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Discussione: Il mondo nuovo; se lo conosci lo eviti

  1. #41
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    Predefinito Re: Il mondo nuovo; se lo conosci lo eviti

    E quale sarà?
    Il mondo in mano a Satana non vedo come possa evolvere positivamente.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

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  2. #42
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    Predefinito Re: Il mondo nuovo; se lo conosci lo eviti

    la mia generazione ha perso
    Maurizio Blondet 11 dicembre 2018
    di Roberto PECCHIOLI

    E’ uno di quei giorni in cui la malinconia ti prende e fino a sera non ti lascia più. Così iniziava una bella canzone di Ornella Vanoni, scritta da Giorgio Calabrese, un paroliere che rispetto ai rapper odierni merita un posto nell’antologia della letteratura patria. La malinconia è il sentimento che coglie riflettendo su una serie di avvenimenti, diversissimi e slegati tra loro, che sono il segno di un tempo bastardo.

    In Cina uno scienziato è riuscito a modificare il DNA di due gemelline, aprendo la via, in un silenzio che sbigottisce, alla nuova genetica transumana, in grado di intervenire sulla natura più profonda. Un settimanale ci informa del crescente successo della bambola sessuale di aspetto umano Realdoll, destinata al piacere autoerotico dell’uomo nell’era cibernetica. Si chiama Harmony, si può modellare in distinte versioni, richiedere con accessori diversi: è un simbolo raggelante di solitudine, autoreferenzialità e conduce alla modifica del concetto di persona. Ha aspetto e forma umane, sa conversare e reagire agli stimoli. E’ l’altra faccia della modifica del DNA.

    Produciamo esseri umani in provetta, programmati in ogni dettaglio secondo i desideri degli acquirenti, pardon, genitori. Perché scandalizzarsi se qualcuno assembla secondo volontà del cliente – che ha sempre ragione – pezzi di materiali vari con sembianze umane? Presso il parlamento europeo è pronta una proposta per il riconoscimento della cosiddetta “persona elettronica” dei robot umanoidi. La macchina a forma di bambola sessuale è tanto realistica da umanizzarsi nello stesso momento in cui l’uomo si spersonalizza e diventa oggetto, materia bruta. Nessuna fantascienza, nessun Frankenstein e tanto meno l’opera di folli dottori Stranamore, solo la lucida conseguenza del dominio della tecnica.

    Terzo evento: in una discoteca sovraffollata della provincia italiana, ragazzini accorsi al concerto di un mediocre cantante del genere trap, Sfera Ebbasta, perdono la vita in un fuggi fuggi prodotto dalla stupidità di qualcuno – lo spray urticante – e dall’avidità di altri, il sovraffollamento del locale e l’impossibilità di organizzare un deflusso ordinato. Muoiono adolescenti per ascoltare un ragazzotto pieno di tatuaggi, aspetto da coatto, incisivi placcati in oro, autore di musica elementare e testi demenziali veicoli di modelli negativi.

    Ci sono tanti modi di definire la decadenza, il più conciso è perdita degli obiettivi nella vita. La malinconia cede il passo a una disincantata consapevolezza, poiché la degenerazione è talmente grande da non essere neppure percepita. La mia generazione ha perso, cantava Giorgio Gaber all’inizio degli anni Duemila. Era la presa d’atto della sconfitta di chi si era comunque battuto. La successiva generazione, quella di chi scrive, la prima a essere cresciuta con le idee nuove, quelle del 68 e dei suoi esiti, la libertà, vietato vietare, tutto è dovuto, non ha neppure perduto, ha dato forfait, fuori gioco per rinuncia. I suoi figli possono morire per Sfera Ebbasta nella notte illuminata dalle luci psichedeliche tra smartphone, gridolini, pasticche e molti bicchieri di troppo, dopo aver cliccato “mi piace” e scattato fotografie di se stessi: l’esercito del selfie.

    Una canzone con questo titolo, interpretata da un duo dal nome improbabile, Takagi e Ketra, dice: “siamo l’esercito del selfie, di chi si abbronza con l’iPhone ma non abbiamo più contatti, soltanto like a un altro post, ma tu mi manchi, mi manchi in carne e ossa.” Sì, la mia generazione è fallita e contempla le rovine cantando come Nerone dopo l’incendio di Roma. Magari aveva ragione Gaber, “ma questa è un’astrazione, è un’idea di chi appartiene a una razza in estinzione”. I ragazzini di Corinaldo, il paese di Santa Maria Goretti, martire bambina, erano accorsi in piena notte per ascoltare un tizio i cui testi sono i seguenti: “hey troia! Vieni in camera con la tua amica porca. Quale? Quella dell’altra volta; faccio paura sono di spiaggia. Vi faccio una doccia, pinacolada, bevila se sei veramente grezza, sputala poi leccala leccala.” I genitori non possono vietare, gli insegnanti non devono sconsigliare, questa è l’incultura in cui crescono i “millennials”.

    Ma chi sono io per giudicare, membro di una generazione che ha idolatrato gruppi rock i cui testi esortavano già alla droga libera e a ogni promiscuità, mentre la musica ritmata stimolava certe zone del cervello per abbatterne le difese? Proprio nelle Marche, regione al plurale specchio d’Italia, a Tolentino, c’è un parco intitolato a John Lennon, con una placca dove è inciso il testo del suo brano più famoso, Imagine, inno universale del nichilismo. “Immagina che non ci sia nessun paradiso. E’ facile se ci provi. Nessun inferno sotto di noi. Sopra di noi solo cielo. Immagina che tutte le persone vivano per oggi. Immagina che non ci sia alcuna nazione. Non è difficile da fare. Niente per cui uccidere o morire e anche nessuna religione.” L’esito del mondo vagheggiato da John Lennon e compagni è sotto i nostri occhi, Sfera Ebbasta, Fedez, J-Ax sono soltanto il precipitato senza qualità della valanga avviata mezzo secolo fa.

    Nessuno mi può giudicare, cantava Caterina Caselli. Nessuno, tranne la Matrix planetaria in cui siamo entrati con sciocca allegria, che ci giudica, eccome, ci conosce talmente bene da plasmarci, inducendo desideri, gusti e scelte, e intanto ci sorveglia in mille modi attraverso gli apparati tecnici che ci rendono “comoda” la vita. Comodo scegliere una bambola umana, si paga a rate con rid bancario; i più abbienti possono scegliere il carattere –basta programmare l’algoritmo – oltreché l’aspetto fisico e la forma degli organi intimi. Nessuno, tanto meno le generazioni più giovani, esprime un giudizio etico: proibito. Essenziale è che sia tecnicamente fattibile e, beninteso, alimenti un mercato. Non stupisce l’imperiosa richiesta di dirigere la società avanzata da tecnici e scienziati. Sono loro i detentori dell’unico sapere ammesso, disinteressati a ogni metafisica, materialisti al di là di ogni idea passata. Sono gli stessi che stanno ri-generando il nostro cervello attraverso il linguaggio politicamente corretto, il dilagare del pensiero strumentale, il divieto del giudizio critico.

    La cultura del 68 ha arato il terreno, il radicalismo liberale ne ha compreso e promosso l’esito individualista e consumista, la mia generazione non si è opposta, ma si è accomodata con entusiasmo, abbandonando le idealità – giuste o meno- della stagione esaurita nel 1989 alla caduta del muro comunista. Il triste soggettivismo contemporaneo è la vittoria dei peggiori tra i cattivi maestri, Freud, Marcuse, Wilhelm Reich e la sua folle pan sessualità, Max Stirner l’individualista totale. Tutto con la regia degli scaltri epigoni di Mandeville – i vizi privati rovesciati in pubbliche virtù, di Bentham l’utilitarista assoluto e gli economisti classici. Ridotto il mondo della vita a una formula matematica in grado di catalogare e prevedere tutto, lavorano alacremente per renderci burattini, schiavi felici delle loro catene. E’ tanto semplice e comodo il mondo nuovo: tutto in una mano con lo smartphone, online si fa tutto, pagare il biglietto del concerto, risolvere i compiti del liceo, consultare il conto corrente. In pratica, svolgiamo il lavoro che una volta facevano altri e disattiviamo il cervello.

    Basta sforzi, la fatica di ricordare, studiare, ragionare. I più astuti diventano Sfera Ebbasta e deridono apertamente i loro fans: “Sfera Ebbasta mucha salsa (hu), euro ballano la samba (i ahh) ordino la tua ragazza (hu). Ho fumato tutto il week end, week end. Non cazzeggio faccio business, business, ho portato due tre amiche (pss pss).” Un coacervo insensato tra urla, grugniti, un linguaggio da suburra in una pseudo lingua che non è l’italiano e neppure l’inglese. Diceva Dario Fo che il padrone è tale perché sa mille parole e l’operaio trecento. Questi ne conoscono cinquanta, più gli ululati e le faccine degli emoticon, il destino è segnato: schiavi inconsapevoli. I rapper fanno affari, se ne vantano, diffondono la dipendenza da sostanze chimiche e alcool: li applaudono come modelli da imitare. Non hanno colpa, sono i nostri figli e nipoti, la terza generazione sconfitta, la prima del tutto priva di modelli positivi o almeno di alternative. E’ responsabilità nostra se vivono per abiti e accessori firmati, l’immagine, sbavano per l’ultimo modello di i-phone, se sono convinti che la libertà sia andare ai concerti, bere, gozzovigliare, esaurire le esperienze già da adolescenti, sballare e consumare.

    Conoscono due chiese, la discoteca e il centro commerciale, ma nessuno ha proposto loro un diverso stile di vita, ideali o principi. I loro padri e madri, noi, non sono né diversi né migliori. Non sappiamo neppure proteggerli da se stessi, per viltà e manifesta incapacità. Accettiamo per primi e senza battere ciglio tutto e il suo contrario. La famiglia è polverizzata, il matrimonio deriso tranne se omosessuale, gli “orientamenti sessuali” entrano nelle costituzioni e nei trattati internazionali, si vive e si muore da soli. Il certificato di esistenza in vita è diventato il selfie, io al centro di tutto, il Colosseo, San Pietro, le piramidi sono la “location” (nella neolingua si dice così…) in cui troneggia la mia persona, atomo “speciale” tra miliardi di identici. Ha vinto la scienza nella forma della tecnica applicata, disumanizzandoci in alleanza con chi ha pagato il conto, l’economia e la finanza padrone. Simili ai bimbi di Hamelin trascinati nel fiume dal pifferaio traditore, ci siamo offerti prigionieri di una ragnatela di impulsi elettronici al servizio del principio di piacere.

    Uno scrittore inglese di fine Ottocento, resistendo all’ottimismo radicale del suo tempo, si espresse così, ai primi sintomi della febbre che adesso dilaga: “odio e temo la scienza a causa della mia convinzione che essa, per molto tempo se non per sempre, sarà il nemico spietato dell’umanità. Distruggerà tutta la semplicità e la delicatezza della vita, tutta la bellezza del mondo, ripristinerà il barbarismo sotto la maschera della civilizzazione, rattristerà le menti degli uomini e indurirà i loro cuori”. Si chiamava George Gissing e nemmeno immaginava il paradiso della connessione perpetua e della libertà assoluta. Ai suoi tempi non si viveva da soli e non si moriva da soli, si credeva ancora in Dio, si amava la patria e si rispettava la famiglia, che non era diventata ancora tradizionale, o allargata, nucleare, monogenitoriale come nelle infinite formule della bassa sociologia corrente.

    In Inghilterra tuttavia, già si teorizzava l’evoluzionismo (elegante copertura pseudoscientifica del rampante liberalismo), il razzismo biologico, si cominciava, attraverso la letteratura distopica e i circoli riservati delle élite imperiali, a parlare di droghe per tenere buone le masse, denatalità imposta, procreazione “scientifica”, ingegneria sociale, eugenetica ed eutanasia. E’ da allora che l’uomo europeo e occidentale ha cominciato a credere alle peggiori sciocchezze dei lumi e della ragione sovrana. Espulsa la filosofia, abolita la metafisica, derisa la religione, l’umanità uscita dai millenni oscuri della sua infanzia – parola di Immanuel Kant – diventava giudice e creatrice di se stessa. La scienza si è convertita in tecnologia al servizio del Denaro promettendo le meraviglie che effettivamente ha prodotto, ma ha perduto il suo rapporto con il giusto, il bene, il limite.

    Si è concluso un processo il cui inizio risale al tempo di Francesco Bacone (la conoscenza è potere) e Cartesio, che separò il pensiero (res cogitans) dalla materia (rex estensa). Ne è simbolo l’invettiva del giurista italiano Alberico Gentili, che con la frase silete theologi in munere alieno, tacete teologi sulle cose che non vi riguardano, inaugurava il diritto come disciplina autonoma estranea all’etica. Espellendo dal campo della legge il pensiero spirituale nel 1588 Gentili dava inizio al processo di secolarizzazione che il XX secolo ha concluso e il XXI contempla tra le macerie. La secolarizzazione è l’abbandono di ogni comportamento moralmente orientato attraverso il declino del sacro nel cammino che la modernità chiama progresso.

    Tacete, tecnici e scienziati, vien voglia di gridare invano, ma la mia generazione ha perso perché ha smarrito gli argomenti, i principi, le proposte alternative. Si è gloriata di un progresso falsamente avalutativo, che si giustifica da sé, afferma la propria validità in quanto produce scoperte materiali e consente all’uomo, cioè alle oligarchie dominanti, un dominio sulle forze della natura che scatena orgoglio, arroganza, avidità. La natura non è più qualcosa che ci avvolge e trascende, da rispettare e riconoscere, ma una gabbia dalla quale fuoriuscire. I tecnici sono gli unici sapienti poiché padroneggiano le leggi fisiche della natura. Poco importa se il risultato è la riduzione dell’uomo a materiale zootecnico, a plebe desiderante dei nuovi ritrovati dell’industria, un animale ammaestrato ad amare ogni cambiamento e novità, a detestare ogni vincolo o prescrizione che allontani la soddisfazione immediata degli impulsi.

    Che importa se l’altro diventa oggetto, possiamo andare oltre e sostituirlo con la macchina, il robot. L’orologio biologico, capriccioso, ci richiama all’istinto di “fare” figli? Meglio ricorrere all’igienica, asettica, salutistica inseminazione artificiale dopo avere scelto statura, carnagione, probabile quoziente intellettivo. La gestazione è lunga, faticosa e impedisce di lavorare, realizzarsi, divertirsi, dare sfogo agli istinti. Milioni di donne povere possono provvedere alla bisogna. Basta una carta di credito e un contratto redatto da altri tecnici, gli avvocati, così non ci saranno sorprese. Il figlio è una mia proprietà, l’ho pagato di tasca e poco importa se sono etero, omo, solitario o poligamo. Il denaro non ha odore, non ha sesso e non conosce scrupoli morali.

    Se questa vita ci mette in crisi, nessuna paura. La medicalizzazione di tutto ci sosterrà: pillole per contrastare ansia e depressione sin dall’infanzia (ma non era un mondo meraviglioso, un cielo pieno di stelle?), aiuto psicologico per qualunque difficoltà della generazione fiocco di neve tanto delicata, fragile e diafana, da non turbare con la dura realtà. Nulla di meglio che sballare fin da ragazzini, correre in un luogo fatato chiamato discoteca, bere sino a scoppiare, consumare la vita in paradisi artificiali che diventano facilmente inferni reali, come a Corinaldo.

    L’uomo diventato algoritmo non può che scoppiare nella disperazione del nulla, curata con dosi più potenti della stessa droga che l’ha provocata, come nell’economia liberista la malattia è chiamata terapia. Là fuori, una plebe inselvatichita ignora la bellezza ma adora l’immagine, è abbagliata dal cambiamento a ogni costo. Su tutto, regna una psicopatia di tipo nuovo, l’incapacità di distinguere il bene dal male. Un paio di giorni fa ha suonato alla porta di casa una giovane intenzionata a discutere “il senso della vita”. Forse una truffatrice, o l’esponente di qualche setta che sfrutta il disagio interiore offrendo qualche surrogato di spiritualità. La mia generazione ha perso: nessuno nel passato avrebbe fatto porta a porta vendendo il senso della vita.

    Abbiamo fatto in tempo a vedere, bambini, la fatica dello straccivendolo ambulante, l’ombrellaio e l’arrotino, gli zampognari, i frati con la cesta dell’elemosina, ma non conoscevamo i commessi viaggiatori dello spirito perduto. Per quello c’erano la famiglia, la comunità, il parroco, il partito e le feste comandate. Evidentemente, il genere “tira” e non ci si può stupire nel mondo dei solitari connessi, dei robot che fanno sesso, dell’esercito del selfie, delle generazioni insoddisfatte più leggere di una piuma. Possiamo consolarci con una novità dei sociologi a tariffa: non si è vecchi sino a 75 anni. Alleluia: lavorare, produrre, consumare, comprare la Realdoll e, per le signore insoddisfatte, un toyboy cibernetico, in attesa dell’immortale futura transumanità.

    La mia generazione ha perso, e fa spazio a un’altra ancora più fiacca ed estenuata, ma è tutta una messa in scena, un fumetto come quelli di Bonvi. Abbiamo perduto la partita contro i tempi come Stanislao Moulinski sconfitto da Nick Carter. E il buon vecchio Patsy esce di scena con il tormentone finale: l’ultimo chiuda la porta.



    ROBERTO PECCHIOLI

    https://www.maurizioblondet.it/la-mi...zion-ha-perso/

    Come sarebbe bello, conoscendo il mondo nuovo, poterlo evitare.
    Non è possibile.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #43
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    Predefinito Re: Il mondo nuovo; se lo conosci lo eviti

    beh, già ci siamo (per chi se ne vuole accorgere). l'accelerazione è appena cominciata e la velocità di fuga aumenterà sempre più.
    il calo della middle class è già in atto da parecchio tempo (e con esso la democrazia). adesso si comincia a intravedere il formarsi di una grossissima classe (quella degli economicamente inutili) e per questo motivo il welfare strappato dalle masse negli anni sessanta/settanta mostra la corda. i governi non sanno più cosa fare. Schroeder nei primi anni duemila ha messo in sicurezza la Germania per una trentina d'anni e, da grande statista qual'era, ha perso le elezioni (vinte dalla Merkel), cosa che (pare) gli altri non possano permettersi, tanto meno il povero Macron, perché i francesi (bianchi) sono tosti. ma i soldi non ci sono lo stesso.
    credetemi, è dove dico io che andremo a parare.
    la Francia , per ora, non soffrirà tantissimo per l'alienazione dei soldi delle colonie. pare infatti che solo 1/3 della 18 colonie porterà a casa qualcosa. (200 dei 300 miliardi resteranno appannaggio delle Francia di Macron o di altri, fino al prossimo colpo (ch'anco tardi a venir non ti sia grave).

  4. #44
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    Predefinito Re: Il mondo nuovo; se lo conosci lo eviti

    credetemi, è dove dico io che andremo a parare
    Crederti sulla parola già è difficile, ma se neppure ci dici qual'è questo "dove"...
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  5. #45
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    Predefinito Re: Il mondo nuovo; se lo conosci lo eviti

    dove :
    10 milioni di semidei (nanotecnologie, ingegneria genetica, intelligenza artificiale)
    un paio di miliardi di uomini normali, dai quali cooptare le persone necessarie, utili per tutto quel che serve
    gli altri affanculo

  6. #46
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    Predefinito Re: Il mondo nuovo; se lo conosci lo eviti

    Beh!
    Non è che sia una previsione tanto difficile da fare.
    Ne parlano un po' tutti.
    Pensavo a qualcosa di più particolare.
    Non per niente per evitare questo almeno ai nostri figli mi sono battuto per la Padania.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  7. #47
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    Predefinito Re: Il mondo nuovo; se lo conosci lo eviti

    Oggi i matrimoni con gli oggetti… E nel futuro? Un viaggio tra robot e tecnosesso
    29 gennaio 2019 / di Enrica Perucchietti

    Sposa l’ologramma di un manga…
    È giovane, sexy e dai capelli azzurri. Hatsune Miku è una giovane popstar, molto amata in Giappone, dalle fattezze che ricordano le eroine dei manga.
    Il trentacinquenne giapponese Akihiko Kondo ha perso la testa per lei e ha deciso convolare a nozze. Quello di Akihido sembrerebbe il coronamento di un sogno… dopo una storia d’amore finita male, avrebbe trovato la donna dei suoi sogni. Peccato, però, che la bella Hatsune Miku non sia altro che un ologramma messo a punto dall’azienda Crypton Future Media, che ha approvato il matrimonio facendosi pubblicità gratis. La popstar virtuale è seguita da una folta schiera di fan, tra cui il suo attuale marito, e si esibisce da anni in concerti live.
    Kondo non è il solo ad aver perso la testa per un ologramma e aver sposato un oggetto inanimato.
    I love you, pillows: altri matrimoni assurdi…
    L’ultima solo in ordine di tempo è l’artista inglese Pascale Sellick che su Instagram ha annunciato che convolerà a nozze con il suo piumone il 10 febbraio prossimo. La cerimonia si terrà al Rougemont Gardens, un bellissimo giardino nella città di Exeter nel Devon
    Tra i precedenti altrettanto folli, possiamo annoverare alcuni esempi eclatanti:
    • Aaron Chervenak ha sposato a Las Vegas il suo smartphone
    • Un giapponese conosciuto come Sal9000, fanatico di videogiochi, è convolato a nozze con Nene Anegasaki, una ragazza virtuale del videogioco Love Plus;
    • la controversa artista Tracey Emin ha sposato una vecchia roccia che si trovava sotto un ulivo nel giardino del suo studio nel sud della Francia ();
    • Bill Rifka un iBook, Lee Jin-gyu un cuscino con il disegno del viso di un cartone animato molto popolare in Giappone che si chiama Mahopu Shoujo Lyrical Nanoha, conosciuto anche come Fate Testarossa…
    L’elenco è ancora lungo.
    Tecnosesso, in futuro sarà la norma?
    E se state liquidando questi personaggi semplicemente come dei sociopatici, continuate a leggere quanto sto per scrivere, perché potreste scoprire che il futuro ci riserverà sorprese nel campo del “tecnosesso”. Il rischio è che queste derive, per ora minoritarie, possano tra qualche anno diventare la norma.
    Non scandalizzatevi, dovreste avere ormai imparato che qualunque idea, anche la più strampalata, ha una finestra di opportunità per essere discussa e divenire realtà, come insegna la Finestra di Overton.
    Ci pensa Hollywood a inondare di messaggi ben calibrati le masse abituandole “per gradi” agli scenari che si vogliono imporre.
    Secondo il futurologo e politico britannico Ian Pearson, infatti, entro il 2050 gli esseri umani avranno più rapporti sessuali con robot che tra di loro (e di coloro che amano avere rapporti con bambole e androidi ho già scritto).
    Si discosta di poco la previsione di Helen Driscoll, psicologa della sessualità e delle relazioni all’Università di Sunderland in Gran Bretagna, secondo cui entro il 2070 l’essere umano arriverà a considerare le relazioni fisiche come “primitive”, preferendovi appunto il “tecnosesso”. In un’intervista rilasciata a «The Mirror», Driscoll spiega che:
    «Quando la realtà virtuale diventerà più realistica e coinvolgente e sarà in grado di imitare e anche migliorare l’esperienza del sesso con un partner umano, è possibile che alcuni la preferiranno rispetto al sesso con un essere umano meno che perfetto».
    La rivoluzione non si ferma però alla realtà virtuale:
    «In futuro assisteremo alla crescita dei rapporti umani vissuti interamente online. E qualcuno comincerà a preferire il sesso virtuale tecnologicamente avanzato al sesso con esseri umani. Potremmo anche vedere un maggior numero di persone che vivono da sole passare più tempo nella realtà virtuale», fenomeno che già accade con gli Hikikomori.
    I.A. uomini che amano macchine…
    A rivoluzionare il nostro rapporto col sesso non sarà soltanto la realtà virtuale: qui il pensiero corre al film di Spike Jonze Her con Joaquin Phoenix che interpreta Theodore, un uomo solo e introverso che intreccia una relazione con un nuovo sistema operativo, “OS 1”, basato su un’Intelligenza Artificiale in grado di evolvere, adattandosi alle esigenze dell’utente.
    Per appagare i propri impulsi carnali l’essere umano preferirà rivolgersi successivamente alle “attenzioni” di compiacenti androidi, i cui prototipi sempre più sofisticati si avvicendano sul mercato come i nuovi modelli degli smartphone.
    … E donne che amano macchine…
    Una prospettiva diversa ci viene invece dalla docente di matematica del Mit di Boston Cathy O’Neil che ha spiegato come nel lungo periodo saranno gli uomini a doversi preoccupare per la competizione dei robot in quanto degni sostituti del partner maschile.
    Aimee van Wynsberghe, condirettrice della Fondazione per la Robotica Responsabile ha spiegato in un’intervista rilasciata a «Quartz» che nel prossimo futuro saranno commercializzati dei veri e propri sex robot, in grado non soltanto di muoversi ma anche di interagire e parlare.
    Lo scenario alla Westworld pare insomma dietro l’angolo: quando nel 1973 Michael Crichton scrisse e diresse il film Il mondo dei robot a cui si ispira la celebre serie TV aveva precorso i tempi in modo straordinario. Siamo sull’orlo di una nuova trasformazione culturale e antropologica: non solo sono destinati a sparire i vecchi lavori, i vecchi ruoli, i vecchi “generi”, i vecchi valori, ma lo stesso uomo come lo conosciamo.

    https://unoeditori.com/oggi-i-matrim...-e-tecnosesso/
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  8. #48
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    Predefinito Re: Il mondo nuovo; se lo conosci lo eviti

    dal punto di vista dei sessantottini, non ero uno di loro.
    ho guardato con sospetto Elvis Presley (non mi piaceva) e poi si è visto.
    qualche anno dopo già allora capivo le canzoni dei Beatles (she 's got the ticket to raid, she do'nt care) e dei Rolling Stones (più hard ancora)
    dal punto di vista musicale : i ruggenti anni venti (charleston e proibizionismo) diventano fenomeno culturale in Europa per le classi alte, il jazz che diventa swing negli anni trenta, dilagando da fenomeno nazionale USA a fenomeno mondiale negli anni quaranta con la Vittoria e i V Disc, il be-bop di fine anni quaranta e primi cinquanta (troppo difficile per le masse, così si perde il collegamento tra musica e moltitudini di persone) ... e poi elvis (si ricrea il collegamento) .
    adesso pare che ci sia sempre più collegamento ...

  9. #49
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    Predefinito Re: Il mondo nuovo; se lo conosci lo eviti

    L’utero artificiale, Biobag e clonazione: se la gravidanza è considerata una malattia…
    15 maggio 2019 / di Enrica Perucchietti

    Biobag, il primo utero artificiale per aiutare i prematuri
    Nell’aprile 2018, su «Nature Communications» è stato annunciato che un gruppo di ricercatori americani dell’Istituto di ricerca del Children’s Hospital di Philadelphia ha costruito un utero artificiale, chiamato “biobag” in cui sono stati fatti crescere con successo alcuni agnellini nati prematuri: un piccolo passo per arrivare alla costruzione di uteri artificiali per aiutare i bambini nati prematuri.
    Lo scopo è realmente questo? Perché la bioetica parla sempre più spesso di ectogenesi?
    A farsi paladina dei traguardi della ricerca sull’utero artificiale, in Inghilterra, è Anna Smajdor, docente alla University of East Anglia e ricercatrice onoraria in Bioetica dell’Imperial College di Londra.
    Smajdor equipara la gravidanza a una malattia (la paragona al morbillo) e chiede al governo maggiori finanziamenti nel campo scientifico per poter debellare il parto e promuovere l’ectogenesi.

    La gravidanza NON è una malattia
    La bioetica odierna, come documento ampiamente in Utero in affitto, tende infatti a giustificare tali ricerche proponendo l’equiparazione gravidanza/malattia. Da una parte gli ultimi decenni hanno visto una campagna mediatica tesa a terrorizzare le donne sui rischi della gravidanza e in particolare del parto; dall’altra si è assistito a una medicalizzazione del fenomeno con un aumento eccezionale di esami (anche inutili) per le donne incinte che hanno ormai trasformato la gravidanza in nove mesi da incubo con un tripudio di screening, esami, ecografie e raccomandazioni inquietanti.
    Ciò rende quello che dovrebbe essere il momento più bello per una donna, un periodo di ansia e paura per sé e per il nascituro. La gravidanza oggi viene vissuta con angoscia e dominata dalla paura, impedendo alle famiglie di vivere con serenità questo periodo.

    Utero in affitto: verso la clonazione e l’auto creazione
    Dall’altra parte della Manica, il biologo e filosofo Henri Atlan – fino al 2000 nel Comitato di bioetica francese, convinto che anche la clonazione umana diventerà un modo di procreazione come un altro – ha dedicato già da qualche anno all’“Utérus artificiel” un libro omonimo.
    Secondo Atlan, l’ectogenesi diventerà una realtà che segnerà «la possibilità di una evoluzione verso una vera eguaglianza dei sessi» .
    Il prossimo passo, l’ultimo tassello sarà l’autopoiesi, l’autocreazione di vita: essa annienterà le insidie della natura che fino a oggi hanno costretto l’uomo a scendere a patti con la sua limitatezza.
    Atlan non è isolato. In “Equal opportunity and the case for the state sponsored ectogenesis”, Evie Kendall, da una prospettiva che si vorrebbe “femminista e liberale” esalta l’ectogenesi e quindi l’utero artificiale come un mezzo di eguaglianza che andrebbe ad abbattere i rischi della gravidanza e del parto, liberando di fatto la donna dal dominio della natura.
    Kendall sostiene infatti che: «Nel futuro le donne potrebbero avere la possibilità di essere liberate da questi vincoli quando desiderano una famiglia».
    L’utero artificiale, dunque, potrebbe offrire quella liberazione dai problemi del parto e garantire una forma di eguaglianza biologica a tutte le donne, anche a quelle sterili.

    Utero artificiale, alternativa femminista e liberale?
    Tale ipotesi si è meritata persino un articolo su «Internazionale», in cui la bioeticista Chiara Lalli sciorina i gravi rischi per la salute che le donne corrono con la gravidanza («secondo l’Organizzazione mondiale della sanità almeno il 15 per cento delle donne incinte affronta una qualche condizione potenzialmente mortale»).
    Insomma, secondo Atlan e Kendall l’ectogenesi sarebbe un’auspicabile possibilità: «L’utero artificiale – scrive Lalli – non è certo la bacchetta magica, ma potrebbe essere un modo per attenuare la disparità di genere, quelle regole che sembrano uscire dall’età vittoriana e i pregiudizi che rendono sempre più difficile per le donne il rifiuto del loro destino».
    La teoria di Kendall sembra l’unica alternativa giusta, femminista e liberale all’empasse che si è creata con la maternità surrogata e che sta sollevando sempre più malumori e proteste tra le femministe.
    Meglio disgiungere la riproduzione dalla biologia e creare le nuove generazioni in forni artificiali come Aldous Huxley aveva immaginato in tempi non sospetti (1932) nel suo capolavoro distopico Il mondo nuovo. Perché a quanto pare la filosofia, la letteratura e persino il cinema non insegnano nulla.
    In ogni caso, l’assolutismo del desiderio, l’attuale clima di crociata e l’atteggiamento da psicopolizia orwelliana hanno oscurato la più elementare delle evidenze: che piaccia o no, si nasce da utero di donna. L’incubatrice o l’utero artificiale del prossimo futuro costituirà il decisivo pezzo di una catena di montaggio tecnologico come immaginato da Huxley. Non lo dicono i complottisti: lo spera la scienza. Lo auspicano i bioeticisti e i fautori della tecnologia.
    Il sogno accarezza persino le femministe che vedono nell’utero artificiale la liberazione della donna e uno strumento di uguaglianza…

    Jaques Attali: la riproduzione diverrà compito delle macchine
    Ma le femministe non sono sole, perché anche i mondialisti sembrano auspicare un futuro fatto di clonazione, ectogenesi e molto altro… Lo è di certo il “padre spirituale” di Macron, l’economista e banchiere francese Jacques Attali, storico consigliere di Mitterand, poi consigliere di Sarkozy.
    È stato proprio Attali a rivendicare la “paternità” spirituale del novello presidente francese di cui parla con orgoglio («Sarà un presidente straordinario»).
    Attali, che contribuì a scrivere il Trattato di Maastricht, è un lobbista che ha rilasciato negli anni interventi a dir poco inquietanti in linea con la sua fervida produzione saggistica (si pensi a Breve storia del futuro del 2006). A lui è stata anche attribuita la frase «E cosa credeva la plebaglia europea, che l’Euro fosse stato fatto per la loro felicità?».
    In un’intervista a «la Repubblica» del 19 Agosto 2014 Attali profetizzava l’avvento dell’ectogenesi e della clonazione:
    «La riproduzione diventerà compito delle macchine, mentre la clonazione e le cellule staminali permetteranno a genitori-clienti di coltivare organi a volontà per sostituire i più difettosi. Un bambino potrà essere portato in grembo da una generazione precedente della stessa famiglia o da un donatore qualsiasi, e i figli di due coppie lesbiche nati da uno stesso donatore potranno sposarsi, dando vita a una famiglia con sole nonne e senza nonni. Molto più in là, i bambini potranno essere concepiti, portati in grembo e fatti nascere da matrici esterne, animali o artificiali, con grande vantaggio per tutti: degli uomini poiché potranno riprodursi senza affidare la nascita dei propri discendenti a rappresentanti dell’altro sesso; delle donne poiché si sbarazzeranno dei gravi del parto». Non solo perché l’utero artificiale e la clonazione, «schiuderanno prospettive vertiginose in cui ciascuno potrà decidere autonomamente di riprodursi e un giorno si arriverà forse all’ermafroditismo universale».
    Un auspicio già avanzato in Italia da Umberto Veronesi, di cui ho ampiamente trattato in Unisex.
    Questa visione distopica coincide in pieno con quanto immaginato da Huxley: le future generazioni nasceranno in fabbriche all’interno di uteri artificiali e il sesso sarà svincolato dall’amore e da una relazione sentimentale stabile.
    Attali è infatti un sostenitore del “poliamore” che viene definisce «la punta più avanzata delle società sviluppate»: in Amori. Storia del rapporto uomo donna del 2007 prevedeva che la monogamia sarebbe diventata un “anacronismo”. Da qui la poligamia e di conseguenza la poligenitorialità.

    Verso il poliamore e l’uomo OGM: una scusa per controllare l’umanità?
    In Lessico per il futuro, alla voce “matrimonio”, scriveva: «L’apologia dell’autenticità porterà alla scomparsa della fedeltà come dovere e dell’infedeltà come colpa. Ognuno avrà il diritto di amare più persone alla volta, in modo aperto e trasparente. Ognuno avrà il diritto di formare contemporaneamente più coppie. Poligamia e poliandria torneranno a essere la regola»; alla voce “nascita”, invece «Ogni essere umano diverrà allora un essere senza padre né madre, senza antenati né discendenti, senza radici né posterità, nomade assoluto». Per guadagnarsi invece una forma di immortalità, in futuro «Ognuno […] perpetuerà la propria esistenza grazie ai cloni genetici che potranno replicarsi gli uni agli altri».
    Nel 2006 in Breve storia del futuro, Attali sosteneva che nei prossimi cinquant’anni i costumi cambieranno e anche la morale: quello che prima non era accettato lo sarà serenamente in futuro perché i nostri parametri di giudizio saranno diversi (e qua si potrebbe innestare un interessante parallelo sul Principio della rana bollita di Chomsky e la Finestra di Overton). Non deve quindi stupire se ancora in Lessico per il futuro Attali si spingerà a immaginare che un uomo potrà in futuro diventare madre, ovvero dare alla luce un bambino da solo, «portando l’embrione nel proprio ventre o facendo sviluppare in un utero non umano».

    L’impressione è che si stia andando verso un orizzonte post-umano, passando per la creazione dell’uomo OGM: un uomo geneticamente modificato. Siamo cioè nel campo del Transumanesimo, un progetto dai connotati demiurgici, che predica l’avvento di un futuro in cui l’uomo potrà finalmente essere libero dalle sue catene biologiche. Coloro che tentano di criticare o porre un freno a questi scenari vengono tacciati di essere oscurantisti e di voler fermare la scienza e la conseguente evoluzione umana.
    Bisogna capire se questo “progetto” auspicato dai mondialisti rappresenti però un traguardo per il benessere collettivo o non si tratti invece di uno scenario distopico in cui l’umanità potrà essere meglio controllata e dunque governata dai fautori del “progresso”. Ossia, ancora una volta, il sogno di un’élite per l’appagamento di pochi a discapito degli altri…

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    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

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    Predefinito Re: Il mondo nuovo; se lo conosci lo eviti

    Pornocrazia: la rivoluzione che ha trasformato gli esseri umani in “giocattoli”
    Autore Marletta Gianluca

    Nella profetica distopia di Aldous Huxley, “Il mondo nuovo”, droga, spettacolo e soprattutto ipersessualizzazione della società sono visti come elementi base della futura “dittatura dolce” che dominerà il mondo: un potere totalitario e invisibile, tanto più forte quanto più capace di convincere “gli schiavi” ad amare “le proprie catene”.
    Questa è la storia di come le “profezie di Huxley” sembrano essersi realizzate negli ultimi decenni: a partire dalla cosiddetta “rivoluzione sessuale” e dalla diffusione epidemica della Pornografia, con l’avvento di un uomo affettivamente precario, privo della protezione di “corpi sociali” come la famiglia, spiritualmente resettato e solo.
    E con una conseguenza: il crollo demografico.

    | La dittatura dolce di Aldous Huxley |
    «Primo scopo dei governanti è impedire ad ogni costo che i soggetti diano fastidio. Per far questo essi, fra le altre cose, legalizzano una certa misura di libertà sessuale (possibile dopo l’abolizione della famiglia), che in pratica salvaguardi tutti i cittadini del mondo nuovo da ogni forma di tensione emotiva (o creativa)»[1].
    Con queste parole, nell’immediato dopoguerra, Aldous Huxey commentava nel suo saggio Ritorno al mondo nuovo le caratteristiche salienti di quella “dittatura dolce” (o invisibile) che aveva già tratteggiato nel 1932 nel capolavoro Il mondo nuovo. A dispetto del totalitarismo autoritario dominante a quell’epoca, infatti, Huxley immagina una “dittatura del futuro” in cui i sudditi sarebbero stati inesorabilmente incatenati in una “gabbia dorata” che li avrebbe resettati da qualsivoglia aspirazione superiore spingendoli ad “amare le proprie catene”.



    Gli elementi fondamentali di questa dittatura inesorabile e “invincibile” sarebbero stati l’uso spregiudicato dell’arma mediatica (spettacoli), la diffusione di droghe (abbiamo già affrontato questo tema in un articolo specifico[2]) e, soprattutto, l’ipersessualizzazione della società fin dalla più tenera età.
    Secondo Huxley, infatti, l’uomo del futuro, privato della protezione dei cosiddetti “corpi sociali intermedi” (in primo luogo la famiglia), ridotto alla più totale precarietà affettiva, inebetito da sensazioni superficiali e reiterate indotte da droga, mass media e sessualità, privato di ogni identità storica o spirituale, numericamente controllato a partire dalla disgiunzione totale tra sesso e procreazione (Huxley ipotizza già negli anni 30 l’utilizzo della fecondazione “in vitro”), diverrà un semplice mattone nell’edificio della dittatura perfetta: una monade sola e privata d’ogni creatività e aspirazione superiore e, per tali ragioni, perfettamente manipolabile e del tutto incapace di reazione critica.
    La storia degli ultimi decenni ha dimostrato, in realtà, come la distopia di Huxley non fosse affatto una semplice “fantasia individuale”, ma costituisse al contrario il “megafono” di idee e progetti largamente circolanti nelle cosiddette “elite” del mondo occidentale (specie anglosassoni): progetti che sembrano essere stati messi in atto puntualmente a partire dal secondo dopoguerra.

    | In principio furono Malthus e i Rockefeller |


    Enrica Perucchietti, Gianluca Marletta, La fabbrica della manipolazione (Arianna Editrice).

    Tra i “poteri forti” che sembrano aver avuto un ruolo fondamentale in questo processo di “manipolazione sociale di massa”, un’importanza particolare può essere attribuita alla dinastia dei Rockefeller. Di incerta genealogia (forse derivati da una famiglia protestante francese riparata in Germania e poi emigrata negli Stati Uniti), i Rockefeller assurgono a notorietà a cavallo tra XIX e XX secolo con il rampollo John Davison Rockefeller, fondatore di un impero economico senza precedenti a partire dallo sfruttamento del petrolio (Standard Oil).
    Un potere economico sconfinato che, tuttavia, verrà largamente utilizzato non solo per il mero arricchimento momentaneo ma per influenzare la politica, la cultura e la stessa “opinione pubblica” degli Stati Uniti e di tutto l’Occidente.
    Come scriveva già negli anni ’30 il cronista Walter Cronkite:
    «I Rockefeller sono la personificazione del Potere permanente della nazione; i governi cambiano, l’economia fluttua, le alleanze si spostano, i Rockefeller restano»[3].
    Una particolare ossessione della Rockefeller Foundation – organizzazione fondata da John Davison Rockefeller I e da suo figlio John Davison junior quale emanazione politico-culturale della multinazionale – sarà, in particolar modo, il promuovere politiche denataliste e abortiste in tutto il mondo.
    L’ultimo rampollo da poco deceduto della dinastia, David Rockefeller, oltre ad essere stato tra i fondatori dei famosi gruppi del Bilderberg e della Trilateral Commition, oltre che dell’influentissimo C.F.R. Council on Foreign Relations (Consiglio sulle Relazioni Estere), è stato il creatore nel 1952 del Population Council e a Bombay dell’IPPF (International Planned Parenthood Federation), le due organizzazioni internazionali che, più d’ogni altre, hanno promosso nel mondo aborto e denatalismo.
    Ma queste tendenze non erano affatto una novità nella cultura anglo-sassone: già lo scienziato inglese Malthus, un secolo prima, aveva affermato la necessità di ridurre a tutti i costi la popolazione delle “classi inferiori” della società – calvinisticamente e razzisticamente intese come “parassitarie” – e proponeva, in tale ottica, non solo di “rivalutare” fenomeni come la guerra, la fame e le pestilenze[4], ma anche “la diffusione di tutti quei comportamenti, tra cui l’adulterio, la sodomia, ecc. che causano una diminuzione delle nascite”.
    Da qui la necessità di promuovere anche una nuova cultura e dei rinnovati “costumi sessuali” che potessero favorire lo scopo: ma sarà solo nel secondo dopoguerra che tale progettualità potrà cominciare a realizzarsi.

    | La “bomba Kinsey” che scosse l’America. Alle radici misconosciute della “rivoluzione sessuale” |


    Enrica Perucchietti, Gianluca Marletta, UNISEX (Arianna Editrice).

    Nella società americana ancora molto conservatrice degli anni ’50, fu chiamata Kinsey’s Bomb (la bomba-Kinsey) la pubblicazione successiva di due tomi di studi sul comportamento sessuale degli americani prodotti da un’equipe presieduta dallo psicologo Alfred Kinsey: Sexual Behavior in the Human Male (1948) e Sexual Behavior in the Human Female (1953).
    Grande sponsor della Kinsey’s Bomb sarà la Fondazione Rockefeller, nella persona del suo fondatore John D. Rockefeller senior, che finanzierà e sponsorizzerà le due pubblicazioni.
    Il “rapporto Kinsey”, infatti, intendeva dimostrare, dati alla mano, che i comportamenti che fino a quel momento erano stati sprezzantemente considerati come “perversioni” (o, con termine scientifico, “parafilie”) erano al contrario atteggiamenti normali, largamente diffusi nella società americana. Omosessualità, feticismo, ma anche pedofilia ed efebofilia, erano –secondo Kinsey – pratiche largamente diffuse, e pertanto era implicitamente auspicabile che venissero accettate dalla società nel suo complesso.
    Il valore scientifico di tali “ricerche”, in realtà, apparve da subito discutibile, ma l’effetto mediatico e la ricaduta a livello di mentalità e di costume fu in ogni caso dirompente.
    La ricerca di Kinsey, in effetti, era tutt’altro che rappresentativa della vita e degli atteggiamenti “dell’americano medio” (basti pensare che una gran parte dei “dati statistici” in essa contenuti, e che avrebbero dovuto offrire una visione “realistica” della vita sessuale degli americani, erano stati ottenuti intervistando soggetti in gran parte presi dalla popolazione carceraria, molti dei quali detenuti proprio per reati sessuali…), ma la potente copertura mediatica di cui poté godere l’opera mise in ombra, specie nei primi tempi, questi limiti oggettivi.
    Da questo punto di vista, in effetti, il valore scientifico di una ricerca passa in secondo piano rispetto allo “stato di spirito” che essa riesce a produrre nelle masse; ovvero in funzione di quel “mutamento di mentalità collettivo” che era, evidentemente, l’obiettivo perseguito dai finanziatori dell’opera di Kinsey.
    Tanto per fare un esempio, uno dei dati che all’epoca fece più scalpore era quello secondo il quale il 10% della popolazione maschile americana sarebbe risultata di tendenza omosessuale. Anche in questo caso, peraltro, la “scientificità” di tale studio fu messa pesantemente in dubbio:
    «Kinsey infatti aveva tirato fuori il suo 10% da un unico campione, dando per buona la valutazione di intervistatori omosessuali o bisessuali che decidevano che un soggetto era da considerarsi omosessuale sia se aveva avuto delle esperienze apertamente omosessuali sia se aveva avuto un qualsiasi pensiero omosessuale. […] Pertanto, anche chi pensava in maniera negativa o ricordava un’aggressione omosessuale entrava a far parte di quel 10%»[5].
    Quello che Kinsey proponeva, dietro la “maschera” accademica rappresentata dallo “studio scientifico”, era infatti una visione nuova della sessualità, nella quale ogni “tendenza” aveva la sua legittimità nel quadro di una sessualizzazione delle masse che si voleva totale. Non solo l’omosessualità, infatti, ma anche la pedofilia e la “sessualità infantile” trovavano largo spazio degli studi di Kinsey. Alcuni dati contenuti nel “rapporto” ebbero addirittura strascichi giudiziari, specie le inquietanti “tabelle” in cui si riportavano le frequenze e i tempi necessari ai bambini per ottenere un “orgasmo” [6].
    Del resto, Kinsey non avrebbe mai fatto mistero delle sue convinzioni riguardo la pedofilia. Nel controverso paragrafo Contatti nell’età prepuerbere con maschi adulti, scriverà:
    Se la bambina non fosse condizionata dall’educazione, non è certo che approcci sessuali del genere (con adulti n.d.a.) la turberebbero. E’ difficile capire per quale ragione una bambina, a meno che sia condizionata dall’educazione, dovrebbe turbarsi quando le vengono toccati i genitali, oppure turbarsi vedendo i genitali di altre persone, o nell’avere dei contatti sessuali ancora più espliciti[7].

    | L’avvento del “porno soft” e la ridicolizzazione della famiglia |
    In un’altra cupa distopia letteraria del Novecento, il celebre 1984 dello scrittore britannico George Orwell, pur essendo tratteggiata l’idea di una futura dittatura mondiale retta da una sadica oligarchia di torturatori, non manca un ufficio specifico creato dal Partito al potere il cui scopo è essenzialmente la diffusione di riviste d’intrattenimento del genere più infimo, infarcite di sesso, scandali e violenza.
    E’ la Pornosez, creata al fine di quietare la coscienza di quella gran massa di “subumani” – chiamati nel romanzo prolet– attraverso la diffusione di una sub-cultura fatta di sesso spinto e di dissoluzione. Come nella distopia di Huxley, infatti, niente è più efficace del sesso banalizzato e massificato al fine di inebetire il gregge dei sudditi, incatenandolo ai bisogni e alle prospettive più dozzinali.
    Ma passando direttamente dalla distopia alla realtà dell’America anni ’50/’60, la nascita della Pornosez che manipolerà intere generazioni vedrà come protagonista un amico e diretto collaboratore proprio di Alfred Kinsey: un individuo ricco e dalle frequentazioni piuttosto enigmatiche di nome Hugh Heffner. Se Kinsey ha rappresentato il volto “scientifico” della “rivoluzione sessuale”, è soprattutto sul piano del costume, in realtà, che questo cambiamento epocale finirà per imporsi. Così, come in una sorta di manovra a tenaglia, negli stessi anni in cui Kinsey “rivelava” al mondo la sua “verità” sui costumi sessuali degli Americani, la visione tradizionale della sessualità (e della famiglia) subiva un attacco micidiale dalle pagine patinate di una rivista popolare che avrebbe fatto la storia: PlayBoy.
    E’ a Playboy di Hugh Heffner che dobbiamo infatti quella fase della “rivoluzione sessuale” che maggiormente ha contribuito a trasformare il sentire, il costume e il vissuto delle masse nel senso di un edonismo cieco e individualistico, attraverso la diffusione a macchia d’olio di quel genere di editoria che, con un eufemismo, sarà definita all’epoca porno-soft.
    Fondatore della rivista Playboy, Heffner sarà anche – in stretta collaborazione col “braccio scientifico” Alfred Kinsey- il punto di riferimento di una vera e propria lobby di potere interessata, oltre che a far soldi, anche ad influenzare la mentalità di massa. La stessa rivista Playboy, infatti, sarà concepita solo come il “fiore all’occhiello” di una struttura ben più vasta di cui farà parte anche una ben finanziata fondazione omonima[8] – la Playboy Foundation – che si distinguerà negli anni successivi, di volta in volta, per l’appoggio alla campagna per la liberalizzazione dell’aborto, la liberalizzazione e la depenalizzazione dell’uso delle droghe[9] e persino dei rapporti sessuali tra esseri umani e animali, oltre che per aver finanziato e sostenuto la prima organizzazione omosessualista americana: la National Gay Task Force.
    Uomo potente e legato a potenti conoscenze, Hugh Heffner – al pari dell’amico Alfred Kinsey – godrà, durante tutta la sua esistenza, di sostegni d’ogni tipo: segno visibile di tale legame con determinati centri di potere sarà la sua “premiazione”, per non meglio precisati meriti, da parte dell’Anti-Defamation-League (diretta emanazione della loggia massonica per israeliti, il B’nai B’rith) avvenuta nel 1980.
    L’eredità che Heffner lascerà alle generazioni successive sarà essenzialmente identificabile con una visione ludica e puramente edonistica della sessualità, in cui gli esseri umani (e soprattutto le donne) vengono viste come dei giochi (toys) o, meglio ancora, come dei prodotti da consumare: lo “schema filosofico” seguito dagli editori di Playboy sarà infatti quello per cui gli uomini erano i “playboy” e le donne e i bambini erano le “playthings”, i giocattoli del desiderio.
    Un ruolo particolarmente importante nel processo di “manipolazione collettiva” sarà poi quello rivestito dalla nota rubrica delle Lettere al Direttore su Playboy, dalla quale Heffner e la sua fondazione porteranno avanti una corrosiva e costante propaganda contro l’idea tradizionale di famiglia, diffondendo un’immagine volutamente grottesca e ridicola di “valori tradizionali” come la fedeltà coniugale e l’istituzione familiare.

    | Il collegamento con la “cultura della droga” |
    La strada intrapresa da Kinsey e Heffner sarebbe stata seguita, negli anni successivi, da molti altri gruppi editoriali, centri culturali e dalla gran parte dei mass media. Un passaggio importante, peraltro, sarà – a metà degli anni ’60 – il concomitante esplodere della “rivoluzione psichedelica” e della “cultura della droga”.
    Uno degli effetti immediati degli anni del make love not war e delle grandi orge di massa a base di sesso, droga e musica “acida” sarà, infatti, la straordinaria impennata dell’industria della pornografia, che troverà nelle masse di giovani “liberati” dall’LSD una quantità enorme di “materia prima” da sfruttare.
    Scrive Mario Arturo Iannaccone, storico e autore dell’informatissimo saggio Rivoluzione psichedelica, imprescindibile per comprendere i risvolti meno conosciuti dei “favolosi anni 60”:
    La pornografia organizzata come un’industria era il fenomeno nuovo di quei mesi. C’era bisogno di soldi. Non era difficile organizzare produzioni perché la droga aiutava a superare le inibizioni e c’era abbondanza di studenti di cinema disoccupati e di ragazze che avevano tagliato i contatti con le loro famiglie[10].
    Droga, spettacolo, ipersessualizzazione… gli anni 60 – e i decenni che li seguiranno – sembrano davvero riproporre in maniera puntuale e sconcertante le previsioni di Huxley. Ma quello che stiamo descrivendo sarà solo l’inizio di un processo che, conseguenzialmente, porterà ad enormi cambiamenti i quali, lungi dal rimanere confinati nell’ambito del “costume”, investiranno ogni aspetto della vita, della società e persino dell’economia, specie nel mondo occidentale.

    | Come ci vogliono i “poteri forti”: precari, instabili e soli |


    La “liberazione sessuale”, la pornografia, l’ipersessualizzazione di massa, in effetti, ben lungi dal generare quel mondo quasi “edenico” che era stato sognato dalle masse “contestatarie”, hanno al contrario dato origine a un mondo largamente disumanizzato, dove il protagonista assoluto sembra ormai essere un nuovo tipo d’uomo del tutto resettato d’ogni tipo d’identità, prigioniero del proprio individualismo ed essenzialmente solo.
    La ricerca ossessiva del piacere individuale, l’eliminazione d’ogni forma di finalità dell’esistenza che non sia il mero edonismo momentaneo, contribuiranno infatti – come prevedevano da decenni e da secoli le elite del mondo anglosassone – a rendere precari i rapporti umani, dissolvendo la “famiglia tradizionale”, abbattendo radicalmente la crescita demografica e dissolvendo ogni tipo di “vincolo umano” duraturo.
    Questo processo, generando una sorta di massa “acritica” formata da semplici monadi sembra aver realizzato, almeno in parte, quel “materiale umano” elemento base della “dittatura perfetta” che Huxley immaginava; con l’aggiunta che il “precario globale”, strutturalmente privo di un centro spirituale o affettivo che sorregga la sua identità, riveste anche il ruolo di “consumatore perfetto”, ovvero di colui che tenta costantemente di annegare nello shopping compulsivo e nell’acquisizione di prodotti un vuoto interiore incolmabile.
    Tuttavia, l’eccessivo calo demografico conseguente alla dissoluzione dei “vincoli stabili” rischia di avere, alla lunga, gravi conseguenze a livello economico: é per questa ragione che il “precario” deve divenire “globale”, un individuo atomizzato e apolide disposto a spostarsi e ad essere utilizzato proprio in quanto privo di legami.
    Nel 2016, durante una visita in Germania, l’allora ministro dell’Istruzione italiano Stefania Giannini, rispondendo ad alcune domande dei giornalisti, dirà esplicitamente[11]:
    «Dobbiamo tendere sempre più verso un modello americano, in cui la flessibilità, che è sinonimo di precariato, è la base di tutto il sistema economico. (…) Non ci sarà più spazio per la famiglia come la intendiamo oggi. La flessibilità induce le persone a spostarsi individualmente, il modello di famiglia a cui siamo abituati, che rappresenta stabilità e certezze, non esisterà più».
    All’obiezione che un maggior precariato avrebbe contribuito ad aggravare il problema demografico già allarmante in paesi come Germania e Italia, il Ministro ha rivelato la soluzione: “importare” masse d’immigrati…

    Note:
    [1] Huxley, A., Il Mondo Nuovo/Ritorno al Mondo Nuovo, traduzione di Luciano Bianciardi, Arnoldo Mondadori Editore (Oscar Mondadori – Classici Moderni), 1991, p. 247
    [2] https://revoluzione.unoeditori.com/d...a-generazione/
    [3] Cit. in S.Gozzoli, Sulla pelle dei popoli, Milano 1988, p. 17.
    [4] Ibidem.
    [5] Ivi, pp. 22-23.
    [6] Infatti, è in corso negli Stati Uniti un’indagine, la H.R. 2749 che cerca di capire come siano stati ottenuti i dati della famosa “tabella 34” in cui sono riportate le frequenze di orgasmi di infanti e bambini e i tempi necessari per raggiungere lo scopo. Detto in parole povere, il gruppo di ricercatori guidati da Kinsey avrebbe partecipato all’abuso su 317 infanti e bambini?
    [7] Cit. in: D.Nerozzi, L’uomo nuovo, p. 26
    [8] Cfr. Y. Moncomble, La politique, le sexe et la finance, Ed. Yann Moncomble, Paris 1989, pp. 51 e ss.
    [9] Il nome di Heffner, insieme a quello del direttore della Playboy Foundation Burton M.Joseph, appare anche nel consiglio direttivo della N.O.R.M.L. l’organizzazione americana per la liberalizzazione della marijuana, finanziata con milioni di dollari a fondo perduto da organizzazioni quali la Ford Foundation e la Commonwealth Fund.
    [10] M. A. Iannaccone, Rivoluzione Psichedelica, op. cit., p. 296
    [11] https://www.intelligonews.it/cosa-bo...il-precariato/, archiviato il 6 maggio 2016.

    https://revoluzione.unoeditori.com/p...paign&ectttl=7
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 
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