppure nel caso in cui la Confederazione elvetica venisse meno alla sua neutralità favorendo in questo modo la Francia stessa. Durante il primo conflitto mondiale invece, a seguito del repentino ribaltamento di alleanze e dei possibili rischi derivanti dall'ipotesi di una Svizzera non più neutrale, ma schierata a fianco degli imperi centrali, più che a probabili azioni offensive si preferì la realizzazione di una linea fortificata assai arretrata rispetto al confine nell'ambito dell'Occupazione Avanzata Frontiera Nord, un complesso di opere oggi non più solo localmente conosciute come "linea Cadorna", fatte tra l'altro oggetto recentemente di interventi di recupero per una fruizione escursionistico-culturale. L'Italia fascista, già prima dell'entrata nel secondo conflitto mondiale, affrontò invece in modo diverso il problema della Svizzera, valutando anche ipotesi offensive nei confronti della Confederazione e prevedendo, almeno sulla carta, la possibile costituzione di una "Armata S" destinata ad operare sulla frontiera svizzera e non necessariamente solo con compiti di copertura e difesa. Se inizialmente poteva essere considerato il caso di una violazione della neutralità svizzera da parte della Francia, la rapida capitolazione di questa e gli imponenti successi militari della Germania nazista su tutti i fronti fecero invece apparire possibile anche l'ipotesi di una Svizzera inglobata tutta o quasi nel Grande Reich che Hitler stava creando in Europa, tassello dopo tassello, in un tragico gioco del domino su scala continentale.

    L'idea di una Germania - pure alleata nell'ambito dell'Asse - che si affacciasse stabilmente lungo le frontiere settentrionali, era vista da Roma con profondo disagio e non senza timore, tanto da ipotizzare una qualche contromisura. In questo contesto e secondo una direttiva segreta del Sottocapo di Stato Maggiore del Regio Esercito gen. Roatta' datata 7 giugno 1940, venne previsto un piano di invasione della Svizzera, al fine di assicurare all'Italia il possesso del saliente ticinese. Destinatario della direttiva era il generale designato d'armata Mario Vercellino', comandante dell'Armata del Po, il quale provvide immediatamente - sulla base anche di informazioni e di ipotesi operative precedenti - alla stesura del piano di operazioni per l'occupazione del Canton Ticino, tanto che appena tre giorni dopo inviava da Verona all'Ufficio Operazioni dello S.M.E. di Roma quello che oggi è appunto conosciuto come il "Piano Vercellino". La Svizzera da parte sua, pur avendo ribadito la sua neutralità, aveva anche dato avvio già dal 2 settembre 1939 alla mobilitazione generale, chiamando sotto le armi 430.000 uomini e puntando su di una difesa che se inizialmente doveva riguardare tutta la frontiera, successivamente per ragioni operative e nell'impossibilità di garantire una copertura completa, venne invece impostata sul "ridotto nazionale", ovvero trasformando il massiccio delle Alpi Centrali in un baluardo in cui resistere ad oltranza e capace poi di bloccare qualsiasi possibilità di transito attraverso il Paese. La Confederazione elvetica, che aveva nominato il generale Guisan a capo dell'esercito, era ben decisa a difendere la propria integrità e la propria indipendenza e l'eventuale aggressione sarebbe comunque costata cara a qualsiasi attaccante, sia in termini di perdite umane che di entità di sforzo bellico necessario e ciò anche per l'elevato e diffuso numero di opere difensive e fortificate esistenti non solo alle frontiere ma anche entro il Paese stesso, specie nei punti di passaggio obbligato. Un tangibile segno della fermezza svizzera lo si può cogliere in una scritta che campeggia su di una postazione in caverna per artiglieria ancora esistente ad Intragna nelle Centovalli, realizzata proprio negli anni Quaranta: "Piuttosto morire che vivere schiavi".

    Il "Piano Vercellino" - secondo le direttive di Roatta - pur ipotizzando che le operazioni potessero avvenire col consenso del governo di Berna o comunque senza opposizione, stabiliva altresì che "... lo studio per le occupazioni in parola deve essere fatto tenendo come sola base l'ipotesi che le truppe svizzere facciano invece resistenza". Cinque erano le direttrici per le operazioni di occupazione del Canton Ticino e alcune di queste interessavano l'Ossola ed il Verbano, aspetto questo associabile alla presenza in zona di diversi reparti militari in quel periodo e testimoniata dall'allora arciprete di Domodossola don Luigi Pellanda nel suo "L'Ossola nella tempesta": "In primavera gli Alpini e l'Artiglieria Alpina furono di nuovo spostati ai confini; e quando alla fine di agosto ripassarono a Domo - si preparava la guerra di Grecia - // Comandante del Passo di San Giacomo mi disse che avevano passato momenti nervosi. "Parecchie volte, mi disse, ricevemmo l'ordine di star pronti per attaccare". Anche all'Alpe Veglia le munizioni da fuoco furono portate più volte in linea...". In prossimità del confine con il Vallese furono dunque schierati distaccamenti militari e, in proposito, al passo del Monscera in alta valle Bognanco, si individuano ancora i tratti di trincea realizzati in quel periodo a ridosso della frontiera vicino al valico. In zona, oltre a distaccamenti dell' XI Settore di copertura della Guardia alla Frontiera - uno speciale corpo del Regio Esercito istituito nella seconda metà degli Anni Trenta con compiti di difesa dei confini nazionali - operava da tempo il Battaglione Alpini "Val Toce", reparto di mobilitazione del Btg. "Intra", e che annoverava nelle sue fila diversi richiamati o reclute provenienti dall'Ossola, dal Verbano e dal Cusio. Non meraviglino perciò episodi come quelli verificatisi alla bocchetta d'Aurona, dove gli Alpini del "Val Toce" là in servizio bevevano con i soldati svizzeri schierati appena oltre la frontiera, non disdegnando di scambiare qualche fiasco di vino italiano con sigarette e tabacco elvetici. Non è dato sapere se questi particolari fossero noti al generale Vercellino il quale nel paragrafo del suo piano dedicato alle "Azioni di concorso" accennava alla necessità di provvedere all'occupazione di Cevio attraverso la vai di Campo, auspicando che "A questa azione di concorso gradirei fosse destinato il battaglione alpino "Val Toce", che è composto da personale pratico della zona... ".

    D'altra parte da almeno più di un anno reparti militari trascorrevano periodi di addestramento lungo i confini con la Svizzera e fra questi vi fu anche il Battaglione "Duca degli Abruzzi", che dal dicembre 1938 al gennaio 1939 impiegò in alta Valle Formazza i suoi allievi sciatori, tra i quali vi era pure Mario Rigoni Stern, poi divenuto "il sergente nella neve". L'ampiezza dell'operazione delineata nel "Piano Vercellino" prevedeva l'impiego di diverse divisioni e non solo dei pochi reparti presenti in zona, con necessità perciò di portare in loco una massa notevole di uomini, quadrupedi e mezzi. Delle cinque direttrici d'operazioni, due interessavano principalmente l'Ossola, specie la prima, di cui avrebbe fatto parte la colonna composta dalla Divisione alpina "Tridentina" che aveva come obiettivi l'abitato di Airolo ed il Passo del San Gottardo, con partenza dalla Valle Formazza, attraverso il Passo San Giacomo e scendendo in Val Bedretto. Accanto alla prima direttrice, sulle carte militari su cui vennero tracciate le linee di attacco ne appare anche un'altra indicata come "1b", relativa all'azione che il già citato Battaglione "Val Toce" doveva svolgere partendo dalla Cravariola per raggiungere Cevio. La seconda direttrice si sviluppava invece dalla Vigezzo e dal Verbano, con impiego della Divisione motorizzata "Trieste" ed obiettivo l'occupazione di Locarno e poi di Bellinzona; i due attacchi sarebbero partiti rispettivamente da Santa Maria Maggiore e da Cannobio. Le altre tre direttrici d'operazione erano invece destinate a svilupparsi dalla Lombardia, fra Varesotto, Comasco e Valtellina e sempre con obiettivi strategici e viari del Canton Ticino. I reparti della "Tridentina" sarebbero giunti a Domodossola in treno un paio di giorni prima della data dell'attacco, mentre per quanto riguarda la seconda colonna, la stessa si sarebbe scissa in due nuclei dislocati rispettivamente a Masera e a Gravellona Toce, da cui per via ordinaria avrebbero raggiunto le località di partenza previste per l'inizio del movimento offensivo. Le varie colonne dovevano attaccare all'alba del giorno stabilito, dopo essersi portate a ridosso della frontiera con uno spostamento notturno volto a favorire l'azione di sorpresa, ammesso che agli attenti servizi segreti svizzeri fosse sfuggito quel concentrarsi di truppe in località prossime al confine e l'allestimento di un indispensabile, massiccio servizio logistico e di supporto. Se sulla carta tutto era pronto, anche per l'entrata in guerra dell'Italia sul fronte francese l'ipotesi di attacco alla Confederazione rimase tale: in un suo messaggio del 13 giugno Badoglio scriveva allo S.M.E. che "Data l'attuale situazione politica nessun movimento di truppe deve essere fatto verso la Svizzera... ", ma già poco meno di un mese dopo, il 7 luglio, in un promemoria per il Sottocapo di S.M. del Regio Esercito Italiano tornava di attualità il piano relativo alla cosiddetta "Esigenza S". In questo documento si ipotizzava in più, oltre all'occupazione del Canton Ticino, anche la necessità di recidere altri salienti minori sull'arco alpino, tra cui quello della Val Divedro. Per quest'ultima azione le linee di attacco dovevano prendere il via dalla Val Divedro e dalla Val Bognanco, sviluppandosi sino a raggiungere la linea di cresta intorno al valico del Sempione. In una nota al promemoria citato, in luogo della Divisione alpina "Tridentina" si proponeva di impiegare la "Taurinense" "... che ha il 4° Alpini pratico della zona e che è a miglior portata per assumere la dislocazione iniziale".

    Il controllo della testata della Val Divedro da parte della Svizzera ha sempre costituito un punto debole nella difesa italiana e non a caso anche negli anni della Seconda guerra mondiale era stato rafforzato lo schieramento in questo tratto di confine, anche con la costruzione di qualche significativa opera del "Vallo Alpino", che andava ad aggiungersi alle fortificazioni preesistenti. La Guardia alla Frontiera, in particolare, aveva un plotone distaccato al Ponte del Diavolo fra Trasquera e Bugliaga, con una postazione defilata in due caverne artificiati dove erano in posizione alcuni mortai da 81 con munizioni, puntati su Simplondorf. Un ufficiale di allora ha ancora ben presente come si fosse calcolato che con sei salve di mortaio si sarebbero potuti distruggere tutti gli obiettivi militari svizzeri presenti nel villaggio: il calcolo teorico non ebbe poi mai, fortunatamente, necessità di verifica pratica e successivamente, durante la campagna greco-albanese, questi mortai furono poi sostituiti da più modesti Brixia da 45. A Balmalonesca vi era invece una postazione con tre pezzi da 75/13 dell'artiglieria G.A.F. ed un altro reparto a Paglino, con i militari che montavano la guardia d'inverno in situazioni climatiche estreme, sfruttando appostamenti di fortuna realizzati con sassi e rinforzati da un po' di cemento donato da un imprenditore locale, dotati poi di una copertura provvisoria che veniva tolta al sentore di ispezioni da parte di ufficiali degli alti comandi. Un altro plotone della G.A.F. era di stanza sopra Bognanco, rifornito con viveri utilizzando l'autocarretta prestata dalla Guardia di Finanza, mentre un distaccamento di Genieri risultava invece dislocato in Formazza. Il comando di caposaldo della Guardia alla Frontiera aveva sede a Iselle, collocato in una caverna artificiale accanto alla strada, dove trovava posto anche una piccola infermeria.

    Se questo è un quadro sommario della disposizione di alcuni reparti solitamente operanti al confine e delle loro condizioni di impiego, occorre invece considerare cosa si sarebbero potuti trovare davanti i militari italiani impiegati nell'operazione di occupazione del Ticino e del saliente minore del Sempione. La Svizzera negli anni si era dotata di una fitta rete di opere fortificate, non solo nei pressi dei confini che potevano essere minacciati, ma anche in località più interne ed in particolare lungo i principali assi di transito, stradali e ferroviari, che collegano il nord ed il sud dell'Europa. Opere diverse, che vanno dall'imponente forte "Fondo del Bosco" di Airolo a semplici postazioni per fanteria e controcarri, spesso mascherate da edifici civili o abilmente mimetizzate nell'ambiente tanto da confondersi con la natura circostante. Opere comunque tutte in grado di garantire una difesa al territorio svizzero, anche perché, data la loro particolare dislocazione, erano persino in grado di colpire alle spalle l'eventuale attaccante penetrato sul suolo elvetico, senza contare gli ostacoli anticarro e la possibilità di distruggere ponti e cavalcavia già in precedenza minati, arrestando pure in questo modo una possibile avanzata Il magg. Augusto Rima, ufficiale dell'Esercito svizzero, riguardo ai citati piani di invasione ha ricordato come "... inquadrati nel nostro sistema difensivo, ci trovavamo in posizione, nelle vicinanze delle opere minate: dei ponti, dei muri di sostegno e gallerie - opere da distruggere con l'accensione delle mine - e attendevamo con le armi cariche nei bunker e nei fortilizi campali distribuiti su tutto il territorio assegnato alla brigata frontiera 9, di cui noi ticinesi facevamo parte, affiancati a oriente dalla brigata di montagna 12 grigionese, nell'alto Vallese dalla brigata di montagna 11 e al nord dalla Divisione del San Gottardo (9a Divisione) ".
    Se gli Alpini della "Tridentina" o della "Taurinense" avessero attaccato, si sarebbero trovati di fronte lo sbarramento del San Giacomo, dotato di una trentina di opere, avanzando sotto il fuoco di almeno due pezzi da 75 del forte di Grandinagia, imbattendosi poi in quello delle batterie del forte di Airolo e, più su, del munitissimo sbarramento del San Gottardo. D'altra parte i loro commilitoni della Divisione motorizzata "Trieste", che dovevano partire dalla Vigezzo, per garantirsi l'avanzata nelle Centovalli si sarebbero trovati a dover espugnare le posizioni di Camedo, Intragna e Ponte Brolla, superando a fatica le numerose interruzioni stradati, prima fra tutte - probabilmente - quella del ponte di Ribellasca, opera che solo di recente è stata svuotata dell'esplosivo che ancora si trovava nelle sue camere da mina.
    L'attacco sarebbe stato condotto con una opportuna copertura aerea e infatti in uno dei paragrafi in cui è suddiviso il "Piano Vercellino" si legge che "Dato il carattere della azione, è necessario disporre di un largo concorso dell'aviazione, in particolare riguardo a quelle di bombardamento e assalto...", oltre le sei squadriglie da osservazione già integrate nell'Armata del Po di cui era allora comandante proprio il generale Mario Vercellino. Sul fronte opposto anche la Svizzera poteva però schierare una sua aviazione la quale, proprio a fine giugno del 1940, aveva avuto già modo di dimostrare la propria efficienza in alcuni scontri con velivoli della Luftwaffe che avevano violato lo spazio aereo elvetico, mentre pure la difesa contraerea si era fatta sentire in diverse occasioni, anche contro i bombardieri inglesi che sorvolavano la neutrale Svizzera per effettuare le loro incursioni sulle città del nord Italia.

    L'eventuale attacco alla Confederazione non sarebbe comunque stata una passeggiata e ancora per tutto il mese di luglio ed agosto del 1940 vennero redatte modifiche ed integrazioni a quanto già predisposto, prevedendo oltretutto e comunque il prosieguo di alcuni lavori difensivi che interessavano la frontiera elvetica, qualcuno riguardante pure l'Ossola, il cui scopo era quello di premunirsi nel caso la Germania nazista fosse comunque riuscita ad annettersi tutta la Svizzera. Fu poi solo nella seconda metà di agosto che la cosiddetta "Esigenza S" venne temporaneamente accantonata stante la progettazione di alcune operazioni - poi non attuate nell'immediato - contro la Jugoslavia e a cui fece seguito invece a ottobre l'aggressione alla Grecia. Alla data dell'11 settembre il generale Armellini, aiutante di Badoglio, annotando nel suo diario le possibilità di attacco ai Paesi citati ed i conseguenti livelli di preparazione, scriveva anche "Niente verso il Rodano", ovvero che nessuna azione era immediatamente prevista contro la Svizzera. Proprio nelle medesime settimane si perfezionava intanto per parte tedesca il piano relativo alla "Operazione Tannenbaum", che pianificava un attacco da nord ad opera di nove divisioni del Reich, mentre a sud era prevista un'azione militare italiana rivolta principalmente contro il San Gottardo e che doveva svilupparsi dal Verbano. Non fu l'unico piano tedesco contro la Svizzera e anche successivamente l'OKH, lo stato maggiore germanico, aveva in previsione operazioni di invasione contro la Svizzera, via via adattate ai mutamenti intervenuti nel corso della guerra. Giunto l'autunno, ad ottobre e ad una decina di giorni dalla data prevista per andare a "spezzare le reni alla Grecia", dal Comando dell'Armata del Po venne l'ordine di sospendere qualsiasi attività collegata alla progettata invasione della Svizzera.

    Fu solo sette mesi dopo, si era nel maggio del 1941, che nell'Ufficio Operazioni dello Stato Maggiore si ripresero a pianificare nuove direttive per un'azione contro la Svizzera, prevedendo altresì un intervento germanico e l'ipotesi di una netta opposizione elvetica alla possibile spartizione del proprio territorio nazionale. Forse anche alla luce delle tragiche esperienze della guerra di Grecia e delle operazioni in Jugoslavia, oltre naturalmente ad un più approfondito lavoro di spionaggio da parte del S.I.M. italiano, venivano questa volta previste forze attaccanti estremamente più numerose rispetto al primitivo "Piano Vercellino": una quindicina di divisioni fra fanteria, alpine e motocorazzate, due gruppi alpini, due gruppi di Camicie Nere, il tutto considerando di giungere ad "... un rapporto con l'avversario pari a 2:1... ". All'eventuale concreta attuazione del piano del maggio 1941 ostava però l'effettiva disponibilità delle forze originariamente previste, ormai disperse ed impiegate sui tanti fronti, europei ed africani, in cui l'Italia si trovava a combattere in quel momento, mentre il peso dello sforzo bellico iniziava a farsi sentire all'interno del Paese. Il successivo precipitare degli eventi, specie dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 e con tutto quello che ne conseguì pure a livello locale, fece passare in secondo piano e poi dimenticare quanto accaduto nell'estate-autunno 1940 ai confini con la Svizzera e la situazione verificatasi che, in un rapporto del Consiglio federale all'Assemblea svizzera, venne poi significativamente definita come "molto critica".

    Della presenza dei reparti militari giunti per 1' "Esigenza S" in Ossola rimangono pochissime tracce, anche perché ragioni di segretezza impedivano la pubblicazione di dati in proposito e solo indirettamente, rileggendo in modo mirato i giornali locali dell'estate 1940, si può cogliere qualcosa: la partecipazione di numerosi soldati ad una cerimonia all'Alpe Veglia, le relazioni sull'attività del Dopolavoro comunale di Domodossola a favore dei militari dislocati in città e dintorni o della creazione di un analogo organismo a Masera ed ancora, nel medesimo comune, la sistemazione in quel periodo della passerella sul Melezzo ad opera del 46° Battaglione CC.NN. In un caso poi, è un bilancio contabile del 1941 della Banda musicale di Bognanco che rivela la presenza di truppe nel piccolo centro termale ossolano, con la registrazione di un'entrata di 166 lire per "affitto locale scuola ai militari da luglio a novembre 1940'". Solo in pubblicazioni successive al conflitto, risulta invece la presenza dettagliata e certa in Ossola e nei dintorni di reparti delle truppe alpine, immediatamente dopo la conclusione delle operazioni sulle Alpi Occidentali, ed in particolare del 3° Reggimento Alpini a Macugnaga e Piedimulera, del 4° nella zona di Gravellona e del 1° Rgt. Artiglieria alpina con il Gruppo "Susa" sempre a Macugnaga ed il Gruppo "Aosta" ad Omegna''. Restano poi i ricordi dei ragazzi di allora, affascinati dal gran movimento di truppe e quadrupedi, automezzi e ambulanze come quelli dell'Autocentro di Milano che furono a Domodossola per qualche tempo, ma senza la consapevolezza di cosa potessero significare quelle presenze qui, ai confini con la Svizzera, ed ancora la memoria del fugace amore di più d'una fanciulla ossolana con qualcuno dei soldatini in grigioverde allora accampati in Valle e poi spariti su qualche fronte, travolti dalla bufera della guerra. Se l'attacco alla Svizzera fosse avvenuto, considerando le oggettive difficoltà del terreno e la prevedibile forte resistenza dell'armata elvetica, l'Ossola avrebbe potuto divenire una retrovia della prima linea del fronte, osservatorio privilegiato per assistere alla tragedia che si sarebbe consumata a partire dal momento i cui i militari italiani si fossero trovati a violare la neutralità elvetica. Ma soprattutto, davanti all'aggressione al Ticino e al Vallese si sarebbe spezzato un secolare rapporto, pur non sempre facile, fra le popolazioni di confine capaci comunque di convivere fra loro al di là delle frontiere artificiali tracciate dalle autorità degli Stati, aprendo reciproche ferite ed innescando odii e diffidenze poi duri a finire nel tempo. Invece le cose andarono diversamente ed il "Piano Vercellino" non ebbe attuazione e così don Luigi Pellanda potè scrivere che "Per fortuna la Provvidenza volle che la Svizzera restasse illesa e continuasse ad essere l'asilo sicuro di tanti profughi piccoli e grandi, militari e civili; continuasse a svolgere con una generosità intelligente e inesauribile quell'assistenza alle vittime della guerra, che sarà per sempre una pagina di gloria"
    . »
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  3. #3
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    Predefinito Re: L'armata "s" del 1933

    hanno fallito contro i greci figuriamo contro gli svizzeri
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    i post di Capitano e Blacksheep sono patrimonio dell'UNESCO!!!
    Quelli in grassetto profumano di fascio!

    IL TANCREDI, OSSIA IL NUOVO NAZISMO SQUADRISTA EUROPEO!!

  4. #4
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    Predefinito Re: L'armata "s" del 1933

    Citazione Originariamente Scritto da Leviathan Visualizza Messaggio
    hanno fallito contro i greci figuriamo contro gli svizzeri
    Minimo arrivavano a Varese e Como .
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  5. #5
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    Predefinito Re: L'armata "s" del 1933

    Segnalo un altro articolo, sempre da SEALS:
    SEALS - L'Italia e la neutralità armata della Svizzera

 

 

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