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    Lightbulb Difendere e rafforzare le produzioni italiane!

    Made in Italy, Ue tutela cibo italiano ma il falso all’estero vale 54 miliardi


    La Corte di giustizia europea ha appena sentenziato che l'etichettatura di un prodotto alimentare non deve indurre il consumatore in errore. Un precedente che potrebbe trasformarsi in un assist per le aziende danneggiate dall'Italian sounding, la pratica di far passare per italiani, attraverso il nome o la confezione, alimenti che non lo sono
    di Stefano De Agostini | 14 giugno 2015

    Un infuso ai lamponi e alla vaniglia. Senza lamponi e senza vaniglia. Ed ecco l’intervento della Corte di giustizia europea, che nei giorni scorsi ha ricordato un principio tanto elementare quanto frequentemente disatteso: “L’etichettatura di un prodotto alimentare non deve indurre il consumatore in errore suggerendo la presenza di un ingrediente che in realtà è assente dal prodotto”. Nella vicenda i giudici del Lussemburgo il 4 giugno si sono espressi su un’intricata questione giudiziaria che in Germania ha visto schierarsi su fronti opposti un’azienda alimentare e un’associazione di consumatori, in una sfida arrivata fino al terzo grado della giustizia tedesca e non ancora conclusa.
    Al di là del caso specifico, la storia dell’infuso taroccato riaccende anche l’attenzione sul cosiddetto “Italian sounding“: la pratica, diffusa all’estero, di utilizzare confezioni che evocano prodotti alimentari italiani ma nulla hanno a che vedere con la tradizione del nostro Paese. La sentenza della Corte di giustizia potrebbe infatti diventare un importante precedente, un assist per le aziende alimentari italiane. Secondo il sito del ministero dello Sviluppo economico, il fenomeno vale un giro d’affari stimato in 54 miliardi di euro l’anno, pari a 147 milioni al giorno. Si tratta del doppio del valore delle esportazioni italiane di alimenti, che si ferma a 23 miliardi di euro. “Quindi, almeno due prodotti su tre commercializzati all’estero si riconducono solo apparentemente al nostro Paese”, conclude il ministero.
    Il fenomeno vale un giro d’affari stimato in 54 miliardi di euro l’anno. Il doppio del valore delle esportazioni italiane di alimenti
    In effetti, all’estero non manca certo la varietà di cibi italiani imitati più o meno maldestramente. Come non manca la fantasia. In principio fu il Parmesan, la versione tedesca del nostro Parmigiano reggiano. Insomma, in Germania non fanno solo gli infusi ai lamponi senza lamponi, ma chiamano anche parmigiano un formaggio prodotto a Berlino. Ma è stata sempre la Corte di giustizia europea, nel 2008, ad affermare che solo i formaggi con la denominazione di origine protetta (Dop) Parmigiano reggiano possano essere venduti con il nome Parmesan: questo termine, ha stabilito Lussemburgo, deve essere considerato un’evocazione del prodotto “autentico”.
    Eppure i casi, in giro per il mondo, sono numerosissimi. Negli Stati Uniti il gorgonzola diventa Cambozola, l’asiago si trasforma in Wisantigo asiago cheese e c’è anche chi mette insieme tre diversi formaggi italiani: l’azienda Saputo cheese Usa vende un prodotto chiamato “3 cheese Italian“, che secondo la confezione contiene “Parmesan, Asiago and Romano cheese”. Un mix che ricorda il Lasandwich, la leggendaria creatura culinaria, commercializzata in Gran Bretagna, nata dalla fusione di lasagna e sandwich.
    Passando ai salumi, il marchio americano Primo Taglio, nonostante il nome, offre prodotti che di italiano non hanno nemmeno l’ortografia: la soppressata perde una P e diventa “sopressata“, mentre il capocollo cambia sesso e si trasforma in “capocolla“. Un po’ come succede con la “palenta“, la versione croata della nostra polenta. Ma succede pure che il sounding sia tutt’altro che divertente, perché richiama stereotipi poco lusinghieri sul nostro Paese: dalla pasta Mafia all’amaro Il padrino, dalla salsa Wicked Cosa Nostra al caffè Mafiozzo, l’Italia è continuamente associata all’immagine del crimine organizzato. E c’è anche chi non nasconde la pratica dell’Italian sounding, ma anzi ne fa una bandiera. Come nel caso dello slogan di un formaggio olandese: “Per rendere il tuo pasto più italiano, scegli olandese. Parrano: il formaggio dall’Olanda, che si crede italiano”.


    Made in Italy, Ue tutela cibo italiano ma il falso all'estero vale 54 miliardi - Il Fatto Quotidiano
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    Predefinito Re: Difendere e rafforzare le produzioni italiane!

    Il cibo “made in Italy” taroccato che finisce in tavola


    05/10/2015 - Priscilla Di Zeno <img itemprop="image" width="726" height="559" src="http://www.lultimaribattuta.it/wp-content/uploads/2015/10/Tarocco-Made-in-Italy-in-China1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Tarocco-Made-in-Italy-in-China" /> Non solo pomodori. Dal Parmigiano Reggiano al Pesto piccante, dal Chianti al caffè. Il mito del cibo “made in Italy” è così forte che all’estero si stanno attrezzando per le imitazioni.

    Proprio così. Come borse e cinture di pelle adesso la tendenza è il contraffatto alimentare. E questi “fake food” non fanno altro che danneggiare i prodotti di casa nostra. Ormai si stima che ben due prodotti su tre in vendita sul mercato internazionali sono falsi e la falsificazione del made in Italy alimentare nel mondo ha superato il fatturato di 60 miliardi di euro. A dare l’allarme è la Coldiretti, che specifica che “si tratta di prodotti che nulla hanno a che fare con la realtà produttiva nazionale”.

    In un’analisi divulgata in occasione dell’incontro “la lotta alla contraffazione e alla pirateria” ad Expo 2015 l’associazione degli agricoltori fa sapere che “il falso made in Italy a tavola colpisce in misura diversa tutti i diversi prodotti, dai salumi alle conserve, dal vino ai formaggi ma anche extravergine, sughi o pasta e riguarda tutti i continenti. In realtà a differenza di quanto avviene per altri articoli come la moda o la tecnologia, a taroccare il cibo italiano non sono i paesi poveri, ma soprattutto quelli emergenti o i più ricchi a partire proprio dagli Stati Uniti e dall’Australia”.
    I prodotti più taroccati in assoluto, secondo la Coldiretti, sono i formaggi partire dal Parmigiano Reggiano e dal Grana Padano che negli Stati Uniti in quasi nove casi su dieci sono sostituiti dal Parmesan prodotto in Wisconsin o in California. Ma anche il provolone, il gorgonzola, il pecorino romano, l’asiago o la fontina. Poi ci sono anche i nostri salumi più prestigiosi a finire nel mirino della pirateria alimentare: dal Parma al San Daniele. E spesso ‘clonati’ sono anche gli extravergine di oliva e le conserve come il pomodoro San Marzano che viene prodotto in California e venduto in tutti gli Stati Uniti”. Quando gli va bene.

    Il cibo "made in Italy" taroccato che finisce in tavola
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  3. #3
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    Predefinito Re: Difendere e rafforzare le produzioni italiane!

    La battaglia contro il falso cibo italiano


    Nomi italiani, marchi tedeschi. Sono pizze, mozzarelle, caffè, mascarpone, sughi pronti e addirittura tabacco che l'Italia non l'hanno mai vista, neanche da lontano.
    di Federico Formica

    Valbontà, Cellini, Cucina, Melitta, Da Marco. Nomi italiani, marchi tedeschi. Sono pizze, mozzarelle, caffè, mascarpone, sughi pronti e addirittura tabacco che l'Italia non l'hanno mai vista, neanche da lontano. Ma i consumatori tedeschi non lo sanno e li acquistano convinti di portare a casa prodotti di alta qualità, prelibatezze che arrivano dalla nostra terra. C'è da capirli: leggendo un nome italiano e la dicitura “autentico italiano”, magari insieme alla bandiera tricolore, forse ci cascheremmo anche noi.

    È il trucco dell'italian sounding: si attribuisce al prodotto una caratteristica che non ha (l'italianità), per indurre il consumatore all'acquisto. In Germania questo fenomeno ai confini tra lecito e illecito è molto diffuso: circa il 40% dei consumatori predilige il cibo italiano. Sarà che in questo Paese le nostre tradizioni alimentari hanno fatto breccia da decenni grazie ai tanti immigrati giunti tra gli anni Cinquanta e Sessanta.

    Proprio per questo da alcune settimane è nata l'associazione Italian Sounding. Fondata dalla Camera di commercio italiana per la Germania, la Camera di commercio italo-tedesca e la collaborazione di Confagricoltura, l'associazione diventerà operativa a fine maggio. Sarà la “sentinella” dei consumatori tedeschi e delle piccole e medie imprese italiane, che sono le più danneggiate da questo fenomeno.

    Miliardi in fumo. Quando siamo in vacanza ed entriamo in un supermercato locale ne abbiamo una percezione reale: moltissimi marchi fanno a gara per darsi una parvenza di italianità, per richiamare sulla confezione - anche solo vagamente - le colline toscane, il golfo di Napoli o le bellezze di Roma, Firenze e Venezia. Spesso assumono nomi goffi che ci strappano anche un sorriso. Ma il fenomeno della contraffazione, unito all'italian sounding, è una cosa molto seria.

    Vale 60 miliardi di euro. Ed è solo una stima, pubblicata sul rapporto Coldiretti-Eurispes del 2011. Una montagna di soldi guadagnati sfruttando il nome del nostro Paese e i nostri marchi di qualità. Secondo l'indagine, basterebbe che l'agroalimentare italiano strappasse all'italian sounding anche solo il 6,5% delle quote di mercato per arrivare al pareggio della bilancia commerciale. In questa battaglia l'Italia è il paese europeo più esposto. Secondo i dati della fondazione Symbola, fondazione Edison e Confcommercio nessuno dei nostri vicini può contare 264 certificazioni tra Dop e Igp (la Francia ne ha 207, la Spagna 162) e quasi 45.000 imprese biologiche.

    Due sistemi diversi. L'associazione di diritto tedesco è nata con uno scopo molto pratico: dovrà raccogliere le segnalazioni dei piccoli produttori italiani e denunciare il concorrente “furbetto”, per ottenere il ritiro o la modifica delle confezioni. Una possibilità che in Germania è concessa solo ad alcune categorie di associazioni o alle singole aziende, che citano direttamente l'impresa concorrente. In Italia, invece, la tutela del made in Italy è affidata a un'autorità pubblica: l'Antitrust. Insomma: per ottenere lo stesso risultato i due Paesi seguono due strade diverse. Con la differenza che il sistema tedesco funziona meglio.

    Ma cosa succede, nello specifico, nel momento in cui qualcuno scopre un prodotto finto-italiano? Lo ha spiegato a National Geographic Food Rodolfo Dolce, avvocato esperto di contraffazione e vicepresidente della Camera di commercio italiana per la Germania: “Il lunedì mattina si compra il prodotto per acquisire la prova, nel pomeriggio si manda una lettera di avvertimento al produttore, chiedendogli di intervenire. Se questo non avviene in via spontanea, i tribunali tedeschi offrono il provvedimento d’urgenza. E il venerdì il prodotto può già essere tolto dagli scaffali dei supermercati”. È già successo. È il precedente della pizza “da Marco”. Sulla confezione di questa pizza surgelata c'erano (oltre a uno dei nomi propri più comuni nella nostra Penisola) i colori della bandiera italiana e la dicitura “autentico italiano”. Dopo la segnalazione di una associazione di consumatori locale il tribunale di Francoforte ha imposto al produttore di cambiare confezione. Che è tornata sul mercato, ma senza la dicitura “autentico italiano”. L'idea è quella di trasformare questo precedente in una prassi.

    Confini sfumati. L'italian sounding non è un fenomeno illegale di per sé. “Qui non stiamo parlando di contraffazione di marchi di qualità (ad esempio i marchi Dop e Igp), per le quali le autorità dei singoli stati membri devono intervenire d'ufficio. L'italian sounding è un fenomeno ingannevole, ma non sempre illegale” spiega Rolando Manfredini, responsabile della sicurezza alimentare di Coldiretti. Per intenderci: una confezione di formaggio che imita il marchio del Parmigiano Reggiano senza far parte del consorzio dev'essere immediatamente ritirato dagli scaffali dei supermercati di tutta Europa.

    “La zottarella, un prodotto venduto in Germania che espone sulla confezione una bandiera italiana composta da mozzarella, pomodorini e basilico, è legale. Se dal punto di vista sanitario il prodotto è conforme, non può essere ritirato. Al massimo si possono sensibilizzare i consumatori, dar loro gli strumenti saper riconoscere l'italian sounding. Se la zottarella imitasse un'indicazione geografica protetta, allora sì diventerebbe un falso” continua Manfredini.

    Rodolfo Dolce la pensa diversamente: “In Italia come in Germania gli strumenti ci sono. È tutta questione di intepretazione. In Germania è il giudice a stabilire, di volta in volta, se l'italian sounding è legittimo o no. Teniamo presente che esistono marchi di nome italiano, ma tedeschi al 100%, che producono pasta da 50 anni. Il consumatore ormai riconosce quel prodotto, sa che di italiano ha solo il nome e non avrebbe senso chiederne il ritiro”.

    Se in Italia decide l'Antitrust, in Germania è il giudice ad avere l'ultima parola “sulla base delle aspettative del consumatore tedesco medio”, spiega Dolce. Aspettative che si evolvono nel tempo: “Negli anni Sessanta e Settanta la dicitura “Ristorante italiano” comportava anche l’italianità del titolare o almeno del cuoco. Oggi è sufficiente che le ricette applicate dal cuoco indiano o pachistano siano almeno italiane”.

    La battaglia contro il falso cibo italiano - Speciale - Food 2014 - nationalgeographic
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    Predefinito Re: Difendere e rafforzare le produzioni italiane!

    Il falso mito del cibo “100% italiano”. Il nostro Paese non è autosufficiente e importiamo grandi quantità di grano, legumi, latte e carni bovine

    Eleonora Viganò 3 dicembre 2013 Etichette & Prodotti Commenti 4,460 Visto


    L’Italia nel settore alimentare non è autosufficiente
    e deve importare grandi quantità di materie prime dall’estero. Una situazione ben conosciuta dagli addetti ai lavori, ma meno nota al grande pubblico, che vorrebbe sempre comprare cibo “made in Italy”. Questa mancanza si traduce nella necessità di importare ingredienti da trasformare in prodotti finiti destinati sia al consumo interno sia all’esportazione. Un rapporto firmato da Coop e pubblicato sulla rivista “Consumatori” cerca di fare chiarezza.
    Il dossier sfata il mito del prodotto preparato con materie prime al 100% italiane. Il nostro Paese non riesce a produrre tutte le risorse di cui ha bisogno sia a causa di politiche restrittive dell’Unione Europea, sia per la diminuzione dei terreni destinati all’agricoltura. Secondo dati raccolti da Coop, dal 1970 a oggi gli ettari di superficie coltivabile sono scesi da 18 a 13 milioni, mentre la popolazione è cresciuta del 10%. L’importazione è indispensabile per produrre molti altri alimenti tipici del made in Italy.

    L’esempio della pasta è istruttivo: il grano duro italiano copre solo il 65 % del fabbisogno, occorre importare frumento da Paesi come Canada, Stati Uniti, Sudamerica e Ucraina. Anche per il grano tenero vale la stessa cosa poiché il prodotto interno copre solo il 38% di ciò che richiede il settore, con importazioni da Canada, Ucraina, ma anche Australia, Messico e Turchia. Non cambia la situazione per altre categorie merceologiche: le carni bovine italiane rappresentano il 76% dei consumi e per il latte si scende addirittura al 44%, anche per lo zucchero e il pesce fresco dobbiamo rivolgerci ad altri mercati poiché riusciamo a coprire solo il 24% e il 40% del consumo interno. Lo zucchero viene soprattutto dal Brasile, mentre il pesce da Paesi Bassi, Thailandia, Spagna, Grecia e Francia, oltre a Danimarca ed Ecuador.

    La produzione nazionale di uova, riso,pomodoro, frutta, pollame e vino è in grado di soddisfare il fabbisogno interno

    Anche la maggior parte dei legumi non sono italiani, a causa di drastiche riduzioni delle coltivazioni a partire dagli anni ’50. Adesso le importazioni provengono principalmente da Stati Uniti, Canada, Messico, Argentina, ma anche da Medio Oriente e Cina. Quest’ultimo Paese è diventato il primo fornitore italiano a seguito della siccità che ha colpito l’Argentina.

    Dobbiamo ricordare poi l’annosa questione del pomodoro. Premesso che tutto il pomodoro venduto sugli scaffali è italiano, dalla Cina importiamo triplo concentrato di pomodoro, che viene lavorato e esportato in altri Paesi. Siamo invece autosufficienti per quanto riguarda riso, vino, frutta fresca, pomodoro, uova e pollo. Solo in questi casi abbiamo la quasi totale certezza di comprare un prodotto made in Italy al 100%.

    La situazione per il cibo trasformato è opposta: produciamo il 220% della pasta rispetto al fabbisogno interno, che viene esportata, 4 volte la quantità di spumante consumato, mentre per i formaggi questa percentuale è pari al 134% ( vedi tabella Coop sotto). L’importazione della materia prima diventa nel caso della pasta indispensabile per poter produrre quantità ingrado di soddisfare le richieste del mercato.

    La bresaola IGP è prodotta in Valtellina con materie prime provenienti dall’estero, a causa dell’insufficiente quantità di animali allevati in Italia

    Alcuni esempi rischiano anche di sorprendere: alcuni prodotti correlati al territorio come quelli IGP (Indicazione Geografica Protetta), sono in realtà il risultato eccellente della lavorazione di materie prime non italiane. La bresaola proveniente dalla Valtellina viene preparata con carne argentina o del sud america. La Valtellina offre un ambiente ottimo per la stagionatura e la lavorazione del prodotto, ma non dispone di allevamenti in grado di fornire l’ingrediente di base (17 mila tonnellate l’anno di cui 11 mila di prodotti Igp).

    Alla luce di questi dati la ricerca insistente dell’alimento fatto solo con materie prime italiane ha poco senso, tranne per alcune categorie merceologiche dove siamo autosufficienti. Per questo motivo Coop ha deciso di fare conoscere ai clienti l’origine degli ingredienti dei suoi prodotti attraverso la rete. Il sistema, che abbiamo già descritto in un articolo, è molto semplice: basta collegarsi al sito della Coop e digitare il nome del prodotto o utilizzare il codice a barre di ciò che abbiamo acquistato. Se proviamo a scrivere la parola “pasta” troveremo decine di voci, dalla pasta di semola a quella all’uovo. Alcune sono fatte con materie prime italiane al 100%, altre invece sono ottenute con grano importato da Australia, Canada, Francia e Stati Uniti.

    La provenienza di materie prime dall’estero non è sinonimo necessario di scarsa qualità: la sicurezza dipende dai controlli e dal rispetto delle regole. È più importante poter potenziare gli strumenti che garantiscono la qualità di un prodotto o di un ingrediente, a prescindere dalla sua provenienza geografica, piuttosto che ricercare l’italianità a tutti i costi, anche quando non è possibile.

    Eleonora M. Viganò

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    Predefinito Re: Difendere e rafforzare le produzioni italiane!

    Bisogna combattere i falsari e aumentare la produzione. Meno cemento e più piante!
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  6. #6
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    Mafia: schiaffi a Italia, da caffè mafiozzo a sugo cosa nostra 19/03/2014


    Nella Capitale d’Europa a Bruxelles si intingono addirittura le patatine nella “SauceMaffia“






    Dal caffe’ “Mafiozzo” stile italiano ai sigari “Al Capone”, dalla pasta “Mafia” agli snack “Chilli Mafia”, dall’amaro “Il Padrino” al limoncello “Don Corleone”, dal sugo piccante rosso sangue “Wicked Cosa Nostra” alle spezie “Palermo Mafia shooting”, ma a Bruxelles nella Capitale d’Europa si intingono addirittura le patatine nella “SauceMaffia e si condisce la pasta con la “SauceMaffioso” mentre in tutto il mondo spopolano i ristoranti e le pizzerie “Cosa Nostra” e “Mafia” e su internet è possibile acquistare il libro di ricette “The mafia cookbook”, comprare caramelle sul portale www.candymafia.com o ricevere i consigli di mamamafiosa (www.mamamafiosa.com) con sottofondo musicale a tema. E’ quanto ha denunciato la Coldiretti che per la prima volta ha censito e mostrato gli esempi piu’ scandalosi di prodotti agroalimentari, venduti in Italia, in Europa e nel mondo, con nomi che richiamano gli episodi, i personaggi e le forme di criminalità organizzata piu’ dolorose ed odiose, che vengono sfruttate per fare business, nell’ambito della presentazione della Fondazione ’“Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare”, promossa dalla Coldiretti con la Presidenza del Comitato Scientifico del procuratore Giancarlo Caselli. All’iniziativa sono intervenuti il Ministro della Giustizia Andrea Orlando e quello delle Politiche Agricole Maurizio Martina. Presidente della Fondazione è lo stesso presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo che ha chiesto “l’intervento delle Istituzioni nazionali e comunitarie per porre fine ad un oltraggio insopportabile” alla vigilia dell’incontro del Santo Padre con le vittime delle mafie il 21 marzo, nella "Giornata della memoria delle vittime innocenti delle mafie" promossa dalla Fondazione "Libera". Siamo di fronte ad uno schiaffo all’immagine dell’Italia sui mercati globali che - sottolinea la Coldiretti - parte dall’antipasto a base di anacardi in vasetto di vetro commercializzati nel Regno Unito. La confezione di “Chilli Mafia” contiene noccioline aromatizzate al peperoncino e la scritta in etichetta avverte che occorre stare attenti e utilizzare “with caution” il prodotto che risulta essere estremamente piccante. Vengono dalla capitale europea di Bruxelles, in Belgio, le salse che servono per insaporire le patatine con la “Sauce Maffia” della Good ‘n Food di Malines contenente una salsa a base di olio di colza, rosso d’uovo, aceto, senape, polvere di cipolla, zucchero e spezie varie mentre la “Sauce Maffioso”, realizzata a Diest, nelle Fiandre, e commercializzata con il marchio The Smiling Cook, è invece a base di spinaci, cipolla, aglio, formaggio emmenthal, pepe rosso e aromi vari. Ma ci sono in vendita anche - continua la Coldiretti - la pasta Mafia a Taiwan, le spezie “Palermo Mafia shooting” in Germania o la salsa piccante “Wicked Cosa Nostra” in California. L’oltraggio all’Italia - afferma la Coldiretti - non si ferma al pasto, con il commercio dalla Psc Start S.A. di Blagoevgrad (Bulgaria) del “Caffè Mafiozzo” confezionato in grani in cui l’unica scritta nella nostra lingua che campeggia sulla busta in plastica è: “Lo stile italiano” che purtroppo fa esplicito riferimento alla criminalità organizzata come si evidenzia nelle immagini. E c’è anche il sigarillo dedicato al sanguinario “Al Capone”, confezionato negli Stati Uniti per il mercato olandese, con tanto di scritta, quanto mai adatta, “Roken is dodelijk” (il fumo uccide). Ma c’è anche chi - continua la Coldiretti - sfruttando la fama della saga cinematografica “Il Padrino”, nel paese siciliano che ha tristemente legato il suo nome alla mafia, ha messo in vendita il liquore d’erbe “Don Corleone” a base di miscela d’erbe ed estratti naturali “product in Sicily” o l’amaro “Il Padrino” anch’esso nato da una antica ricetta corleonese per acchiappare qualche turista inconsapevole del dolore provocato dalla criminalità in questi territori. Il marchio “Mafia” viene peraltro usato “a raffica” nella ristorazione internazionale per fare affari come nel caso - riferisce la Coldiretti - della catena di ristoranti “La Mafia” diffusa in Spagna che fa mangiare i clienti sotto i murales dei gangsters più sanguinari (da Vito Cascio Ferro a Lucky Luciano, fino ad Al Capone), mentre praticamente ovunque, dal Messico a Sharm El Sheik, dal Minnesota alla Macedonia si trovano ristoranti e pizzerie “Cosa Nostra” e l’insegna La Camorra Pasta Pizza & Grill si puo’ trovare a La Paz in Peru’. “La nostra ricerca ha consentito di scoprire nel mondo un vero mercato dell’orrore che fa affari su una delle piaghe piu’ dolorose della nostra società”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che “anche su questi casi farà luce la neonata Fondazione “Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare” con la presidenza del Comitato Scientifico del procuratore Giancarlo Caselli”. L’obiettivo - conclude Moncalvo - è quello di fermare comportamenti commerciali inaccettabili che danneggiano l’immagine dell’Italia all’estero, ma soprattutto colpiscono profondamente i tanti italiani che sono stati o sono purtroppo vittima della criminalità organizzata”.

    Mafia: schiaffi a Italia, da caffè mafiozzo a sugo cosa nostra - Coldiretti
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  7. #7
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    Predefinito Re: Difendere e rafforzare le produzioni italiane!

    Dal caffè mafiozzo agli chapagetti fino alla zottarella: ecco il Made in Italy "sfregiato" on 18 Luglio 2015. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - Scenari

    In almeno un Paese su quattro (25 per cento) tra quelli che partecipano ad Expo sono realizzate e vendute diffusamente fantasiose ed imbarazzanti interpretazioni di piatti e prodotti alimentari falsamente italiani in sfregio all’identità del Made in Italy.
    È quanto emerge da uno studio della Coldiretti divulgato in occasione dell’Assemblea nazionale ad Expo, dove per la prima volta è stata realizzata una esposizione con esempi scovati nei diversi continenti per denunciare pubblicamente l’oltraggio che si realizza a danno dell’identità e della reputazione della cultura alimentare nazionale.

    Dal Thai pesto che corregge in stile orientale la prestigiosa salsa ligure alla Sauce Maffia del Belgio per intingere le patatine, dal kit statunitense per preparare in pochi giorni a casa il Parmigiano a quello per il vino Barolo, ma ci sono anche gli improbabili tortelloni con la polenta austriaci, i chapagetti coreani e il prosciutto San Daniele del Canada, oltre agli spaghetti alla bolognese, diffusi ovunque tranne che in Italia, tra gli esempi delle storpiature che - sottolinea la Coldiretti - è costretto a subire il patrimonio enogastronomico italiano nel mondo.
    “Non solo monumenti. Ad essere sfregiato nel mondo è anche il Made in Italy alimentare, dallo sfruttamento di antipatici stereotipi per fare marketing sulla pelle degli italiani alle maldestre rivisitazioni di antiche ricette, dalla ridicolizzazione di storici processi produttivi ai nomi storpiati, dalla banalizzazione delle denominazioni fino ai piatti tricolore inventati di sana pianta”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che “l’Expo di Milano può rappresentare un momento di svolta per la tutela del patrimonio alimentare e culinario italiano che è il più apprezzato, ma anche il più offeso nel mondo”.

    L’elenco degli orrori denunciati ed esposti dalla Coldiretti è infatti molto lungo e comprende il caffè Mafiozzo stile italiano della Bulgaria, il vino bordolino bianco dell’Argentina, la zottarella della Germania da dove arriva anche la Firenza salami, ma la confusione regna sovrana anche in Messico dove si vende un Parma Salami Genova mentre dalla Romania arriva il barbera bianco, dal Brasile la pomarola, il salame toscana dalla Danimarca, il Chianti bianco della Svezia, dall’Egitto l’italiano pasta e dagli Usa il sugo all’arrabiatta mentre Prosecco e Parmesan, con tanto di scritta in cirillico, vengono dalla Russia che proprio ad Expo ha dovuto ritirare dal proprio padiglione alcuni formaggi di produzione nazionale che scimmiottavano palesemente quelli italiani con il marchio Prego “Italian Style” con una scritta “Original Italian Recipe.
    In realtà, a differenza di quanto avviene per altri articoli come la moda o la tecnologia, a taroccare il cibo italiano non sono - precisa la Coldiretti - i Paesi poveri, ma soprattutto quelli emergenti o i più ricchi a partire proprio dagli Stati Uniti e dall’Australia da dove arriva il Parmesan con il marchio Perfect italiano, ma molto diffuse sono le imitazioni dei prodotti tipici e i piatti della cucina italiana completamente inventati come la “Pasta con mais, erbe e Parmesan” indicata sul sito ufficiale di Masterchef Australia.

    La situazione è ancora molto più grave negli Stati Uniti dove il 99 per cento dei formaggi di tipo italiano è realizzato in California, Wisconsin e nello Stato di New York, nonostante i nomi richiamino esplicitamente le specialità casearie più note del Belpaese, dalla Mozzarella alla Ricotta, dal Provolone all’Asiago, dal Pecorino Romano al Grana Padano, fino al Gorgonzola. Il problema riguarda anche i salumi con la Finocchiono Milano’s Suino D’Oro, il salame toscano o il salame calabrese, tutti rigorosamente Made in Usa come anche l’olio di oliva Pompeian, il Chianti californiano e i pomodori San Marzano “spacciati” come italiani.

    “La tutela del patrimonio agroalimentare all’estero è una area prioritaria di intervento per le Istituzioni a tutela dell’identità nazionale, ma anche per recuperare risorse economiche utili al Paese e per tornare a crescere”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che la contraffazione e la falsificazione dei prodotti alimentari fa perdere al vero Made in Italy oltre 60 miliardi di euro di fatturato all’estero che potrebbero generare trecentomila posti di lavoro. In questo contesto - conclude Moncalvo - è particolarmente significativo il piano per l’export annunciato dal Governo italiano che prevede, per la prima volta, azioni di contrasto all'italian sounding a livello internazionale”.

    IL MADE IN ITALY SFREGIATO


    • Caffè Mafiozzo - Bulgaria
    • Sauce Maffia - Belgio
    • Thai Pesto - Stati Uniti
    • Tortelloni con polenta - Austria
    • Prosciutto San Daniele - Canada
    • Bordolino bianco - Argentina
    • Chapagetti - Corea del Sud
    • Zottarella - Germania
    • Parma Salami Genova - Messico
    • Barbera bianco - Romania
    • Pomarola - Brasile
    • Salame Toscana - Danimarca
    • Chianti bianco - Svezia
    • Italiano pasta - Egitto
    • Parmesan - Russia
    • Finocchiono Milano’s - Stati Uniti
    • Parmesan Perfect italiano - Australia



    C.d.G.

    Dal caffè mafiozzo agli chapagetti fino alla zottarella: ecco il Made in Italy "sfregiato"
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  8. #8
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    Predefinito Re: Difendere e rafforzare le produzioni italiane!

    Etichette-choc, dal Fernet mafioso al caffè Mafiozzo: così i falsi marchi offendono il Sud

    15 gennaio 2015 | by redazione |

    Dalla Daniele mortadella prodotta negli Usa dove si vende addirittura il kit per preparare il Parmigiano ma anche il Chianti bianco svedese o il vino in polvere per ottenere in poche settimane il Barolo confezionato in Canada sono alcuni degli orrori che si possono in rete e acquistati con il commercio on line. E’ quanto emerge dal terzo Rapporto Agromafie elaborato da Coldiretti, Eurispes, e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare dal quale si evidenzia che .nel 2014 l’incremento dell’e-commerce nel nostro Paese è stato del 17% rispetto all’anno precedente, per un volume economico pari a 13,2 miliardi di euro, con il settore agroalimentare che si colloca, forse a sorpresa, al secondo posto, tra quelli che pesano maggiormente sulle vendite online con una quota del 12%. Accanto ad esperienze positive di successo con la crescita si registra la Rete, viene usata spesso come porto franco e diviene uno dei canali ideali per la diffusione dell’Italian sounding. Ecco allora in vendita su Internet il kit per il vino liofilizzato “Fai da te” con false etichette dei migliori vini Made in Italy, ma anche il kit per il falso Parmigiano Reggiano, il falso Pecorino Romano ed altri celebri formaggi nostrani come la mozzarella, la ricotta e l’asiago. Le confezioni di questi “Cheese kit” contengono polveri, recipienti, termometri, colini ed altri oggetti, con le istruzioni per la preparazione.
    Agli acquirenti viene garantito di ottenere i diversi formaggi tipici italiani in tempi brevi che variano dai 30 minuti ai due mesi. Diffusi in Nuova Zelanda, Australia e Canada, questi kit presentano etichette che richiamano il tricolore ed utilizzano la denominazione “Italian Cheese”. Si tratta solo dei casi più clamorosi ed evidenti di condotta commerciale fraudolenta nell’ambito della vendita online di prodotti alimentari. In altri casi, le irregolarità riguardano le scadenze, le informazioni sui prodotti, l’etichettatura. Tra gli alimenti per i quali si riscontrano frodi più frequenti ci sono i prodotti tipici della tradizione locale e regionale (32%), i prodotti Dop e Igp (16%) ed i semilavorati (insaccati, sughi, conserve, ecc.,12%).
    Tra le categorie contraffatte il primato negativo spetta ai formaggi Dop; seguono le creme spalmabili e i salumi. I Nuclei Antifrodi dei Carabinieri hanno individuato 70 diverse tipologie di prodotti alimentari contraffatti in vendita sulla Rete dove non mancano scandalose operazioni di business che fanno leva sugli episodi, i personaggi e le forme di criminalità organizzata piu’ dolorose ed odiose che danneggiano l’immagine dell’Italia nel mondo, dalla vendita del caffe’ “Mafiozzo” stile italiano prodotto in Bulgaria al sugo piccante rosso sangue “Wicked Cosa Nostra” prodotto in Usa e addirittura le spezie “Palermo Mafia shooting” e il Fernet Mafiosi dalla Germania senza dimenticare i consigli culinari di mamamafiosa sul sito www.mamamafiosa.com, con sottofondo musicale a tema.

    Etichette-choc, dal Fernet mafioso al caffè Mafiozzo: così i falsi marchi offendono il Sud - IL SUD ON LINE
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  9. #9
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    Predefinito Re: Difendere e rafforzare le produzioni italiane!

    Concorrenza, M5S:"Made in Italy dato in pasto ai falsari"

    Roma, 6.10.2015 - "Oggi la Camera ha dato il made in Italy in pasto ai falsari e perso un'altra opportunità per tutelare le nostre eccellenze". Così i deputati del M5S delle commissioni Agricoltura e Attività produttive commentano la bocciatura dei due emendamenti al Ddl Concorrenza presentati dal M5S oggi in Aula per contrastare la contraffazione dei prodotti made in Italy.
    "I due emendamenti proponevano di ripristinare le misure penali che puniscono la cosiddetta 'fallace indicazione' delle merci che entrano nel mercato italiano - reato depenalizzato nel 2009 e attualmente punibile solo con una multa - e di anticipare il controllo della merce al momento dell'ingresso in dogana, anziché demandarlo alla fase di commercializzazione".
    I deputati Cinquestelle, che hanno mostrato in Aula bottiglie di passata di pomodoro e cartelli con la scritta 'Vero Made in Italy', hanno inoltre ricordato che sono attualmente disponibili ulteriori proposte M5S per la tutela delle eccellenze del Belpaese, che vanno dalla sicurezza alimentare alla trasparenza in etichetta.
    "In particolare ricordiamo la mozione dello scorso gennaio 2014, con cui il M5S ha impegnato il governo ad adottare misure per rendere nota non solo l'origine ma anche la tipologia degli ingredienti nell'etichetta alimentare, come ad esempio l'obbligo di specificare la presenza di Ogm. Il provvedimento pur essendo stato approvato in Aula, finora non è mai stato attuato dall'esecutivo".

    http://www.beppegrillo.it/movimento/...15---oggi.html
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  10. #10
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    Predefinito Re: Difendere e rafforzare le produzioni italiane!

    Così la legge aiuta i falsari del made in Italy

    Il falso Made in Italy si sequestra sempre meno, ma non perché il traffico di prodotti contraffatti sia diminuito. A tenere le mani legate agli agenti delle dogane è una serie di leggi, che hanno reso molto più difficili i controlli. Un dato dell’Agenzia delle Dogane rende l’idea: nel 2009 i sequestri classificati sotto la voce “violazioni Made in Italy e Accordo di Madrid” riguardavano 9,5 milioni di pezzi, per un valore stimato di 15,9 milioni di euro. Nel 2012 il numero di prodotti bloccati è sceso a 1 milione e il valore corrispondente a 6 milioni di euro. A dare le cifre è stato lo stesso direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei monopoli, Giuseppe Peleggi, in un’audizione alla Camera del giugno 2013. Da allora non è cambiato molto, dato che il Libro Blu 2014 dell’agenzia parla di 1,5 milioni di pezzi sequestrati.

    Fonte: Agenzia delle Dogane
    Come si è arrivati a un calo così rapido? Modificando, nel 2009, la legge che disciplinava i sequestri di merci con “false e fallaci indicazione di origine”. Secondo la legge finanziaria del 2004 (legge 350 del 2003, articolo 4, comma 49), l’uso di segni e figure che possa indurre il consumatore a credere che la merce sia di origine italiana (per esempio, scrivendo Made in Italy o mettendo una bandiera italiana), aveva una rilevanza penale. Lo stesso valeva per l’uso di marchi aziendali, ai sensi della disciplina sulle pratiche commerciali ingannevoli.


    Poi, nel 2009, due modifiche al comma 49 (49-bis e ter, con la legge 166 del 2009, articolo 16) hanno trasformato il reato in illecito amministrativo (con una multa da 10mila a 250mila euro) e hanno spostato il momento del controllo: non più quando le merci entrano nei punti doganali, ma quando vengono commercializzate. Come ha denunciato il direttore delle Dogane, in questo si è reso «molto meno efficace il controllo stesso», perché spetta alla Gdf fare controlli su migliaia di punti vendita (o presso i venditori ambulanti) per capire se un prodotto è contraffatto. Nel 2012 le sanzioni totali, a fronte di un milione di pezzi sequestrati, sono state solo di 419mila euro.
    Non è finita, perché, ha spiegato Peleggi alla Camera, ci sono altri due ostacoli nei confronti di chi fa i controlli: da una parte «l’interpretazione della Cassazione, relativa alla scelta di individuare nel produttore giuridico e non nel luogo di produzione fisico il presupposto per decidere la liceità della condotta», che «ha reso di fatto di difficile applicazione la normativa a tutela del Made in Italy, privilegiando, in effetti, la produzione delocalizzata».
    Dall’altra il fatto che il tentativo di rendere più severa e chiara l’etichetta sui prodotti Made in Italy ha fatto acqua da tutte le parti. Per dirla con Peleggi, «la normativa in tema di etichettatura obbligatoria dei prodotti finiti e intermedi nei settori del tessile, della pelletteria e del calzaturificio, legge 8 aprile 2010 n. 55 (Reguzzoni - Versace) non ha trovato una concreta attuazione, a causa dei rilievi alla stessa formulati dalla Commissione europea».


    I mezzi per i sequestri le Dogane li avrebbero. Dagli scanner a raggi X per la verifica dei container a Falstaff, un’applicazione informatica realizzata dall’Agenzia che mette a disposizione dei funzionari addetti ai controlli informazioni utili a riconoscere le contraffazioni.
    Secondo le stime di Sos Impresa-Confesercenti, contenute all'interno del XII rapporto 2010, dal titolo «Le mani della criminalità sulle imprese», il valore della contraffazione per il mercato italiano si attesterebbe intorno a una cifra pari a 6,5 miliardi di euro; secondo Confindustria, il valore complessivo dei prodotti contraffatti in Italia ammonterebbe a 7 miliardi di euro.
    La battaglia (persa) per cambiare la legge
    In Parlamento il Movimento Cinque Stelle ha tentato - invano - di abolire la depenalizzazione delle “false o fallaci indicazioni” dei prodotti importati. «Dopo l’audizione del direttore dell’Agenzia delle Dogane, ho presentato una mozione che impegnava il governo a cambiare gli articoli», spiega Mattia Fantinati, deputato dell’M5s e membro della Commissione parlamentare d’Inchiesta sui fenomeni della contraffazione. «Sia il governo che tutto il Parlamento hanno dato il disco verde, all’unanimità. Finché, quando ho trovato un decreto in cui inserire l’emendamento (il decreto Competitività, ndr), è arrivato lo stop del ministero dell’Agricoltura, anzi del ministro Martina in persona». Secondo Fantinati il ministero dell’Agricoltura «si è appellato a direttive europee, ma non hanno specificato quali, e non hanno mai dati una versione definitiva».
    Dopo la prima bocciatura, continua Fantinati, e dopo un accordo con la Coldiretti, le pretese sono state abbassate. Si è deciso di lasciare l’ammenda, invece del reato penale, ma di rendere possibile il sequestro dei prodotti contraffatti alle Dogane e non in fase di commercializzazione. «Una volta trovato il testo che andava bene al Mipaf (ministero Agricoltura e politiche forestali, ndr), a bloccarlo è stato il Mise (ministero Sviluppo economico, ndr)». Il deputato grillino non nasconde l’amarezza. Secondo Fantinati «il Mise non ha mai dato una spiegazione convincente. A pensare male si fa peccato ma a volte ci si prende: quello che sta succedendo è un gioco a rimpiattino tra i due ministeri, probabilmente per aiutare le grandi aziende che delocalizzano».
    Nelle scorse settimane l’emendamento è stato inserito nello Sblocca Italia. Ma è finito su un binario morto, dopo la decisione del governo di porre la fiducia. Sarà presentato un ordine del giorno (il testo), martedì 28 ottobre, per impegnare il governo a cambiare la legge. «Non diranno di no, un ok a un ordine del giorno non si nega a nessuno - conclude Fantinati -. Ma se non hanno fatto niente dopo una mozione, non lo faranno neanche in questo caso».

    Così la legge aiuta i falsari del made in Italy - Linkiesta.it
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