“La critica politica”, marzo-aprile 1979
Ugo La Malfa era un leader politico, con cui tanti di noi, in tante occasioni, hanno concordato o dissentito, ma ogni volta considerandolo sempre un punto di riferimento essenziale nel confronto delle posizioni, nella battaglia delle idee. Perciò credo che ognuno di noi, quale che sia la sua fede politica, sente che è scomparso un protagonista della vita politica del Paese, una personalità che ha avuto un ruolo centrale nella costruzione e nelle vicende dalla nostra Repubblica.
Dunque una vita piena. Una presenza nei momenti decisivi. Uno statista il cui peso è scritto nelle cose, nelle vicende oggettive del Paese; e perciò un destino raro per un uomo politico.
Tuttavia ricordare e sottolineare questa statura, ciò che esso ha dato al Paese, probabilmente non dice tutto. Per valutare la influenza che egli esercitò e soprattutto per capire le ragioni per cui egli è stato punto di riferimento per amici e avversari, forse bisogna mettere in luce anche la tensione politica e morale che c’era a monte delle sue battaglie, la drammaticità reale che stava dietro a certi suoi interrogativi, polemiche, rampogne.
Una domanda drammatica era già contenuta, in partenza, nel suo primo avvio alla esperienza politica. Egli entrò giovanissimo nell’arena politica, schierandosi con una parte che allora era già avviata ad una sconfitta gravissima e che aveva come suoi simboli due nomi: Giovanni Amendola, come emblema di un amore per la libertà, di una coerenza tenuta fino al sacrificio consapevole della vita; Piero Gobetti, come sguardo lucido e geniale già volto a cercare le strade e le condizioni di una riscossa.
Due bandiere per tutta una pattuglia che, in polemica aperta con le manovre e i calcoli del trasformismo dell’ultimo Giolitti, si interrogava sulle ragioni della sconfitta, davanti all’avanzata della dittatura fascista si chiedeva perché il vecchio Stato liberale era crollato, e la stessa democrazia laica non era riuscita a fare argine, e il movimento operaio era stato travolto. Ferruccio Parri, Silvio Trentin, Ernesto Rossi, Riccardo Bauer, Carlo Rosselli, Mario Angeloni. Con questi uomini di singolare intelligenza e tempra morale, Ugo La Malfa fece il suo apprendistato politico, la sua prima esperienza di lotta e cospirazione antifascista. E da questo mondo – mi sembra – egli ricavò il primo impulso a quella riflessione sul “caso italiano”, che poi tornò sempre nelle sue polemiche, a quel lavoro di conoscenza e analisi delle moderne società occidentali, che poi durante la dittatura fascista egli condusse nell’Ufficio Studi della Banca Commerciale. Secondo me, già allora vennero maturando alcune costanti della sua personalità: quel contatto con la cultura economica che in Occidente dovette misurarsi con l’esplodere della grande crisi del mondo capitalistico; quella convinzione perciò che la società capitalistica potesse e dovesse esprimere una capacità razionalizzatrice; quella fiducia orgogliosa nel ruolo di una intellettualità politica in grado si padroneggiare squilibri e particolarismi; e contemporaneamente l’idea di uno scarto storico, di un vero e proprio ritardo che aveva mantenuto l’Italia in una condizione di arretratezza rispetto al mondo moderno, e quindi l’urgenza drammatica di un recupero. E questa valutazione delle società capitalistiche fu un nodo, su cui a lungo, in seguito, si svilupparono la discussione e la polemica tra La Malfa, il movimento operaio e la sinistra politica.
A mio avviso, anche tutta la battaglia di La Malfa negli anni della Resistenza e della Costituente, il suo antifascismo e il suo repubblicanesimo furono fortemente contrassegnati da questa visione della libertà non solo come bene fondamentale, irrinunciabile, ma anche come condizione necessaria per una modernizzazione dell’Italia, per stare nella storia dell’epoca, per uscire da privilegi e particolarismi. È questa profonda convinzione del ruolo spettante ad una avanguardia illuminata che ispirò l’intransigenza con cui egli visse la crisi e l’insuccesso del Partito d’Azione, e la tenacia con cui continuamente ripropose un ruolo determinante della democrazia laica, rispetto all’emergere del movimento cattolico come forza di governo, al blocco unitario che si era formato a sinistra e allo sviluppo dei grandi movimenti di massa del nostro Paese.
Era un uomo di dichiarazioni e decisioni perentorie, ma attento ai segnali del tempo, attento a non chiudersi nel recinto di una determinata fase politica. Non c’è dubbio che la Nota aggiuntiva del ’62 fu il significativo atto di governo che registrava ufficialmente gli squilibri, le lacerazioni, le incompiutezze connesse al boom e al nuovo sviluppo degli anni Cinquanta. In quel documento erano affrontate questioni, strumenti e tematiche su cui sempre più si è concentrato il dibattito: sviluppo degli investimenti, problema del Mezzogiorno, possibilità di interventi programmati nell’economia. Questioni che stanno dinanzi a noi ancora oggi.
Naturalmente è tutta aperta la discussione sui contenuti di quella Nota aggiuntiva e sulle ragioni che determinarono il suo insuccesso. Non ho bisogno di ricordare la tenacia con cui La Malfa ne faceva pesante carico a forze politiche e sociali (la polemica sulla politica dei redditi), le conclusioni amare che ne traeva, ma anche l’energia con cui da quegli insuccessi, e dagli sviluppi della situazione politica sapeva muovere alla ricerca di altri orizzonti, sino alle sue proposte dell’ultima stagione politica, su cui tante polemiche poi si sono accese.
Il suo era un pessimismo che però non lo portò mai alla rinuncia, all’abbandono, anche perché lui aveva una marcata coscienza del ruolo del ceto politico nei confronti dello Stato e del Paese, anche con un orgoglio che – personalmente – un po’ mi colpiva e un po’ non accettavo. Egli si trovò alla guida di una forza di minoranza, ma non recava dentro di sé spirito minoritario. Era un uomo di scelte nette, ma ha saputo – molto di più di quanto sembra – essere un punto di contatto, di collegamento fra storia e culture diverse mantenendo aperto un discorso comune a livello della società.
Anche chi gli fu avversario, sente rispetto per il coraggio con cui si gettava nella polemica, con cui sapeva assumersi dure responsabilità e correre rischi di impopolarità. Non riduceva mai la politica a piccola cosa, a gioco meschino. E queste sono qualità che ci premono nei tempi duri in cui viviamo, e dinanzi ad attacchi, che minacciano non solo libertà e beni fondamentali, ma la credibilità stessa dell’azione politica, dell’impegno civile.
Può darsi che dalle cose che ho detto risulti una immagine più tormentata rispetto al rango, alle responsabilità, al ruolo che Ugo La Malfa ha esercitato nel trentennio di vita della nostra Repubblica e nelle lotte che ne hanno gettato le fondamenta. Ma a me è sembrato giusto ricordarlo così. Noi dobbiamo sottolineare dinanzi al Paese ciò che questa Repubblica ha dato, le lotte e gli uomini che hanno contribuito alle sue conquiste di libertà, di democrazia, di sviluppo sociale. Ma contemporaneamente dobbiamo rendere evidenti le grandi domande che stanno all’origine e alla fonte di questa Repubblica: quelle che hanno avuto risposta e quelle che l’attendono ancora. Così questa Repubblica apparirà alle nuove generazioni non come un mondo chiuso ma aperto, nel momento in cui tante cose cambiano intorno a noi, in Europa, e ancora di più in altri continenti.
Si sono allargati i soggetti sociali, protagonisti della politica e della vita civile. Sono aumentate, spesso enormemente, le interdipendenze tra i diversi popoli e Paesi. Si sono fatte più complesse quelle mediazioni, che un tempo erano limitate a pochi apparati statali o economici.
Lo stesso concetto di modernità, tanto centrale nella personalità di La Malfa, oggi ci si presenta con tratti nuovi, forse non immaginabili negli anni scorsi.
Ma forse, pure così sommarie e affrettate, queste considerazioni possono testimoniare che i nostri sentimenti di cordoglio non erano superficiali, e che la stima che ci lega all’uomo, allo statista La Malfa, ha radici profonde in ciò che egli ha dato al nostro dibattito, alla nostra ricerca, al Paese.
Pietro Ingrao
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