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Discussione: Intervista all'Editore

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    Predefinito Intervista all'Editore

    http://www.ilprimatonazionale.it/cultura/silenzio-parla-freda-e-dice-la-sua-su-immigrazione-europa-e-gender-26407/

    Silenzio, parla Freda. E dice la sua su immigrazione, Europa e gender



    Roma, 28 giu – Franco Freda è un uomo dalle mille vite. C’è la vita in “clausura”, c’è la milizia editoriale, c’è l’avventura politica del disciolto (dal ministero degli Interni) Fronte nazionale. In queste vite, gli è incidentalmente capitato di vedere in anticipo rispetto a tanti suoi contemporanei dinamiche catastrofiche che solo oggi si affermano platealmente in tutta la loro potenzialità devastante. Come ebbe a dirgli un pm in un famoso scambio processuale, “la preveggenza gliela riconosciamo. Infatti è un requisito della pericolosità”. Di tutto questo, Freda ha parlato con il Primato Nazionale.



    Perdoni l’esordio scontato, ma il giornalismo subisce la dittatura della “notizia”. Quindi in apertura le chiedo: come ci si sente ad aver previsto da anni l’invasione immigratoria con libri, con azione politica e con attività editoriale (oggi a molti torna in mente Il campo dei santi da lei pubblicato anni fa)?
    Impotenti, mortificati nell’aver previsto e predetto senza avere né formato né trasformato uomini e situazioni. Quindi, nessun orgoglio, nessun autocompiacimento, ma orrore nel vedere questa terra, nostra (di noi di oggi, di ieri e dell’altro ieri), invasa e deturpata da sciami di estranei. Attraverso gli scritti apparsi sull’Antibancor, il periodico di studi di economia e finanza curato dal Fronte Nazionale, indovinammo pure che, in consonanza con la rovina del millenario edificio etnico europeo suscitata dalle invasioni allogene, l’oligarchia finanziaria – la consorteria degli ottantacinque bipedi più ricchi del mondo, che dispongono di una ricchezza equivalente a quella di oltre la metà della popolazione mondiale – avrebbe messo a punto un dispositivo di aggressione delle economie dei popoli europei. In altre parole, avevamo indovinato che l’oligarchia finanziaria avrebbe congegnato, e imposto, come contrappeso del sistema di uguaglianza-confusione etnica, un sistema di disuguaglianza esclusivamente economica. La lunga, catastrofica crisi delle economie europee, provocata dallo scoppio della ‘bolla’ finanziaria, dimostra, purtroppo, che il nostro pessimismo era ‘attivo’ e attuale.
    Ne La disintegrazione del sistema lei scriveva: “È giunto il momento di terminare di baloccarci col fantoccio ‘Europa’ o di fare i gargarismi colla sua espressione vocale”. Ne I lupi azzurri, invece, lei invitava gli appartenenti al sodalizio del Fronte nazionale a combattere per il bene della comunità, riferendosi “1. alla nostra Nazione; 2. all’Europa; 3. all’universo ‘bianco’ della razza boreale ario-europea”. Da cosa è stato determinato il cambio di prospettiva? E oggi cosa le suscita la parola “Europa”?
    Le circonferenze, cioè le soluzioni, nel tempo, sono disegnate a seconda dei problemi che si impongono. Il centro (che non sono certo io, ma le idee in cui mi riconosco e che interpreto), invece, rimane il medesimo. Dagli assalti delle passioni fanatiche, ideologiche del secolo scorso, dalla loro “esmesuranza” che tutto vedeva piccolo, insufficiente, spurio, si è dovuti passare ai contrassalti per difendere il corpo disanimato dell’Europa da una minaccia potenzialmente mortale.




    Ha avuto notizia della cosiddetta “ideologia di genere” o “teoria del gender”? Si tratta della tesi secondo la quale insegnare ai bambini a essere maschi e alle bambine a essere femmine significherebbe usar loro violenza e imporre degli stereotipi. Sembra quindi che occorra dare ai pargoli giocattoli “neutri” e lasciare loro massima “libertà”. Qual è la sua opinione su questo fenomeno?
    Ho tre figli maschi: prima di compiere un anno tutti e tre avevano cominciato a idolatrare, marinettianamente, il rombo dei motori. Questa cosiddetta teoria è un espediente per camuffare la secolare prepotenza dei sedicenti deboli. Attenzione, sempre, ai sedicenti deboli! Pochi sanno essere maligni e ‘senza cuore’ quanto i lacerati dal risentimento verso la potenza dei forti. Che, invece, sono magnanimi naturaliter, senza bisogno che glielo impongano maestre, leggi e codicilli.
    Proprio in questi giorni lei sta pubblicando il Diario di guerra di Benito Mussolini, riferito al primo conflitto mondiale. L’Italia ha celebrato il centenario della Grande guerra alla chetichella, o tutt’al più ricordando “l’inutile strage”. Perché non sappiamo più pensare la guerra? Forse perché non sappiamo più farla?
    Concordo completamente con la sua domanda-risposta. Però aggiungerei altre minuscole risposte complementari. Prima di non saper fare la guerra, noi non vogliamo fare la guerra. Le vicende del re fellone e delle truppe badogliane dopo l’otto settembre (la vergogna assoluta!) ce lo ricordino. All’origine di questa non-volontà c’è il disconoscimento isterico dell’eracliteo “Polemos panton pater” e dell’affermazione di Spengler per cui “All’origine era la guerra” (altro che il “logos”, altro che l’“azione”!).
    Un recente libro di Francesco Germinario (Tradizione, mito, storia) esamina il suo pensiero accanto a quello di Adriano Romualdi e Giorgio Locchi. Le è piaciuto il libro (se lo ha letto)? Come si trova in compagnia di questi due nomi?
    Ho letto le acute notazioni dell’autore sul pensiero di Adriano Romualdi e di Giorgio Locchi. Non ho considerato le sue opinioni su di me. Non perché non le rispetti, ma proprio perché le rispetto.
    Il 21 maggio 2013, lo storico francese Dominique Venner, ex soldato ed ex attivista nazionalista, si è dato la morte a Notre Dame come gesto “di protesta e di fondazione” contro la decadenza dell’Europa. Che impressione le ha suscitato quel gesto?
    Ho sempre ammirato chi abbia il coraggio di darsi la libera morte e mi sono sempre rifiutato di scrutarne i motivi soggettivi o le ragioni oggettive convertite in impulsi individuali. La scelta di Venner ha, in sé, la grandezza dell’opera d’arte, come l’hanno avuta quelle affini di un Mishima o di un Drieu – o di un Michelstaedter, o anche di un Luigi Tenco. Ma la temperatura meschina di oggi è riuscita a degradare la grande passione in un gesto patetico. Alla base, la solita invidia di chi il coraggio non ce l’ha e non vuole che nessun altro lo abbia.
    Da tempo lei ha intrapreso la ri-traduzione delle opere di Nietzsche. Come si concilia questa sua passione filosofica con quella per Platone?
    Nietzsche e Platone sono due tra i più valenti apologeti di ciò che è aristocratico: di bellezza, coraggio, forza, salute, genio, stile, magnanimità. Hanno avuto la lucidità di riconoscere le diseguaglianze, di smascherare le menzogne, di opporsi alle retoriche e alle propagande qualunquistiche in modo perfettamente coincidente. A me, politico, questo interessa. Il resto – il loro dissidio – lo lascio ai giochi di prestigio degli accademici.
    Recentemente la sua casa editrice ha ripubblicato Dietro le linee, di Hiroo Onoda, soldato dell’Impero del Sol Levante che non ha deposto le armi per trent’anni mentre intorno a sé la guerra finiva. Quanto c’è di lei in questa figura?
    Domine, non sum dignus… I modelli non devono tentarci all’identificazione, ma mostrarci la strada per fare anche solo un passo verso un nostro miglioramento. E passo dopo passo (tra Onoda, Attilio Regolo, Giuliano imperatore), sguardo dopo sguardo (di qua le cime himalayane di Nikolaj Roerich, di là un incrocio di linee incarnate nei corpi degli atleti di Leni Riefensthal o la vertigine aumana dell’arte astratta), avventura dopo avventura (tra i guerrieri celti o della Langobardia, le scorrerie del barone von Ungern, i panzer di Berlino), splendore dopo splendore (sulle tracce di un illuminato buddista, di un aristocrate del Celeste Impero, di un bushi del Giappone eroico), si impara a disertare con onore la piccolezza di questo presente. E più cresce il numero di chi va per questa via più è realizzato il miracolo della “grande politica”. Ma solo alla fortuna è decente chiedere con-forto.
    Adriano Scianca

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  2. #2
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    Predefinito Re: Intervista all'Editore

    Vecchia ma attuale:


  3. #3
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    Predefinito Re: Intervista all'Editore

    In oltre cinquant’anni di milizia editoriale – le Edizioni di Ar nacquero nel 1964 – è stata da lei svolta un’opera di pedagogia politico/culturale destinata, come lei stesso volle precisare, a guidare le persuasioni, tonificare le inclinazioni, radicare i convincimenti, fissare i consensi. Oltre che a custodire e a riproporre idee, miti e simboli. Quale bilancio si sente adesso di poter trarre?

    Vi ringrazio, ma non sono un contabile. Quando parliamo di idee o ideologie o visioni del mondo non possiamo applicare le nozioni dell’economia e della finanza, non vi pare? La nostra idea del mondo si è sempre incarnata nella storia e sempre si incarnerà. L’operare retto mira a questo; non è una partita temporale di dare e avere.

    In un suo celebre intervento, del 17 agosto del 1969 alla riunione del Comitato di Reggenza del Fronte Rivoluzionario Europeo a Regensburg, da cui sorse il suo testo fondante “La disintegrazione del sistema”, lei evidenziò l’istaurarsi di una dittatura mercantilistica, che era in fase di attuazione in ogni ambito dell’esistenza nella società occidentale. Dopo quasi 50 anni dal quel discorso, ritiene che il processo catabasico sia in fase terminale o ci si deve aspettare ulteriori livelli di degenerazione?

    Al peggio non c’è mai fine. Ma noi vogliamo il meglio. E vogliamo l’impossibile: trasformare il peggio in meglio.

    La matrice del declino occidentale spesso è stata riferita ad una esclusiva dimensione economicistica o di costume. Non ritiene che, in connessione con quando scrisse Guènon in diverse occasioni, la natura dell’ultima fase del ciclo sia, al contrario, di profonda natura sottile e spirituale, essendo la dimensione economicistica di mero ausilio ad un processo ben più sotterraneo e pericoloso?

    Certo, avete ragione, lo credo anch’io come lo credete voi, però permettetemi di ricordarvi che già i tempi di Platone erano tempi di decadenza. Ciononostante, Platone combatté contro la meschinità che aveva intorno attraverso le magistrali opere che ci ha lasciato e la sua esistenza. Quando divampa il fuoco, io cerco l’acqua per spegnerlo; non cerco gli incendiari.

    In tale prospettiva, il superamento delle categorie politiche, espresso sempre in “La disintegrazione del sistema”, potrebbe essere traslato in una opposizione tra un conscio riferimento “resistenziale” ed un’alienata esistenza contemporanea, sulla scia della dicotomia espressa da Evola nell’introduzione di “Rivolta” tra ciò che è tradizionale e ciò che è anti-tradizionale, ma soprattutto analogamente alla dicotomia tra Risvegliati e Dormienti presente nei frammenti arcaici della dottrina delfica di un Eraclito?

    Comprendo la vostra prospettiva, che è quella dei filosofi – e, mi auguro per voi, anche dei sofoi. Sono certo che voi comprenderete la prospettiva che assumo io, che è quella del miliziano. I tempi in cui è stata scritta la Disintegrazione erano tali per cui bastava una spallata energica e sarebbe crollato il castello di illusioni in cui ci troviamo imprigionati. Il fermento c’era. È mancata la sincerità, e da destra e da sinistra. È mancato il coraggio. Mancò la fortuna? Sì, si imboscò anche lei. E adesso lo vediamo il risultato: il marcio che è andato in metastasi, mentre continua il blablabla morale con cui i vigliacchi cercano di coprire la loro eterna vigliaccheria. Ma noi possiamo permetterci di dire che di chi ha costruito questo paesaggio (come, d’altronde, del pasticciaccio multietnico) non siamo complici.

    Il radicalizzarsi della crisi, investendo tutti gli ambiti del vivere, può determinare, come reazione positiva, il recupero di una dimensione archetipale, specificatamente in relazione con quanto da Lei esplicitato nella sua lettura dello Stato Platonico, come radice metafisica della storia e dello spirito d’Occidente?

    A proposito di risalite verso gli archetipi, permettetemi una piccola cattiveria: bisognerebbe decidersi a cavalcarle, le tigri, non a scavalcarle.

    Sempre in “La disintegrazione del sistema”, dopo aver delineato la fisionomia del vero Stato organico come mitofreda 3 politico, principio ordinatore e realtà assoluta pro aeternitate, lei propose una severa “cura” disintossicante volta a isterilire definitivamente l’infezione borghese, plutocratica ed economicistica tramite la formula dello Stato popolare, applicando il seguente cànone: rigida saldezza nell’essenziale e massima elasticità sul piano funzionale. Adesso che i meccanismi globalizzanti della plutocrazia finanziaria hanno esteso a livello planetario quella dittatura capitalistica che lei aveva denunciato, ritiene che le premesse e le proposizioni di quella severa metodologia mantengano la loro intima validità?

    Oggi più di ieri. Cambierei perfino il titolo di quello scritto in La disintossicazione del sistema. E quando, come adesso, non si può intervenire sulla dimensione materiale, per liberarsi delle contaminazioni la soluzione è leggere, studiare, perfezionarsi, prepararsi (a un retto agire).

    Nel suo testo “Lo Stato secondo Giustizia”, viene posta la comprensione dell’aretè come alta valenza interiore del cittadino a fondamento dell’istituzione comunitaria, quale realizzazione naturale del singolo. Può la forma interna,platone ellenicamente intesa, scevra da ogni sovrastruttura di riferimento, ritornare ad essere il vettore primario di un nuovo percorso pedagogico e tradizionale?


    Voi dite può, io rispondo: deve. A qualsiasi costo.

    Nel mondo dell’uomo globalmente massificato, privato di ogni riferimento dall’Alto e di ogni radice identitaria, la riscoperta della Tradizione Classica, greco-romano germanica, per dirla alla Evola od alla Romualdi, scevra dai settarismi e dai formalismi che spesso si manifestano, ritiene possa essere, nella sua intima essenza, la stella polare che possa essere seguita da parte del soldato dell’Idea?

    Non credo che quella greco-romano-germanica sia l’unica tradizione cui guardare. Non c’è anche la tradizione nipponica? Ovunque l’uomo abbia rinunciato a dire io c’è da imparare. E senza librarsi fino a certe altezze, se dovessi scegliere due considerazioni che valgano da stella polare, oggi, sarebbero queste, tratte dalla nostra raccolta di aforismi di Nicolás Gómez Dávila: “Nelle epoche senza stile l’unica opera d’arte è la nuda intelligenza” e “Cospirano efficacemente contro il mondo attuale soltanto coloro che diffondono in segreto l’ammirazione della bellezza”.

    All’indomani del crollo del muro di Berlino, lei mise in guardia sul rischio della deformazione dell’anima etnica dei popoli europei, prefigurando gli scenari – quanto mai terribilmente attuali – di una invasione di genti straniere nelle nostre terre, affermando al contempo la necessità della resistenza etnica e dell’aderenza alla propria comunità tradizionale di sangue, di cultura e di storia per contrastare la globalizzazione dei costumi e dello spirito e la deriva della società multirazziale, subendo per questa sua presa di posizione un’ingiusta repressione politica e la reclusione. Quali consigli vorrebbe dare a quanti stanno abbracciando la causa identitaria, proprio partendo dalle sue analisi e proposizioni? E, soprattutto, sussistono ancora le condizioni e le possibilità per una controffensiva?

    Occorre applicare il precetto ‘Né sperare né disperare, ma perseverare’ e, impiegando tutta la nostra volontà, che esprime la nostra libertà, porre con decisione e lucidità le condizioni per quella che lei chiama controffensiva. Che dovrebbe essere un capolavoro di intelligenza, magnanimità vera e tanto, tanto coraggio. Ma per questo bisogna contenere a tutti i costi l’entropia dell’individualismo, che minaccia ogni disegno politico. Il mio consiglio etico (e pragmatico)? Quello delfico: “Conosci te stesso”, cioè sappi quanto vali e riconosci chi vale più di te. (E non raccontarti bugie…)

    Alcuni storici avevano già riconosciuto in Platone e in Nietzsche gli ispiratori delle rivoluzioni nazionalpopolari del secolo scorso, del Nazionalsocialismo in particolare; mentre in Evola hanno intravisto il “cattivo maestro” di alcune frange del radicalismo neofascista. Lei che è sempre stato un profondo e attento studioso del pensiero di Platone, di Evola e di Nietzsche, e di quest’ultimo sta curando una nuova traduzione delle opere con il testo originale tedesco a fronte, condivide quelle chiavi di lettura? Come interpreta il pensiero di questi giganti della filosofia europea? Potrebbero, ancora oggi, ispirare nuovi percorsi nel campo politico?

    Si tratta di pensatori che hanno offerto ai loro tempi, riproponendole, le verità, che sono di ogni tempo, quindi sottratte al tempo. I principii, essendo intemporali, possono sempre incarnarsi in linee di azione.

    Gli USA perseverano nella loro opera di destabilizzazione planetaria sia a livello militare sia sul piano economico, scatenando conflitti, alimentando un terrorismo jihadista costruito in laboratorio, diffondendo perversi costumi e degradanti mentalità come il genderismo, sempre al fianco dell’alleato sionista. Sembra, invece, che la Russia voglia riacquisire un ruolo geopolitico da superpotenza in contrapposizione agli USA, anche contestando i valori fondanti dell’emisfero americano-sionista. Come giudica questi nuovi scenari internazionali? Potrebbe la Russia di Putin andare incontro agli interessi dell’Europa?

    La Russia, oggi, è l’unico stato in grado di custodire gli interessi delle terre europee. Ma non sono d’accordo con la vostra valutazione che l’offensiva islamica sia costruita in laboratorio. L’offensiva islamica c’è sempre stata, da quando è sorto l’Islam – e, seguendo il ritmo naturale in ogni forma vitale (quindi anche nella guerra, che è la forma vitale per eccellenza), ha conosciuto fasi di attacco, di arresto, di ripresa. Così come non concordo a proposito della volontà degli americani di alimentare la degenerazione. In loro non c’è consapevolezza: gli americani sono quello, dei degenerati, sono le escrescenze dell’Europa. Ma di fronte all’Islam ricordiamoci che noi siamo, purtroppo, occidente, che siamo pure i sobborghi dell’occidente, che siamo america. Non facciamoci velare gli occhi dalla disperazione di una guerra persa (e di una vendetta mai consumata).

    EreticaMente intervista Franco Giorgio Freda - A cura di Maurizio Rossi e Luca Valentini | EreticaMente

  4. #4
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    Predefinito Re: Intervista all'Editore


  5. #5
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    Predefinito Re: Intervista all'Editore

    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

 

 

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