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Discussione: Tercera position: il legame profondo tra peronismo e fascismo.

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    Predefinito Tercera position: il legame profondo tra peronismo e fascismo.

    Tercera posicion: il legame profondo tra peronismo e fascismo
    Buenos Aires, 21 set – Oggi cade il sessantesimo anniversario del golpe che depose Juan Domingo Perón. Il clero e la ricca borghesia internazionalista erano riusciti, dopo tanti sforzi, a disarcionare il leader dei descamiciados. Egli rappresentò il sogno di un’alternativa agli schemi di Yalta, una Terza via tra liberismo e comunismo.
    È bene, però, ricostruire cronologicamente i fatti partendo dal contesto. Il continente sudamericano da un punto di vista economico e sociale era fondato sui grandi latifondi con alcune enclave industriali. A farla da padrona erano i capitalisti americani le logge massoniche e il clero. L’Argentina non era, certo, un’eccezione. Correva l’anno 1943 quando un golpe militare del GUO (Grupo de Oficiale Unidos) pose fine al governo filo britannico di Ramòn S. Castillo. Il colonnello Perón era uno dei protagonisti di quel colpo di stato. Nel 1944 divenne ministro del lavoro e dello stato sociale. Le sue idee, però, davano fastidio ai suoi compagni di giunta. Le conseguenze si videro subito. Il 9 ottobre del 1945 fu costretto alle dimissioni e il 16 ottobre fu internato all’ospedale militare di Buenos Aires.
    Quello sarà il momento in cui si sarebbe per sempre consolidato il binomio capo-popolo. Il 17 ottobre, senza che nessuno avesse dato l’ordine, ci fu la “marcia dei descamisados”. I descamisados occuparono Plaza de Mayo esigendo la liberazione di Perón, e gli stessi generali che lo avevano arrestato furono costretti a richiamarlo al Governo. Quel 17 ottobre sarà ricordato come “il giorno della lealtà”. Il 24 febbraio 1946 fu eletto Presidente della Repubblica con il 52% dei suffragi. Il dado era tratto e non si poteva più tornare indietro.




    Vediamo in breve cosa fece il neopresidente. Il capitale straniero fu nazionalizzato. Fu imposto il controllo sulla Banca Centrale, sui servizi pubblici essenziali e del settore energetico. In pratica americani, inglesi, francesi e tedeschi dopo aver a lungo banchettato nella Pampas, rimanevano a bocca asciutta. Introdusse, poi, per lavoratori le assicurazioni per il lavoro e la salute, ferie retribuite, giornata lavorativa a otto ore. In più rafforzò l’edilizia popolare e l’alfabetizzazione delle classi povere.
    Sembra di vedere un film già visto qualche anno prima nel Vecchio Continente. Sì, è vero. Juan Domingo quel film lo aveva visto con i suoi occhi alla fine degli anni trenta in Italia. Venne in Italia per motivi di studio e rimase affascinato dal modello fascista. Ma c’è di più. Uno dei suoi più ascoltati consiglieri era Giuseppe Spinelli già ministro del Lavoro della Repubblica Sociale Italiana. Che scandalo! Il male assoluto, sotto mentite spoglie, contagiava anche il Sud America. Un ministro della Rsi fu l’ispiratore per l’attuazione in Argentina dei programmi di corporativismo e socializzazione.
    Se Gianni Minà fosse a conoscenza questa liaison dangereuse si taglierebbe le vene. Ma se questo non bastasse a turbare i sonni dei terzomondisti italiani ci sono anche altri aspetti da ricordare. Infatti, i rapporti tra Fidel Castro e Perón erano strettissimi. Per non parlare poi dellastima reciproca tra il Capo di Stato argentino e il comandante Ernesto Che Guevara. Forse Perón era un comunista? Se così fosse perché, dopo esser stato esiliato, scelse di vivere nella Spagna di Franco ma non nella Cuba di Fidel? E poi come la mettiamo con Giuseppe Spinelli? Forse, Spinelli, come Dario Fo, caduto il fascismo, si convertì al leninismo? Tante domande che possono trovare una solo risposta: pregiudizi e facili convinzioni soccombono davanti alla realtà storica.
    Infatti, chi ha letto la Costituzione della Repubblica Sociale Italiana non dovrebbe affatto meravigliarsi del rapporto tra Spinelli e Perón. Vediamo perché. L’articolo 12 della suddetta Carta Costituzionale e stabilisce che: “Il popolo partecipa integralmente, in modo organico e permanente, alla vita dello Stato e concorre alla determinazione delle direttive, degli istituti e degli atti idonei al raggiungimento dei fini della Nazione, col suo lavoro, con la sua attività politica e sociale, mediante gli organismi che si formano nel suo seno per esprimere gli interessi morali, politici ed economici delle categorie di cui si compone, e attraverso l’Assemblea costituente e la Camera dei rappresentanti del lavoro”. Una sintesi, insomma, tra corporativismo e presidenzialismo. Senza scordarsi degli articoli 110 e 111: L’intervento dello Stato nella gestione di imprese economiche ha luogo nei casi in cui siano in giuoco interessi politici dello Stato, nonché per controllare l’iniziativa privata e per incoraggiarla, integrarla e, quando sia necessario, sostituirla se essa si dimostri insufficiente o manchi.
    La Repubblica assume direttamente la gestione delle imprese che controllino settori essenziali per l’indipendenza economica e politica del Paese, nonché di imprese fornitrici di prodotti e servizi indispensabili a regolare lo svolgimento della vita economica del Paese. La determinazione delle imprese che si trovino in tale situazione è fatta per legge”.
    Carta canta, dunque. Ma le parole di Perón spiegano meglio il legame tra peronismo e fascismo. Nel 1973 così descriveva l’Italia in camicia nera: Lì si stava facendo un esperimento. Era il primo socialismo nazionale che appariva nel mondo. Non voglio esaminare i mezzi di esecuzione che potevano essere difettosi. Ma l’importante era questo: un mondo già diviso in imperialismi e un terzo dissidente che dice: No, né con gli uni né con gli altri, siamo socialisti, ma socialisti nazionali. Era una terza posizione tra il socialismo sovietico e il capitalismo yankee”.L’Italia fascista, dunque, come avanguardia per la realizzazione della sintesi tra capitale-lavoro. Gli antifascisti, certo, storceranno la bocca. Pazienza. Si consolino pure con Matteo Renzi e con mister Coop Giuliano Poletti.
    Salvatore Recupero
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    "NELLA MIA TOMBA NON OCCORRE SCRIVERE ALCUN NOME! SE DOVRO' MORIRE, LO FARO' NEL DESERTO, IN MEZZO ALLE BATTAGLIE." Ken il Guerriero, cap. 27. fumetto.

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    Predefinito Re: Tercera position: il legame profondo tra peronismo e fascismo.

    Per durata, realizzazioni, stabilità, possiamo definire l' Argentina giustizialista come il terzo stato fascista dopo L' Italia delle Camicie Nere e il Terzo Reich. E' durata un 12 anni.
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    Predefinito Re: Tercera position: il legame profondo tra peronismo e fascismo.

    https://azioneprometeo.wordpress.com...iustizialismo/
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    25 NOVEMBRE 2012POLITICA - ECONOMIA,STORIA - FILOSOFIALASCIA UN COMMENTOAlbertoArgentinaDittaturaDomingoEvaFalklandFascismoFossadriGiustizialismoGiustizialistaJuanPartitoPeronPeronismoTerzaViaIl PERONISMO (o Giustizialismo)

    Il justicialismo è un sistema di pensiero politico formatosi in Argentina negli anni ’40 ad opera del generale Juan Domingo Perón (1895-1974): quand’era ancora colonnello era stato in Italia ed era rimasto colpito dagli esperimenti e dalla dottrina sociale fascisti.
    Juan Domingo Peron

    Il fenomeno nasce nel 1943, con il colpo di stato che dà luogo alla formazione di un governo militare in cui Peron ricopre la carica di Ministro del Lavoro. Ma le sue origini vanno ricercate più indietro: nella struttura della società argentina, retta da un’oligarchia di cui fanno parte i grandi allevatori e i commercianti di carne con un proletariato rurale impiegato nell’allevamento, un proletariato urbano in crescita e una classe media urbana, nel quadro di un’economia fortemente caratterizzata dalla presenza di capitali britannici e nord-americani (circa il 50% delle industrie è in mano a capitali stranieri) e con fenomeni di migrazione interna e dall’Europa, che ne arricchiscono la complessità e ne mettono in discussione, insieme alla grande crisi del 1929, gli equilibri interni.Lo scontro politico storico è quello tra i conservatori, espressione dell’oligarchia, e i radicali, espressione dei ceti medi urbani. L’industrializzazione e l’immigrazione hanno però favorito lo sviluppo, soprattutto nelle aree urbane, del partito socialista e di un movimento sindacale che si esprime in tre centrali sindacali: una anarchica, una anarco-sindacalista, e una socialista. Esiste fin dal 1915 anche un partito comunista che ha una propria organizzazione operaia la cui influenza si sviluppa soprattutto tra i lavoratori edili.
    Nel settembre 1930 il colpo di stato del gen. Uriburu, aveva già messo fine allo stato liberale. Il modello è quello di una società corporativa e autoritaria con venature populistiche, ispirato al modello fascista italiano. Il golpe è ispirato dall’oligarchia, ma segna comunque la fine dell’equilibrio tra questa e i ceti medi radicali.
    Il ritorno alla democrazia avviene nel 1932 a vantaggio dei conservatori e a spese degli altri partiti.
    Il golpe militare del 1943 sostenuto da ufficiali progressisti, di cui lui faceva parte, destituì un governo argentino che era controllato dall’oligarchia conservatrice borghese e che mirava ad un atteggiamento favorevole alle potenze alleate nella guerra che era in corso. Ricordiamo che quelle stesse potenze detenevano il 50% del mercato argentino. Avendo avuto nel nuovo regime la responsabilità delle politiche del Ministero del Lavoro, avviò una serie di significative misure a difesa della classe lavoratrice: creazione dei tribunali del lavoro, stipula di contratti collettivi di lavoro, aumenti salariali, indennità di licenziamento, statuti del bracciante agricolo e del giornalista, regolamentazioni delle associazioni professionali, unificazione del sistema di previdenza sociale, pensioni, creazione dell’ospedale per i ferroviari, scuole tecniche per operai, proibizione di agenzie di collocamento private.
    Nondimeno l’Argentina è in una situazione di forte crescita economica favorita dal fabbisogno di carne delle nazioni europee sconvolte dal conflitto e dallo spostamento della produzione industriale in aree pacifiche. Una situazione che sviluppa le richieste operaie e consente risposte positive da parte dei poteri economici. In questa veste Peron si lega alla C.G.T. 2 (il sindacato autonomista), con una politica di discriminazioni verso i settori sindacali incontrollati e di concessioni verso quelli più addomesticati. Ma complessivamente i lavoratori ottengono nel periodo 1943-1945 quanto avevano richiesto nelle lotte degli anni precedenti: la giornata di otto ore, le ferie pagate, l’indennizzo in caso di incidenti, l’estensione del sistema pensionistico, lo statuto dei giornalieri e miglioramenti retributivi.
    Le condizioni della classe operaia e bracciantile argentina cambiarono a tal punto che a causa della sua popolarità il governo allarmato, e spinto dall’oligarchia, lo fece arrestare nell’ottobre del ’45 (allora era vicepresidente della repubblica, ministro della difesa, segretario al lavoro).
    La colossale mobilitazione di popolo promossa dai sindacati peronisti costrinse la dittatura a rimettere in libertà Perón ed a garantire libere elezioni. Perón scelse quindi di correre da solo alle elezioni formando un partito Laburista. Una marea di Argentini davanti alla Casa rosada inPlaza de mayo a Buenos Aires gridava a ripetizione: «Queremos a Perón!!!». Il quale il 17 ottobre (celebrato nel peronismo come el día de la lealtad) parlò dal balcone del palazzo presidenziale rassicurando tutti. Le elezioni si tennero nel febbraio del ’46 (il sistema amministrativo argentino ricalca quello statunitense): a suffragio maschile vinse Perón, senza brogli, per circa 1.500.000 voti contro 1.200.000. Aveva avuto contro uno schieramento di partiti che andava dalla sinistra alla destra, sostenuto dagli USA e dagli Inglesi che perderanno il controllo economico e politico dell’Argentina.
    A questi fenomeni si accompagna la sapiente gestione dell’immagine di Peron, imperniata sul ruolo della moglie Evita Duarte, già intrattenitrice radiofonica di umili origini, dotata di carisma e di capacitàcomunicativa che ne fanno la Madonna dei “descamisados”, la sua fondazione:la FUNDACIÓN EVA PERÓN, diretta da Evita stessa, operò meritevolmente su vasta scala persollevare gli indigenti dal bisogno producendo molto: costruzione di ospedali, asili, scuole, colonie di vacanza, abitazioni, strutture di accoglienza per bambini, donne nubili, impiegate, anziani; promozione della donna, scuole per infermiere; borse di studio, sport per i giovani; aiuti alle famiglie più povere; etc. Tra l’altro, la fondazione fornisce aiuti economici al neonato stato d’Israele, e la visita ufficiale del ministro del lavoro israelianoGolda Maier nel 1951 dimostra che l’Argentina non abbia mai avuto politiche antisemite, nonostante abbia accolto ex nazisti in fuga che però non hanno dato nessun condizionamento al peronismo.
    Eva Péron

    Perón continuò ad attuare un programma che diede tanti risultati: nazionalizzazioni di servizi pubblici (ferrovia, telefonia, servizi del gas, etc.) e gestione statale del commercio estero in modo da liberarsi da condizionamenti stranieri; nazionalizzazione della banca nazionale e divieto di esportare i capitali per difendere lo sviluppo economico interno; case, infrastrutture (reti idriche e fognarie, etc.);politiche sanitarie (assistenza gratuita, aumento dei posti letto, campagne mediche contro malattie); diminuzione della mortalità infantile ed innalzamento del periodo medio di vita; comparsa della televisione, gratuità dell’istruzione, abolizione delle tasse universitarie, creazione dell’Università operaia, aumento del tasso di scolarizzazione; aumenti salariali, partecipazione agli utili d’impresa da parte dei lavoratori,periodi di vacanza per le loro famiglie a carico dello Stato; riforma agraria; politiche contro la disoccupazione; pensioni; etc.
    Nel justicialismol’economia è strumento del benessere collettivo e perciò deve sottostare al controllo ed alla regolamentazione pubblici pur rimanendo in una condizione di libero mercato. Questa si proponeva come una terza via tra il capitalismo ed il socialismo, proprio sul modello del fascismo italiano che Juan Domingo Peron conobbe mentre prestava servizio in Italia negli anni ’30 e i cui principi fondamentali da lui scelti furono:
    • giustizia sociale, impostata non sulla lotta di classe, bensì sulla collaborazione tra le classi sociali all’interno del corpo statale;
    • indipendenza economica del paese dai monopoli internazionali;
    • terzaposizionismo in politica estera, inteso come un atteggiamento neutrale nei confronti dei due grandi blocchi che, durante gli anni del suo governo, si fronteggiavano nella guerra fredda.

    Un’assemblea costituente, nel 1949 elaborò una nuova costituzione che incorporava i principi del giustizialismo. Questo che segue è il manifesto del Partido justicialista con i suoi venti punti così come furono enunziati nel 1950 da Perón:1 – La vera democrazia è quella in cui il governo compie la volontà del popolo e difende un solo interesse: quello del popolo.2 – Il peronismo è essenzialmente popolare. Ogni fazione politica è antipopolare e pertanto non è peronista.3 – Il peronista lavora per il movimento. Colui che in nome del partito serve una fazione o un caudillo è peronista soltanto di nome.4 – Per il peronismo c’è soltanto una classe di uomini: quella degli uomini che lavorano.5 – Nella nuova Argentina il lavoro è un diritto che dà dignità all’uomo, ed è un dovere perché è giusto che produca almeno quanto consuma.6 – Per un peronista non vi può essere niente di meglio di un altro peronista.7 – Nessun peronista deve sentirsi di più di quello che è, né meno di quello che può essere. Quando un peronista comincia a sentirsi superiore a quello che è, sta già trasformandosi in un oligarca.8 – Nell’azione politica, la scala dei valori di ciascun peronista è la seguente: prima la patria, poi il movimento ed infine gli uomini.9 – Per noi la politica non è un fine ma soltanto un mezzo per il bene della patria che è costituito dalla prosperità dei suoi figli e dalla sua grandezza nazionale.10 – Le due braccia del peronismo sono la giustizia sociale e l’assistenza sociale. Con esse diamo al popolo un abbraccio di giustizia e di amore.11 – Il peronismo aspira all’unità nazionale e non alla lotta. Desidera eroi ma non martiri.12 – Nella nuova Argentina gli unici privilegiati sono i bambini.13 – Un governo senza dottrina è come un corpo senz’anima. Perciò il peronismo ha una sua propria dottrina politica, economica e sociale: il giustizialismo.14 – Il giustizialismo è una nuova concezione della vita, semplice, pratica, popolare, profondamente cristiana e profondamente umanista.15 – Il giustizialismo, come dottrina politica, realizza l’equilibrio dell’individuo con quello della comunità.16 – Il giustizialismo, come dottrina economica realizza l’economia sociale, mettendo il capitale al servizio dell’economia e quest’ultima al servizio del benessere sociale.17 – Il giustizialismo, come dottrina sociale, realizza la giustizia sociale che dà a ciascuno il suo diritto in funzione sociale.18 – Vogliamo un’Argentina socialmente giusta, economicamente libera e politicamente sovrana.19 – Costruiamo un governo centralizzato, uno Stato organizzato e un popolo libero.20 – In questo paese ciò che abbiamo di meglio è il popolo.Il secondo mandato presidenziale di Perón terminò anticipatamente per via del golpe del ’55: egli se ne andò spontaneamente in esilio per allontanare il pericolo di una guerra civile. In quel periodo 1952-55 erano venuti a galla i contrasti tra Chiesa e peronismo: la prima cercava un proprio braccio di manovra politica in un partito democristiano a danno del Partito giustizialista, il secondo non tollerava l’ingerenza ecclesiastica negli affari pubblici.
    Le dittature post-peroniste avevano dichiarato fuorilegge il Partito giustizialista, revocata la Costituzione del ’49 e riaperto il carcere di Ushuaia (chiuso nel 1947 a causa delle sue pessime condizioni) per detenervi nemici politici, inoltre (cose non fatte nel 1946-55) messo al bando il Partito comunista e reintrodotta la pena capitale.
    Nel 1973 si torna alle elezioni e Peron prende il 62% dei voti tornando così alla guida del paese, l’anno seguente però morirà ed i governi che seguiranno saranno nuovamente spazzati via da un altro golpe nel
    Soldati argentini catturati dagli inglesi sulle isole Falkland

    1976, quello di Jorge Rafael Videla. Le nuove dittature filo-americane termineranno nel 1983 dopo la sconfitta nella guerra delle Falkland-Malvinas e saranno seguite da un periodo (quello degli anni ’90) caratterizzato da una sperimentazione neoliberista nell’economia del paese, anche grazie al Fondo Monetario Internazionale che utilizzerà l’Argentina come laboratorio sperimentale per le dottrine di Milton Friedman e di Friedrich von Hayek. Questo portò al ritorno di una svendita del settore pubblico, alla privazione della moneta sovrana nazionale (il peso argentino venne legato al dollaro con rapporto di 1 a 1) e ad uno spaventoso indebitamento che culminò con il default del 2000. Il popolo scese in piazza e, cacciato il presidente argentino (che fuggì in elicottero), tornò a preferire i partiti peronisti.
    Oggi tutti i partiti, sia di destra che di sinistra, hanno preso spunto dal movimento peronista. Benché d’ispirazione fascista, il peronismo non disprezza il comunismo, tant’è che l’attuale presidentessa Cristina Fernández de Kirchner ha aperto il partito Giustizialista all’Internazionalismo socialista.
    Alberto Fossadri
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    Fonti:
    http://www.instoria.it/home/giustizi..._peronista.htm
    http://www.ecn.org/reds/mondo/americ...na02peron.html
    http://it.wikipedia.org/wiki/Peronismo
    http://www.ilcassetto.it/notizia.php?tid=52






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    Predefinito Re: Tercera position: il legame profondo tra peronismo e fascismo.

    Peròn e la rivoluzione cubana, Nando de Angelis

    Peròn e la rivoluzione cubana
    di Nando de Angelis - 17/04/2007

    Fonte: Rinascita [scheda fonte]



    La notte del 6 settembre del 1996 veniva assassinato Javier Iglesias. Trovò la morte mentre raccoglieva informazioni sui desaparecidos spagnoli durante la dittatura militare, cadde sotto i colpi d’arma da fuoco della polizia menemista. Un fatto oscuro di cui, ancora oggi, non sono stati rilevati i particolari.
    Javier Iglesias, dopo aver militato nelle fila del falangismo autentico nella sua Spagna natìa, si era stabilito in Argentina all’alba degli anni 80. Entrato in contatto con esponenti del peronismo revolucionario creò la “Union de los Sin Techo”, lottò fianco a fianco con le famiglie più povere delle “ciudad miseria” di Buenos Aires per il diritto alla casa per tutti promuovendo una straordinaria catena di solidarietà sociale. In seguito, questa azione si concretizzò in attuazione politica. Fu tra i promotori e dirigenti del gruppo “Lucha Peronista” che, in accordo con i settori più popolari del paese, si proponeva il recupero dell’identità “peronista” contro il tradimento di Menem e del Partito Giustizialista ufficiale.
    Il “Movimiento Peronista Autentico”, in un comunicato stampa, a dieci anni dalla sua morte così lo ricordava: “Javier Iglesias, il caro e indimenticato “Gallego”, nacque in Lugo, Galicia, España, il 4 aprile del 1960. Il suo nome completo era Emilio Javier Iglesias Perez ed era arrivato in Argentina nel giugno del 1982, dopo essere stato nel Nicaragua Sandinista, dove collaborò con il Ministero di Educazione. Venne in Argentina abbandonando la sua Spagna natìa alla ricerca di nuovi orizzonti e utopie, dopo aver militato durante tutta la sua giovinezza nella Falange Española Autentica, meglio conosciuta come la Falange “hedillista” o “antifranquista”, formazione politica spagnola che si definisce di sinistra rivoluzionaria e della quale fu un dirigente. In Argentina ebbe molti contatti con compagni di lotta di differente estrazione politica e con gruppi che avevano vissuto l’esperienza del Peronismo Montonero, per organizzare la UST (Union de los Sin Techo), organizzazione che negli anni 80 e a principio dei 90 contava nelle sue fila migliaia di famiglie senza casa, in particolare nella città di Buenos Aires. Questa organizzazione di solidarietà sociale si trasformò in una organizzazione politica, “Vanguardia del Pueblo”, poi “Lucha Peronista”, della quale il “Gallego” fu l’indiscusso leader. Successivamente, iniziò un cammino di unità del Peronismo Combattente e Rivoluzionario, si fece promotore con altri compagni di lotta della rivista ‘El Aviòn Negro’, rivista che fu edita in cinque numeri fino al suo assassinio, per mano della polizia menemista, il giorno 6 settembre del 1996. Javier ci insegnò che la solidarietà non ha limiti geografici, che la perseveranza ed il sacrificio non hanno prezzo e che l’eroismo era una delle sue migliori qualità. Oggi non c’è più e questo ci rattrista. Però è sempre presente nella memoria di tanti compagni di lotta che lo hanno conosciuto, che ricordano il suo sorriso vittorioso, la sua generosità, la sua disponibilità, i sogni e le illusioni che seguono vivi in noi, di costruire una Patria libera e una vita che valga la pena di essere vissuta. Compañero Javier Iglesias, !presente! !Hasta la victoria sempre!”.
    Javier Iglesias, oltre a partecipare attivamente ed in prima persona alla battaglia politica, scrisse numerosi saggi di analisi. Spicca tra gli altri quello dedicato all’influenza che le teorie di Peròn ebbero rispetto alle forze che realizzarono la rivoluzione cubana nella decade 1940-1950 e in specie su Fidel Castro e sul nascente movimento insurrezionalista. Il tema trattato, apparentemente solo storico, è essenzialmente, politico: egli intende riscattare in tutta la sua integrità rivoluzionaria, anti-oligarchica e antimperialista quel gigante libertario che fu Juan Domingo Peròn il cui messaggio di liberazione e giustizia ha spaziato oltre le frontiere argentine per assumere una dimensione continentale, con rilevanti ricadute su tutte le lotte di liberazione del cosiddetto Terzo Mondo. Peròn - afferma - è storicamente un rivoluzionario, non certo il leone sdentato che pretendono di proporre i transfughi liberal-menemisti postisi al servizio dello stesso imperialismo contro il quale Peròn, senza soluzione di continuità, ha combattuto. Allo stesso modo poco e nulla vi è di peronista in certo neo-giustizialismo «rosa» e socialdemocratizzante che, sebbene critico delle innegabili devianze di Menem, coincide con le idee reazionarie di quanti sono intenti nella costruzione di uno pseudo-peronismo, piccolo borghese e intellettualoide spurgato di tutti i contenuti nazionali, proletari, popolari, terzomondisti e rivoluzionari.
    A fronte delle commistioni imperialiste e riformiste che caratterizzano i rappresentanti dal centrosinistra argentino e i falsi nazionalismi degli anti-peronisti oppone la ferma convinzione nei valori rivoluzionari del terzerismo anti-colonialista.
    La bancarotta delle dittature burocratico-comuniste dissoltesi con l'Unione Sovietica e il trionfo del blocco imperialista guidato dai super-banditi statunitensi è la conferma della tesi, per lui fondamentale, che l'unico anticapitalismo possibile è rappresentato dal movimento nazionale e popolare della "Terza Posizione". Ricordare il messaggio rivoluzionario di Juan Domingo Peròn è, riaffermando la sua valenza attuale, rammentare anche l'influenza del Giustizialismo sulle prime fasi della rivoluzione castrista cubana come ha avuto modo di sottolineare in passato: «L'evolversi della situazione cubana può trovare il suo riscontro con la Grande Patria latino-americana se questa, prescindendo dalle vecchie formule marxiste, rialzerà di nuovo la bandiera del nazionalismo rivoluzionario terzerista del castrismo iniziale. La fine dell'impero comunista anticipa la crisi di quello capitalista. Ogni popolo deve lottare per la propria emancipazione nazionale e, al tempo stesso, stabilire relazioni solidaristiche con le altre nazioni oppresse dall'imperialismo, dall'ingiustizia e dalla reazione».
    Grande è l'influenza esercitata dalla Rivoluzione peronista in America Latina, ma è soprattutto a Cuba che il fenomeno giustizialista dispiega tutta la sua forza suggestiva, tanto che nel '56 un articolo sulla rivoluzione castrista asserisce che «Cuba è il fuoco peronista che arde nel Caribe». Questa affermazione è l'eco della congiunzione nell'isola caraibica di due fattori: la presenza diretta del prepotente capitalismo statunitense ed il carattere apertamente controrivoluzionario del comunismo pre-castrista cubano.
    Rispetto alla presenza statunitense ricorda che Cuba fu l'ultimo Paese latino-americano a raggiungere l'indipendenza, liberandosi dal dominio spagnolo (1898) grazie soprattutto alla presenza di truppe USA approdate nell'Isola in virtù del mai chiarito attentato alla nave Maine. Il carattere coloniale di questa Cuba, suppostamente “indipendente”, è confermato dalla «carta costituzionale» in cui viene incluso (giugno 1901) il famigerato «emendamento Platt» che afferma esplicitamente: «Cuba consente che gli Stati Uniti possano esercitare il diritto di intervenire per la difesa dell'indipendenza cubana e per il mantenimento di un governo adeguato per la protezione della vita, della proprietà e della libertà individuale». A fronte dell'espansionismo yanqui, già denunciato da patrioti come Josè Martì («Ho vissuto dentro il mostro e ne conosco le viscere») sorge un nazionalismo antimperialista intransigente. Quando per contenere le spinte antimperialiste gli USA utilizzeranno la sanguinosa dittatura del presidente del Partido Liberal, Gerardo Machado ('24-'33), l'opposizione patriottica e popolare sarà obbligata a far ricorso alla resistenza armata, al terrorismo individuale, al sabotaggio e alla cospirazione insurrezionalista. È in questa esperienza di nazionalismo rivoluzionario che va ricercata, a suo avviso, non certo nel marxismo, l'etica del castrismo.
    L'influenza del peronismo storico non solo è decisiva nelle organizzazioni politiche del nazionalismo rivoluzionario pre-castrista. Ma in virtù della dimensione continentale di cui erano impregnate le tematiche nazionalproletarie e sindacaliste dell'Argentina peronista è logico che esse abbiano prodotto un grande influsso sul movimento operaio di tutta l'America latina.
    Cuba non è un eccezione e il suo Movimento Obrero è la prova lampante delle convergenze esistenti tra il tercerismo rivoluzionario e il nazionalismo antimperialista e socialista non-marxista del nascente movimento dei Barbudos.
    Nella sintesi di questo accurato saggio si interroga su come una Rivoluzione nazionale e «tercerista» strettamente imparentata col peronismo storico si sia potuta convertire in un sistema marxista-leninista a partito unico. E con grande lucidità afferma che sicuramente la Rivoluzione cubana ancora il 2 dicembre '61 non può essere definita comunista ma giustizialista! Gli stessi dirigenti cubani, rispondendo alle preoccupazioni statunitensi, dichiaravano: «la nostra Rivoluzione non è né capitalista né comunista». Fidel Castro, sul quotidiano "Revoluciòn", affermava: «Di fronte alle ideologie che si disputano l'egemonia mondiale sorge la Rivoluzione Cubana, con nuove idee e nuovi contenuti. Non vogliamo essere confusi con i popoli che si sono fatti abbindolare dal comunismo». Ernesto Che Guevara sosteneva in un documento titolato «Bohemia» pubblicato il 14 giugno '59: «Si fuera comunista no dudarìa pregonarlo a voces». Era, la Rivoluzione Cubana, una Rivoluzione nazionale che solo l'embargo imposto dagli Stati Uniti obbligò a radicalizzare le sue posizioni. Quando i cubani, ad esempio decisero di importare petrolio russo, le tre raffinerie gestite dalle multinazionali americane presenti a Cuba si rifiutarono di raffinarlo. Come risposta Fidel Castro nazionalizza le proprietà statunitensi e per rappresaglia gli USA sospendono l’importazione dello zucchero. Castro contrattacca sospendendo le relazioni diplomatiche ed ottenendo un primo credito sovietico e gli Stati Uniti finanziano e organizzano lo sbarco di Bahìa Cochinos nell'aprile '61. Solo a questo punto Fidel si proclama marxista-leninista. Si tratta di una radicalizzazione in gran parte provocata dagli USA come riconosce Ernesto Guevara in un'intervista a L. Bergquit, "Look" novembre '61: «Eccezion fatta per la nostra riforma agraria, che tutto il popolo reclamava, tanto da iniziarla spontaneamente, tutte le iniziative radicali che abbiamo adottato sono la risposta ad atti d'aggressione da parte dei potenti monopoli del vostro paese e dei suoi massimi esponenti politici. Per sapere quale sarà il futuro di Cuba bisogna prima chiedere al governo USA quali siano le sue intenzioni, quali scelte ci verranno imposte».
    La strategia di appoggiarsi ai russi per non cedere ai ricatti yanquis non è accettata dalla totalità del Movimento castrista. Al suo interno almeno quattro le correnti: «i filo-USA, che si confermano per una democratizzazione anti-Batista; i nazionalisti democratici; una corrente proletario-rivoluzionaria socialista ma non filo-sovietica (che comprendeva essenzialmente i sindacati castristi) e, finalmente, la "piccolo-borghese" autoritaria alleata dei comunisti che alla fine fu quella che si affermò».
    I simpatizzanti peronisti «nazionalisti democratici» e «socialisti rivoluzionari» finirono in esilio o incarcerati, essi non vollero scegliere tra «democrazia» USA e comunismo filo-sovietico. Il definitivo passaggio della ex-Unione Sovietica nel blocco imperialista occidentale, ricorda, ha portato al quasi totale isolamento di Cuba che conta solo sull'aiuto dei paesi latino-americani meno compromessi con gli Stati Uniti e ripropone in tutto il suo vigore la questione: potrà la Rivoluzione cubana sopravvivere con la propria forza? Potrà il castrismo evolvere verso una forma di «terzerismo» rivoluzionario che è parte importante delle sue caratteristiche originarie?
    Se la storia e la libera volontà del popolo cubano, conclude, andranno in quella direzione la Grande Isola del Caribe sarà la prima vera trincea dalla quale si combatterà per l'emancipazione dell'America Latina e per un giustizia sociale rispettosa della libertà e della dignità dell'uomo e, per questo, lontana tanto dal capitalismo come dal comunismo.
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  5. #5
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    Predefinito Re: Tercera position: il legame profondo tra peronismo e fascismo.

    John W. Cooke e il peronismo rivoluzionario | Fondo Magazine di Miro Renzaglia

    John W. Cooke e il peronismo rivoluzionario

    By miro
    – 15 feb '10Posted in: Storia
    Romano Guatta Caldini

    L’operato di John William Cooke, punto d’incontro fra peronismo e castrismo, ha rappresentato, senza dubbio alcuno, la migliore commistione fra l’esperienza socialista nazionale di Peron e le spinte rivoluzionarie cubane. Una tradizione, quella dell’antimperialismo latino americano, che ha visto fra i suoi protagonisti eminenti figure di militanti politici del peronismo rivoluzionario, fra questi ricordiamo: Rodolfo Walsh, Ricardo Masetti e l’ex falangista spagnolo, poi militante peronista, Emilio Javier Iglesias. Questi ultimi sono stati i fautori di un interessante incontro ideologico, una sorta di mutuo soccorso inter-nazionalista visto in chiave antimperialista.
    Del resto, che peronismo e castrismo avessero, per certi versi, una radice comune, lo aveva già fatto notare, a suo tempo, Saverio Paletta su Diorama: «Mentre l’ideologia politica del fascismo italiano e del nazionalsocialismo tedesco è sorta nel contesto di due paesi di grandi tradizioni storico-politiche, con tutto ciò che ne è derivato in termini di confronto, di suggestioni e di possibili radici, lo stesso non può ovviamente dirsi per esperienze quali, ad esempio, il castrismo, certe forme di socialismo nazionale africano o la maggior parte di quelle dittature di sviluppo sorte nel dopoguerra in seguito al processo di decolonizzazione e che A. James Gregor tende a considerare come eredi, in certo qual modo, del fascismo storico» – . In tal senso, al pari di Maurice Bardèche e delle sue intuizioni sul nasserismo, Gregor aveva individuato nel castrismo, ma anche in certe forme di volontarismo guevariano, il logico approdo di una teoria che aveva mosso i suoi primi passi nell’Europa degli anni trenta e quaranta.
    Per ciò che concerne il rapporto fra peronismo e rivoluzione cubana, sintomatica dello stretto legame fra i due movimenti è la dichiarazione di Peron relativa alla fratellanza ideologica delle due rivoluzioni: «La Revolucion cubana tiene nuestro mismo signo» – dirà il Generale in merito alla lotta contro il comune nemico nord-americano. Oppure: «L’evolversi della situazione cubana può trovare il suo riscontro con la Grande Patria latino-americana se questa, prescindendo dalle vecchie formule marxiste, rialzerà di nuovo la bandiera del nazionalismo rivoluzionario tercerista del castrismo iniziale. La fine dell’impero comunista anticipa la crisi di quello capitalista. Ogni popolo deve lottare per la propria emancipazione nazionale e, al tempo stesso, stabilire relazioni solidaristiche con le altre nazioni oppresse dall’imperialismo, dall’ingiustizia e dalla reazione» – ha ricordato Nando De Angelis nel suo Peròn e la rivoluzione cubana. Ma significativa più di tutte è la nota auto-biografica di Cooke: « Sono tre mesi che vivo all’Avana (…) Questa è la Mecca rivoluzionaria e tutti vengono a bere alla sorgente».
    Dal canto suo, Fidel Castro invitò Peron a stabilirsi a Cuba durante l’esilio e intermediario fra i due fu proprio John William Cooke. Designato dallo stesso Peron, come suo erede, Cooke aveva iniziato la sua militanza nell’Unión Universitaria Intransigente. Dal ’55 in poi, il compito di Cooke fu quello di preparare la resistenza peronista all’imminente golpe militare. Arrestato e confinato nella prigione di Río Gallegos, nonostante l’isolamento, Cooke divenne, oltre che l’ideologo di riferimento dei gruppi armati, anche l’organizzatore della fusione fra i movimenti studenteschi e quelli operai. Dopo una fuga rocambolesca dal centro detentivo, Cooke fece la spola fra l’Uruguay e il Cile, infine, aggregatosi a un gruppo di argentini, si trasferì a Cuba per seguire i moti insurrezionalisti guidati dal connazionale, Ernesto Guevara. La foto di Cooke nella Sierra Maestra, mitra in mano e camicia da miliziano, diverrà un’icona per tutti i guerriglieri peronisti.
    Durante il soggiorno cubano, Cooke gettò le basi per la costruzione di un ampio fronte di liberazione nazionale che, irradiandosi dall’isola caraibica, avrebbe dovuto colpire i centri nevralgici della struttura politico-militare argentina. Ed è proprio in quest’ottica che vanno collocati i legami con i dirigenti Montoneros: Fernando Abal Medina e Norma Arrostito, entrambi, all’epoca, presenti nell’isola. Con i due connazionali, nel ’67, Cooke partecipa alla OLAS (Organización Latinoamericana de Solidaridad): organizzazione di tutti i movimenti anti-imperialisti latino americani. Tra gli esponenti argentini intervenuti ricordiamo: Alcira de la Peña in rappresentanza del Partito Comunista, Ismael Viñas del Movimiento di Liberazione Nazionale, Abel Latendorf dell’Avanguardia Popolare e Carlos Laforgue della Gioventù Peronista. In questa sede, diverranno espliciti i riferimenti alla guerra di guerriglia teorizzata da Guevara. A farsi carico della lotta di liberazione nazionale, per quanto riguardava l’Argentina, fu il peronista Jorge Ricardo Masetti che, fedele ai principi fochisti, abbandonò Cuba e fece ritorno in patria, organizzando la guerriglia ai confini della Bolivia e coordinando le forze rivoluzionarie della sinistra peronista presenti in zona: dall’Ejército Guerrillero del Pueblo alle FAP (Fuerzas Armadas Peronistas).
    Per comprendere gli stati d’animo e le circostanze che portarono molti giovani peronisti ad abbracciare la lotta armata, è utile la testimonianza del giornalista italo-argentino ed ex-mlitante Montonero, Miguel Bonasso: «In Argentina l’oligarchia dominante si è legata al capitale multinazionale (…) per cui, lo sfruttamento nel mio paese si identificava con la presenza prima inglese e poi statunitense. Il nazionalismo, quindi, è sempre stato sinonimo di liberazione e i due termini, se presi separatamente, non avrebbero avuto senso. Il fenomeno peronista costituiva un’unione variegata: i delusi del Partito Comunista, i settori cattolici più radicali, i militanti che avevano conosciuto il Che, i sottoproletari delle villas miseria, le baraccopoli di Buenos Aires, ma anche una parte consistente della piccola borghesia. Dal 1975 iniziò l’adesione operaia in massa, unendosi al movimento studentesco che lottava soprattutto contro l’eccessiva invadenza statunitense. Il peronismo, dunque, è nato come movimento politico di massa. Più tardi, il ricorso alla lotta armata, non è stata una scelta, ma l’unica forma di resistenza possibile. »Non a caso, riguardo la natura antimperialista del nazionalismo argentino, lo stesso Cooke, nel suo «Apuntes para la militancia», scriveva: «Tutta la nostra lotta deve partire dall’auto-consapevolezza di vivere in un paese semi-coloniale, paese che è, a sua volta, membro di un continente anch’esso semi-coloniale. (…) Il nazionalismo è possibile solo se inteso come una politica conseguente all’anti-imperialismo».
    Movimento fondamentalmente anti-dogmatico, il peronismo, al pari del fascismo, si presentava come un fenomeno di mobilitazione di massa ma, a differenza del comunismo sovietico e del capitalismo nord-americano, la massa non era un ente amorfo e passivo nè era soggiogato alle politiche predatorie padronali. Citando sempre Cooke, il Peronismo era stato: «un’esperienza di vita, il punto più alto dell’auto-coscienza della classe operaia, come dei settori meno abbienti della società. » Con simili premesse, era quasi inevitabile che Cooke venisse tacciato di cripto-comunismo, ma non erano di certo le etichette a preoccupare l’ideologo. Ben più preoccupante era la divisione interna al fronte peronista, infatti, settori consistenti del peronismo rivoluzionario vennero fagocitati dalla spirale settaria di movimenti e gruppuscoli d’ispirazione più o meno trotskista: come avvene, ad esempio, nel caso del Partido Revolucionario de los Trabajadores di Mario Roberto Santucho. Sta di fatto che, se andiamo a misurare l’incidenza di tali gruppi, rispetto ai movimenti di dichiarata fede peronista, vediamo che i secondi hanno raggiunto successi di gran lunga superiori rispetto ai primi, anche in termini di seguito e consenso popolare.
    Naturalmente, durante gli anni della lotta armata, il numero di desaparecidos crebbe in modo esponenziale. A cadere nelle mani dei militari, anche Alicia Eguren; poetessa, dirigente peronista, nonché compagna di Cooke. Alicia era stata una stretta collaboratrice, sia di Guevara che del Comandante Segundo (Ricardo Masetti) ; con loro, come anche con il marito, aveva partecipato alla fondazione cubana del Fronte Antimperialista per il Socialismo. Quando il Che decise di estendere la lotta nel continente sud-americano, Alicia e Cooke furono protagonisti attivi, nei piani guevariani per la lotta di liberazione in Bolivia. Masetti e Guevara trovarono la morte in combattimento, mentre Cooke terminerò la sua parabola esistenziale e politica il 19 settembre del ’68, a causa di un cancro.
    Fra i testi fondamentali, per avvicinarsi al pensiero di Cooke, ricordiamo: «Apuntes para la militancia » e «Peronismo y Revolucion». Certo, rivoluzione è un termine che torna spesso negli scritti dell’ideologo e forse non è un caso, soprattutto a fronte degli insegnamenti di Evita: «El peronismo será revolucionario o no será nada!».
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  6. #6
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    Predefinito Re: Tercera position: il legame profondo tra peronismo e fascismo.

    Scusate l'intrusione, volevo dire la mia su questo fenomeno storico.

    Accostarlo al fascismo o al nazismo tedesco credo che sia sbagliato.

    Intendiamoci: Peron era un estimatore dei due regimi ma, nei fatti, si comportò molto diversamente da Hitler e Mussolini.

    Il Peronismo non propugnava la necessità di uno "stato etico". Quello argentino, al massimo, poteva essere definito come "stato paternalista". Non si può nemmeno parlare di progetto "totalitario". Il pluralismo, pur con qualche limite, era garantito.

    Il Peronismo, a differenza dei fascismi europei, non poteva essere definito corporativista. Almeno non in senso stretto. Peron egemonizzò un sindacato che, certamente, veniva gestito e privilegiato dallo stato. Però si trattava di un organo rappresentativo ben diverso dalle corporazioni.

    Il nazionalismo: quello peronista non era espansionista né razzista (tanto è vero che uno stretto collaboratore di Peròn aveva origine ebraiche).

    Comunque si tratta di un'esperienza politica molto interessante. E lo scrivo da comunista.
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  7. #7
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    Predefinito Re: Tercera position: il legame profondo tra peronismo e fascismo.

    Citazione Originariamente Scritto da LupoSciolto° Visualizza Messaggio
    Scusate l'intrusione*, volevo dire la mia su questo fenomeno storico.

    Accostarlo al fascismo o al nazismo tedesco credo che sia sbagliato.

    Intendiamoci: Peron era un estimatore dei due regimi ma, nei fatti, si comportò molto diversamente da Hitler e Mussolini.

    Il Peronismo non propugnava la necessità di uno "stato etico". Quello argentino, al massimo, poteva essere definito come "stato paternalista". Non si può nemmeno parlare di progetto "totalitario". Il pluralismo, pur con qualche limite, era garantito.

    Il Peronismo, a differenza dei fascismi europei, non poteva essere definito corporativista. Almeno non in senso stretto. Peron egemonizzò un sindacato che, certamente, veniva gestito e privilegiato dallo stato. Però si trattava di un organo rappresentativo ben diverso dalle corporazioni.

    Il nazionalismo: quello peronista non era espansionista né razzista (tanto è vero che uno stretto collaboratore di Peròn aveva origine ebraiche).

    Comunque si tratta di un'esperienza politica molto interessante. E lo scrivo da comunista.
    Se per accostarlo s'intende considerarlo semplicemente una variante, allora è sicuramente sbagliato, ricercarne eventuali similitudini, più o meno rilevanti, può invece essere un'operazione corretta, vista anche l'indubbia ispirazione che J.D.Peròn trasse specie dal regime mussoliniano.
    Quanto al nazionalismo, quello vero, non dovrebbe ai essere espansionita e colonialista, perchè sennò è imperialismo.
    Anche Otto Strasser, pur riferendosi in particolare al nazionalsocialimo tedesco, dice: "Per noi il nazionalsocialismo è sempre stato un movimento antimperialista e il cui spirito doveva limitarsi a conservare e ad assicurare la vita e lo sviluppo della nazione tedesca senza nessuna tendenza a dominare altri popoli e altri paesi". Poi con l'avvento di Hitler ed il suo totale dominio sul partito le cose andarono molto diversamente.

    *qui gli intrusi sono solo gli scassacazzo, per il resto ci si confronta.
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  8. #8
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    Predefinito Re: Tercera position: il legame profondo tra peronismo e fascismo.

    Tutti i movimenti fascisti erano un pò diversi tra di loro, specialmente perché espressione del contesto nazionale in cui si sviluppavano.
    Personalmente, con tutte le sue peculiarità, colloco il peronismo argentino in questa grande famiglia.
    FASCISMO MESSIANICO E DISTRUTTORE. PER UN MONDIALISMO FASCISTA.

    "NELLA MIA TOMBA NON OCCORRE SCRIVERE ALCUN NOME! SE DOVRO' MORIRE, LO FARO' NEL DESERTO, IN MEZZO ALLE BATTAGLIE." Ken il Guerriero, cap. 27. fumetto.

 

 

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