Inediti. Jünger va al mare e si innamora della Sardegna (nonostante la tonnara)
Vito Punzi
Esperto entomologo, Ernst Jünger (1895-1998) visitò una prima volta nel 1955 l'isola di San Pietro, in Sardegna, alla ricerca di un insetto, la Cicindela campestris saphyrina. In realtà, pur tornandovi più volte (il suo ultimo soggiorno lì fu del 1978), il tedesco non riuscì mai a incrociarla e tuttavia si innamorò a tal punto dell'isola e degli isolani da farli diventare oggetto della sua scrittura in diverse sue opere.
Quella che viene proposta ora per la prima volta in traduzione italiana di Alessandra Iadicicco è la più corposa ed articolata tra quelle dedicate appunto a San Pietro (Lupetti, pp. 68, euro 15). Dopo aver attraversato la prima metà del secolo attratto dalla rivoluzione conservatrice, dalla figura del milite-operaio, partecipando da soldato a entrambe le grandi guerre, la Sardegna per Jünger è il luogo nel quale «qualcosa di più potente del ricordo storico, o anche preistorico, agisce sullo spirito», un luogo «lontano dalla storia, prima del tempo misurabile, come su un piccolo balcone da dove si esce per percepire il flusso atemporale». Il tempo, che per lo scrittore che proprio in quegli anni aveva scelto la vita eremitica nella foresteria di Wilflingen, secondo la definizione di Iadicicco nella prefazione, è un «nemico senza volto».
Il testo contiene anzitutto riflessioni sul significato di isola. Poiché «tutto è isola, anche i continenti, e perfino la terra è un'isoletta nel mare dell'etere», essa, scrive il tedesco, «fa parte delle grandi visioni oniriche». Infatti Jünger prende sì spunto dalla vita che osserva, cui partecipa a San Pietro (la lingua genovese degli abitanti di Castelforte, il vino, l'ospitalità), ma facilmente travalica i confini del vissuto per inoltrarsi in territori a lui più congeniali.
Così accade, per esempio, nella descrizione di una rappresentazione di attori genovesi, quando, stupito dalla forza suggestiva di un mago, inizia una riflessione sui «misteri del dominio». In quegli istanti lo scrittore vide «in un puro distillato un mezzo capace di provocare tanti cambiamenti nel nostro mondo», un mondo popolato da «acchiapparatti e maghi» che entrati in scena fanno vedere alle loro vittime «serpenti e diavoli», per poi «mettere loro in mano le armi». «E noi spettatori, qual è la nostra parte in tutto questo?».
Ancor più nello stile del «sismografo» Jünger è il racconto della mattanza del tonno, guidata da un capitano identificato come «Rais». Irretito nelle maglie della «magia della caccia» («Se mancasse quest'ebrezza, con i suoi canti e richiami, il pesce verrebbe certamente catturato, ma in un altro sistema», scrive), il tedesco condivide pieno di stupore in particolare il tempo che i pescatori dedicano al ringraziamento per i frutti del loro lavoro.
Dopo le preghiere di precetto, dedicate a San Pietro (protettore di pescatori) e San Sebastiano (invocato a difesa dalle tempeste), due schiere di uomini compenetrati dalla luce «come i personaggi di un'antica vetrata di chiesa si scambiavano richiami cantando – scrive Jünger –... si aveva così l'impressione di stare per assistere a una festa più che a un lavoro […] Mi stupì ancora una volta il ritmo sicuro, infallibile con cui in quel contesto, in assenza di compositori e direttori, uno spazio di tempo veniva riempito melodicamente».
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