Radical chic? No radical street | Rassegna stampa | Radicali italiani

Non è una marcia che può far cambiare le cose, non sono i piedi scalzi che riducono i morti dall'oggi al domani. La questione centrale è che del tema immigrazione se ne occupi l'Europa. Risposta all'intervento del professor Quaglieni

Caro Prof. Quaglieni,
Io alla marcia degli scalzi c'ero insieme ai compagni dell'associazione radicale Adelaide Aglietta; e sono fiero di avervi partecipato. C'ero a questa marcia come c'ero in occasione di "Je suis Charlie" e della iniziativa purtroppo poco partecipata "Je suis Nigerian" che abbiamo collaborato ad organizzare successivamente ai massacri di cristiani da parte dei criminali fondamentalisti di Boko Haram. C'eravamo in questa occasione come in centinaia di altre, dal Mad pride al Pride 2015 per chiedere diritti per le coppie omosessuali, dalla iniziativa in strada contro le malefatte di Putin a quelle per la laicità dello Stato in occasione della venuta del Papa. Più che un "Radical chic" mi ritengo un "Radical street" nel senso che da oltre trent'anni frequento, purtroppo con pochi altri, le strade di questa città e di questa Regione per sostenere le nostre idee e i nostri progetti di governo, senza timori e mettendoci la faccia.
Certo non è una marcia che può far cambiare le cose, non sono i piedi scalzi o migliaia di persone che sfilano che riducono i morti dall'oggi al domani. E non c'è dubbio che nel mucchio ci sarà anche chi si lava la coscienza a buon mercato, camminando. Ma la questione che credo centrale è quella di sempre: ottenere finalmente che del tema immigrazione se ne occupi l'Europa, che ci sia un'Europa federale che abbia una politica estera comune, una politica di difesa comune, una politica delle frontiere e dell'immigrazione comune. Anche questo si chiedeva nell'iniziativa di venerdì scorso.
Noi non abbiamo aspettato che Angela Merkel aprisse le sue frontiere ai siriani. Siamo stati in strada questa lunga estate per raccogliere firme insieme ai Federalisti europei e all'Alde sulla petizione CommonBorders, per chiedere guardie di frontiere europee, quote di ingresso per gli Stati per chi ha diritto all'asilo politico e quote per i migranti economici. Oggi è divenuto patrimonio di molti ma solo qualche mese fa eravamo purtroppo quasi solo noi a chiederlo. Abbiamo dedicato la maggior parte delle nostre forze a questo tema proprio perché crediamo che non sia un provvedimento di uno Stato a poter risolvere una vicenda che rimarrà nei libri di storia, che lo si voglia o meno. Siamo perfino andati a manifestare sotto i vergognosi cartelli che il sindaco ed europarlamentare leghista Gianluca Buonanno ha installato a Borgosesia per denunciare ridicole strumentalizzazioni, utili solo a guadagnare (forse) un pugno di voti.
L'Europa può nascere da questa tragedia o può perire definitivamente e la sicurezza dei cittadini europei, di noi stessi, è meglio garantita dal rispetto delle leggi internazionali sull'asilo politico, da una condivisione delle responsabilità e delle quote tra gli Stati e anche da un impegno ad accogliere chi scappa dalla fame identificando tutti coloro che entrano in Europa, come è giusto che sia. Non si tratta di buonismo ma di razionalità. Chi crede di poter fermare questo fenomeno è un illuso o illude altri; occorre governarlo. Lei dice che "l’etica dello Stato è quella di tutelare gli interessi legittimi del Paese", io dico che quel Paese deve essere l'Europa e che nessuna etica può consentire che vi siano migliaia di morti nel Mediterraneo come sta accadendo. Occorre stare attenti a non aggiungere ai soliti "Radical-chic" i "Liberal-snob"; benvengano queste marce se servono a diffondere un sentimento di solidarietà umana al posto dello sterile scontro da stadio che ogni giorno leggiamo sui giornali.

(*) L'autore, Igor Boni, è il coordinatore dell'associazione radicale Adelaide Aglietta
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