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    Predefinito Olocausto palestinese. Noi non dimentichiamo!

    Articolo da:Lotta Europea

    L'olocausto palestinese

    Oggi, 21 giugno, i primi camion carichi di beni civili, sono entrati a Gaza, dopo che il governo israeliano ha sollevato il blocco imposto finora. Una bella notizia.

    Ma una bella notizia non può cancellare il ricordo dell'embargo imposto alla popolazione palestinese per tre lunghi anni, da quando Hamas ha preso il potere nella Striscia. Il ricordo di un blocco commerciale difeso anche con l'uso della forza e l'intervento dell'esercito, come accaduto poche settimane fa con l'assalto alla Freedom Flotilla, carica di aiuti umanitari. Un operazione militare, più che di polizia: abbordaggio in acque internazionali, uso della marina, 19 morti, arrestati trattati come prigionieri di guerra. Il ricordo del taglio al rifornimento di carubranti e degli ospedali arabi costretti all'uso di generatori elettrici di emergenza.

    Una bella notizia non può nascondere i progetti messi in piedi per privare Gaza delle riserve di gas accertate nel 2000 dal Gruppo British Gas nell'off-shore palestinese (Gaza Marine): riserve per un volume di 40 miliardi di metri cubi, tali da soddisfare il fabbisogno della centrale elettrica di Gaza e del dissalatore marino e, al contempo, da conservare un ampio margine destinato all'export.

    Una bella notizia non può cancellare l'infamia dell'operazione Piombo Fuso (2008): una campagna militare costata la vita a circa 1300 palestinesi, tra cui più di 900 civili (a fronte dei 10 soldati e 3 civili israeliani morti), nata per neutralizzare Hamas e il suo "pericolosissimo" lancio di razzi Qassam sulle città del sud di Israele, razzi che in otto anni (dal 2001) avevano fatto la bellezza di 15 morti. Un intervento militare condannato anche dall'ONU che ha accusato Tsahal diaver colpito deliberatamente obiettivi civili noti, e di non aver preso tutte le misure necessarie alla protezione di edifici e strutture: una condanna che, nella migliore tradizione onusiana, non avrà alcuna conseguenza penale (sono le parole del Segretario dell'ONU Ban Ki-Moon). Come sempre nessuno farà pagare ad Israele le sue colpe.

    Una bella notizia non può nascondere l'ottantina di testate nucleari non dichiarate possedute da Israele, l'unico Paese del Vicino Oriente ad aver sviluppato la tecnologia dell'atomo. Come non può nascondere l'assenza della sua firma in calce al Trattato di Non Prolificazione: un'assenza che rende quantomeno ipocrita la richiesta di fine attività impetrata nei confronti di Teheran. Come non può cancellare l'uso del fosforo bianco e quello delle bombe a grappolo, bandite dalla comunità internazionale ma impiegate da Israele in Libano e a Gaza.

    Una bella notizia non può far dimenticare gli accordi non rispettati, i territori occupati, le colonie in Cisgiordania, il divieto al ritorno dei profughi palestinesi nelle case abbandonate, l'erezione del muro di Gerusalemme, la volontà di riconoscere Gerusalemme come capitale indivisa dello stato di Israele, il controllo della politica palestinese mediante la delegittimazione di Hamas e il mancato riconoscimento della sua vittoria alle elezioni parlamentari del 2006.
    Una bella notizia non può cancellare l'olocausto palestinese.

    •   Alt 

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    Predefinito Rif: Olocausto palestinese. Noi non dimentichiamo!

    Israele/Palestina
    40 anni di Occupazione nei Territori Palestinesi: la storia di un popolo nell’esperienza di un uomo
    Autoritratto di Ahmad Jaradat, attivista pacifista palestinese
    Testo di Laura Conti; foto di Laura Conti e Anahi Ayala Iacucci (Caschi Bianchi in Israele/Palestina)
    Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 27 giugno 2007

    Il cinque giugno 2007 ricorre il quarantesimo anniversario della guerra dei Sei Giorni. Per gli israeliani dunque è la festa dell’unificazione di Gerusalemme, mentre i Palestinesi commemorano l’inizio di un occupazione militare che va avanti ormai da quarant’anni.

    Ahmad Jaradat (Foto di Laura Conti)
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    Attraverso la vita di Ahmad Jaradat, attivista pacifista palestinese che attualmente opera nell’ONG israelo-palestinese Alternative Infomation Center, ripercorriamo i passi di un popolo, quello palestinese. In un periodo di confusione politica e sociale quale quello attuale per i Territori Palestinesi, il passato aiuta a capire certe dinamiche che hanno portato questa regione del Medio Oriente sull’orlo della guerra civile.

    Anche se avevo appena cinque anni, nel 1967, posso ricordare benissimo l’ansia e la preoccupazione di centinaia di persone. – Comincia a raccontare Ahmad. Si riunivano tutti, giorno e notte per discutere sul loro possibile destino durante l’occupazione, e ricordando con terrore i massacri avvenuti nel 1948(1), quando centinaia di palestinesi erano stati uccisi dai paramilitari israeliani.

    Un altro ricordo d’infanzia impresso nella memoria di Ahmad è quello dell’esilio di milioni di palestinesi, nel 1948 nel 1967, a causa dell’invasione militare israeliana.

    Il mio villaggio, Sayer, nel distretto di Hebron, è vicino al confine con la Giordania. Perciò ho visto moltissima gente attraversare il deserto a piedi, tenendo per mano i propri figli e i pochi bagagli preparati in fretta

    Circa due mesi dopo la proclamazione dello stato di Israele, nel paesino di Sayer, come in quasi tutte le città dei Territori Palestinesi, fu imposto il coprifuoco e vennero istallati dappertutto blocchi stradali e checkpoint militari.

    Tutti gli uomini sopra i sedici anni sono stati chiamati a presentarsi nelle scuole. Lì c’erano i soldati che registravano nomi e scattavano foto. Pochi giorni dopo avevamo un nuovo documento di identità. Ma la prima volta che ho avuto la chiara percezione di cosa fosse la vita sotto Occupazione è stata quando hanno arrestato mio padre per 6 mesi nel 1971. Il suo lavoro era l’unica fonte di sostentamento per la famiglia e così è cominciato un periodo di sofferenze e stenti per tutti noi.

    Nel 1974, il padre di Ahmad fu nuovamente arrestato, e questa volta per sette anni. Durante la detenzione , secondo una pratica usata verso centinaia di migliaia di famiglie palestinesi, l’esercito israeliano ha demolito la casa di Ahmad.

    Non abbiamo avuto il permesso di ricostruirla per otto anni, durante i quali ho vissuto prima in una tenda, poi a casa di mio zio, in una stanzetta affollata con i miei cugini. Non abbiamo vissuto la nostra infanzia come tutti i bambini, perché eravamo costantemente coinvolti nella lotta per la nostra libertà. La prima volta che l’esercito mi ha arrestato avevo 13 anni. Sono stato prigioniero 3 giorni in una base militare per aver tirato pietre contro i soldati.

    9 febbraio 2007, Hebron incursione militare Israeliana (Foto di Anahi Ayala Iacucci)
    Chiudi
    La detenzione minorile è uno dei problemi dei Territori Palestinesi Occupati (OPT). Soltanto tra il 1996 ed il 1999, circa 5.500 minorenni hanno conosciuto le carceri israeliane.

    Negli anni ’80, mentre studiavo all’Università di Betlemme, mi sono trovato nei guai ancora una volta con le autorità israeliane, soprattutto perché ero coinvolto in politica. L’esercito mi ha interrogato tre volte in quegli anni, tenendomi per giorni o settimane in carcere. Siccome non avevano mai trovato prove contro di me, mi hanno arrestato usando la procedura della detenzione amministrativa, ben due volte, prima nel 1986 per sei mesi e poi nel 1989 per due mesi.

    La detenzione amministrativa è una misura preventiva secondo la quale i comandi militari sono autorizzati ad arrestare persone senza prove a carico, per un periodo di sei mesi rinnovabile dal tribunale. Questa procedura, secondo la Quarta Convenzione di Ginevra, dovrebbe essere utilizzata solamente per prevenire atti di violenza o un serio ed appurato pericolo per la sicurezza, ma i comandi militari Israeliani spesso abusano di questo potere. Attualmente, circa 806 palestinesi si trovano nelle carceri israeliane sotto detenzione amministrativa(2).

    Anche quando non ero in carcere, non avevo libertà di movimento, perfino all’interno della mia stessa terra. Durante la prima Intifada, l’esercito ha sequestrato il mio documento di identità (dal 1989 al 1992), che al tempo era di colore giallo, e mi hanno dato quella che chiamavano la “Green card”. Questo documento dimostrava che ero un attivista politico e che ero stato in carcere. Quindi, non solo non potevo entrare in Israele (N.d.a. Oggi nessun palestinese può entrare in Israele senza un permesso delle Autorità israeliane), ma soprattutto sono stato fermato più volte ai checkpoint militari e bastonato dai soldati. Per ottenere il diritto di entrare a Gerusalemme Est sono andato anche in tribunale, ma purtroppo ho perso ogni causa contro il governo.

    Bambino palestinese (Foto di Anahi Ayala Iacucci)
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    Spesso i palestinesi, specialmente quando attraversano i checkpoint situati in ogni zona della Cisgiordania, sono trattati come “numeri” piuttosto che come esseri umani. Il colore del loro documento di identità assume maggiore importanza della persona che lo possiede. Solo poche persone riescono ad ottenere un permesso temporaneo, per motivi religiosi, di lavoro o di salute. La politica dei “permessi” israeliana è piuttosto arbitraria, quindi ci sono palestinesi, come Ahmad, che non sono entrati a Gerusalemme, il loro principale centro religioso e culturale, per anni. In tal modo, il regime militare viola il diritto alla libertà di movimento previsto dalla legge internazionale(3).
    Nel 1987, Ahmad ha cominciato a lavorare per Al-Haq, un’associazione per i diritti umani con sede a Ramallah:

    Lavorare per Al-Haq, mi ha cambiato la vita, soprattutto perché mi sono confrontato con casi reali e violazioni di diritti umani nelle aree di Gerusalemme, Ramalla e Betlemme. Ho rivisto la mia storia personale in quella delle altre persone. Demolizioni di case, prigionieri, confisca di terre sono tutti problemi che sento veramente vicini alla mia realtà personale e alla mia vita politica.

    Il lavoro di Ahmad con l’AIC, oggi ha molto in comune con la sua precedente esperienza. Egli si occupa infatti di monitorare ed analizzare gli episodi di violenza da parte dei coloni e dei soldati israeliani nei confronti dei palestinesi. Inoltre si occupa del Forum Sociale palestinese, ovvero di un’iniziativa nata per collegare e coordinare le associazioni per i diritti umani e i gruppi pacifisti nel distretto di Hebron.

    Mentre negli altri paesi si sviluppa il dibattito su diritti umani, istruzione, scienza e tecnologia e soprattutto su come migliorare la qualità di vita, i palestinesi lottano per i loro diritti fondamentali e per soddisfare i bisogni basilari. L’Occupazione è ovunque: nelle strade, nelle scuole, negli edifici pubblici, nei campi. Perfino nelle camere da letto della gente.

    L’Occupazione in fondo è più di una semplice situazione politica poiché è profondamente radicata nell’esperienza quotidiana di israeliani e palestinesi.
    Le restrizioni di movimento, causate ad esempio dal muro di separazione costruito nel 2002 da Israele, l’assedio continuo, dovuto alle invasioni dell’esercito israeliano, la violenza nei confronti di bambini e contadini disarmati dei coloni israeliani che hanno presidiato intere zone della West Bank illegalmente, sono solo alcuni dei molteplici aspetti dell’Occupazione.

    L’idea di martire nell’immaginario occidentale si collega a quella di attentatore suicida o di miliziano. Nella cultura palestinese martire è, invece, qualunque persona morta a causa del conflitto. Quindi, anche il feto di sette mesi ucciso da un soldato israeliano che aveva sparato alla madre, a Nablus, il 10 maggio di quest’anno, anche lui è considerato un martire. Il numero di vittime del conflitto sale di giorno in giorno. Secondo il PCHR(4), quest’anno, il 70-80% delle vittime del conflitto sono stati semplici civili.

    Bambino palestinese (Foto di Anahi Ayala Iacucci)
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    L’Occupazione israeliana è quindi soprattutto un’esperienza collettiva. Nonostante la crisi economica, peggiorata in seguito all’embargo di fondi internazionali, ed al conseguente incremento della povertà nei territori, la solidarietà tra i palestinesi è ancora molto forte. Il mutuo sostegno ha permesso a questo popolo di resistere 40 anni sotto un’occupazione, il cui proposito è quello di dividere e portare la società al collasso.

    Con l’Occupazione cercano di indebolire le speranze dei palestinesi e farli arrendere. La gente si trova continuamente sotto pressione per la mancanza di libertà ma soprattutto per l’assenza di prospettive future e di possibilità di autodeterminazione.

    Tutte queste circostanze portano alla paralisi sociale. Molta gente ha paura ad uscire da casa. Non è facile viaggiare, specie di notte. Queste dinamiche condizionano tutti gli aspetti della vita della gente, dalla crescita, all’educazione, e perfino la vita di relazione.

    L’immagine che ho oggi, dopo quarant’anni di occupazione – confessa Ahmad – è quella di un bimbo che vorrebbe solo vivere la sua vita, vorrebbe correre, giocare, sperare, insomma essere libero. Invece, è immobile, di fronte ad un soldato che gli punta contro il fucile, pronto a fermare la sua vita. Non si muove. Non parla. Ma non dà nemmeno la soddisfazione di essere sconfitto.
    Questa è la nostra lotta personale e collettiva contro l’Occupazione.


    Note:
    1. Tra il 9 l’11 aprile 1948 circa 100 arabi sono stati massacrati dai paramilitari israeliani a Deir Yassin.

    2. Bt’Selem, http://www.btselem.org

    3. La libertà di movimento è garantita dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (ONU , 1948) , all’ art. 13: (1) Ognuno ha il diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni paese. (2) Ognuno ha il diritto di lasciare ogni paese, incluso il proprio e di ritornare nel proprio paese.

    4. Palestinian Center for Human Rights



    40 anni di Occupazione nei Territori Palestinesi: la storia di un popolo nell’esperienza di un uomo

 

 

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