Il cacciatore delle Alpi del Mare
Ad un' amica di Alassio,
Mentre stava ridiscendendo verso valle, Gaun sentì una goccia bagnargli la fronte e, d’istinto, si fermò. I conigli e il fagiano che teneva legati e appoggiati sulla spalla e che gli pendevano indietro smisero di oscillare e di battergli sulla schiena; rivolse lo sguardo verso l’alto e vide che era scomparso anche l’ultimo sprazzo di sereno. Il cielo si era coperto di grosse nubi grigie che il vento sballottava e faceva correre qua e là in modo vorticoso. Una nuvola attrasse la sua attenzione: era più bassa delle altre e si muoveva lentamente; era quasi blu e i suoi contorni, ben definiti, ricordavano il profilo di un uomo con il naso aquilino, la barba a punta e i capelli ricci, molto lunghi. Affascinato, Gaun rimase per un momento a guardarla, pensando che quello poteva essere il volto del dio del Vento mentre gioca e si diverte a mutare i colori del cielo.
Riabbassò lo sguardo, si accorse di essersi distratto e doveva, invece, fare in fretta. Sapeva che da quelle nubi minacciose, che si erano rapidamente addensate, non sarebbe scesa solo pioggia.
Il rumore improvviso e ancora lontano di un tuono parve quasi interrompere quello continuo e vicino dei faggi e dei pini mossi dal vento, sulla sua destra. Ma quello del vento tra le piante era un rumore piacevole, che gli teneva compagnia, mentre quello del tuono lo rendeva inquieto. Poco più in là, su un tratto erboso, vide alcuni cinghiali risalire la montagna per la linea di massima pendenza. Correvano veloci, invidiò il loro vigore e non pensò ad un cattivo presagio; erano soltanto animali alla ricerca di un rifugio.
Osservò bene intorno a sé. A pochi passi sulla sinistra del sentiero, proprio sotto un’alta parete di roccia a strapiombo, c’erano due grandi macigni, un po’ inclinati e appoggiati l’uno all’altro, che formavano un piccolo spazio coperto. Come riparo poteva andare bene; Gaun si avvicinò e si infilò tra i due macigni.
Le gocce stavano aumentando, aveva iniziato a piovere. Erano gocce grandi e rade, il naturale preludio di quello che Gaun aveva immaginato. Poco dopo, infatti, iniziò a grandinare, forte, intensamente.
Aveva fatto appena in tempo. Posò a terra i tre conigli e il fagiano, appoggiò la lancia alla roccia, si piegò e allungò una mano allo scoperto per raccogliere un chicco di grandine. A Gaun sembrò enorme: era più grosso di una ciliegia, almeno come una noce. Non si era sbagliato: un conto era la pioggia, un altro la tempesta. E una grandine di quelle dimensioni sulla sua testa e sulle sue spalle nude certo non sarebbe stata piacevole come conclusione per quella fortunata giornata di caccia.
*** ***
Era andata bene, la caccia.
Chissà come sarebbe stata felice Inn, la sua compagna, vedendo quel bel bottino. Avrebbero avuto carne da mangiare per almeno tre o quattro giorni. E non si trattava solo della carne! Inn non buttava via mai niente, sapeva sempre come utilizzare ogni cosa. Con quel fagiano e quei tre conigli avrebbe avuto da fare almeno per un pomeriggio intero. Si sarebbe messa subito a spennare il fagiano e quelle piume e le penne più piccole, con le altre che aveva sempre tenuto, le sarebbero servite per ammorbidire il giaciglio dei due gemelli, nati da poco.
Ma non era tutto! Con la pelle dei conigli avrebbe potuto far loro una piccola coperta. Avvolti in quel soffice pelo, forse di notte avrebbero smesso di piangere perché, finalmente, dormivano. E anche loro due, Inn e Gaun, avrebbero potuto riposare e, magari, trovare anche il tempo per fare di nuovo, sempre in silenzio, ma più serenamente, l’amore.
L’amore…
Perché aveva deciso che quella cosa che era nata in lui e che di giorno in giorno continuava a crescere dovesse avere un nome?
Prima di Inn, Gaun aveva conosciuto qualche altra donna; nessuna, però, gli aveva fatto sentire quello che provava per lei. Nessuna donna, mai. Inn gli faceva desiderare di essere migliore. Ma non solo.
Lui aveva le braccia forti, abbastanza forti da rizzare il tronco spezzato di una vecchia quercia, le gambe muscolose e robuste, era capace di correre per lunghissimi tratti, anche per un mattino intero, senza fermarsi, di lottare a mani nude con un lupo affamato e anche di affrontare l’orso con la sua lancia, se era necessario, o di stare interi giorni senza acqua né cibo. Erano tutte cose di cui andava orgoglioso, ma gli sembravano piccole e vane se confrontate con quello che ora legava lui e Inn e che li avrebbe legati per sempre. Perciò doveva dargli un nome e aveva deciso di chiamarlo amore.
Ma, di nuovo, non era tutto!
Era bella Inn, con i suoi lunghi capelli castani che le scendevano sul seno. Pensò a lei sdraiata di fianco a lui, sorridente e nuda, con gli occhi azzurri e la pelle liscia. Come in quel momento, quell’immagine frullava spesso nella mente di Gaun. Quando la vedeva così non sapeva assolutamente resisterle.
Lui intendeva anche questo quando pensava all’ amore!
E gli piaceva scoprirne tutte le sfumature.
Per esempio, ogni tanto, quando lei era nuda e sdraiata in quel modo, lui, per scherzo, provava a far finta di niente e si metteva sul fianco, girandole le spalle; allora lei lo stuzzicava sulle gambe con un piede; era un gesto garbato, un modo delicato per fargli capire che lo desiderava. E se lui continuava a fare l’indifferente, Inn gli sfregava dolcemente il seno contro la schiena. Quel morbido, inconfondibile contatto rendeva impossibile continuare a fingere di voler prendere sonno. Allora Gaun la accarezzava, la baciava, entrava dentro di lei e insieme sentivano quel calore forte, i cuori che battevano di gioia, l’amore che li univa, l’amore che li stringeva, l’amore che li travolgeva; loro due, in silenzio, quando ogni parte della carne urla, urla, urla…
Poi erano venuti i due piccoli, uguali, in una sola volta. Per loro sentiva una cosa un po’ diversa, ma altrettanto forte e viva, e Gaun era sicuro che anche quello fosse amore. Anche perché loro due, i gemelli, ne erano il frutto più grande e importante.
*** ***
La grandine era quasi cessata, ma continuava a piovere forte.
Avvicinò bene la schiena alla roccia e si sedette. Prese la lancia; aveva notato che la punta si era scheggiata. Nulla di grave, pensò, una piccola scaglia era saltata via; a casa l’avrebbe risistemata lisciandola con una pietra più dura.
I piedi e le gambe si stavano bagnando, si mise un poco di lato. Aveva camminato molto, voleva provare a riposare e cercò di chiudere gli occhi.
Nei giorni successivi, ripensando a quello che avvenne subito dopo, per Gaun sarebbe stato difficile distinguere esattamente la realtà dal sogno.
Sotto il macigno che aveva di fronte, proprio tra la terra e la roccia, c’era un buco abbastanza ampio. Con cautela provò a sporgere la testa oltre il ciglio: era l’ingresso di una piccola caverna. All’interno, al centro, seduto su di un tronco, vide un uomo.
“Vieni avanti” disse lo sconosciuto. Era un invito, ma sembrava quasi un ordine.
Gaun impugnò bene la lancia, raccolse le prede, si alzò, piegò un po’ le ginocchia e la schiena, abbassò il capo ed entrò nella grotta. Non appena fu dentro, si sedette e osservò meglio l’uomo.
Stava immobile, con il viso rivolto verso la luce proveniente dall’apertura. I suoi occhi erano simili a quelli del gufo, il suo naso ricordava quello del gatto, la sua bocca era tagliata come quella del lupo e i suoi denti erano aguzzi come quelli del cinghiale. Portava, intorno al collo, una ghirlanda fatta con un tenero ramo di faggio, intrecciato, per abbellimento, con corti rametti di pino dai quali pendevano delle piccole pigne. Aveva la barba e i capelli bianchi, le braccia lunghe, setolose e nerborute; sul torace, sulle spalle e sulle gambe era completamente ricoperto di peli; aveva le unghie lunghe, sia alle dita delle mani che a quelle dei piedi. A parte la ghirlanda, era completamente nudo e, malgrado tutto il suo pelo, si capiva che era magrissimo.
Gaun non lo aveva mai visto prima, ma lo riconobbe subito, perché aveva sentito parlare di lui. Era l’Uomo-Capro, l’Uomo dei Boschi e delle Montagne, soprannominato Sarvàn, e quella grotta doveva essere la sua tana, il Bric del Sarvàn.
Di lui si narravano tante, incredibili storie.
Si diceva, per esempio, che l’Uomo-Capro, poiché nessuna donna lo aveva mai voluto a causa della sua estrema bruttezza, si accoppiasse con le femmine degli stambecchi e dei camosci, le quali, a differenza delle donne, scambiandolo forse per un maschio delle loro specie, lo lasciavano fare, traendo dalla sua impetuosa e irrefrenabile sessualità persino piacere. Alcuni giuravano di averlo visto radunare i cinghiali e portarli al pascolo imitando il canto dell’usignolo. Altri avevano cercato di scoprire, senza riuscirci, come facesse a rendere solido e più gustoso il latte. Si raccontava, anche, che conoscesse solo il linguaggio degli animali e degli uccelli, ma, evidentemente, pensò Gaun che aveva appena sentito la sua voce, non era vero.
“Tu sei Gaun, il cacciatore delle Montagne del Mare, il padre dei due piccoli Ingauni” esclamò Sarvàn, osservandolo.
Gaun era stupefatto. L’Uomo-Capro poteva aver intuito, vedendogli la lancia, i conigli e il fagiano, che era stato a caccia sulle montagne. Era pure possibile che lo avesse visto altre volte. Ma come faceva a conoscere il suo nome e a sapere dei suoi figli? E perché li aveva chiamati in quel modo, anteponendo il nome di Inn al suo?
Doveva stare all’erta. Si limitò a rispondere di sì con un cenno del capo.
Sarvàn allungò un braccio verso di lui, gli prese con delicatezza la mano sinistra, la aprì e osservò attentamente la palma. Il suo sguardo si illuminò. Ora il suo volto rassomigliava sempre di più al muso di una volpe che sta per assalire il piccolo di un’anatra e che già pregusta il tenero pasto. Incuriosito, Gaun decise di lasciarlo fare, mentre con l’altra mano stringeva bene la lancia.
“Il ventre di Inn, fecondato dal tuo seme, ha generato una stirpe di grandi cacciatori. I due Ingauni non sono stati allattati da una lupa, né abbandonati nell’acqua di un torrente, ma, primi al mondo, sono stati allevati con amore. Tu non sai, ma ancor più che nella Forza e nell’Intelletto v’è l’Eterno in questo. Dai figli dei tuoi figli discenderà un popolo fiero e tenace che abiterà queste terre e che, in un futuro lontanissimo, affronterà gli invincibili guerrieri provenienti dai Sette Colli. Un grande sapiente narrerà della loro terribile e interminabile lotta. Le sue parole non si perderanno nel vento, ma avranno una forma” disse, con tono severo e sentenzioso. “Come segni sacri - ya, aleph, alfa - che scalfiscono la roccia, renderanno quei popoli immortali.”
I figli dei suoi figli… I guerrieri dei Sette Colli… I segni sacri… Che cosa significava? E come potevano le parole rendere immortali?
Inoltre, l’Uomo-Capro sapeva di quello che lo legava a Inn e ai gemelli e anche lui, per di più, lo aveva chiamato amore. Come poteva conoscere l’amore? Che la sua simbiosi con la Natura fosse tale da renderlo veggente? O non era, piuttosto, come suggeriva la sua fisionomia, che la sua natura fosse la Natura stessa?
Gaun tirò indietro la mano e, cercando di vedere qualcosa, ma invano, la guardò.
Non sapeva cosa fare, cosa dire, né più cos’altro pensare.
Sarvàn tese il capo in avanti, verso di lui.
“Questa mattina il cielo era sereno. Salendo abbastanza in alto, era possibile vedere bene le montagne che a Ovest nascondono il tramonto del sole e che proseguono ininterrotte verso Nord, per poi piegarsi di nuovo verso Levante, oltre la Grande Pianura” disse, descrivendo un ampio semicerchio con un braccio disteso. L’Uomo-Capro aveva mutato improvvisamente tono e discorso: dove voleva arrivare? Gaun annuì, piegando il capo in modo quasi rispettoso.
Le montagne oltre la pianura, quelle di cui aveva appena parlato, erano altissime e indicavano, a Ovest e a Nord, il Confine del Mondo; nessuno, per paura, aveva mai osato varcare quel limite. Sulle loro cime, quando il cielo era sereno come lo era stato quel mattino, si vedeva sempre brillare la neve, anche nella stagione più calda.
A Gaun piaceva osservarle dalle cime delle sue montagne e, ogni volta, quello spettacolo straordinario lo rapiva. Il Mondo era lì, di fronte a lui, e gli sembrava quasi di coglierne per un attimo il mistero più profondo, immaginando, un po’ superbamente, di non farne parte, ma di essere lui l’artefice di quell’incanto.
La pianura era la terra del Grande Fiume e chi aveva viaggiato verso Nord arrivato a quel punto aveva sempre dovuto fermarsi e tornare indietro. Nessuno sapeva come superare il Grande Fiume. Per Gaun era troppo lontano e, anche prima di conoscere Inn, non aveva mai pensato di raggiungerlo. Eppure lui avrebbe saputo come superarlo! Gaun sapeva che i fiumi nascono dalle montagne e risalendone i corsi si fanno via via più piccoli fino a diventare dei ruscelli. Quella era la regola di tutti i torrenti che scendono al mare, e Gaun era certo che valesse anche per il Grande Fiume. Lui viveva lungo uno di quei torrenti, tra la montagna e il mare. Era la sua terra, ricca e generosa di cibo, non c’erano ragioni per spostarsi a Nord, mentre a Sud c’era solo il mare, l’altro Confine del Mondo.
“Un tempo, quando esistevano solo il giorno e la notte, la terra e il mare, il sole e la pioggia, il cielo, la luna e le stelle, le tue montagne, le Montagne del Mare, erano maestose come quelle che a Nord, oltre la Grande Pianura, segnano il Confine del Mondo e altrettanto alte, se non di più!” disse ancora Sarvàn, pronunciando le parole con voce solenne. “Io sono il custode della loro storia” continuò, battendosi la mano sul torace e fissandolo negli occhi. Gaun si sorprese con la bocca aperta, un’espressione che rivelava il suo desiderio di ascoltare e conoscere quella storia.
Senza farsi pregare, Sarvàn proseguì:
“Ci fu, in quel tempo remoto, una grande siccità, talmente grande che anche le montagne ebbero sete.
Le Montagne del Mare, vedendo quell’immensa e sconfinata massa d’acqua proprio sotto di loro, pensarono di potersi dissetare. Con enorme fatica si distesero e curvarono le cime affondandole nel mare. Ma i picchi e le vette, sprofondati nell’acqua, si accorsero che era salata e, disgustati, non riuscirono a berla.
Il mare, che aveva gioito di potersi offrire, s’incollerì di non essere piaciuto.
Nel frattempo, il cielo si era coperto di nubi. Caddero i fulmini e i lampi, si udirono i tuoni, piovve. Altre nubi sopraggiunsero. Piovve a lungo, molto a lungo. Quando cessò, la pioggia aveva placato la grande sete. Ma, si narra, le Montagne del Mare fossero così affaticate e stanche che, inzuppate e appesantite dall’acqua, non riuscirono a rialzarsi del tutto e dovettero abbandonare le cime, i picchi e le vette al loro destino sul fondo del mare. Si udirono le grida disperate delle cime che si spezzavano e cadevano. Ma più agghiaccianti furono le urla dei picchi e delle vette, che vennero quando il mare, impietoso per l’oltraggio di essere stato rifiutato, ne frantumò e sminuzzò le rocce fino a renderle sabbia. Impotenti di fronte alla smisurata forza del mare, tutte le montagne del Mondo piansero. Le loro lacrime scavarono dei profondi solchi. Nacquero le valli, i torrenti, i fiumi. In quei solchi, le lacrime delle montagne scesero fino al mare. Il mare le vide, si pentì, si commosse e pianse. Le sue lacrime generarono grandi onde, che raccolsero la sabbia e le rocce degli abissi e le donarono alla terra, posandole sui margini delle rive. Nacquero i golfi, i lidi, le spiagge...”
Tacque, aveva terminato.
Gaun era ammutolito, Sarvàn raccolse da terra un bastone lungo e nodoso, gli fece un cenno di saluto e, senza curarsi della pioggia che ancora stava scendendo, uscì dalla grotta. Non appena si riebbe dallo sbalordimento, Gaun fece altrettanto; fuori però, l’Uomo-Capro era già scomparso. Se ne rammaricò. Durante il racconto, avrebbe voluto interromperlo per chiedergli maggiori spiegazioni di tutte quelle cose che gli era quasi sembrato di vedere: le montagne assetate che si piegano, la collera del mare, le cime che si rompono e cadono nell’acqua salata urlando. Ma, a causa dell’emozione, le parole, invece di uscirgli dalla bocca, gli erano scese giù, ricacciate nella strozza.
Si sedette di nuovo tra i due macigni e appoggiò la testa alla roccia. Gli venne in mente un'altra straordinaria storia. I vecchi raccontavano che, in passato, si fosse visto il sole oscurarsi completamente in pieno pomeriggio; d’improvviso, senza tramonto, si era fatto buio, era calata la notte e tutti, uomini e animali, erano terrorizzati. In breve, però, il sole era poi tornato a splendere. Nessuno aveva mai visto un cosa simile prima né, per fortuna, si era più ripetuta. Quello veniva universalmente ricordato come “Il giorno delle due notti”.
*** ***
Ora i suoi occhi erano chiusi. Gli parve di udire l’urlo della montagna. Di scatto, li riaprì. I corvi gracchiavano gioiosi e volavano di nuovo alti e, prestando un po’ d’attenzione, si distingueva il tambureggiare di un picchio. Sotto i pini, un piccolo scoiattolo teneva tra le zampette anteriori un chicco di grandine che ancora non si era sciolto e giocava tentando di addentarlo. Una lucertola sbucò da sotto una felce, guizzò su una pietra e tese la testa verso l’alto, a cercare di cogliere l’ultimo raggio di sole. Era quasi sera, aveva cessato di piovere e il cielo si era rasserenato. Le sue idee erano vaghe, confuse. Pensò all’oracolo. Si alzò, guardò sotto il macigno: c’erano sia il buco che la grotta, ma mancavano le sue impronte e quelle dell’Uomo-Capro.
Se ne stupì, ma non troppo. Dallo sbocciare di una primula al risplendere delle stelle nel cielo: per lui la vita e il mondo erano una continua, immensa meraviglia.
Si sistemò i conigli e il fagiano sulle spalle, afferrò la lancia e riprese il suo cammino. Il sentiero era bagnato, si erano formati dei piccoli rigagnoli, anche l’acqua correva verso valle. Avrebbe dovuto fare più attenzione, ma accelerò il passo. Lei e i piccoli gemelli Ingauni lo stavano aspettando. Voleva essere da loro prima che si facesse buio.
**fine**
v.f. maggio 1998