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Discussione: Uccidere in nome di Dio - Su Islam e Cristianesimo

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    Predefinito Uccidere in nome di Dio - Su Islam e Cristianesimo

    Uccidere in nome di Dio, riflessioni sull'Islam

    Si sente spesso dire che non si può uccidere in nome di Dio, perchè, si dice, Dio è il Dio della vita e non vuole la morte di nessuno. Non ha senso, anzi è un delitto aggredire il prossimo in nome della religione [1]. Così motivato, questo discorso può avere una sua validità, ed è importante per stimolare l’amore del prossimo e l’onore di Dio, soprattutto nel nostro tempo, nel quale, con i terribili armamenti che abbiamo, se nasce un conflitto serio, sappiamo come comincia, ma non sapremo come andrà a finire. Questo discorso stimola inoltre i fedeli delle diverse religioni al rispetto reciproco e ad astenersi da azioni violente sotto pretesto di difendere la propria religione. Tuttavia resta una perplessità su tre punti: primo, che c’è modo e modo di uccidere: un conto è uccidere un innocente, per esempio un aborto, un conto è uccidere per legittima difesa o per salvare la patria. È vero che Dio non vuole la morte di nessuno.
    Chiediamoci tuttavia come va inteso esattamente questo principio. Riguardo ad esso ricordiamo che l’uccisione legittima non è altro che un modo di mettere in pratica un principio di giustizia, ovvero la legge morale o giuridica. Ma chi è l’istitutore primo e sommo di ogni legge e di ogni diritto, se non Dio? Uccidere in nome della legge, della giustizia, del bene comune, della libertà, che cosa è allora in fin dei conti, se non uccidere legittimamente in nome di Dio? Non dobbiamo dunque essere troppo sbrigativi nell’asserire che non si può uccidere in nome di Dio, senza fare le dovute precisazioni; altrimenti si finisce con l’avallare proprio quell’ingiustizia e quella violenza che si vorrebbero impedire, in quanto è proprio la giusta uccisione o il giusto uso della forza, che puniscono e impediscono in certi casi estremi l’ingiustizia, la violenza od i veri e propri sterminî di massa.
    La pace non si costruisce e difende solo pacificamente, ma anche coercitivamente. Parcere subiectis et debellare superbos, come disse il grande poeta Virgilio. Già gli antichi Romani avevano il saggio motto: Si vis pacem, para bellum. Occorre vincere o tenere a bada i nemici della pace. Alla guerra non si rimedia solo invitando i belligeranti alla pace, ma anche indicando concretamente a cosa l’aggressore deve rinunciare perchè non gli sia mossa una giusta guerra. Questa è l’opera evangelica dei fautori di pace. Opus iustitiae pax.
    Sarebbe bello poter persuadere un malvivente che ci si presenta minaccioso con la pistola puntata a desistere, magari in nome di Dio, dalla sua cattiva azione. Ma l’esperienza insegna che purtroppo difficilmente il malvivente ha timor di Dio, per cui tale nobile esortazione, a meno che non siamo dotati da Dio di un rarissimo dono di persuasività e il malvivente sia toccato dalla grazia, non produce alcun effetto. Ma non si può ordinariamente contare su questi interventi soprannaturali e Dio stesso ci comanda di ricorrere alla prudenza umana. Da qui la necessità di passare alle maniere forti. Il rinunciare alla legittima difesa o a combattere, quando sarebbe doveroso e possibile farlo ― pensiamo per esempio al militare in guerra ― è una grave indisciplina o viltà verso se stessi e verso il bene comune, che può essere passibile di sanzione penale, come nel caso del soldato disertore. Non è detto che salvare la pelle sia sempre e comunque una legittima difesa.
    Diverso è il sacrificio della propria vita, in campo civile, vedi per esempio Salvo d’Acquisto; o religioso, vedi per esempio San Massimiliano Maria Kolbe. Questo può essere un nobilissimo gesto di eroico amore. E qui abbiamo come modello supremo Cristo stesso e i martiri, che si lasciano uccidere ― per esempio un Sant’Ignazio di Antiochia ― per testimoniare la propria fede o per salvare una moltitudine. Forse che anche in questi casi non si agisce ― o meglio ― non si patisce in nome di Dio? Dio dunque vuole la morte del martire? Il Padre ha voluto come tale ed espressamente la morte del Figlio? Sarebbe empio affermarlo. Il Padre ha voluto il sacrificio del Figlio, che però ha comportato la morte.
    Se io pago una somma per acquistare un bene, non la pago per il gusto di spendere dei soldi, ma per acquistare quel bene. Non mi si accuserà di aver sperperato del denaro, ma, se ho fatto un buon affare, sarò degno di lode. Quale “affare” più vantaggioso per noi il Padre, per la gloria sua e quella del Figlio, poteva escogitare che dare suo Figlio per la nostra salvezza? Per questo San Paolo dice che siamo stati «comprati a caro prezzo» [I Cor 6,20]. Coloro che stoltamente, come Edward Schillebeeckx, si concentrano sul fatto materiale della morte di Cristo, per negare il valore del sacrificio redentivo di Cristo voluto dal Padre e per badare solo all’assassinio commesso dagli uccisori di Cristo, non sanno quello che dicono.
    Secondo punto. L’agire in nome di qualcuno, se è sincero, è un agire per il quale l’agente compie un’azione, la cui qualifica morale coinvolge e responsabilizza colui in nome del quale l’agente agisce. Da costui, nel nome del quale agisce, l’agente, in fin dei conti, riceve l’avallo o il mandato di fare ciò che fa in suo nome. L’azione dell’agente, quindi, non è che l’esecuzione della volontà o del comando di colui in nome del quale l’agente agisce. Ciò che l’agente fa, lo fa per autorità del mandante, garantito da tale autorità e per onorare lo stesso mandante, che riceve gloria dall’azione dell’agente, supponendo ovviamente che si tratti di una buona azione.
    Che il sacerdote agisce in nome di Cristo, quando ciò avviene validamente e legittimamente, significa che quello che fa, lo fa o a causa o col potere di Cristo o per autorità di Cristo o per mandato o in rappresentanza di Cristo. In ultima analisi, ciò che fa il sacerdote come ministro di Cristo, viene da Cristo. Cristo è la giustificazione ultima di ciò che fa il sacerdote.
    Al di là di una lettura puramente materiale del Quinto Comandamento, oggi di moda, ma solo quando fa comodo, bisogna tener presente che uccidere di per sè non è ancora peccato o delitto. Bisogna vedere perchè o in nome di che cosa o di qual valore o di quale idea si uccide. Il giudice che in nome della legge irroga la pena di morte al malvivente, non è un assassino, ma agisce secondo giustizia, è vindice della legge e difensore del bene comune minacciato del malvivente. Il gioielliere che, minacciato di morte da un malvivente, per difendersi lo previene e lo uccide, non è un omicida, ma ha difeso il valore inviolabile della propria vita di innocente. L’ingiusto aggressore perde il diritto di vivere col suo stesso atto di aggressione, mentre l’aggredito ingiustamente ha il diritto e il dovere di difendersi, fino ad uccidere, se necessario, l’aggressore.
    La giusta uccisione è dunque giusta, in quanto giustificata da un valore o da una legge che diano sufficiente motivo giuridico o morale all’atto dell’uccidere. In nome della difesa della vita innocente può esser lecito sopprimere una vita. Un livello inferiore di vita può e deve essere sacrificato al superiore, quando questo è messo in pericolo dal primo. Un culto idolatrico della vita renderebbe impossibile la stessa alimentazione. Ma domandiamoci: che cos’è o chi, in ultima analisi, giustifica o fonda la difesa cruenta della vita, se non il creatore e legislatore della vita, ossia Dio? Ecco dunque come appare evidente, nei casi suddetti, l’uccisione di un malfattore in nome di Dio.
    È ovvio che Dio è il Dio della vita e non vuole la morte dei viventi, neppure quella di una formica, perchè ogni vivente da Lui è creato, amato, custodito e conservato. Ma proprio perchè Dio è tale, protegge difende la vita dall’ingiusto aggressore, tanto da permetterne legittimamente o addirittura comandarne l’uccisione.
    Poniamoci un’altra domanda: può esser giusto uccidere l’empio, ossia colui che disonora il nome di Dio? Dio punisce l’empio con la morte? Indubbiamente Dio è immortale e non ha bisogno nè di difendersi nè di essere difeso. Tuttavia, anche chi uccide per legittima difesa, anche il giudice che condanna a morte, anche chi combatte in una guerra giusta o per la giustizia o per la libertà, in fin dei conti combatte per Dio o in nome di Dio, che è istitutore e vindice di tutti questi valori. Come dice la Scrittura: «Salvate il debole e l’indigente, liberatelo dalla mano degli empi» [Sal 82,4].
    A questo punto, circa la questione del modo di punire l’empietà, è interessante il confronto fra la Bibbia e il Corano. In entrambi è presente la coercizione o l’uso della forza o l’uccisione legittima o del nemico o dell’assassino o dell’aggressore, e anche dell’empio. In entrambi questi testi sacri, tali atti, nelle debite condizioni e circostanze, sono innegabilmente voluti da Dio o compiuti in suo nome.
    Sia la Bibbia che il Corano ammettono un Dio uno, unico, spirituale, personale, creatore del cielo e della terra, quindi degli angeli e dell’uomo, eterno, infinito, altissimo, sapiente, provvidente, onnipotente, misterioso, salvatore, giusto e misericordioso, che premia col paradiso i buoni, i credenti e gli obbedienti, e castiga con l’inferno i malvagi, gli infedeli e i disobbedienti.
    Questo Dio si rivela ai profeti, come si è rivelato ad Adamo, ad Abramo, a Mosè e a Gesù. Ma qui finisce il contatto fra Bibbia e Corano, perchè, come sappiamo, secondo l’Islam, la rivelazione che Dio ha fatto della sua volontà salvifica sull’uomo non culmina in Gesù (Issa), ma va oltre, corregge Gesù e culmina in Maometto, il quale, senza negare qualità e virtù in Gesù da Maometto stesso considerato santo, fino a rimproverare gli Ebrei di averlo ucciso, tuttavia pretende di correggere Gesù perchè non solo si sarebbe fatto Dio ― e qui Maometto coincide con l’ebraismo ―, ma ricade nel politeismo pagano, affermando che in Dio ci sono tre persone, quindi, agli occhi di Maometto, affermando tre dèi, empietà gravissima, degna della pena capitale.
    La salvezza, quindi, secondo il Corano, non avviene per mezzo del sacrificio di Cristo, ma col sottomettersi a Dio di tutto cuore e con fede assoluta (Islàm), nella preghiera, nelle pratiche rituali e nell’ascolto della guida spirituale (Imàm), nell’obbedire alla legge coranica (Sharìa), nello studio del Corano, nella pratica della virtù e nel riparare ai torti fatti. Per questo il sacrificio cultuale dell’agnello non è un atto sacerdotale, ma di semplice ossequio a Dio, che può essere compiuto da qualunque fedele, come membro della comunità religiosa (Umma).
    Diverso è il metodo della diffusione o promulgazione degli ordini divini riguardanti la salvezza nella Bibbia e nel Corano. Nell’uno e nell’altro caso si intima ad ogni uomo di accogliere gli ordini e di obbedire, pena la dannazione eterna. «Chi crede sarà salvo; chi non crede sarà condannato» [cf. Mc 16, 15-16]. Queste parole di Cristo, mutatis mutandis, possono trovare un riscontro nelle parole di Maometto. C’è però anche questa differenza profonda: che mentre Cristo si riferisce alla dannazione ultraterrena, il Corano parla anche di una coercizione terrena immediata.
    Diverso è anche il contenuto del messaggio salvifico nell’uno e nell’altro caso. La differenza massima si nota tra Corano e Vangelo: mentre il Corano si limita a trasmettere ordini perentori con promessa del premio e minaccia del castigo, ciò non è assente nel Vangelo; questo tuttavia ha come annuncio principale, del tutto assente nel Corano, la venuta di Cristo Figlio di Dio incarnato, che ci ha redenti col sacrificio della Croce, donandoci la remissione dei peccati, l’annuncio insomma che Dio vuol farci grazia, renderci suoi figli e donarci la sua stessa vita divina per mezzo di Cristo.
    Il rapporto del fedele con Dio nel Corano si riassume quindi in quello del “devoto” (muslìm, da cui “musulmano”). È del tutto assente la prospettiva del fedele come “figlio di Dio”, che invece, come si sa, è fondamentale nel Vangelo. Anzi, per il Corano, che non ammette Gesù come Figlio di Dio, l’idea di una figliolanza divina suppone un’inammissibile confidenza con Dio, del quale il Corano, senza escludere la clemenza, accentua però la trascendenza e la temibilità.
    Si noti inoltre che nel Corano la coscienza soggettiva ha una scarsissima parte. Ciò che l’uomo pensa o vuole pertanto non interessa assolutamente niente; per cui il Corano lascia poco spazio alla riflessione personale o al vaglio di segni di credibilità che possano condurre ad una fede convinta e ragionata. Il fedele è più mosso dal timore del castigo che dall’amore di un Dio che è Amore, come nel Vangelo. Egli deve obbedire e basta, tanto più che Dio, quali che siano le decisioni umane, fa quello che vuole senza tener conto delle scelte umane. Da qui il caratteristico fatalismo islamico, che mette in crisi il libero arbitrio umano tendendo però a far derivare da Dio tanto il bene quanto il male.
    Appare l’elemento coercitivo della religione islamica anche sotto questa angolatura: il fedele crede ed obbedisce non tanto per amore o libera riflessione personale in coscienza, quanto piuttosto per timore delle pene eterne e temporali minacciate. Occorre quindi fare una distinzione tra le modalità delle ingiunzioni divine annunciate nell’Antico Testamento e quelle annunciate da Cristo. Inoltre, nella storia della Chiesa, occorre al riguardo, distinguere tre periodi: primo, l’èra iniziale della Chiesa perseguitata dall’Impero Romano; secondo, l’èra costantiniana, inaugurata da Costantino nel 315, della religione cristiana divenuta religio licita e addirittura religione ufficiale dell’Impero. E abbiamo infine il terzo periodo, attualmente in corso, i cui prodromi iniziano, dopo la crisi protestante e il crollo del Sacro Romano Impero, col principio cuius regio, eius religio, ossia la libertà religiosa sancita nella pace di Westfalia del 1648. Tale impostazione del rapporto Stato-Chiesa giunge a maturità in campo civile con la Rivoluzione Francese, la quale pone fine alla teocrazia medioevale (ancien régime), fonda lo Stato laico democratico e conferma il diritto alla libertà religiosa, senza per questo ammettere quella sventura dello Stato ateo, che sarebbe stata la tragedia del XX secolo, della quale ancora non ci siamo del tutto liberati: vedi per esempio il regime comunista cinese.
    Questo nuovo tipo di rapporto tra Stato e Chiesa ― libero Stato in libera Chiesa ― come diceva il Cavour, liberato dalle venature liberali dalle quali era infetto, è stato in campo ecclesiale ufficialmente riconosciuto, dopo esser stato messo in pratica sin dai secoli passati, dal Concilio Vaticano II. Invece, lo stile coranico dell’annuncio dei comandi divini assomiglia a quello mosaico di più del regime ecclesiale medioevale del “braccio secolare“, allorchè il Papa governava una cristianità europea occidentale interamente cattolica, così da potersi servire in certa misura del potere civile e della forza pubblica per far rispettare le norme dell’etica cristiana e i contenuti della dottrina cattolica, omologati alla legge dello Stato.
    C’è però da osservare che il riconoscimento costantiniano del cattolicesimo come religione di Stato, se da una parte aiutò e protesse la Chiesa ad affermarsi sul piano civile e ad espandersi geograficamente in conformità alla sua missione e alle sue finalità spirituali, dall’altra non consentì alla Chiesa di mettere in pratica dovutamente il comando del Signore di diffondere e sostenere il Vangelo con la semplice testimonianza della carità, della solidarietà e della promozione umana, senza l’uso di apparati coercitivi forniti dallo Stato, quello che più tardi sarebbe stato chiamato “braccio secolare“. In ciò la Chiesa non assumeva in pieno il nuovo stile di apostolato voluto da Cristo, ma restava ancora influenzata dalla tradizione mosaica, la quale voleva che l’annuncio degli ordini divini fosse fatto sì dal profeta e dal sacerdote, ma appoggiato dal potere coercitivo e giudiziario del re. Mosè stesso, come si sa, non fu solo profeta e liturgo, ma anche capo politico e militare del popolo di Israele; e Maometto, per il suo stile profetico, non prese a modello Cristo, ma Mosè.
    In tal modo il papato nel corso dei secoli acquisì, come è noto, un vero e proprio potere temporale con tanto di territorio, che costituì i cosiddetti “Stati della Chiesa“, forniti di forze militari come qualunque altro Stato europeo. Nell’ambito della disciplina ecclesiastica la pena di morte per gli eretici fu abolita tacitamente solo con l’abolizione del codice penale dello Stato pontificio a seguito della caduta del potere temporale nel 1871.
    La nascita dello Stato italiano, ispirata e princìpi di laicità e quindi aperta al diritto della libertà religiosa e la fine del potere temporale segnò l’inizio di una nuova èra del rapporto tra Chiesa e Stato in rapporto all’evangelizzazione e alla questione dell’uso ecclesiastico del potere coercitivo. La Chiesa, pur mantenendo un proprio ordinamento giudiziario e potere coercitivo nei confronti dei fedeli, si poneva verso la società civile non più cattolica ma religiosamente divisa o pluralistica, non più come religione di Stato ovvero in fin dei conti come uno dei poteri dello Stato, per quanto sotto la presidenza del Papa, ma come una comunità di diritto pubblico concorrente al bene comune della società e dello Stato all’interno dello Stato ed obbediente alle leggi civili, pur con una sua autonomia come Chiesa, mentre nel contempo era protetta dalla legge civile.
    Quanto al progetto coranico di diffusione dell’Islam, esso prende spunto per un verso dall’impresa del popolo ebraico ideata da Mosè ― sempre, s’intende, in nome di Dio ― e per l’altro verso dal programma evangelico di conquista del mondo a Cristo. Infatti, mentre da una parte l’esercizio della fede islamica è associato al possesso di un territorio, e in ciò il progetto coranico assomiglia a quello mosaico della conquista della Palestina come terra promessa, con l’espulsione forzata dei popoli ivi precedentemente abitanti, dall’altra, a differenza di Israele, i musulmani, prendendo spunto dalla prospettiva cristiana di conquista del mondo, sono convinti che Dio li manda alla conquista del mondo non solo nel senso della diffusione mondiale dell’Islam, ma anche nella convinzione che Dio abbia assegnato a loro il possesso fisico di tutta la terra, cosa che non può avvenire senza l’uso delle armi. Da qui il concetto della “guerra santa” (jihàd), come sostegno militare della predicazione del Corano da parte dei predicatori islamici.
    L’autorità religiosa islamica non pretende di disporre soltanto di quel potere coercitivo che è consentito in linea di principio per censurare i fedeli devianti, come si dà anche nel diritto canonico cristiano, ma usa minacce e coercizione anche nei confronti degli infedeli o di coloro ai quali viene indirizzato il messaggio coranico. Le parole di Cristo «chi non crede, sarà condannato», dopo averne mutato il riferimento al Vangelo, vengono pertanto adattate alla predicazione coranica e sono intese nel senso che chi non accetta la fede islamica, viene castigato fino alla pena di morte o costretto con la forza ad accettarla.
    L’uso della forza in nome di Dio nell’Islam fino a giungere all’omicidio nel jihàd, va oltre ogni ragionevole limite di rispetto non solo della coscienza altrui, ma della sua stessa incolumità fisica. Si tratta di uno zelo missionario i cui contenti dottrinali possono essere parzialmente accettabili, come per esempio gli attributi divini o certi doveri della morale o del culto divino; ma ciò che è assolutamente inaccettabile e, al limite, disumano e barbarico, è questo metodo di pressione violenta e aggressiva, che soprassiede a ogni metodo di pacata e argomentata persuasione, con l’adduzione di prove e segni di credibilità, che caratterizza in modo così evidente l’apostolato cristiano.
    Non è che la cultura religiosa, filosofica, teologica e mistica islamica, intendiamoci, non sia ricca di grandi valori e grandi pensatori, maestri, moralisti, poeti e mistici, solo che questa immensa letteratura formatasi nei secoli, niente affatto priva di un suo fascino, di una sua suasività e credibilità, è poi invece di fatto imposta con la forza dall’autorità religioso-politica islamica nel suo inesorabile moto di espansione e di conquista dei popoli non ancora sottomessi al Corano. E questo perchè il motore dell’espansione islamica non è solo l’interesse religioso, ma inscindibilmente congiunto a questo, è una sete di potere e di dominio politico e addirittura economico.
    In conclusione, possiamo dire che il fare appello a Dio per giustificare l’uso della forza o la soppressione di una vita umana può essere un’azione lecita o lodevole se essa è giusta in se stessa, giacchè Dio è il fondamento della giustizia e il supremo Legislatore, per cui tutto ciò che è giusto può trovare in Lui la sua ultima giustificazione. Tale appello però dev’essere sincero e ben fondato e non dev’essere un pretesto per coonestare un atto di violenza o un’ingiustizia. Occorre pertanto ammirare tanti atti di Santi che nei secoli passati sono ricorsi all’uso della forza o lo hanno approvato in nome di Dio e per amore di Dio. Non possiamo pensare che essi siano stati tutti dei fanatici o dei crudeli o degli ipocriti. Essi erano in buona fede, anche se i tempi non erano ancora maturi, ed anche se indubbiamente essi hanno compiuto atti che noi oggi non faremmo. Ma questo non toglie che restino nostri modelli, una volta che avremo adattato la loro testimonianza alle esigenze della Chiesa di oggi. Molti dubbi invece ci lasciano certe abitudini islamiche inveterate ed ostinate, ― per non parlare dei terroristi, che nulla hanno di religioso, ma sono puri delinquenti ―, che ci fanno sospettare che quel Dio nel nome del quale affermano di agire in realtà sia solo il pretesto della loro superbia, della loro arroganza e della loro intolleranza.
    Per quanto riguarda il nostro argomento in relazione all’attuale situazione intra-ecclesiale, c’è da denunciare l’azione di un deleterio potere modernista che perseguita i veri cattolici fedeli alla Chiesa e al Papa. Esso si presenta appoggiato dal Papa, ma in realtà tenta di strumentalizzarlo, per cui non agisce in nome di Dio, ma dei propri interessi terreni. Il voto e la preghiera che formuliamo è che queste persone, consapevoli del conto che devono rendere a Dio, cessino dalla loro superbia, ambizione e arroganza e si mettano seriamente a servire Cristo e le anime in vera obbedienza al Papa e al Magistero della Chiesa.
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    Dicono che viaggiare sviluppa l'intelligenza. Ma si dimentica sempre di dire che l'intelligenza bisogna averla già prima.-.G. K. Chesterton

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  2. #2
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    Predefinito Re: Uccidere in nome di Dio - Su Islam e Cristianesimo

    allora digiamolo , l'uccidere in nome di Dio e' un atto di de-responsabilizzazione e autogiustificazione oppure frutto di allucinazioni uditive


    Inviato da Anthos

  3. #3
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    Predefinito Re: Uccidere in nome di Dio - Su Islam e Cristianesimo

    Leggi il penultimo paragrafo.
    Dicono che viaggiare sviluppa l'intelligenza. Ma si dimentica sempre di dire che l'intelligenza bisogna averla già prima.-.G. K. Chesterton

  4. #4
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    Predefinito Re: Uccidere in nome di Dio - Su Islam e Cristianesimo

    Citazione Originariamente Scritto da Draigo Visualizza Messaggio
    Uccidere in nome di Dio, riflessioni sull'Islam

    Si sente spesso dire che non si può uccidere in nome di Dio, perchè, si dice, Dio è il Dio della vita e non vuole la morte di nessuno. Non ha senso, anzi è un delitto aggredire il prossimo in nome della religione [1]. Così motivato, questo discorso può avere una sua validità, ed è importante per stimolare l’amore del prossimo e l’onore di Dio, soprattutto nel nostro tempo, nel quale, con i terribili armamenti che abbiamo, se nasce un conflitto serio, sappiamo come comincia, ma non sapremo come andrà a finire. Questo discorso stimola inoltre i fedeli delle diverse religioni al rispetto reciproco e ad astenersi da azioni violente sotto pretesto di difendere la propria religione. Tuttavia resta una perplessità su tre punti: primo, che c’è modo e modo di uccidere: un conto è uccidere un innocente, per esempio un aborto, un conto è uccidere per legittima difesa o per salvare la patria. È vero che Dio non vuole la morte di nessuno.
    Chiediamoci tuttavia come va inteso esattamente questo principio. Riguardo ad esso ricordiamo che l’uccisione legittima non è altro che un modo di mettere in pratica un principio di giustizia, ovvero la legge morale o giuridica. Ma chi è l’istitutore primo e sommo di ogni legge e di ogni diritto, se non Dio? Uccidere in nome della legge, della giustizia, del bene comune, della libertà, che cosa è allora in fin dei conti, se non uccidere legittimamente in nome di Dio? Non dobbiamo dunque essere troppo sbrigativi nell’asserire che non si può uccidere in nome di Dio, senza fare le dovute precisazioni; altrimenti si finisce con l’avallare proprio quell’ingiustizia e quella violenza che si vorrebbero impedire, in quanto è proprio la giusta uccisione o il giusto uso della forza, che puniscono e impediscono in certi casi estremi l’ingiustizia, la violenza od i veri e propri sterminî di massa.
    .
    la prima parte del tuo lungo post cade sonoramente davanti a UN SOLO EPISODIO ( e ce ne sarebbero migliaia)

    Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, italiani emigrati negli Stati Uniti, furono condannati a morte il 15 aprile 1920 con l'accusa di omicidio.
    Entrami anarchici, furono arrestati, processati e giustiziati sulla sedia elettrica. L'accusa: aver ucciso un contabile e di una guardia del calzaturificio «Slater and Morrill». Le vittime erano Frederick Parmenter e la guardia del corpo Alessandro Berardelli, che rimasero uccisi durante una rapina.
    I dubbi sulla colpevolezza di Sacco e Vanzetti fin dall'inizio non mancarono. Ma la confessione del detenuto Celestino Madeiros, che scagionava i due, non servì a salvare la vita ai due italiani


    Sacco e Vanzetti, innocenti, uccisi in nome di una legge che si richiama a Dio.
    Dobbiamo difendere i nostri valori, solo che spesso non ricordiamo quali siano questi valori

  5. #5
    de-elmettizzato.
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    Predefinito Re: Uccidere in nome di Dio - Su Islam e Cristianesimo

    Citazione Originariamente Scritto da cireno Visualizza Messaggio
    la prima parte del tuo lungo post cade sonoramente davanti a UN SOLO EPISODIO ( e ce ne sarebbero migliaia)

    Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, italiani emigrati negli Stati Uniti, furono condannati a morte il 15 aprile 1920 con l'accusa di omicidio.
    Entrami anarchici, furono arrestati, processati e giustiziati sulla sedia elettrica. L'accusa: aver ucciso un contabile e di una guardia del calzaturificio «Slater and Morrill». Le vittime erano Frederick Parmenter e la guardia del corpo Alessandro Berardelli, che rimasero uccisi durante una rapina.
    I dubbi sulla colpevolezza di Sacco e Vanzetti fin dall'inizio non mancarono. Ma la confessione del detenuto Celestino Madeiros, che scagionava i due, non servì a salvare la vita ai due italiani


    Sacco e Vanzetti, innocenti, uccisi in nome di una legge che si richiama a Dio.

    Se per questo lo stato italiano emette sentenze a nome del popolo, ma non per questo ciò le rende infallibili o legate automaticamente all'interesse del popolo.
    Sia chiaro che se viceversa vuoi darti alla bassa polemica tipo :
    E berlusconi allora?
    Vogliamo parlarne?
    E la fame nel mondo?
    E le connessione del Vatikane coi rettiliani?

    In tal caso sei fuori strada.
    Avviso l'utenza dello stimatissimo forum Cattolico.
    Sono rientrato.
    Cireno, nonostante non abbia grande stima di te, non ti considero un'idiota .
    Però se vuoi darti alla bassissima polemica o seguire le tue personalissime pulsioni mentali coi soliti mantra e tormentoni, allorchè questo sono totalmente slegate dalla tematicità del forum, durano lo spazio di un istante.
    Grazie
    Preferisco di no.

  6. #6
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    Predefinito Re: Uccidere in nome di Dio - Su Islam e Cristianesimo

    peccato che riguardo i conquistadores c'è da dire che la Chiesa vietò l'eucarestia a coloro che si sono macchiati di abusi e stermini contro gli indios, l'atto che riguarda il documento sopra si riferisce alla situazione di "incivilta" ( paganesimo, sacrifici umani in particolare) cui si trovavano gli indios
    (Gv 3, 20-21)
    Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio

  7. #7
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    Predefinito Re: Uccidere in nome di Dio - Su Islam e Cristianesimo

    tra l'altro uccidere "in nome di Dio" è ancora oggi riconosciuto, ma il suo uso è estremamente particolare

    mi riferisco alla pena di morte cui l'unico uso è quando il criminale è un pericolo per la società e i mezzi coercitivi non sono sufficienti( in situazioni come questa quindi la troviamo solo in casi di fantasia come con Joker per esempio)

    oppure quando la situazione porta al caso estrema di difesa( guerra difensiva per esempio) o di difesa personale, cioè sempre quando non c'è altra situazione o comunque non voluta
    (Gv 3, 20-21)
    Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio

  8. #8
    de-elmettizzato.
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    Predefinito Re: Uccidere in nome di Dio - Su Islam e Cristianesimo

    @ cireno.

    Per polemiche di bassa lega prego rivolgersi ad altro forum.
    Il richiamo alla tematicità del forum non implica andare a pescare nel pozzo nero dell'anticlericalismo pret a porter a casaccio ma cercare di fare critiche un filo più centrate e possibilmente (prendilo come un invito) anche con un filo di costruttività dialogica.
    Altrimenti , come hai notato starnazzamenti senza capo nè coda durano assai poco.
    Grazie.
    Preferisco di no.

  9. #9
    de-elmettizzato.
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    Predefinito Re: Uccidere in nome di Dio - Su Islam e Cristianesimo

    Citazione Originariamente Scritto da Haxel Visualizza Messaggio
    peccato che riguardo i conquistadores c'è da dire che la Chiesa vietò l'eucarestia a coloro che si sono macchiati di abusi e stermini contro gli indios, l'atto che riguarda il documento sopra si riferisce alla situazione di "incivilta" ( paganesimo, sacrifici umani in particolare) cui si trovavano gli indios
    Ricordiamoci una cosa.
    Una manciata di conquistadores non hanno fatto crollare un impero vasto e popolato perchè avevano le armature od i cavalli (entrambi pressochè inutili nella giungla a 45° gradi all'ombra) o perchè possedevano armi da fuoco imprecise ed a colpo singole.
    Ma perchè, come dimostra una semplice lettura non superficiale degli eventi storici sono stati catalizzatore di rivolte interne dei popoli assoggettati dai vari maya e atzechi della bisogna cui pagavano un ricco e pesante tributo in schiavi e vittime per sacrifici umani.
    Haxel likes this.
    Preferisco di no.

  10. #10
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    Predefinito Re: Uccidere in nome di Dio - Su Islam e Cristianesimo

    Citazione Originariamente Scritto da Miles Visualizza Messaggio
    Ricordiamoci una cosa.
    Una manciata di conquistadores non hanno fatto crollare un impero vasto e popolato perchè avevano le armature od i cavalli (entrambi pressochè inutili nella giungla a 45° gradi all'ombra) o perchè possedevano armi da fuoco imprecise ed a colpo singole.
    Ma perchè, come dimostra una semplice lettura non superficiale degli eventi storici sono stati catalizzatore di rivolte interne dei popoli assoggettati dai vari maya e atzechi della bisogna cui pagavano un ricco e pesante tributo in schiavi e vittime per sacrifici umani.
    Pensa che praticavano pure la cosiddetta "Guerra dei Fiori", cioè delle battaglie concordate in cui i regni mettevano i propri guerrieri gli uni contro gli altri in scontri sanguinari come ritualità religiosa. Degli scontri campali rituali. Comunque ben tornato, Miles.
    Dicono che viaggiare sviluppa l'intelligenza. Ma si dimentica sempre di dire che l'intelligenza bisogna averla già prima.-.G. K. Chesterton

 

 
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