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Discussione: Solennità di Tutti i Santi ed altre ricorrenze del mese di Novembre...

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    Lightbulb Solennità di Tutti i Santi ed altre ricorrenze del mese di Novembre...

    Oggi domenica 1 novembre 2015, primo giorno del mese, auguri a tutti noi/voi per la festa di Ognissanti!






    01 Novembre - Festa di tutti i Santi
    "01 NOVEMBRE SOLENNITA' DI TUTTI I SANTI



    PREGHIERA AI SANTI DEL PARADISO
    O spiriti celesti e voi tutti Santi del Paradiso, volgete pietosi lo sguardo sopra di noi, ancora peregrinanti in questa valle di dolore e di miserie. Voi godete ora la gloria che vi siete meritata seminando nelle lacrime in questa terra di esilio. Dio è adesso il premio delle vostre fatiche, il principio, l'oggetto e il fine dei vostri godimenti. O anime beate, intercedete per noi! Ottenete a noi tutti di seguire fedelmente le vostre orme, di seguire i vostri esempi di zelo e di amore ardente a Gesù e alle anime, di ricopiare in noi le virtù vostre, affinché diveniamo un giorno partecipi della gloria immortale.
    Amen.



    O voi tutti che regnate con Dio nel cielo, dai seggi gloriosi della vostra beatitudine,volgete uno sguardo pietoso sopra di noi, esuli dalla celeste patria.Voi raccoglieste l'ampia messe delle buone opere,che andaste seminando con lagrime in questa terra di esilio.Dio è adesso il premio delle vostre fatiche e l'oggetto dei vostri gaudii.O beati del cielo, ottenete a noi di camminare dietro i vostri esempie di ricopiare in noi stessi le vostre virtù, affinchè, imitando voi in terra,diventiamo con voi partecipi della gloria in cielo. Così sia.
    Pater, Ave, Gloria



    O Dio, Padre buono e misericordioso, ti ringraziamo perchè in ogni tempo tu rinnovi e vivifichi la tua Chiesa, suscitando nel suo seno i Santi: attraverso di essi tu fai risplendere la varietà e la ricchezza dei doni del tuo Spirito di amore.Noi sappiamo che i Santi, deboli e fragili come noi, hanno capito il vero senso della vita, sono vissuti nell'eroismo della fede, della speranza e della carità,hanno imitato perfettamente il Figlio tuo, ed ora, vicini a Gesù nella gloria, sono nostri modelli e intercessori.Ti ringraziamo perchè hai voluto che continuasse tra noi e i Santi la comunione di vita nell'unità dello stesso Corpo mistico di Cristo.Ti chiediamo, o Signore, la grazia e la forza di poter seguire il cammino che essi ci hanno tracciato, affinché alla fine della nostra esistenza terrena possiamo giungere con loro al beatificante possesso della luce e della tua gloria."






    Radio Spada






    “Buona Festa di Ognissanti!
    1 novembre 1950: Pio XII insegna infallibilmente e solennemente l'Assunzione corporale di Maria Santissima in cielo.
    Il 1 novembre 1503 papa Giulio II della Rovere viene esaltato al Sommo Pontificato.”

    https://www.facebook.com/rrradiospad...325966863737:0
    “1 novembre 2015: FESTA DI TUTTI I SANTI (Doppio di prima classe con Ottava comune)

    La festa della Chiesa trionfante.

    Vidi una grande moltitudine, che nessuno poteva contare, d'ogni nazione, d'ogni tribù, d'ogni lingua e stavano davanti al trono vestiti di bianco, con la palma in mano e cantavano con voce potente: Gloria al nostro Dio (Ap 7,9-10). Il tempo è cessato e l'umanità si rivela agli occhi del profeta di Pathmos. La vita di battaglia e di sofferenza della terra (Gb 7,1) un giorno terminerà e l'umanità, per molto tempo smarrita, andrà ad accrescere i cori degli spiriti celesti, indeboliti già dalla rivolta di Satana, e si unirà nella riconoscenza ai redenti dell'Agnello e gli Angeli grideranno con noi: Ringraziamento, onore, potenza, per sempre al nostro Dio! (Ap 7,11-14).
    E sarà la fine, come dice l'Apostolo (1Cor 15,24), la fine della morte e della sofferenza, la fine della storia e delle sue rivoluzioni, ormai esaurite. Soltanto l'eterno nemico, respinto nell'abisso con tutti i suoi partigiani, esisterà per confessare la sua eterna sconfitta. Il Figlio dell'uomo, liberatore del mondo, avrà riconsegnato l'impero a Dio, suo Padre e, termine supremo di tutta la creazione e di tutta la redenzione, Dio sarà tutto in tutti (ivi 24-28).
    Molto prima di san Giovanni, Isaia aveva cantato: Ho veduto il Signore seduto sopra un trono alto e sublime, le frange del suo vestito scendevano sotto di lui a riempire il tempio e i Serafini gridavano l'uno all'altro: Santo, Santo, Santo, il Signore degli eserciti: tutta la terra è piena della tua gloria (Is 6,1-3).
    Le frange del vestimento divino sono quaggiù gli eletti divenuti ornamento del Verbo, splendore del Padre (Ebr 1,3), perché, capo della nostra umanità, il Verbo l'ha sposata e la sposa è la sua gloria, come egli è la gloria di Dio (1Cor 11,7). Ma la sposa non ha altro ornamento che le virtù dei Santi (Ap 19,8): fulgido ornamento, che con il suo completarsi segnerà la fine dei secoli. La festa di oggi è annunzio sempre più insistente delle nozze dell'eternità e ci fa di anno in anno celebrare il continuo progresso della preparazione della Sposa (Ap 19,7).
    Confidenza.
    Beati gli invitati alle nozze dell'Agnello! (ivi, 9). Beati noi tutti che, come titolo al banchetto dei cieli, ricevemmo nel battesimo la veste nuziale della santa carità! Prepariamoci all'ineffabile destino che ci riserba l'amore, come si prepara la nostra Madre, la Chiesa. Le fatiche di quaggiù tendono a questo e lavoro, lotte, sofferenze per Dio adornano di splendenti gioielli la veste della grazia che fa gli eletti. Beati quelli che piangono! (Mt 5,5).
    Piangevano quelli che il Salmista ci presentava intenti a scavare, prima di noi, il solco della loro carriera mortale (Sal 125) e ora versano su di noi la loro gioia trionfante, proiettando un raggio di gloria sulla valle del pianto. La solennità, ormai incominciata, ci fa entrare, senza attendere che finisca la vita, nel luogo della luce ove i nostri padri hanno seguito Gesù, per mezzo della beata speranza. Davanti allo spettacolo della felicità eterna nella quale fioriscono le spine di un giorno, tutte le prove appariranno leggere. O lacrime versate sulle tombe che si aprono, la felicità dei cari scomparsi non mescolerà forse al vostro rammarico la dolcezza del cielo? Tendiamo l'orecchio ai canti di libertà che intonano coloro che, momentaneamente da noi separati, sono causa del nostro pianto. Piccoli o grandi (Ap 19,5), questa è la loro festa e presto sarà pure la nostra. In questa stagione, in cui prevalgono brine e tenebre, la natura, lasciando cadere i suoi ultimi gioielli, pare voler preparare il mondo all'esodo verso la patria che non avrà fine.
    Cantiamo anche noi con il salmista: "Mi sono rallegrato per quello che mi è stato detto: Noi andremo nella casa del Signore. O Gerusalemme, città della pace, che ti edifichi nella concordia e nell'amore, noi siamo ancora nei vestiboli, ma già vediamo i tuoi perenni sviluppi. L'ascesa delle tribù sante verso di te prosegue nella lode e i tuoi troni ancora liberi si riempiono. Tutti i tuoi beni siano per quelli che ti amano, o Gerusalemme, e nelle tue mura regnino la potenza e l'abbondanza. Io ho messo ormai in te le mie compiacenze, per gli amici e per i fratelli, che sono già tuoi abitanti e, per il Signore nostro Dio, che in te abita, in te ho posto il mio desiderio" (Sal 121).
    Storia della festa.
    Troviamo prima in Oriente tracce di una festa in onore dei Martiri e san Giovanni Crisostomo pronunciò una omelia in loro onore nel IV secolo, mentre nel secolo precedente san Gregorio Nisseno aveva celebrato delle solennità presso le loro tombe. Nel 411 il Calendario siriaco ci parla di una Commemorazione dei Confessori nel sesto giorno della settimana pasquale e nel 539 a Odessa, il 13 maggio, si fa la "memoria dei martiri di tutta la terra".
    In Occidente i Sacramentari del V e del VI secolo contengono varie messe in onore dei santi Martiri da celebrarsi senza giorno fisso. Il 13 maggio del 610, Papa Bonifacio IV dedicò il tempio pagano del Pantheon, vi fece trasportare delle reliquie e lo chiamò S. Maria ad Martyres. L'anniversario di tale dedicazione continuò ad essere festa con lo scopo di onorare in genere tutti i martiri, Gregorio III, a sua volta, nel secolo seguente, consacrò un oratorio "al Salvatore, alla sua Santa Madre, a tutti gli Apostoli, martiri, confessori e a tutti i giusti dormienti del mondo intero".
    Nell'anno 835, Gregorio IV, desiderando che la festa romana del 13 maggio fosse estesa a tutta la Chiesa, provocò un editto dell'imperatore Luigi il Buono, col quale essa veniva fissata il 1° novembre. La festa ebbe presto la sua vigilia e nel secolo XV Sisto IV la decorò di Ottava obbligatoria per tutta la Chiesa.
    MESSA
    "Alle calende di novembre vi è la stessa premura che vi è a Natale, per assistere al Sacrificio in onore dei Santi", dicono vecchi documenti in relazione a questo giorno" (Lectiones ant. Brev. Rom. ad hanc diem. Hittorp. Ordo Romanus). Per quanto generale fosse la festa, anzi in ragione della sua stessa universalità, non era forse la gioia speciale per tutti e l'onore delle famiglie cristiane? Le quali santamente fiere di coloro dei quali si trasmettevano le virtù di generazione in generazione e la gloria del cielo, si vedevano così nobilitate ai loro occhi, più che da tutti gli onori terreni.
    Ma la fede viva di quei tempi vedeva anche nella festa l'occasione di riparare le negligenze volontarie o forzate commesse nel corso dell'anno riguardo al culto dei beati inscritti nel calendario pubblico.
    EPISTOLA (Ap 7,2-12). - In quei giorni: Io Giovanni vidi un altro Angelo che saliva da oriente ed aveva il sigillo di Dio vivo, e gridò con gran voce ai quattro Angeli, a cui era ordinato di danneggiare la terra e il mare e disse: Non danneggiate la terra, il mare e le piante, finché non abbiamo segnato nella loro fronte i servi del nostro Dio. E sentii il numero dei segnati, centoquarantaquattromila di tutte le tribù d'Israele: della tribù di Giuda dodici mila segnati; della tribù di Ruben dodici mila segnati; della tribù di Gad dodici mila segnati; della tribù di Aser dodici mila segnati; della tribù di Neftali dodici mila segnati; della tribù di Manasse dodici mila segnati; della tribù di Simeone dodici mila segnati; della tribù di Levi dodici mila segnati; della tribù di Issacar dodici mila segnati; della tribù di Zabulon dodici mila segnati; della tribù di Giuseppe dodici mila segnati; della tribù di Beniamino dodici mila segnati. Dopo queste cose vidi una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, d'ogni tribù, d'ogni popolo e linguaggio. Essi stavano davanti al trono e dinanzi all'Agnello, in bianche vesti e con rami di palme nelle loro mani, e gridavano a gran voce e dicevano: La salute al nostro Dio che siede sul trono e all'Agnello! E tutti gli Angeli che stavano intorno al trono, ai vegliardi e ai quattro animali, si prostrarono bocconi dinanzi al trono, e adorarono Dio, dicendo: Amen! Benedizione e gloria e sapienza e ringraziamenti e onore e potenza e forza al nostro Dio, nei secoli dei secoli. Così sia.
    I due censimenti.
    L'Uomo-Dio alla sua venuta sulla terra fece, per mezzo di Cesare Augusto, una prima volta il censimento della terra (Lc 2,1). Era opportuno che all'inizio della redenzione fosse rilevato ufficialmente lo stato del mondo. Ora è il momento di farne un secondo, che affiderà al libro della vita i risultati delle operazioni di salvezza.
    "Perché questo censimento del mondo al momento della nascita del Signore, dice san Gregorio in una delle omelie di Natale, se non per farci comprendere che nella carne appariva Colui che doveva poi registrare gli eletti nella eternità?" (Lezione vii dell'Ufficio di Natale). Molti però, a causa dei peccati, si erano sottratti al beneficio del primo censimento, che comprendeva tutti gli uomini nel riscatto di Dio Salvatore, e ne era necessario un secondo che fosse definitivo ad eliminasse dall'universalità del primo i colpevoli. Siano cancellati dal libro dei vivi; il loro posto non è con i giusti (Sal 68,29). Le parole sono del re Profeta e il santo Papa qui le ricorda.
    Nonostante questo, la Chiesa, tutta gioiosa, non pensa oggi che agli eletti, come se di essi soli si trattasse nel solenne censimento in cui abbiamo veduto terminare la vita dell'umanità. Infatti essi soli contano davanti a Dio, i reprobi non sono che lo scarto di un mondo in cui solo la santità risponde alla generosità del creatore e all'offerta di un amore infinito.
    Prestiamo le anime nostre all'impronta che le deve "conformare all'immagine del Figlio unico" (Rm 8,29) segnandoci come tesoro di Dio. Chi si sottrae all'impronta sacra non eviterà l'impronta della bestia (Ap 13,16) e, nel giorno in cui gli Angeli chiuderanno il conto eterno, ogni moneta, che non potrà essere portata all'attivo di Dio, se ne andrà da sé alla fornace in cui bruceranno le scorie.
    VANGELO (Mt 5,1-12). - In quel tempo: Gesù avendo veduto la folla, salì sul monte e, come si fu seduto, gli si accostarono i suoi discepoli. Allora egli aprì la sua bocca per ammaestrarli, dicendo: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati i mansueti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che piangono, perché saranno consolati. Beati i famelici e sitibondi di giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati quelli che sono perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati sarete voi, quando vi oltraggeranno e perseguiteranno e, falsamente, diranno di voi ogni male per cagion mia. Rallegratevi (in quel giorno) ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
    Le Beatitudini.
    La terra è oggi così vicina al cielo che uno stesso pensiero di felicità riempie i cuori. L'Amico, lo Sposo ritorna in mezzo ai suoi e parla di felicità. Venite a me voi tutti che avete tribolazioni e sofferenze. Il versetto dell'Alleluia era con queste parole l'eco della patria e tuttavia ci ricordava l'esilio, ma tosto nel Vangelo è apparsa la grazia e la benignità del nostro Dio Salvatore (Tt 2,11; 3,4). Ascoltiamolo, perché ci insegna le vie della beata speranza (ivi 2,12-13), le delizie sante, che sono ad un tempo garanzia ed anticipo della perfetta felicità del cielo.
    Sul Sinai, Dio teneva l'Ebreo a distanza e dava soltanto precetti e minacce di morte, ma sulla vetta di quest'altra montagna, sulla quale è assiso il Figlio di Dio, in modo ben diverso si promulga la legge dell'amore! Le otto Beatitudini all'inizio del Nuovo Testamento hanno preso il posto tenuto nell'Antico dal Decalogo inciso sulla pietra.
    Esse non sopprimono i comandamenti, ma la loro giustizia sovrabbondante va oltre tutte le prescrizioni e Gesù le trae dal suo Cuore per imprimerle, meglio che sulla pietra, nel cuore del suo popolo. Sono il ritratto perfetto del Figlio dell'uomo e riassunto della sua vita redentrice. Guardate dunque e agite secondo il modello che si rivela a voi sulla montagna (Es 25,40; Ebr 8,5 ).
    La povertà fu il primo contrassegno del Dio di Betlemme e chi mai apparve più dolce del figlio di Maria? chi pianse per causa più nobile, se egli già nella greppia espiava le nostre colpe e pacificava il Padre? Gli affamati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, i pacifici dove troveranno fuori di lui il modello insuperato, mai raggiunto e sempre imitabile? E la sua morte lo fa condottiero dei perseguitati per la giustizia! Suprema beatitudine questa della quale più che di tutte le altre, la Sapienza incarnata si compiace e vi ritorna sopra e la precisa e oggi con essa termina, come in un canto d'estasi.
    La Chiesa non ebbe mai altro ideale. Sulla scia dello Sposo, la sua storia nelle varie epoche fu eco prolungata delle Beatitudini. Cerchiamo di comprendere anche noi e, per la felicità della nostra vita in terra, in attesa dell'eterna, seguiamo il Signore e la Chiesa.
    Le Beatitudini evangeliche sollevano l'uomo oltre i tormenti, oltre la morte, che non scuote la pace dei giusti, anzi la perfeziona.
    Discorso di san Beda [1].
    "In cielo non vi sarà mai discordia, ma vi sarà accordo in tutto e conformità piena, perché la concordia tra i Santi non avrà variazioni; in cielo tutto è pace e gioia, tutto è tranquillità e riposo e vi è una luce perpetua assai diversa dalla luce di quaggiù, tanto più splendida quanto più bella. Leggiamo nella Scrittura che la città celeste non ha bisogno della luce del sole, perché 'il Signore onnipotente la illuminerà e l'Agnello ne è la fiaccola' (Ap 21,23). 'I Santi brilleranno come stelle nell'eternità, e quelli che istruiscono le moltitudini saranno come lo splendore del firmamento' (Dn 12,3). Là, non notte, non tenebre, né ammassi di nubi; non rigore di freddo, né eccessivo calore, ma uno stato di cose così bene equilibrato che 'occhio non vide e orecchio non udì e il cuore dell'uomo nulla mai comprese' (1Cor 2,9) di simile. Lo conoscono quelli che sono trovati degni di goderne e 'i nomi dei quali sono scritti nel libro della vita' (Fil 4,3) che 'hanno lavato il loro vestito nel sangue dell'Agnello e stanno davanti al trono di Dio, servendolo notte e giorno' (Ap 7,14). 'Là non c'è vecchiaia, né debolezze della vecchiaia, perché tutti sono giunti allo stato dell'uomo perfetto, nella misura dell'età del Cristo' (Ef 4,13).
    Ma quello che tutto sorpassa è l'essere associati ai cori degli Angeli, dei Troni e delle Dominazioni, dei Principati e delle Potenze; il godere della compagnia di tutte le Virtù della corte celeste; il contemplare i diversi ordini dei Santi, più splendenti che gli astri; il considerare i Patriarchi illuminati dalla loro fede, i Profeti radiosi di speranza e di gioia, gli Apostoli preparati a giudicare le tribù di Israele e tutto l'universo; i Martiri, cinti del diadema splendente della porpora della vittoria e infine le Vergini con la fronte coronata di candidi fiori" (18 Discorso sui Santi).
    Incoraggiamento alla pratica delle virtù.
    La Chiesa dopo averci mostrato la bellezza e la gioia del cielo, dopo la seducente esposizione sulla eternità, avrebbe potuto presentarci la questione che san Benedetto pose al postulante, che bussava alla porta del monastero: Vuoi la vita? vuoi vedere giorni felici? (Prologo alla Regola). Avremmo anche noi prontamente risposto: sì. E pare che davvero la questione ce l'abbia silenziosamente posta e che abbia udito il nostro sì, perché prosegue adesso esponendoci le condizioni, necessarie per entrare nel regno dei cieli.
    "La speranza di giungere alla ricompensa della salvezza ci alletti, ci attiri, lottiamo volentieri e con tutto l'impegno nello stadio della santità; mentre Dio e Cristo ci guardano. Dato che già abbiamo cominciato ad elevarci sopra il mondo ed il secolo, stiamo attenti, perché nessun desiderio terreno ci attardi. Se l'ultimo giorno ci trova svincolati da ogni cosa, se ci trova in agile corsa nel cammino delle buone opere, il Signore non potrà fare a meno di ricompensare i nostri meriti.
    Colui che dà, come prezzo della sofferenza, a quelli che hanno saputo vincere nella persecuzione, una corona imporporata, darà pure, come prezzo delle opere di santità, una corona bianca a coloro che avranno saputo vincere nella pace. Abramo, Isacco, Giacobbe non furono messi a morte, ma sono stati tuttavia ritenuti degni dei primi posti fra i Patriarchi, perché tale onore meritarono con la fede e le opere di giustizia, e coloro che saranno trovati fedeli, giusti e degni di lode siederanno al banchetto con questi grandi giusti. Bisogna ricordare però che dobbiamo compiere la volontà di Dio e non la nostra, perché 'chi fa la volontà di Dio vive eternamente' (Gv 2,17) come vive eternamente Dio stesso.
    Bisogna dunque che con spirito puro, fede ferma, virtù robusta, carità perfetta, siamo preparati a compiere tutta la volontà di Dio, osservando con coraggiosa fedeltà i comandamenti del Signore, l'innocenza nella semplicità, l'unione nella carità, la modestia nell'umiltà, l'esattezza nell'impiego, la diligenza nell'assistenza degli afflitti, la misericordia nel sollevare i poveri, la costanza nella difesa della verità, la discrezione nella severità della disciplina e infine bisogna che non lasciamo di seguire o dare l'esempio delle buone opere. Ecco la traccia che tutti i Santi, tornando alla patria, ci hanno lasciata, perché, camminando sulle loro orme, possiamo giungere alle gioie che essi hanno raggiunto" (Beda, 18 Discorso sui Santi).
    È utile lodare i Santi.
    Una esortazione per i suoi figli la Chiesa la chiede a san Bernardo, e ci parla con la sua voce.
    "Dato che celebriamo con una festa solenne il ricordo di tutti i Santi, diceva ai suoi monaci l'abate di Chiaravalle, credo utile parlarvi della loro felicità comune nella quale gioiscono di un beato riposo e della futura consumazione che attendono. Certo, bisogna imitare la condotta di quelli che con religioso culto onoriamo; correre con tutto lo slancio del nostro ardore verso la felicità di quelli che proclamiamo beati, bisogna implorare il soccorso di quelli dei quali sentiamo volentieri l'elogio.
    A che serve ai Santi la nostra lode? A che serve il nostro tributo di glorificazione? A che serve questa stessa solennità? Quale utile portano gli onori terrestri a coloro che il Padre celeste stesso, adempiendo la promessa del Figlio, onora? Che cosa fruttano loro i nostri omaggi? Essi non hanno alcun desiderio di tutto questo. I santi non hanno bisogno delle nostre cose e la nostra divozione non reca loro alcun vantaggio: ciò è cosa assolutamente vera.
    Non si tratta di loro vantaggio, ma nostro, se noi veneriamo la loro memoria. Volete sapere come abbiamo vantaggio? Per conto mio, confesso che, ricordando loro, mi sento infiammato di un desiderio ardente, di un triplice desiderio.
    Si dice comunemente: occhio non vede, cuore non duole. La mia memoria è il mio occhio spirituale e pensare ai Santi è un po' vederli, e, ciò facendo, abbiamo già 'una parte di noi stessi nella terra dei viventi' (Sal 141,6), una parte considerevole, se la nostra affezione accompagna, come deve accompagnarlo, il nostro ricordo. È in questo modo, io dico, che 'la nostra vita è nei cieli' (Fil 3,20). Tuttavia la nostra vita non è in cielo, come vi è la loro, perché essi vi sono in persona e noi solo con il desiderio; essi vi sono con la loro presenza e noi solo con il nostro pensiero".
    Desiderare l'aiuto dei Santi.
    "Perché possiamo sperare tanta beatitudine dobbiamo desiderare ardentemente l'aiuto dei Santi, perché quanto non possiamo ottenere da noi ci sia concesso per la loro intercessione.
    Abbiate pietà di noi, sì, abbiate pietà di noi, voi che siete nostri amici. Voi conoscete i nostri pericoli, voi conoscete la nostra debolezza; voi sapete quanto grande è la nostra ignoranza, e quanta la destrezza dei nostri nemici; voi conoscete la violenza dei loro attacchi e la nostra fragilità. Io mi rivolgo a voi, che avete provato le nostre tentazioni, che avete vinto le stesse battaglie, che avete evitato le stesse insidie, a voi ai quali le sofferenze hanno insegnato ad avere compassione.
    Io spero inoltre che gli angeli stessi non disdegneranno di visitare la loro specie, perché è scritto: 'visitando la tua specie non peccherai' (Gb 5,24). Del resto, se io conto su di essi perché noi abbiamo una sostanza spirituale e una forma razionale simile alla loro, credo di poter maggiormente confidare in coloro che hanno, come me, l'umanità e che sentono perciò una compassione particolare e più intima per le ossa delle loro ossa e la carne della loro carne".
    Confidenza nella loro intercessione.
    "Non dubitiamo della loro benevola sollecitudine a nostro riguardo. Essi ci attendono fino a quando anche noi non avremo avuta la nostra ricompensa, fino al grande giorno dell'ultima festa, nella quale tutte le membra, riunite alla testa sublime, formeranno l'uomo perfetto in cui Gesù Cristo, nostro Signore, degno di lode e benedetto nei secoli, sarà lodato con la sua discendenza. Così sia" (Discorso sui Santi, passim).
    Imitare coloro che si lodano.
    Troviamo in san Giovanni Crisostomo la dottrina già esposta: è cosa buona lodare i Santi, ma alla lode bisogna unire l'imitazione delle loro virtù.
    "Chi ammira con religioso amore i meriti dei Santi e celebra con lodi ripetute la gloria dei giusti è tenuto ad imitare la loro vita virtuosa e la loro santità. È necessario infatti che chi esalta con gioia i meriti di qualche santo abbia a cuore di essere come lui fedelmente impegnato nel servizio di Dio. O si loda e si imita, o ci si astiene anche dal lodare. Sicché, dando lode ad un altro, ci si rende degni di lode e, ammirando i meriti dei Santi, si diventa ammirabili per una vita santa. Se amiamo le anime giuste e fedeli, perché apprezziamo la loro giustizia e la loro fede, possiamo anche essere quello che sono, facendo quello che fanno".
    I modelli.
    "Non ci è difficile imitare le loro azioni, se consideriamo che i primi Santi non ebbero esemplari innanzi a sé e quindi non imitarono altri, ma si fecero modello di virtù degno di essere imitato, affinché, con il profitto che noi ricaviamo imitando loro e con quello che il prossimo ricaverà, imitando noi, Gesù Cristo nella sua Chiesa sia glorificato perpetuamente dai suoi servi.
    Così avvenne fin dai primi tempi del mondo. Abele, l'innocente, fu ucciso, Enoc fu rapito in cielo, perché ebbe la fortuna di piacere a Dio, Noè fu trovato giusto, Abramo fu approvato da Dio, perché riconosciuto fedele, Mosè si distinse per la mansuetudine, Giosuè per la castità, Davide per la dolcezza, Elia fu gradito al Signore, Daniele fu pio e i suoi tre compagni furono vittoriosi, gli Apostoli, discepoli di Cristo, furono designati maestri dei credenti e i Confessori, da loro istruiti combatterono da forti, mentre i martiri, consumati nella perfezione, trionfano e legioni di cristiani, armati da Dio, continuamente respingono il demonio. Per ciascuno di essi la lotta è diversa, ma le virtù sono simili e le vittorie di tutti restano gloriose".
    Necessità del combattimento.
    "Tu, o cristiano, sei soldato ben meschino, se credi di vincere senza combattere e di raggiungere il trionfo senza sforzo! Spiega le tue forze, lotta con coraggio, combatti, senza debolezze, nella mischia. Mantieni il patto, rimetti sulle condizioni, renditi conto di che cosa sia l'essere soldato, il patto che hai concluso, le condizioni che hai accettate, la milizia nella quale ti sei arruolato" (Giovanni Crisostomo, Discorso sulla imitazione dei Martiri).
    La nostra risurrezione.
    Ci giova oggi ricordare la dottrina sulla risurrezione dei morti, che san Paolo esponeva un giorno ai fedeli di Corinto, sulla grandiosa cerimonia liturgica che la seguirà, e sulla visione beatifica, che avremo in premio nell'eternità.
    Noi risusciteremo, perché Cristo è risuscitato. Questa dottrina riassume in certo modo tutto il cristianesimo. Il battesimo è inserzione di ciascuno di noi in Cristo e dal momento che noi siamo entrati nell'unità della sua vita e formiamo con lui un solo corpo mistico e reale insieme, l'interesse è comune, la condizione nostra è legata alla sua, quello che è avvenuto in lui deve avvenire in noi: la morte, il seppellimento, la risurrezione, l'ascensione, la vita eterna in Dio. Le membra avranno la sorte del capo e potremmo dire, propriamente parlando, di essere già risuscitati in Gesù Cristo, perché la sua Risurrezione è causa, motivo, esempio, sicura garanzia della nostra.
    Cristo non è risuscitato per sé solo, per conto suo, ma per noi tutti. Nella legge antica erano offerte a Dio le spighe mature, in nome di tutta la messe. Il Signore, se è un essere individuale, è pure il secondo Adamo, essere vivente, che comprende in sé la moltitudine di quelli che da lui son nati e perciò, se egli è risuscitato, tutti sono risuscitati, ma ciascuno a suo tempo; Cristo per primo, poi tutti quelli che sono di Cristo risusciteranno alla sua venuta. Dopo sarà la fine.
    L'inizio della vita eterna.
    "Sarà la fine. La fine del periodo laborioso nel corso del quale il Signore raccoglie il numero dei suoi eletti, stabilisce il suo regno e annienta i suoi nemici. Si potrebbe dire altrettanto bene inizio della vita nuova, compimento del disegno di Dio con il ritorno a lui di tutto quanto avrà acconsentito ad appartenere a Cristo Nostro Signore Gesù Cristo, dopo aver trionfato di tutte le potenze nemiche, debellata ogni autorità e scardinato ogni potere ostile al suo, porterà a Dio, suo Padre, tutte le nature umane delle quali è re e, avendo qual Figlio operato solo per il Padre, gli riconsegnerà il comando su tutta la sua conquista. Sì, noi lo sappiamo, tutto si piegherà davanti a Dio in cielo, sulla terra, e nell'inferno; tutto sarà sottomesso, fuorché Colui, che ha sottomesso a sé tutte le cose.
    L'eternità comincerà con una cerimonia liturgica di infinita grandezza. Il Verbo Incarnato, nostro Signore Gesù Cristo, il re predestinato, circondato dagli Angeli, dagli uomini nati per la sua grazia e viventi la sua vita, si metterà alla testa della falange che il Padre gli ha dato e la guiderà e condurrà verso il santuario eterno. Si presenterà con essi davanti al Padre e presenterà e offrirà a lui la messe immensa degli eletti germogliati dal suo sangue e si sottometterà con essi alla paterna dominazione di Colui, che tutto gli donò e sottomise, rimettendogli lo scettro e la regalità della creazione da lui conquistata, che con lui entrerà nel seno della Trinità. La famiglia di Dio sarà allora completa e Dio sarà tutto in tutti".
    Dio è tutto in tutti.
    "Dio tutto in tutti: l'espressione ha per il nostro pensiero qualcosa di prodigioso e di meraviglioso... Oggi Dio non è tutto in me e io non sono in relazione diretta con lui, ma sempre tra noi sta l'importuna creazione e io arrivo a Dio a prezzo di un lento e penoso cammino sempre avvolto nella oscurità. Il mio pensiero non vede Dio e la fede stessa me lo vela: non sono un essere intelligente, e non lo sarò che quando Dio si offrirà come oggetto alla mia intelligenza finalmente desta, il giorno in cui Dio, per mostrarsi a me, si unirà alla mia intelligenza, perché io possa conoscerlo. Come dire questo? Dio sarà allora alla radice stessa del mio pensiero, perché io lo veda, alla radice della mia volontà, perché io lo possieda, alla radice e al centro del mio cuore, perché io l'ami. Egli allora sarà la bellezza che amo e sarà in me il cuore che ama la bellezza, sarà il termine e l'oggetto dei miei atti e in me ne sarà il principio.
    Questa gloriosa appartenenza della mia anima a Dio si prepara sulla terra con l'unione a Cristo. Nell'eternità entreremo totalmente nella vita di Dio, se quaggiù saremo interamente conformati a Cristo. Questa è l'idea fondamentale del cristianesimo: essere con Cristo nel tempo, per essere con Dio nell'eternità (Dom Delatte, Epistole di san Paolo, I, 379-383)".
    PREGHIAMO
    O Dio onnipotente ed eterno, che ci hai concesso di venerare con una sola solennità i meriti di tutti i tuoi Santi; ti preghiamo di accordarci, in vista di tanta moltitudine di intercessori, l'abbondanza della tua misericordia.
    [1] Il discorso, attribuito a san Beda, pare piuttosto di Walfrido Strabone, o più probabilmente ancora di Helischar di Treviri. Riv. Ben. 1891, p. 278
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1222-1234.”






    https://www.facebook.com/carlomariad...612996975110:0
    “Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza.
    Comunicato n. 87/15 del 30 ottobre 2015, San Ponziano.
    Halloween?
    31 ottobre: Vigilia di Ognissanti, digiuno e astinenza.
    1° novembre: festa di Ognissanti.
    2 novembre: Commemorazione dei fedeli defunti.

    Il Catechismo Maggiore Di San Pio X
    Parte Seconda - Delle Feste Solenni della B. Vergine e delle Feste dei Santi
    CAPO X. DELLA FESTA DI TUTTI I SANTI.
    207 D. Qual festa si celebra nel primo giorno di novembre?
    R. Nel primo giorno di novembre si celebra la festa di tutti i Santi.
    208 D. Perché la Chiesa ha istituito la festa di tutti i Santi?
    R. La Chiesa ha istituito la festa di tutti i Santi:
    per lodare e ringraziare il Signore d'aver santificati i suoi servi in terra e d'averli coronati di gloria in cielo;
    per onorare in questo giorno anche quei Santi de' quali non si fa una festa particolare fra l'anno;
    per procurarci maggiori grazie col moltiplicare gli intercessori;
    per riparare in questo giorno i mancamenti che nel corso dell'anno abbiamo commesso nelle feste particolari dei Santi;
    per eccitarci maggiormente alla virtù cogli esempi di tanti Santi d'ogni età, d'ogni condizione e di ogni sesso, e colla memoria della ricompensa che godono in cielo.
    209 D. Che cosa ci deve animare ad imitare i Santi?
    R. Ad imitare i Santi ci deve animare il considerare che essi erano deboli e fragili come noi e soggetti alle stesse passioni, che confortati dalla divina grazia si sono fatti santi con quei mezzi che possiamo usare anche noi, e che per i meriti di Gesù Cristo è promessa a noi pure quella stessa gloria che ora essi godono in paradiso.
    210 D. Perché si celebra la festa di lutti i Santi con solennità?
    R. Si celebra la festa di tutti i Santi con grande solennità perché essa abbraccia tutte le altre feste che nell'anno si celebrano ad onore dei Santi, ed è figura della festa eterna del cielo.
    211 D. Che cosa dobbiamo noi fare per celebrare degnamente la festa di tutti i Santi?
    R. Per celebrare degnamente la festa di tutti i Santi dobbiamo:
    dar lode e gloria al Signore per le grazie fatte a' suoi servi, e pregarlo a volerle concedere anche a noi;
    onorare tutti i Santi come amici di Dio, e invocare con più fiducia la loro protezione;
    proporre d'imitare il loro esempio per essere un giorno partecipi della medesima gloria.
    CAPO XI. DELLA COMMEMORAZIONE DE' FEDELI DEFUNTI.
    212 D. Perché dopo la festa di tutti i Santi si fa dalla Chiesa la commemorazione di tutti i fedeli defunti?
    R. Dopo la festa di tutti i Santi si fa dalla Chiesa la commemorazione di tutti i fedeli defunti che sono in purgatorio, perché è conveniente che la Chiesa militante, dopo avere onorato e invocato con una festa generale e solenne, il patrocinio della Chiesa trionfante, venga in soccorso della Chiesa purgante con un generale e solenne suffragio.
    213 D. Come possiamo noi suffragare le anime dei fedeli defunti?
    R. Noi possiamo suffragare le anime dei fedeli defunti colle preghiere, colle limosine e con tutte le altre buone opere, ma soprattutto col santo sacrifizio della Messa.
    214 D. Per quali anime dobbiamo noi nella commemorazione de' fedeli defunti applicare i nostri suffragi, secondo la mente della Chiesa?
    R. Nella commemorazione di tutti i fedeli defunti noi dobbiamo applicare i nostri suffragi, non solamente per le anime de' nostri parenti, amici e benefattori, ma anche per tutte le altre che si trovano nel purgatorio.
    215 D. Qual frutto dobbiamo noi ricavare dalla commemorazione di tutti i fedeli defunti?
    R. Dalla commemorazione di tutti i fedeli defunti dobbiamo ricavare questo frutto:
    pensare che anche noi dovremo morir presto, e presentarci al tribunale di Dio per rendergli conto di tutta la nostra vita;
    concepire un grande orrore al peccato, considerando quanto rigorosamente Iddio lo punisca nell'altra vita, e soddisfare in questa alla sua giustizia colle opere di penitenza per i peccati commessi.
    Recentemente è stata ristampata la parte del Catechismo Maggiore di San Pio X relativa alle principali feste dell’anno liturgico:
    San Pio X, Istruzione sopra le feste del Signore, della B. Vergine e dei Santi, Amicizia Cristiana, pagg. 80, euro 7,00. Richiedere a: [email protected]

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    https://forum.termometropolitico.it/...i-i-santi.html
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    "La festa di tutti i Santi, il 1 novembre si diffuse nell’Europa latina nei secoli VIII-IX. Si iniziò a celebrare la festa di tutti i santi anche a Roma, fin dal sec. IX.
    Un’unica festa per tutti i Santi, ossia per la Chiesa gloriosa, intimamente unita alla Chiesa ancora pellegrinante e sofferente. Oggi è una festa di speranza: “l’assemblea festosa dei nostri fratelli” rappresenta la parte eletta e sicuramente riuscita del popolo di Dio; ci richiama al nostro fine e alla nostra vocazione vera: la santità, cui tutti siamo chiamati non attraverso opere straordinarie, ma con il compimento fedele della grazia del battesimo.

    Dai “Discorsi” di san Bernardo, abate
    A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. E’ chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro. Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri. Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, é quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all’assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi.
    Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi e ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipano con i voti dell’anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l’aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non é certo disdicevole, perché una tale fame di gloria é tutt’altro che pericolosa. Vi é un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed é quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come é ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati. Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezza sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo. Giungerà il momento della venuta di Cristo, quando non si annunzierà più la sua morte. Allora sapremo che anche noi siamo morti e che la nostra vita é nascosta con lui in Dio. Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostri corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che é lui stesso.
    Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomaparabile abbia a diventare realtà, ci é necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere. (Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368)

    Godete e rallegratevi, perché grande è la vostro ricompensa nei cieli.
    La beatitudine, consiste nel raggiungimento di ciò che colma e fa felice definitivamente il cuore dell’uomo. È la felicita che hanno conseguito i santi, che oggi celebriamo riuniti in un’unica festa. È una schiera che nessuno può numerare e che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’ Agnello, hanno cioè sperimentato in vita e in morte l’infinita misericordia di divina e vivono, anche per le loro virtù, nella beatitudine eterna. Una beatitudine a cui ogni fedele aspira nella speranza che lo stesso Cristo ci infonde. Il Cristo annuncia una felicità che non è nell’ordine dei valori terreni, ma è in vista del Regno, proclamato da lui, e, pur cominciando già su questa terra per coloro che accolgono Cristo e le sue esigenze, sarà definitiva solo nell’eternità. La Chiesa, formata da tutti i santi, ci invita oggi a guardare al futuro e al premio che Dio ha riservato a coloro che lo seguono nel difficile cammino della perfezione evangelica. Tutti vorremmo che, dopo la nostra morte, questo giorno fosse anche la nostra festa. Gesù ci invita a godere e rallegrarci già durante il percorso in vista dell’approdo finale. La santità quindi non è la meta di pochi privilegiati, ma l’aspirazione continua e costante di ogni credente, nella ferma convinzione che questa è innanzi tutto un progetto divino che nessuno esclude e che ci è stata confermata a prezzo del sacrificio di Cristo, che ha dato la vita per la nostra salvezza, quindi per la nostra santità. Non conseguire la meta allora significherebbe rendersi responsabile di quel grande peccato, che nessuno speriamo commetta, di vanificare l’opera redentiva del salvatore. Sant’Agostino, mosso da santa invidia soleva ripetersi: “Se tanti e tante perché non io?”
    Autore: Monaci Benedettini Silvestrini"
    Tutti i Santi


    "+ Dal Vangelo secondo Matteo
    In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
    «Beati i poveri in spirito,
    perché di essi è il regno dei cieli.
    Beati quelli che sono nel pianto,
    perché saranno consolati.
    Beati i miti,
    perché avranno in eredità la terra.
    Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
    perché saranno saziati.
    Beati i misericordiosi,
    perché troveranno misericordia.
    Beati i puri di cuore,
    perché vedranno Dio.
    Beati gli operatori di pace,
    perché saranno chiamati figli di Dio.
    Beati i perseguitati per la giustizia,
    perché di essi è il regno dei cieli.
    Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli»."




    Luca, Sursum Corda!
    Haxel, FRUGALE and Miles like this.
    ADDIO GIUSEPPE, mio caro fratello di sangue e spirito, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    NOI 2 insieme, uniti OLTRE LA MORTE ed il tragico DESTINO SIA IN TERRA CHE IN CIELO, per SEMPRE VEDREMO LA LUCE - SURSUM CORDA!

    •   Alt 

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    Predefinito Re: Solennità di Tutti i Santi ed altre ricorrenze del mese di Novembre...

    I Santi nella loro moltitudine ricordano al Cristiano che la chiamata di Dio non è un fatto nè isolato nè unico o per pochi eletti.

    Ci ricordano che Dio chiama in mille maniere diverse e che in mille maniere diverse è possibile santificare la propria vita, a seconda del proprio carisma e predisposizione.

    Ci ricordano che l'amore di Dio è infinito e rivolto a tutti, e la loro intercessione è ulteriore dono di Dio, verso il Cristiano che a volte si sente smarrito nei confronti dell'Immensità della Trinità e che ha bisogno di essere preso "per mano" da qualcuno che ha fatto quel percorso prima di lui.
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  3. #3
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    Lightbulb Re: Solennità di Tutti i Santi ed altre ricorrenze del mese di Novembre...

    Oggi 2 novembre 2015…Ricordo dei fedeli defunti, RIP…
    Stamattina sarei dovuto e voluto andare alla Messa in Latino per partecipare alla commemorazione dei morti; purtroppo a causa di un impegno non ho più potuto, per colpa di coloro che hanno eliminato alcune feste cattoliche, essenziali come questa, di una volta…
    Mi è dispiaciuto davvero molto…
    Pazienza come al solito, Dio avrà preferito così; mi sono quindi limitato a dire per conto mio, per quel che può valere in quanto dette da un grande peccatore come me, l’Eterno Riposo e qualche altra preghiera…




    2 Novembre : Commemorazione dei defunti - Novene, Rosario ed altre Preghiere - La strada per la felicità
    2 Novembre : Commemorazione dei defunti - Novene, Rosario ed altre Preghiere
    "Novembre è il mese dedicato alle anime dei defunti. Spesso mi sono rivolto ad esse ed il loro aiuto non è mai venuto meno. Ecco delle preghiere da recitare...
    Oltre alle preghiere già pubblicate nel blog di cui vi riporto i link, ne aggiungerò altre.
    Preghiera per liberare 15 anime del Purgatorio : SENTIMENTI DI MARIA SANTISSIMA ADDOLORATA
    Alcune preghiere che posterò sono nell'appendice di un libro che ho già citato in vari articoli : Fateci uscire di qui (di cui riporto l' Introduzione - la Premessa e i primi capitoli : Capitolo I - Capitolo II - Capitolo III - Capitolo IV ) che descrive l'esperienze di una mistica austriaca Maria Simma, che durante la sua vita ha avuto un rapporto molto diretto con le anime sante del Purgatorio.

    Preghiera per un'anima particolare :
    Onnipotente Eterno Padre, nella Tua bontà paterna, abbi compassione del Tuo servo [ nome dell'anima ] Tu che l'hai chiamato/a a Te da questo mondo, purificalo/la dai suoi peccati, portalo nel Regno della Luce e della Pace, nel Consesso dei Santi e donagli la sua parte di gaudio eterno. Per questo noi Ti preghiamo. Per Cristo Nostro Signore. Amen.
    Dio, Creatore e Salvatore di tutti i fedeli, perdona i peccati delle anime dei Tuoi servi! Che essi possano ricevere, per mezzo delle nostre buone preghiere, quel perdono che tanto desiderano. Amen



    Santo Rosario da recitare per le anime sante del Purgatorio : Sui grani grossi preghiamo:
    O Anime Sante, infiammate la mia anima con il Fuoco del Divin Amore perché Gesù Crocefisso si riveli in me ora, sulla Terra, e non dopo, in Purgatorio.

    Sui grani piccoli ripetiamo:Signore Gesù Crocefisso, abbi pietà delle anime del Purgatorio.

    Alla fine, recitiamo 3 Gloria al Padre :
    Gloria al Padre, al Figlio ed allo Spirito Santo, come era nel principio e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen




    Preghiera per i propri genitori defunti :
    Signore Iddio, che ci comandasti di onorare i nostri genitori, abbi pietà delle anime di mio padre e di mia madre. Perdona loro i peccati e fa' che io li riveda un giorno nella gioia dell'Eterna Luce! Per Cristo Nostro Signore. Amen




    Preghiera per tutti i defunti (1) :
    O Dio, onnipotente ed eterno, Signore dei vivi e dei morti, pieno di misericordia verso tutte le tue creature, concedi il perdono e la pace a tutti i nostri fratelli defunti, perché immersi nella tua beatitudine ti lodino senza fine. Per Cristo nostro Signore. Amen.

    Preghiera per tutti i defunti (2) :
    Ti preghiamo, Signore, per tutti i parenti, amici, conoscenti che nel corso di questi anni ci hanno lasciati. Per coloro che in vita hanno avuto fede in te, che in te hanno riposto ogni speranza, che ti hanno amato, ma anche per coloro che di te non hanno capito nulla e che ti hanno cercato in modo sbagliato e ai quali infine ti sei svelato come veramente sei: misericordia e amore senza limiti. Fa' o Signore che veniamo un giorno tutti insieme a fare festa con te in Paradiso. Amen.
    Preghiera per tutti i defunti (3) :
    Anime sante del Purgatorio, noi ci ricordiamo di voi per alleggerire la vostra purificazione con i nostri suffragi; voi ricordatevi di noi per aiutarci, perché è vero che per voi stesse non potete far nulla, ma per gli altri potete moltissimo. Le vostre preghiere sono molto potenti e giungono presto al trono di Dio. Otteneteci la liberazione da tutte le disgrazie, le miserie, le malattie, le angosce e i travagli. Otteneteci la pace dello spirito, assisteteci in tutte le azioni, soccorreteci prontamente nei nostri bisogni spirituali e temporali, consolateci e difendeteci nei pericoli. Pregate per il Santo Padre, per la glorificazione della Santa Chiesa, per la pace delle nazioni, perché i principi cristiani siano amati e rispettati da tutti i popoli e fate che un giorno possiamo venire con voi nella Pace e nella Gioia del Paradiso.

    Recitare 3 Gloria al Padre e 3 Eterno Riposo.





    Supplica a Gesù per le Anime del Purgatorio :
    Gesù amabilissimo, oggi Ti presentiamo le necessità delle Anime del Purgatorio. Esse soffrono tanto e desiderano ardentemente venire a Te, loro Creatore e Salvatore, per restare con Te in eterno. Ti raccomandiamo, o Gesù, tutte le Anime del Purgatorio, ma specialmente quelle che sono morte improvvisamente per incidenti, infortuni o malattie, senza poter preparare la loro anima ed eventualmente liberare la loro coscienza. Ti preghiamo anche per le Anime più abbandonate e per quelle che sono più vicine alla gloria. Ti scongiuriamo in modo particolare di aver pietà delle Anime dei nostri parenti, amici, conoscenti ed anche dei nostri nemici. Per tutti intendiamo applicare le indulgenze che ci sarà possibile acquistare. Accogli, o pietosissimo Gesù, queste nostre umili preghiere. Te le presentiamo per le mani di Maria Santissima, tua Madre Immacolata, del glorioso Patriarca San Giuseppe, tuo Padre putativo, e di tutti i Santi del Paradiso. Amen.




    Offerta della giornata per le Anime del Purgatorio :
    Mio Dio eterno ed amabile, prostrato in adorazione della tua immensa Maestà umilmente Ti offro i pensieri, le parole, le opere, le sofferenze che ho patito e quelle che patirò in questo giorno. Mi propongo di compiere ogni cosa per tuo amore, per la tua gloria, per adempiere alla tua divina volontà, così da suffragare le Anime sante del Purgatorio e supplicare la grazia di una vera conversione di tutti i peccatori. Intendo operare ogni cosa in unione alle purissime intenzioni che nella loro vita ebbero Gesù, Maria, tutti i Santi che sono in Cielo ed i giusti che sono sulla terra. Ricevi, mio Dio, questo mio cuore, e dammi la tua santa benedizione insieme alla grazia di non commettere peccati mortali durante la vita, e di unirmi spiritualmente alle Sante Messe che oggi si celebrano nel mondo, applicandole in suffragio delle Anime sante del Purgatorio e specialmente di (nome) affinché siano purificate e finalmente libere dalle sofferenze. Mi propongo di offrire i sacrifici, le contrarietà e ogni sofferenza che la tua Provvidenza ha stabilito oggi per me, per aiutare le Anime del Purgatorio e ottenere loro sollievo e pace. Amen.




    Di grande consolazione questo bellissimo scritto di Sant'Agostino, per tutti coloro che soffrono per la mancanza di una persona che non c'è più...

    Se mi ami non piangere

    Non piangere per la mia dipartita.
    Ascolta questo messaggio.
    Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo
    dove ora vivo;
    se tu potessi vedere e sentire
    ciò che io vedo e sento in questi orizzonti senza fine,
    e in quella luce che tutto investe e penetra,
    non piangeresti.
    Sono ormai assorbito dall’incanto di Dio,
    dalla sua sconfinata bellezza.
    Le cose di un tempo
    sono così piccole e meschine al confronto.
    Mi è rimasto l’affetto per te, una tenerezza
    che non hai mai conosciuto.
    Ci siamo visti e amati nel tempo:
    ma tutto era allora fugace e limitato.
    Ora vivo nella serena speranza
    e nella gioiosa attesa del tuo arrivo tra noi.
    Tu pensami così.
    Nelle tue battaglia, orièntati a questa meravigliosa casa
    dove non esiste la morte e dove ci disseteremo insieme,
    nell’anelito più puro e più intenso,
    alla fonte inestinguibile della gioia e dell’amore.
    Non piangere, se veramente mi ami.

    Preghiera di San Gaspare in suffragio delle Anime del Purgatorio
    Gesù mio Redentore, Padre e Consolatore nostro, deh ricordatevi che le Anime costano il prezzo inestimabile del Vostro Divin Sangue. O mio Salvatore deh sovvenite nell'ordine di vostra ammirabile provvidenza le Anime sante del Purgatorio. Osservatele, hanno esse sete di possedervi, e di voi godere intuitivamente non perdono la conformità al vostro volere e con ossequio. Esclamano: "Miseremini mei, miseremini mei" (Pietà, pietà di me). Ad ogni modo attendono sollievo in quella prigione dalla pietà dei fedeli pellegrini sulla terra. Le vostre grazie li ecciti, li animi, l'impegni a zelare di continuo per l'aumento di quei suffragi che accelerino a tante vostre figlie, o mio Dio, il possesso del Beatissimo vostro Regno."








    SODALITIUM

    http://www.sodalitium.biz/index.php?pid=45
    "INDULGENZE PER I DEFUNTI

    condizioni per l’Indulgenza Plenaria [abbreviazione: CC]

    1 – Adempiere l’opera prescritta, con l’intenzione (almeno abituale e generale) di guadagnare l’indulgenza.
    2 – Confessione e comunione (anche nella settimana che precede o segue l’opera prescritta).
    3 – Visita, se richiesta, di una Chiesa o Oratorio pubblico; si può fare dal mezzogiorno del giorno precedente.
    4 – Pregare in qualunque modo, secondo le intenzioni dei SS. Pontefici, cioè:
    Esaltazione della Fede;
    Estirpazione delle eresie;
    Conversione dei peccatori;
    Pace tra i principi cristiani.
    5 – Essere in stato di grazia.
    I - Tutto l’anno
    1 - Requiem æternam… : 300 giorni o.v. (ogni volta)
    2 - Pie Jesu Domine, dona eis requiem sempiternam: 300 giorni o.v.
    3 - Mattutino e Lodi dell’Ufficio dei Morti: 7 anni, Plenaria se durante un mese. CC
    4 - Un Notturno e Lodi dell’Ufficio dei Morti: 5 anni, Plenaria se durante un mese. CC
    5 - Vespro dell’Ufficio dei Morti anni: 5 anni.
    6 - De profundis: 3 anni [5 durante il mese di Novembre], Plenaria se durante un mese. CC
    7 - Pater- Ave- Requiem: 3 anni, Plenaria se durante un mese. CC
    8 - Miserere: 3 anni, Plenaria se durante un mese. CC
    9 - Dies Iræ: 3 anni, Plenaria se durante un mese. CC
    10 – Visita di un cimitero, con qualunque orazione, anche mentale, per i defunti: 7 anni.
    11 – Recita di qualunque orazione o esercizio di pietà per i defunti conl’intenzione di proseguire durante 7 o 9 giorni successivi: 3 anni, 1 volta al giorno. Plenaria se durante 7 o 9 giorni successivi alle consuete condizioni.

    II - Mese di novembre
    Qualunque orazione o esercizio di pietà in suffragio dei defunti: 3 anni, 1 volta al giorno. Plenaria se ogni giorno del mese, alle consuete condizioni.


    III - Durante l’Ottava della Commemorazione dei defunti
    (dal 2 al 9 Novembre), Indulgenza Plenaria per la visita a un cimiterocon un’orazione qualunque, anche mentale, per i defunti. Una volta al giorno alle consuete condizioni.
    IV - Il 2 novembre e la Domenica successiva
    (dunque nell’Ottava) Indulgenza Plenaria per la visita di una chiesa o oratorio pubblico recitando 6 Pater-Ave-Gloria. Ogni volta.
    V - Per i fedeli che hanno fatto l’Atto eroico di carità per le anime del Purgatorio,
    Indulgenza Plenaria, alle consuete condizioni:
    - tutto l’anno ad ogni comunione fatta in una chiesa o oratorio pubblico.
    - ogni lunedì - e, se non si può, la domenica successiva - nell’assistere ad una Messa per le anime del Purgatorio.
    - Per i sacerdoti che hanno fatto l’Atto eroico di carità, altare privilegiato.
    Note CC = Consuete condizioni o.v. = ogni volta
    Tratto da: Enchiridion indulgentiarum, Poliglotte Vaticane 1950"





    [INDULGENZE PER I DEFUNTI] Normativa generale e per il mese di Novembre | Radio Spada


    "Nota di Radio Spada: pubblichiamo qui le norme attualmente in vigore per lucrare le indulgenze per sè o, in questo preciso caso, per le anime purganti. Le indulgenze tolgono le pene temporali connesse da scontare in Purgatorio per i peccati confessati e rimessi sacramentalmente. Le indulgenze possono plenarie e in quel caso cancellano integralmente le pene temporali connesse o parziali e in questo caso cancellano solo una parte precisa di questo tempo da scontare in Purgatorio (giorni, mesi, anni). In
    rosso quantifichiamo gli anni di indulgenza parziale guadagnati per le anime del Purgatorio dalle pratiche devote sotto indicate. Mentre per lucrare le indulgenze parziali non sono richieste particolari condizioni, se non adempiere la pratica stessa (orazione, visita, etc etc), per lucrare l’indulgenza plenaria (indicata in viola) sono richieste tutte e cinque le condizioni consuete qui sotto elencate.
    Condizioni consuete [CC] per lucrare un’Indulgenza Plenaria

    1 – Adempiere l’opera prescritta, con l’intenzione (almeno abituale e generale) di guadagnare l’indulgenza.
    2 – Confessione e comunione (anche nella settimana che precede o segue l’opera prescritta).
    3 – Visita, se richiesta, di una Chiesa o Oratorio pubblico; si può fare dal mezzogiorno del giorno precedente.
    4 – Pregare in qualunque modo, secondo le intenzioni dei Sommi Pontefici, cioè:
    Esaltazione della Fede;
    Estirpazione delle eresie;
    Conversione dei peccatori;
    Pace tra i principi cristiani.

    5 – Essere in stato di grazia.
    ——————————————————–
    Indulgenze per i defunti I – per Tutto l’anno
    1 – Requiem æternam… : 300 giorni o.v. (ogni volta)
    2 – Pie Jesu Domine, dona eis requiem sempiternam: 300 giorni o.v.
    3 – Mattutino e Lodi dell’Ufficio dei Morti: 7 anni, Plenaria se durante un mese. CC
    4 – Un Notturno e Lodi dell’Ufficio dei Morti: 5 anni, Plenaria se durante un mese.CC
    5 – Vespro dell’Ufficio dei Morti anni: 5 anni.
    6 – De profundis: 3 anni [5 anni durante il mese di Novembre], Plenaria se durante un mese. CC
    7 – Pater- Ave- Requiem: 3 anni, Plenaria se durante un mese. CC
    8 – Miserere: 3 anni, Plenaria se durante un mese. CC
    9 – Dies Iræ: 3 anni, Plenaria se durante un mese. CC
    10 – Visita di un cimitero, con qualunque orazione, anche mentale, per i defunti: 7 anni.
    11 – Recita di qualunque orazione o esercizio di pietà per i defunti con l’intenzione di proseguire durante 7 o 9 giorni successivi: 3 anni, 1 volta al giorno. Plenaria se durante 7 o 9 giorni successivi alle consuete condizioni [CC].

    —-
    Indulgenze per i defunti II – per il Mese di novembre

    Qualunque orazione o esercizio di pietà in suffragio dei defunti: 3 anni, 1 volta al giorno. Plenaria se ogni giorno del mese, alle consuete condizioni [CC].
    —–
    Indulgenze per i defunti III – Durante l’Ottava della Commemorazione dei defunti (dal 2 al 9 Novembre)
    Indulgenza Plenaria per la visita a un cimitero con un’orazione qualunque, anche mentale, per i defunti. Una volta al giorno alle consuete condizioni [CC].
    —–
    Indulgenze per i defunti IV – Il 2 novembre e la Domenica successiva (dunque nell’Ottava) Indulgenza Plenaria per la visita di una chiesa o oratorio pubblico recitando 6 Pater-Ave-Gloria. Ogni volta. (Toties quoties)
    —–
    Indulgenze per i defunti V – Per i fedeli che hanno fatto l’Atto eroico di carità per le anime del Purgatorio
    Indulgenza Plenaria, alle consuete condizioni[CC]:
    – tutto l’anno ad ogni comunione fatta in una chiesa o oratorio pubblico.
    – ogni lunedì – e, se non si può, la domenica successiva – nell’assistere ad una Messa per le anime del Purgatorio.
    – Per i sacerdoti che hanno fatto l’Atto eroico di carità, altare privilegiato.

    Note CC = Consuete condizioni o.v. = ogni volta
    Tratto da: Enchiridion indulgentiarum, Poliglotte Vaticane 1950
    Fonte: www.sodalitium.it "



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    Radio Spada
    "Il 2 novembre 676 Papa Dono viene esaltato al Sommo Pontifcato.
    Il 2 novembre 1389 Papa Bonifacio IX Tomacelli viene esaltato al Sommo Pontificato."


    https://www.facebook.com/rrradiospad...788710150796:0

    “2 NOVEMBRE 2015 :COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI.
    Non vogliamo, o fratelli, che ignoriate la condizione di quelli che dormono nel Signore, affinché non siate tristi come quelli che non hanno speranza (1Ts 4,12). La Chiesa ha oggi lo stesso desiderio che aveva l'Apostolo quando scriveva ai primi cristiani. La verità a riguardo dei morti mette in mirabile luce l'accordo della giustizia e della bontà in Dio, sicché anche i cuori più duri non resistono alla caritatevole pietà che questo accordo ispira, e, nello stesso tempo, offre la più dolce delle consolazioni al lutto di quelli che piangono. Se la fede ci insegna che esiste un purgatorio dove i peccati da espiare costringono i nostri cari, ci insegna anche che noi possiamo essere loro di aiuto (Concilio di Trento, Sess. XXV) ed è teologicamente certo che la loro liberazione, più o meno sollecita, è nelle nostre mani. Ricordiamo qui qualche principio di natura, per chiarire la dottrina.
    L'espiazione del peccato.
    Ogni peccato causa al peccatore due danni, perché insudicia l'anima e la rende passibile di castigo. Dal peccato veniale, che implica un semplice disgusto del Signore e la cui espiazione dura soltanto qualche tempo, si arriva alla colpa mortale, che implica difformità e rende il colpevole oggetto di abominio davanti a Dio, sicché la sanzione non può essere che un bando eterno, se l'uomo non previene col pentimento, in questa vita, la sentenza irrevocabile. Però, anche cancellando il peccato mortale, si evita la dannazione, ma non ogni debito del peccatore è sempre cancellato. È vero che un'eccezionale sovrabbondanza di grazia sul prodigo può talvolta, come avviene regolarmente nel battesimo e nel martirio, sommergere nell'abisso dell'oblio divino anche l'ultima traccia del peccato, ma è cosa normale che, in questa vita o nell'altra, la giustizia sia soddisfatta per ogni peccato.
    Il merito.
    In opposizione al peccato, qualsiasi atto di virtù porta al giusto un doppio profitto: merita per l'anima un nuovo grado di grazia e soddisfa per la pena dovuta per i peccati passati nella misura di una giusta equivalenza, che davanti a Dio spetta alla fatica, alla privazione, alla prova accettata, alla libera sofferenza di uno dei membri del suo Figlio prediletto.
    Ora, mentre il merito non si può cedere e resta cosa personale di chi lo acquista, la soddisfazione si presta a spirituali transazioni come moneta di scambio, potendo Dio accettarla come acconto o come saldo in favore di altri, - chi è disposto a cedere può essere di questo mondo o dell'altro - alla sola condizione che chi cede deve lui pure in forza della grazia, far parte del corpo mistico del Signore, che è unito nella carità (1Cor 12,27).
    Come spiega Suarez, nel trattato dei Suffragi, tutto ciò è conseguenza del mistero della Comunione dei santi, manifestato in questo giorno. Penso che questa soddisfazione dei vivi per i morti vale in giustizia (esse simpliciter de iustitia) ed è accettata secondo tutto il suo valore e secondo l'intenzione di colui che l'applica, sicché, per esempio, se la soddisfazione che deriva dal mio atto, serbata per me, mi valesse in giustizia la remissione di quattro gradi di purgatorio, ne rimette altrettanti all'anima per la quale mi piace offrirla (De suffragiis, sectio iv).
    Le indulgenze.
    È noto come la Chiesa in questo assecondi il desiderio dei suoi figli e, con la pratica delle Indulgenze, metta a disposizione della loro carità un tesoro inesauribile al quale di epoca in epoca le soddisfazioni sovrabbondanti dei Santi si aggiungono a quelle dei martiri, a quelle di Maria Santissima e alla riserva infinita delle sofferenze del Signore. Quasi sempre la Chiesa permette che queste remissioni di pena concesse col suo potere diretto ai viventi siano applicate ai morti che non appartengono più alla sua giurisdizione, per modo di suffragio, nel modo cioè che abbiamo veduto. Per cui ogni fedele può offrire a Dio, che lo accetta, il suffragio o soccorso delle proprie soddisfazioni. È sempre la dottrina di Suarez, il quale insegna pure che l'Indulgenza ceduta ai defunti nulla perde dell'efficacia e del valore che avrebbe per noi che siamo ancora in vita.
    Le Indulgenze ci sono offerte dappertutto e in tutte le forme e dobbiamo saper utilizzare questo tesoro, ottenendo misericordia alle anime in pena. Vi è miseria più toccante della loro? È così pungente che nessuna miseria della terra l'uguaglia e tuttavia così degna che nessun lamento turba il "fiume di fuoco, che nel suo corso impercettibile le trascina poco a poco all'oceano del paradiso" (Mons. Gay, Vita e virtù cristiane. Della carità verso la Chiesa, 2). Per esse il cielo è impotente perché in cielo non si merita più e Dio stesso, infinitamente buono, ma infinitamente giusto, non può concedere la liberazione, se non hanno integralmente pagato il debito che le ha seguite oltre il mondo della prova (Mt 5,26). E il debito forse fu contratto per causa nostra, forse insieme con noi e le anime si volgono a noi, che continuiamo a sognare i piaceri mentre esse bruciano, e potremmo con facilità abbreviare i loro tormenti! Abbiate pietà di me, abbiate pietà di me almeno voi che siete miei amici, perché la mano del Signore mi ha raggiunto (Gb 19,21).
    La preghiera per le anime del Purgatorio.
    Lo Spirito Santo non si contenta oggi di conservare lo zelo delle vecchie confraternite, che nella Chiesa si propongono il suffragio dei trapassati, quasi che il purgatorio rigurgiti più che mai per l'affluenza di moltitudini precipitate in esso ogni giorno dalla mondanità del secolo, e forse per l'approssimarsi del rendiconto finale e universale, che chiuderà i tempi. Suscita infatti nuove associazioni e anche famiglie religiose con l'unico compito di promuovere in ogni maniera la liberazione o il sollievo delle anime sofferenti. In quest'opera di nuova redenzione dei prigionieri vi sono cristiani che si espongono e si offrono a prendere sopra se stessi le catene dei fratelli, rinunciando totalmente, come a tale scopo è consentito, non solo alle proprie soddisfazioni, ma anche ai suffragi che potessero ricevere dopo la morte: atto eroico di carità questo, che non deve essere compiuto senza riflessione, ma che la Chiesa approva [1], perché molto glorifica il Signore e perché il rischio che si corre di un ritardo temporaneo nella felicità eterna merita al suo autore di essere per sempre più vicino a Dio, in terra con la grazia e in cielo con la gloria.
    Se i suffragi del semplice fedele sono così preziosi, sono molto più preziosi quelli della Chiesa intera nella solennità della preghiera pubblica e nell'oblazione dell'augusto sacrificio, in cui Dio soddisfa a se stesso per ogni peccato degli uomini! Come già la Sinagoga (2Mac 12,46), la Chiesa fin dalla sua origine ha pregato per i morti. Mentre onorava con azioni di grazie i suoi figli martiri nell'anniversario del loro martirio, ricordava con suppliche l'anniversario della morte degli altri suoi figli, che potevano non essere ancora giunti al cielo. Nei sacri Misteri pronunciava quotidianamente il nome degli uni e degli altri col doppio scopo di lode e di supplica; e allo stesso modo non potendo ricordare in ogni chiesa particolare tutti i beati del mondo intero, tutti li comprendeva in un unico ricordo, così, dopo le raccomandazioni relative al giorno e al luogo, ricordava i morti in generale. Chi non aveva parenti, né amici, osserva sant'Agostino, non restava privo di suffragi, perché riceveva, per ovviare alla loro mancanza, le tenerezze della Madre comune (De cura pro mortuis, iv).
    Sant'Odilone.
    Siccome la Chiesa aveva sempre seguito la stessa linea nel ricordare i beati e i morti, era da prevedersi che l'istituzione di una festa di tutti i Santi avrebbe portato con sé l'attuale Commemorazione dei defunti. Nel 998, secondo la Cronaca di Sigeberto di Gembloux, l'abate di Cluny, sant'Odilone, la istituì in tutti i monasteri da lui dipendenti, stabilendo che fosse sempre celebrato il giorno dopo la festa dei santi. Egli rispondeva così alle rampogne dell'inferno che, con visioni - che troviamo ricordate nella sua vita (Jostsald, 2,13) - accusava lui e i suoi monaci di essere i più intrepidi soccorritori di anime che le potenze dell'abisso avessero a tenere nel luogo di espiazione. Il mondo applaudì al decreto di sant'Odilone, Roma lo adottò e divenne legge per tutta la Chiesa latina.
    I Greci fanno una prima Commemorazione dei morti nella vigilia della nostra domenica di Sessagesima, che per essi è di fine carnevale o di Apocreos, nella quale ricordano la seconda venuta del Signore. Essi danno il nome di Sabato delle anime a quel giorno e al sabato precedente la Pentecoste, in cui di nuovo pregano solennemente per tutti i morti.
    MESSA DEI MORTI
    La Chiesa Romana raddoppiava una volta in questo giorno la fatica del suo quotidiano servizio verso la Maestà divina. Il ricordo dei morti non escludeva l'Ottava dei santi e faceva precedere all'Ufficio dei morti l'Ufficio del secondo giorno dell'Ottava. Recitata Terza di Ognissanti, si celebrava la Messa corrispondente e, solo dopo Nona dello stesso Ufficio, si celebrava il Sacrificio dell'altare per i defunti. Oggi la Chiesa, consacra loro tutta la giornata.
    Quanto all'obbligo di considerare di precetto nel giorno delle anime, gli usi erano diversi. In Inghilterra il giorno era di mezzo precetto e i lavori più necessari erano permessi; in molti altri luoghi il precetto terminava a mezzogiorno; in altri era prescritta soltanto l'assistenza alla Messa. Parigi osservò per qualche tempo la festa come una di quelle di primaria obbligazione e nel 1673 l'arcivescovo Francesco de Harlay prescriveva ancora di osservare il precetto fino a mezzogiorno. Ora anche a Roma il precetto più non esiste.”




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    Ancora Buona Festa di Ognissanti:








    Luca,
    Sursum Corda!






    Ultima modifica di Holuxar; 02-11-15 alle 21:16
    ADDIO GIUSEPPE, mio caro fratello di sangue e spirito, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    NOI 2 insieme, uniti OLTRE LA MORTE ed il tragico DESTINO SIA IN TERRA CHE IN CIELO, per SEMPRE VEDREMO LA LUCE - SURSUM CORDA!

  4. #4
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    Lightbulb Re: Solennità di Tutti i Santi ed altre ricorrenze del mese di Novembre...











    http://www.reginamundi.info/poesia/semiami.jpg





    UNA VOCE VENETIA - 2 novembre COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

    2 Novembris quarto Nonis
    COMMEMEMORATIO OMNIUM
    DE FIDELIUM FUNCTORUM, duplex

    REQVIEM ÆTERNAM
    DONA EIS DOMINE
    ET LVX PERPETVA
    LVCEAT EIS

    FIDELIVM DEVS
    OMNIVM CONDITOR
    ET REDEMPTOR
    ANIMABVS FAMVLORVM
    FAMVLARVMQVE TVARVM
    REMISSIONEM CVNCTORVM
    TRIBVE PECCATORVM
    VT INDVLGENTIAM
    QVAM SEMPER OPTAVERVNT
    PIIS SVPPLICATIONIBVS
    CONSEQVANTVR

    Dom Guéranger, Commemorazione dei defunti

    http://www.unavoce-ve.it/pg-2nov.htm








    02 Novembre - Commemorazione di tutti i fedeli defunti

    "02 NOVEMBRE
    COMMEMORAZIONE
    di TUTTI i FEDELI DEFUNTI



    INDULGENZE PER LE ANIME DEL PURGATORIO NEL GIORNO DEI MORTI
    I fedeli possono lucrare un’Indulgenza Plenaria
    applicabile solo alle anime del Purgatorio alle seguenti condizioni:
    -visita di una chiesa (tutte le chiese o oratori)
    -recita del Pater e del Credo
    -confessione (negli 8 giorni precedenti o successivi)
    -comunione
    -preghiera secondo le intenzioni del Papa (Pater, Ave e Gloria)
    DAL 1° all’8 NOVEMBRE
    Alle solite condizioni, i fedeli possono lucrare (una volta al giorno)
    una Indulgenza Plenaria applicabile alle anime del Purgatorio:
    -visitando il cimitero
    -pregando per i defunti



    PREGHIERE per TUTTI I DEFUNTI
    O Dio, onnipotente ed eterno, Signore dei vivi e dei morti, pieno di misericordia verso tutte le tue creature, concedi il perdono e la pace a tutti i nostri fratelli defunti, perché immersi nella tua beatitudine ti lodino senza fine. Per Cristo nostro Signore. Amen.



    Ti preghiamo, Signore, per tutti i parenti, amici, conoscenti che nel corso di questi anni ci hanno lasciati. Per coloro che in vita hanno avuto fede in te, che in te hanno riposto ogni speranza, che ti hanno amato, ma anche per coloro che di te non hanno capito nulla e che ti hanno cercato in modo sbagliato e ai quali infine ti sei svelato come veramente sei: misericordia e amore senza limiti. Fa' o Signore che veniamo un giorno tutti insieme a fare festa con te in Paradiso. Amen.



    PREGHIERA per LIBERARE LE ANIME del PURGATORIO
    La presente preghiera va recitata davanti al crocifisso.
    Recitata 33 volte il Venerdì Santo libera 33 Anime del Purgatorio, mentre
    recitata 50 volte ogni venerdì libera 5 Anime del Purgatorio.
    Essa venne confermata dai Papi Adriano VI, Gregorio XIII e Paolo VI.
    Ti adoro o Croce Santa, che fosti ornata del Corpo Sacratissimo di Gesù Cristo, coperta e tinta del Suo Preziosissimo Sangue.
    Adoro Te mio Dio, posto in croce per me.
    Ti adoro, o Croce Santa,
    per amore di Colui che è il mio Signore. Amen



    PREGHIERE per LE ANIME del PURGATORIO

    Anime sante del Purgatorio, noi ci ricordiamo di voi per alleggerire la vostra purificazione con i nostri suffragi; voi ricordatevi di noi per aiutarci, perché è vero che per voi stesse non potete far nulla, ma per gli altri potete moltissimo. Le vostre preghiere sono molto potenti e giungono presto al trono di Dio. Otteneteci la liberazione da tutte le disgrazie, le miserie, le malattie, le angosce e i travagli. Otteneteci la pace dello spirito, assisteteci in tutte le azioni, soccorreteci prontamente nei nostri bisogni spirituali e temporali, consolateci e difendeteci nei pericoli. Pregate per il Santo Padre, per la glorificazione della Santa Chiesa, per la pace delle nazioni, perché i principi cristiani siano amati e rispettati da tutti i popoli e fate che un giorno possiamo venire con voi nella Pace e nella Gioia del Paradiso.
    Tre Gloria al Padre, Tre L'eterno riposo.



    Offerta della giornata per le anime del purgatorio Mio Dio eterno ed amabile, prostrato in adorazione della tua immensa Maestà umilmente Ti offro i pensieri, le parole, le opere, le sofferenze che ho patito e quelle che patirò in questo giorno. Mi propongo di compiere ogni cosa per tuo amore, per la tua gloria, per adempiere alla tua divina volontà, così da suffragare le Anime sante del Purgatorio e supplicare la grazia di una vera conversione di tutti i peccatori. Intendo operare ogni cosa in unione alle purissime intenzioni che nella loro vita ebbero Gesù, Maria, tutti i Santi che sono in Cielo ed i giusti che sono sulla terra. Ricevi, mio Dio, questo mio cuore, e dammi la tua santa benedizione insieme alla grazia di non commettere peccati mortali durante la vita, e di unirmi spiritualmente alle Sante Messe che oggi si celebrano nel mondo, applicandole in suffragio delle Anime sante del Purgatorio e specialmente di (nome) affinché siano purificate e finalmente libere dalle sofferenze. Mi propongo di offrire i sacrifici, le contrarietà e ogni sofferenza che la tua Provvidenza ha stabilito oggi per me, per aiutare le Anime del Purgatorio e ottenere loro sollievo e pace. Amen.



    Supplica a Gesù per le anime del Purgatorio Gesù amabilissimo, oggi Ti presentiamo le necessità delle Anime del Purgatorio. Esse soffrono tanto e desiderano ardentemente venire a Te, loro Creatore e Salvatore, per restare con Te in eterno. Ti raccomandiamo, o Gesù, tutte le Anime del Purgatorio, ma specialmente quelle che sono morte improvvisamente per incidenti, infortuni o malattie, senza poter preparare la loro anima ed eventualmente liberare la loro coscienza. Ti preghiamo anche per le Anime più abbandonate e per quelle che sono più vicine alla gloria. Ti scongiuriamo in modo particolare di aver pietà delle Anime dei nostri parenti, amici, conoscenti ed anche dei nostri nemici. Per tutti intendiamo applicare le indulgenze che ci sarà possibile acquistare. Accogli, o pietosissimo Gesù, queste nostre umili preghiere. Te le presentiamo per le mani di Maria Santissima, tua Madre Immacolata, del glorioso Patriarca San Giuseppe, tuo Padre putativo, e di tutti i Santi del Paradiso. Amen. "








    Radio Spada


    "2 novembre. Ricordate i vostri morti e ricordate che, prima o dopo, dovrete raggiungerli e rendere conto di tutto."

    https://www.facebook.com/rrradiospada/posts/1199138690115798:0
    "I VESPRI DEL MORTI.
    Eloquenza e scienza non raggiungeranno mai l'altezza e la potenza di supplica che regnano nell'Ufficio dei Morti. Solo la Chiesa conosce i segreti dell'altra vita e la via del cuore di Cristo, solo la Madre può avere il tatto supremo che le permette di consolare gli orfani, gli abbandonati, quelli che sono rimasti sulla terra in lacrime, alleggerendo la purificazione dolorosa ai figli che l'hanno lasciata.
    DILEXI: il primo canto del purgatorio è un canto di amore. Le angosce di quaggiù sono finite, sono lontani i pericoli dell'inferno e, confermata in grazia, l'anima non pecca più ed ha in sé soltanto riconoscenza per la misericordia che l'ha salvata, per la giustizia che la purifica e la rende degna di Dio. Il suo stato di quiete assoluta e di attesa fiduciosa è tale che la Chiesa lo chiama "un sonno di pace" (Canone della Messa).
    Piacere a Dio, un giorno, senza riserve! Separata dal corpo che l'appesantiva, la distraeva con mille futili preoccupazioni (Sap. 9, 15) l'anima si immerge in questa unica aspirazione e converge tutte le sue energie, tutti i tormenti, dei quali ringrazia il cielo, perché aiuta la sua debolezza a soddisfare tale aspirazione. O crogiolo benedetto nel quale si consumano i resti del peccato, in cui si paga ogni debito! Dalle sue fiamme soccorritrici, sparita ogni traccia dell'antica sozzura, l'anima piglierà il volo verso lo Sposo veramente felice, sicura che le compiacenze del Diletto non avranno per essa limitazioni.
    Secondo Salmo.
    Come però si prolunga il suo esilio doloroso! Se è in comunione con gli abitanti del cielo per mezzo della carità, il fuoco che la castiga non è materialmente diverso da quello dell'inferno. Il suo soggiorno confina con quello dei maledetti, deve sopportare la vicinanza del Cedar infernale, dei nemici di ogni pace, dei demoni, che perseguitarono la sua vita mortale con assalti, con insidie, che al tribunale di Dio ancora l'accusavano con bocche ingannatrici. La Chiesa si appresta a supplicare: Strappatela alle porte dell'inferno.
    Terzo Salmo.
    Tuttavia l'anima non vien meno e, levando i suoi occhi verso le montagne, sa che può contare sul Signore, che non è abbandonata dal cielo che l'attende, né dalla Chiesa della quale è figlia. Per quanto sia vicino alla regione del pianto eterno, il purgatorio, in cui giustizia e pace si abbracciano (Sal. 84, 11), non è inaccessibile agli Angeli. Questi augusti messaggeri portano il conforto di divine comunicazioni alle quali si aggiunge l'eco delle preghiere dei beati e dei suffragi della terra. L'anima è ormai sovrabbondantemente assicurata che il solo male, il peccato, non la può più toccare.
    Quarto Salmo.
    L'uso del popolo cristiano dedica alla preghiera per i morti il Salmo 129 in modo particolare: è un grido di angoscia e, nello stesso tempo, di speranza.
    La privazione cui sono sottoposte le anime nel purgatorio deve toccare profondamente il nostro cuore. Non hanno ancora raggiunto il cielo, ma ormai hanno cessato di appartenere alla terra e hanno con ciò perduto i favori con i quali Dio compensa i pericoli del viaggio in questo mondo di prove e, per quanto siano perfetti i loro atti di amore, di fede e di speranza, esse non meritano più. Delle sofferenze, che accettate come sono, varrebbero a noi la ricompensa di mille martiri, nulla rimane a queste anime, nulla fuorché il fatto del regolamento di un conto, che la sentenza del giudice ha appurato.
    Come non possono meritare, non possono neppure soddisfare come noi alla giustizia per mezzo di equivalenze da Dio accettate. La loro impotenza a giovare a se stesse è più radicale di quella del paralitico di Betsaida (Gv. 5) perché la piscina della salvezza la possiede la terra con l'augusto Sacrificio, i Sacramenti e l'uso delle chiavi onnipotenti affidate alla Chiesa.
    Ora la Chiesa, che non ha più giurisdizione su di esse, conserva però la sua tenerezza di Madre e la sua potenza presso lo Sposo non è diminuita e quindi fa sue le loro preghiere, apre tesori, che la sovrabbondante redenzione del Signore le ha procurati, paga con il suo fondo dotale Colui che le ha costituito il fondo stesso, perché liberi le anime o allevii le loro pene e in questo modo, senza ledere alcun diritto, la misericordia si apre il passo e raggiunge l'abisso in cui regnava soltanto la giustizia.
    Quinto Salmo.
    Ti loderò, perché mi hai esaudito. La Chiesa non prega mai invano e l'ultimo salmo dice la sua riconoscenza e la riconoscenza delle anime che l'Ufficio che sta per terminare ha liberate dall'abisso o per lo meno avvicinate al cielo. Grazie a quell'Ufficio e cioè alla Chiesa, più d'una delle anime ancora prigioniere è entrata nella luce. Seguiamo col pensiero e con il cuore i nuovi eletti, che sorridendo e ringraziando noi, loro fratelli o figli, si elevano radiosi dalla regione delle ombre e cantano: Ti glorificherò, o Signore, davanti agli Angeli, ti adorerò, finalmente, nel tuo santo tempio! No, il Signore non disprezza le opere delle sue mani.
    Il Magnificat.
    Ma, siccome ogni grazia di Gesù in questo mondo ci viene per mezzo di Maria, oltre la vita mortale ancora per Maria si compie ogni liberazione e si ottiene ogni beneficio. Dove si estende la redenzione del Figlio si esercita l'impero della Madre. Le visioni dei santi ce la mostrano veramente Regina nel purgatorio, sia che vi si faccia benignamente rappresentare dagli Angeli della sua corte o si degni penetrare lei stessa sotto le oscure volte (Eccli 24,8) come l'aurora del giorno che non ha fine, per spargervi abbondante la rugiada del mattino. Mancherà forse la neve del Libano, dice lo Spirito Santo, alla pietra del deserto? e chi impedirà alle fresche acque di scendere alla vallata? (Ger 18,14). Comprendiamo ora il perché del canto del Magnificat all'Ufficio dei defunti: è l'omaggio delle anime, che arrivano in cielo, è la dolce speranza di quelle che restano ancora nel luogo di espiazione.
    Conclusione.
    Ogni anima si raccoglie così nel culto delle persone più care e dei più nobili ricordi. È la festa dei nostri cari morti e prestiamo allora l'orecchio alle loro voci, che di campanile in campanile in tutto il mondo cristiano si fa supplichevole e dolce in queste prime notti di novembre. Per tutto l'ottavario facciamo la visita delle tombe in cui riposano in pace i loro resti mortali. Preghiamo per loro e preghiamoli: non abbiamo paura di parlare con essi degli interessi che davanti a Dio loro furono cari, perché Dio li ama e, per una specie di soddisfazione alla sua bontà, le ascolta meglio, se implorano per altri, mentre la sua giustizia li mantiene in una condizione di assoluta impotenza per se stessi.

    da: P. GUÉRANGER, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 1234-1245."























    http://2.bp.blogspot.com/-5a6viBydBPo/UnPDslY8X6I/AAAAAAAABHY/td-rd4Oh6xo/s1600/commemorazione+dei+defunti+angelo.png






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    ADDIO GIUSEPPE, mio caro fratello di sangue e spirito, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    NOI 2 insieme, uniti OLTRE LA MORTE ed il tragico DESTINO SIA IN TERRA CHE IN CIELO, per SEMPRE VEDREMO LA LUCE - SURSUM CORDA!

  5. #5
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    Predefinito Re: Solennità di Tutti i Santi ed altre ricorrenze del mese di Novembre...

    Che bella la poesia di Sant'Agostino.
    Logomaco likes this.
    Dicono che viaggiare sviluppa l'intelligenza. Ma si dimentica sempre di dire che l'intelligenza bisogna averla già prima.-.G. K. Chesterton

  6. #6
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    Lightbulb Re: Solennità di Tutti i Santi ed altre ricorrenze del mese di Novembre...

    3 novembre 2015: San Giusto martire...



    http://www.diocesi.trieste.it/san-giusto-martire/
    "San Giusto, martire
    † 2 novembre 303
    Solennità: 3 novembre.
    San Giusto, patrono principale della città e della Diocesi di Trieste, viene ricordato con una solennità il 3 novembre.
    Giusto subì il martirio il 2 novembre dell’anno 303, durante la persecuzione di Diocleziano.
    Secondo la passio, Mannacio, governatore di Trieste, fece arrestare Giusto e lo fece chiudere in carcere: Giusto, infatti, si dichiarò cristiano senza alcun timore e si rifiutò di sacrificare agli dei. Appena Mannacio fu certo che Giusto non avrebbe mai rinnegato la propria fede, lo condannò alla pena capitale e ordinò che fosse annegato in mare. I soldati gli legarono mani e piedi con una fune, alla quale vennero assicurati dei pesi di piombo e lo portarono verso la riva del mare: lungo il cammino, Giusto era sereno e potè salutare i suoi confratelli. Lo fecero salire su una barca e lo portarono al largo, poi lo gettarono in acqua: grazie ai pesi di piombo, il corpo non sarebbe più emerso. Ma, prima del tramonto, il corpo di Giusto fu miracolosamente trasportato sulla riva dalla corrente. Durante la notte Sebastiano, un presbitero, ebbe una visione: il martire lo invitava ad andare sulla spiaggia per recuperare il suo corpo e dargli così degna sepoltura. Sebastiano si alzò subito e insieme ai fedeli radunati andarono a cercare sulla spiaggia il corpo di Giusto. Trovatolo, lo seppellirono di nascosto nel cimitero che si trovava non lontano dalla spiaggia. Nel V secolo la comunità cristiana di Trieste edificò una basilica martiriale, i cui resti sono ancora visibili oggi nella così chiamata “basilica paleocristiana” di via Madonna del Mare. Già nel X secolo le reliquie di san Giusto furono traslate sul colle di San Giusto, sede della cattedrale a lui intitolata.




    Velo di San Giusto (sec. XIII) Conservato presso il tesoro della Chiesa Cattedrale di San Giusto Martire."







    Radio Spada


    "3 novembre 2015: infra l'Ottava di Ognissanti."






    "Buona notte!"






    Per chiudere questo 2 novembre, due belle immagine segnalate dall'amico "Giacomo Margotti":












    Messa da Requiem. Un racconto di Mattia Rossi
    Messa da Requiem. Un racconto di Mattia Rossi | Radio Spada





    Luca, Sursum Corda!





    ADDIO GIUSEPPE, mio caro fratello di sangue e spirito, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    NOI 2 insieme, uniti OLTRE LA MORTE ed il tragico DESTINO SIA IN TERRA CHE IN CIELO, per SEMPRE VEDREMO LA LUCE - SURSUM CORDA!

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    Lightbulb Re: Solennità di Tutti i Santi ed altre ricorrenze del mese di Novembre...

    3 novembre 2015: 148° Anniversario della vittoria pontificia a Mentana avvenuta il 3 novembre 1867…Vi riporto il comunicato del “Centro studi Giuseppe Federici” di oggi 3 novembre 2015 e del 3 novembre 2011 nonchè la videoconferenza di “Radio Spada” dello scorso anno, v. qui:




    Associazione legittimista Trono e Altare: 3 novembre 1867: la vittoria dei soldati del Papa Re!
    3 novembre 1867: la vittoria dei soldati del Papa Re!
    3 novembre 1867: la vittoria dei soldati del Papa Re!*|*Federici Blog

    “Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
    Comunicato n. 88/15 del 3 novembre 2015, San Giusto
    3 novembre 1867: la vittoria dei soldati del Papa Re!

    Il 3 novembre 1867 l’esercito pontificio sconfiggeva le bande garibaldine (assistite dall’esercito italiano, aspetto dimenticato da chi, contro la realtà storica, attribuisce la vittoria papalina all’intervento dell’esercito francese), dopo due mesi di scontri nell’Agro Romano iniziati il 29 settembre. Ricordiamo la vittoria con un testo dedicato ai cappellani militari dell’esercito pontificio.
    Gli apparecchi per la Difesa e i Cappellani Militari
    (tratto da: “La mano di Dio nell’ultima invasione contro Roma”. Memorie storiche di Paolo Mencacci, Romano, Salviucci, Roma, 1868, pagg. 8-13)
    Tracciato il disegno della Rivoluzione, accenniamo i mezzi impiegati dalla S. Sede per resisterle, e quelli disposti per l’assistenza delle truppe che erano per impegnarsi nella suprema lotta.
    Fin dalle prime mosse della rivoluzione il governo pontificio aveva preso varie precauzioni, e l’Eccellentissimo Ministro dell’Armi Generale Kanzler, aveva disposto le truppe in guisa, da opporre una valida resistenza dovunque si tentasse la nuova invasione. (...)
    Tale sperperamento di truppe, disposto però in guisa, che potessero prontamente accorrere e attestarsi su di ogni punto minacciato, e al bisogno convergere e stringersi intorno a Roma per difenderla, oltre le varie colonne mobili che percorrevano per ogni verso il confine, rendevano affatto insufficiente il numero dei Cappellani ordinari, e l’assistenza delle truppe diveniva difficilissima nel momento che maggiore ne era il bisogno.
    S. E. il Ministro delle Armi fece di tutto per supplire a tale difetto; e S. E. Rma Monsignor Tizzani, Cappellano maggiore dell’esercito, coadiuvato da vari uomini di coraggio e spirito, del Clero si secolare che regolare, riusciva felicemente nell’intento. E noi non possiamo fare ameno di non rendere un tributo di ammirazione a quell’illustre Prelato, che sebbene affatto cieco, con zelo veramente apostolico previdde tutto, providde a tutto, così che i generosi difensori di s. Chiesa in ogni fazione fossero accompagnati dai loro Padri spirituali, i quali fornì di ogni cosa necessaria al santo ministero e di tutto quanto occorre per l’ultima assistenza di chi muore sul campo.
    Venne pertanto stabilito, che ogni Corpo di truppe nel porsi in marcia fosse seguito da un Cappellano o da facente funzione di Cappellano militare, ed essendo l’esercito pontificio composto d’individui di varie nazioni e parlando lingue diverse. Oltre i soliti Cappellani, furono invitati vari sacerdoti secolari e religiosi, i quali con uguale carità e abnegazione si consacrarono volenterosi al bene dei nostri cari soldati. Provveduti anche questi di vasi sacri per le sacrosante Specie e pe l’Olio Santo e di tutto l’occorrente corredo, non solo non mancò in nessun incontro la spirituale assistenza alle truppe pontificie:; ma essa si estese ancora all’esercito francese, e agli stessi nemici, che sempre in numero di gran lunga maggiore ai pontifici cadevano miseramente sul campo.
    E nella loro gelosia e pericolosissima missione apparve in modo del tutto straordinario l’assistenza di Dio. Mirabil cosa! Quantunque esposti continuamente ai proiettili e alle armi degli invasori, odiatori feroci della Chiesa e dei suoi ministri, e con coraggio veramente eroico si esponessero per tutto dove maggiore era il pericolo, pure nessuno dei nostri Cappellani rimase menomamente offeso!
    Il Rev. Don Luigi Galanti, cappellano del Reggimento indigeno di linea, che in tutti i combattimenti da questo sostenuti con inaudita costanza nella provincia di Viterbo trovossi sempre in mezzo al fuoco, amministrando gli ultimi sacramenti ai moribondi e soccorrendo i feriti; il R. P. Vannutelli de Predicatori, che assistette all’eroica difesa di Monte Rotondo, correndo gravissimi rischi per la salute delle anime, e poi fatto prigioniero dei Garibaldeschi fu più volte sul punto di essere ucciso; i Cappellani Giulio Daniel e Augusto Berard, che durante la battaglia di Mentana stettero sempre nel più folto della mischia in mezzo a nembi di palle per soccorrere ed assistere i caduti si pontifici come i francesi, e l’intrepido Monsig. Gustavo Bastide, Cappellano della legione Romana di Antibo, che dimentico affatto di sé stesso accorreva da per tutto dove maggiore era il pericolo e il bisogno, in guisa che maravigliò i suoi uffiziali, e il Colonello Conte d’Argy, vecchio militare dell’esercito francese, ebbe a fare di lui elogio degno dei più valorosi guerrieri: tutti questi fra tanti imminentissimi pericoli, in mezzo a così accaniti combattimenti andarono la Dio mercè del tutto illesi. E illesi egualmente ne andarono il Rev. Don Eugenio Peigne, sacerdote di Nantes, che si offerse generosamente quale vittima di carità, e il R. P. Ligiez dell’Ordine dei Predicatori e il R. P. de Gerlache d.C.d.G. che si assistettero intrepidamente anch’essi alla battaglia di Mentana, ed altri sacerdoti romani e stranieri che accorsero volenterosi in tutti gl’incontri, e alle ambulanze. Tutti costoro sebbene estenuati di forze ed affranti dalla fatica, mai avvenne che lasciassero il campo di battaglia senza prima somministrato i conforti spirituali a quanti dei caduti ne fossero capaci, adoperandosi ancora nell’accompagnare i feriti in luoghi sicuri ed anche in seppellire i morti.
    Quindi si può con certezza affermare che nessuno dei militari pontifici e francesi andò privo dei conforti religiosi in quei supremi momenti; e molti degli stessi garibaldini, commossi dalla loro carità, e tocchi dalla grazia di Dio, ebbero anche essi la bella ventura di morire per la loro cura nella pace della santa Chiesa, cui fieramente avevano combattuto.
    Non è poi da tacere del Rev. Padre Anselmo, dei Minori Osservanti, il quale tempo per qualche tempo assistette notte e giorno gli Zuavi olandesi che si trovavano col loro corpo scaglionati su quel di Palombara in difesa del confine: né dell’infaticabile Mons. Sacré, di cui notissimo è lo zelo pei suoi bravi Fiamminghi, né dell’ammirabile Padre Wild d.C.d.G. il quale, coadiuvato molto dal R. Padre Cornelio, anch’esso Gesuita, sempre, durante tutta l’invasione, si trovò pronto a prodigare le sue cure e il suo zelo apostolico a pro dei nostri zuavi.
    Inutile è l’aggiungere che gli altri Cappellani, sebbene non si trovassero nei combattimenti, tutti con ammirabile zelo si mostrarono risoluti e pronti ad affrontare ogni rischio pei loro figli spirituali, così che l’Ecc.mo Cappellano Maggiore a grande fatica potè trattenerne alcuni presso i corpi non combattenti, perché tutti egualmente desiderosi di andare dove più grande fosse il pericolo.
    In presenza di così belle opere cristiane, che solo la fede e la carità di Gesù Cristo possono ispirare, quantunque abbiasi certamente a piangere la perdita di molti caduti gloriosamente nella pugna, ne deve essere di grande conforto il pensare, che tutti morirono nella pace del Signore, assistiti e consolati dalla presenza dei Ministri del Dio delle misericordie.
    Sull’esercito pontificio e la vittoria di Mentana:
    :: Centro Studi Giuseppe Federici - Per una nuova Insorgenza ::"


    3 novembre 1867: la vittoria pontificia di Mentana*|*Federici Blog

    “Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
    Comunicato n. 84/11 del 3 novembre 2011, San Giusto
    3 novembre 1867: la vittoria pontificia di Mentana

    Il 3 novembre 1867 l’esercito pontifico riportava una magnifica vittoria nella battaglia di Mentana (con la precipitosa fuga di Garibaldi), a coronamento di 45 giorni di vittoriosi combattimenti (ad eccezione di Monterotondo) contro i nemici della religione e del papato.
    Gli sconfitti, per non ammettere l’eroismo dei soldati del Papa Re, attribuirono il successo all’esercito francese.
    Noi festeggiamo questo anniversario e non ci vergogniamo della storia della Chiesa e in particolare dell’esercito pontificio.
    Si dovrebbero invece vergognare coloro che si sono accodati ai festeggiamenti dello stato laicista per il 150° anniversario della rivoluzione anticattolica italiana e che lasciano in uno squallido degrado la tomba del gen. Kanzler, comandante supremo dell’esercito pontificio, al cimitero del Verano a Roma.
    Per rendere il doveroso omaggio ai difensori della causa papale pubblichiamo l’ordine del giorno del colonnello Allet (1814 – 1878), ufficiale degli zuavi, redatto dopo la vittoria di Mentana, che concludeva la campagna dell’agro romano dell’autunno del 1867.

    Joseph Eugène Allet, nasce il 18 febbraio 1814 a Loeche, del canton Vallese, ed entra a far parte dell’esercito pontificio nel 1832. Partecipa alla battaglia di Castelfidardo e alla campagna del 1867, guidando gli zuavi nella battaglia di Mentana. Il 25 settembre 1870 a Civitavecchia, prima dello scioglimento del reggimento degli zuavi, dopo la Messa, rende gli ultimi onori alla bandiera del glorioso reggimento – abilmente sottratta ai vincitori – e la distribuisce in piccoli pezzi ai commilitoni. Muore nella sua cittadina natale il 23 marzo 1878 mente in ginocchio recitava il S. Rosario.
    Ricordiamo inoltre il video in onore della vittoria di Mentana:
    http://www.youtube.com/watch?v=4MDIge6fk9Y
    Viva Pio IX, viva l’esercito pontificio!

    Ordine del giorno del colonnello Allet
    Ufficiali, sottoufficiali, soldati!
    Voi avete attraversato due mesi di fatiche di pericoli con un’energia, di cui il vostro capo è fiero di rendervi testimonianza.
    Il primo giorno di questa lotta empia, ingaggiata dalla forza rivoluzionaria contro il diritto il più augusto, gli stessi che voi conosceste calcolarono con angoscia le peripezie di questi combattimento ineguale. Onore a voi! Voi avete superato le speranze dei vostri amici e i timori dei vostri nemici.
    L’invasione garibaldina ha trovato dappertutto le baionette degli zuavi, e se le pallottole hanno attraversato i vostri petti, in nessun modo vi hanno fatto indietreggiare di un passo; tutti voi avete avuto parte in questa lotta gloriosa.
    Le compagnie che sono rimaste a Roma, fatte segno ai più atroci mezzi di distruzione, hanno contribuito a mantenere la tranquillità come queste qui, nelle provincie di Acquapendente e Subiaco, hanno difeso quasi da sole sessanta leghe di frontiera. Dal 22 settembre al 3 novembre, che date da segnare sul vostro vessillo!
    Il 30 settembre, il luogotenente Jacquemont si scontra, con trentasei uomini della 3° compagnia del 1° battaglione, con novanta garibaldini a Canino, e li mette in fuga.
    Il 3 ottobre, il luogotenente Guérin, allora sergente maggiore, con venticinque zuavi della 4° del 1°, protegge da solo la ritirata di una compagnia di fanteria presso Bagnorea.
    Il 4 ottobre, il sottotenente Burdo, con trenata uomini della 3° del 1°, combatte per tre ore contro truppe superiori, al ponte d’Ischia; lo stesso giorno, il medesimo ufficiale difende con quarantacinque uomini la città di Valentano contro forse cinque volte superiori.
    Il 5 ottobre, è espugnata Bagnorea; il capitano le Godinec, i luogotenenti Wyart, Jacquemont e Mirabel conducano all’assalto centonovanta zuavi della 3° e 4° compagnia del 1° battaglione, e conquistano le posizioni dominanti.
    Il 13 ottobre, i sottotenenti Joubert e Martini, con un distaccamento della 4° compagnia del 1° battaglione,, rioccupano Acquapendente. Il medesimo giorno, a Montelibretti, novantasette zuavi della 5° compagnia del 2° battaglione, agli ordini del signor Guillemin e de Quélen, attaccano i garibaldini con un tale vigore, che il nemico, intimorito, evacua la città la stessa notte. I due ufficiali cadono gloriosamente alla testa delle truppe.
    Il 12 ottobre, viene sorpresa la città di Subiaco; il luogotenente Desclée con trenta zuavi, la riprende ed uccide di propria mano il comandante nemico.
    Il 18 ottobre, il luogotenente Lallemannd, con quarantacinque zuavi, e diciassette gendarmi, occupa Orte.
    Il 18 ottobre, il tenente colonnello de Charette ed il comandante de Troussures conquistano la formidabile posizione di Nerola. Le 1° compagnie del 2° e del 1° battaglione vi hanno avuto una parte gloriosa.
    Il 19 ottobre, il capitano de Couessin, con la su compagnia, respinge i garibaldini a Farnese; il sottotenente Dufournel muore trafitto da tredici colpi di baionetta.
    Il 22, la caserma Serristori è fatta saltare, seppellendo numerose vittime; la sera stessa, il capitano de Reaum con la 2° compagnia del 2° battaglione, scopre fuori città, a San Paolo, un grosso deposito di armi ed un numeroso raduno di settari. Il 24, i capitani de Saisy, Vinay, Dufournel, con ottanta uomini di riserva e della 3° compagnia del 2° battaglione, espugnando a viva forza, alla Lungaretta, l’infernale officina da cui usciva la maggior parte delle bombe che hanno spaventato Roma.
    Il 24 ottobre, Viterbo viene attaccata da ottocento camice rosse; il luogotenente Lallemand, con settanta zuavi, prende parte energicamente alla difesa: il nemico è respinto.
    Il 30 ottobre, gli avamposti garibaldini sono davanti a ponte Nomentano; la 3° compagnia del 1° battaglione. E le compagnie 3° e 6° del 2° costringono i tiratori nemici a ripiegare fino a Casal de’ Pazzi, che viene occupato l’indomani.
    Lo stesso giorno, il capitano aiutante maggiore Dufournel cade, colpito da una pallottola, per le strade di Roma, e muore, come suo fratello, con quella intrepidezza che siamo abituati ad ammirare.
    Il 3 novembre, infine, a Mentana, il reggimento intero è riunito sotto i miei ordini, ed io ho potuto ammirare di persona nel suo complesso quello slancio, quel coraggio indomito, di cui ogni fazione del corpo ha dato, un mese fa, tanti nobili esempi!
    Tutto ciò che si poteva attendere dai cuori più energici, voi l’avete fatto! E all’ultima ora di questa lotta di quarantacinque giorni, sul campo di battaglia che avete sparso di cadaveri, l’esercito francese – questo giudice incorruttibile di valore – si è trovato là per applaudire al vostro valore, e per rendervi una incontrabile testimonianza.
    Perdite dolorose hanno accompagnato il successo; il capitano de Veaux e ventitrè dei nostri camerati sono morti a Menata; i nostri feriti riempiono gli ospedali; ma il loro sangue è stato versato per la più nobile delle cause.
    Tali sacrifici sono i ricordi più preziosi di un corpo militare; ed avranno l’effetto di raccogliere alla causa del Santo Padre le simpatie ed un rispetto che assicurano il suo avvenire.
    Soldati!
    Non è tutto finito! Grandi pericoli minacciano ancora la Chiesa; ricordatevi che voi non siete soltanto un reggimento di qualche migliaia di uomini riuniti gomito a gomito: voi rappresentate nel mondo un principio, la difesa volontaria e disinteressata della Santa Sede. Voi siete l’ossatura intorno al quale si raccoglieranno al momento del pericolo le preghiere, i soccorsi, le speranze del mondo cattolico.
    Siate dunque i veri soldati di Dio; voi non avete solo dei doveri, voi avete una missione, e non l’adempierete se non con l’unione, la disciplina, il contegno, l’istruzione.
    Sarà formato un terzo battaglione; i vostri quadri, estendendosi, vi assicurano una più lunga parte di azione per le lotte future.
    Noi marceremo al grido di VIVA PIO IX.
    Il colonnello comandante del reggimento ALLET
    (Tratto da: Roberto Di Nolli, MENTANA, Bardi Editore, Roma 1965, pagg. 143-145)
    _____________________________

    Il materiale da noi pubblicato è liberamente diffondibile, è gradita la citazione della fonte:
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    http://federiciblog.altervista.org/2014/11/04/gli-eroi-pontifici-del-1867/


    :: Centro Studi Giuseppe Federici - Per una nuova Insorgenza ::
    “L'esercito del Papa-Re.

    1860: le vicende risorgimentali stanno volgendo al termine e gli occhi di tutti sono puntati su Roma, destinata a diventare la capitale della nuova Italia. In un disperato tentativo di salvaguardare il potere temporale dei Papi, migliaia di giovani accorrono da ogni parte d’Europa per arruolarsi nell’esercito di Pio IX. Dalla primavera del 1860 sino al settembre del 1870, furono quasi quindicimila i soldati volontari dell’ultimo Papa-Re, destinati a scrivere una pagina della nostra storia andata poi dimenticata.Mobilitati dai comitati diocesani formatisi in ogni nazione, si presentarono nella Roma del tramonto papalino giovani di ogni estrazione sociale: contadini e studenti universitari, figli del popolo e cadetti della più blasonata aristocrazia europea, tra cui il principe Pietro Aldobrandini, il principe Paolo Borghese, il principe Francesco Ruspoli, il principe Vittorio Odescalchi, il principe Carlo Chigi Albani della Rovere, tutti della nobiltà romana; il principe Alfonso di Borbone-Sicilia, fratello del Re Francesco II; il principe Alfonso Carlo di Borbone d’Austria-Este, successivamente pretendente carlista al trono spagnolo; il barone Athanase de Charette, discendente del leggendario eroe vandeano. Tra i romagnoli si segnalarono il marchese Zappi di Imola, i conti Filippo e Gustavo di Carpegna, il patrizio Odoardo Corbucci di San Giovanni in Marignano, il conte Emaldi di Lugo.L'articolo di Piero Raggi intende ridare un volto a questi crociati del XIX secolo che manifestarono in modo eroico il profondo amore che ogni cattolico dovrebbe avere per la Sede di Pietro. E’ la vicenda di una generazione che, di fronte ai cambiamenti epocali provocati dalle Rivoluzioni massoniche, rimase fedele alla concezione cavalleresca dell’esistenza, in nome del Papa-Re.

    Introduzione
    I moti rivoluzionari del 1848, che culminarono con la fuga del Papa-Re Pio IX a Gaeta e la proclamazione della Repubblica Romana, cadute le illusioni repubblicane, avevano consentito al Piemonte, anche se reduce dalla disfatta di Novara, di farsi paladino della politica italiana ed il giovane Vittorio Emanuele II aveva trovato in Cavour un protagonista all’altezza del momento, scaltro, deciso a tutto e certamente privo di scrupoli. Sono noti i suoi indovinati interventi in campo internazionale per suscitare consensi alla causa italiana (invio di una spedizione italiana in Crimea), i discutibili maneggi per convincere l’imperatore dei francesi ad intervenire in Italia per la guerra contro l’Austria. Iniziò così, nel 1859, quella campagna che attraverso le battaglie di Montebello, Palestro, Magenta, culminate con la vittoria di Solforino e San Martino, condurrà all’armistizio di Villafranca.
    La sconfitta austriaca porta come conseguenza l’abbandono da parte delle guarnigioni delle Legazioni pontificie di Bologna e della Romagna, dove si formano giunte provvisorie di giovani filo-piemontesi. Pio IX protesta inascoltato dinanzi alle potenze europee chiedendo il ripristino dell’autorità pontificia e dei diritti della S. Sede, ed in Concistoro chiede la dichiarazione di nullità di tutti gli atti dell’Assemblea nazionale di Bologna, presieduta dal Minghetti.
    Napoleone, spaventato dalla reazione dei cattolici francesi propone a Vittorio Emanuele una confederazione di Stati italiani sotto la presidenza del pontefice, ma l’ipotesi viene respinta perché giudicata contraria ai voti del popolo italiano. Le mire espansionistiche del Piemonte non si arrestano, seguirà “la spedizione dei Mille” che, senza dichiarazione di guerra, invadeva uno stato sovrano con l’aiuto della diplomazia inglese in funzione antifrancese e antiaustriaca.
    Ma Garibaldi non si arresta, l’obiettivo è Roma e già alcune bande hanno varcato il confine pontificio. Le autorità pontificie si rendono finalmente conto degli avvenimenti che ogni giorno incalzano e corrono ai ripari.
    L’esercito pontificio si organizza
    Il piccolo esercito pontificio composto da volontari cattolici provenienti da ogni nazione, costituito al solo scopo istituzionale e di difesa dell’ordine pubblico, naviga fra mille difficoltà. Il pro-ministro alle armi, card. Giacomo Antonelli, viene sostituito da mons. Saverio de Merode, già valoroso ufficiale dell’esercito belga e francese; egli in breve tempo riesce, data l’urgenza del momento, a far sì che il piccolo esercito diventi uno strumento efficace, moderno, bene organizzato, atto a mantenere l’ordine pubblico ma anche ad opporsi all’invasione di bande di volontari che si stanno formando ai confini dello Stato. Egli si avvarrà dell’opera dell’ufficiale francese de la Moriciere, vincitore del leggendario Abd-el Kader, durante la guerra d’Algeria, che viene nominato generale in capo.
    Ha inizio così la “Nona Crociata”, che attraverso la sollecitazione dei comitati di arruolamento, l’opera capillare dei vescovi e dei parroci, farà confluire a Roma i volontari provenienti da ogni paese; alcuni, come gli antichi crociati, hanno sul petto l’insegna della croce, molti saranno raggiunti dalle famiglie con armi, cavalli e denaro destinato all’armamento.
    Impossibile elencarli tutti, citeremo i più illustri: tra i francesi il conte Gaspard de Boubon Chalus, il conte Leon del Lorgeril, il conte Theodore de Quattrebarbes, il barone Athanase de Charette, il visconte Alphonse de Chateaubriand, nipote del celebre scrittore, il conte Hippolite de Momint, il conte de Becdelievre, valoroso comandante dei tiragliatori franco-belgi a Castelfidardo, il conte Palphy ungherese, il polacco barone de Crovin, gli italiani conte Cesare Caimi, il principe Carlo Chigi, il marchese Giovanni Lepri, il principe Francesco Ruspoli, il conte Cesare Crispoldi, il conte Odoardo Ubaldini, il marchese Giacomo Pietramellara, ed altri ancora dal Belgio, dal Canada…
    La situazione politica precipita, la sinistra ha il sopravvento e Cavour deve correre ai ripari o la situazione gli sfuggirà di mano; dinnanzi alla diplomazia internazionale si affretta a condannare i rivoluzionari (quelli che poco innanzi aveva con ogni mezzo spinti al Sud) e fattosi paladino dell’ordine, si affretta, per contrastare l’azione di Garibaldi, ad inviare un numeroso corpo di spedizione per la conquista delle Marche e dell’Umbria. Avrà così ottenuto il duplice scopo di bloccare l’avanzata garibaldina, riprendendo in mano l’iniziativa, ed atteggiarsi a nemico della rivoluzione.
    La battaglia di Castelfidardo (18 settembre 1860)
    Il pretesto per l’invasione non mancherà, col beneplacito di Napoleone (l’ignobile “Fate, ma fate presto”). Emissari piemontesi muniti di larghi mezzi vengono inviati nelle due regioni allo scopo di suscitare focolai di ribellione al governo pontificio, ingigantendo ad arte sporadici episodi subito repressi. La popolazione resta fedele al suo legittimo sovrano, ma Cavour non demorde, ed ogni mezzo viene escogitato per favorire l’intervento armato. La popolazione, secondo Cavour, oppressa dal governo pontificio e dalle truppe straniere, inneggia a Vittorio Emanuele e desidera ardentemente congiungersi al resto dell’Italia.
    Ma tutto è già deciso: un numeroso corpo di spedizione militare al comando dei generali Fanti e Cialdini (senza dichiarazione di guerra ma dopo l’emanazione di due inqualificabili proclami nei quali vengono insultati con le più vergognose menzogne i militari pontifici) viene inviato ai confini del territorio pontificio mentre una squadra navale con materiale d’assedio si dirige ad Ancona agli ordini dell’ammiraglio Persano. L’esito non può essere che scontato anche se la diplomazia pontificia spera in un intervento francese da Roma, ma la guarnigione francese di Roma non muove un dito, ed in quello austriaco da Trieste, assai improbabile dopo l’esito infausto della guerra del ’59.
    Il piccolo esercito pontificio, che ben poteva contrastare le bande di volontari italiani, si trova ora dinnanzi l’armata sarda di oltre sessantamila uomini, che ha l’ordine di far presto, di vincere ad ogni costo, evitare ogni insuccesso, superare in rapidità e decisione, per ovvi motivi politici e di propaganda, la pur fulminea marcia di Garibaldi nelle Due Sicilie.
    Il giorno 11 settembre l’esercito piemontese occupa Urbino e Pesaro, il 13 viene occupata Senigallia, il 14 è la volta di Perugia e di Foligno, il 16 viene assalita Spoleto, stessa sorte toccherà al piccolo presidio di S. Leo fatto segno ad un furioso cannoneggiamento.
    L’esercito pontificio non ha scampo, al gen. la Moriciere non rimane altra alternativa se non concentrare le sue truppe in Ancona per evitare una lotta impari, in attesa dell’auspicato aiuto francese e austriaco che il segretario di Stato card. Antonelli continua ad assicurare. Il giorno 15 il gen. de la Moriciere si porta con la sua brigata a Macerata dirigendosi verso Ancona, raggiunto il giorno 16, dopo un’estenuante marcia, dalla brigata Pimodan, a Loreto. Ma il Cialdini, con abile mossa, sbarra ai pontifici la strada attestandosi sulle alture di Osimo e di Castelfidardo.
    Lo scontro è inevitabile. Il giorno 18 ha inizio la battaglia ed il generale Pimodan chiede l’onore di iniziare l’attacco. I pontifici hanno in un primo momento il sopravvento, bisogna ad ogni costo occupare la località delle Cascine sino alle Crocette e di qui proseguire per Castelfidardo ed aprire un varco all’armata pontificia; ma la preponderanza dei piemontesi e soprattutto la loro munitissima artiglieria rendono vano ogni sforzo, i pontifici dovranno soccombere, alcune compagini si sbandano, il gen. de la Moriciere riesce a stento a salvarsi, dirigendosi con pochi uomini verso Ancona, ed una colonna potrà raggiungere Loreto dove si arrenderà il giorno dopo. Il generale Pimodan ferito gravemente più volte cade morente tra le braccia del suo aiutante conte di Carpegna.
    Quello che resta dell’esercito pontificio è ora concentrato in Ancona dove subisce un duplice attacco dal mare e da terra: la flotta del Persano, le artiglierie del Cialdini. La resistenza si protrae fino alla mattina del 28 settembre quando, distrutta la lanterna e le altre fortificazioni del porto, colpita una polveriera, scarseggiando i viveri e le munizioni, nell’impossibilità di continuare la resistenza avvengono i preliminari della capitolazione che si concluderà il giorno 30 successivo.
    La Massoneria vuole occupare Roma
    L’autorità pontificia non può più illudersi: il governo italiano sotto la spinta della Massoneria vuole impossessarsi dell’intero territorio della Chiesa e proclamare Roma capitale.

    Siamo ai primi mesi del 1861, quando mons. de Merode riesce ancora una volta a riorganizzare un esercito sotto la guida lungimirante del gen. Kanzler, nominato pro-ministro, ufficiale con un brillante passato militare, valoroso a Vicenza nel 1848, ben voluto dai militari i quali ne riconoscono le indiscusse capacità.
    Il governo italiano propone all’imperatore dei francesi il ritiro del suo contingente da Roma, la proposta viene respinta: si arriva alla famosa convenzione di settembre (15 settembre 1864) stipulata tra il governo di Parigi e di Torino, senza che il Papa, il diretto interessato, sia consultato.
    La convenzione prevede l’intangibilità dei confini pontifici garantiti dal Piemonte ed il ritiro delle truppe francesi a mano a mano che saranno sostituite da quelle del Papa. Il trasferimento della capitale d’Italia a Firenze (maggio 1865) provoca nuove preoccupazioni al Papa. Nel novembre ’66 la guarnigione francese lascia definitivamente il territorio della S. Sede ed il Pontefice, nel saluto di ringraziamento con parole di tristezza, dice: “non bisogna farsi illusioni, la rivoluzione verrà qui” ed è buon profeta.
    La campagna nell’Agro Romano (1867)
    Ancora una volta i comitati insurrezionali, ben foraggiati dal governo italiano, faranno nascere focolai di rivolta nello Stato della Chiesa per creare il pretesto alle truppe italiane di intervenire per ristabilire l’ordine e la libertà in casa altrui. In concomitanza ha inizio l’invasione di bande garibaldine; il piano è ben preciso, attaccare il territorio pontificio in più parti e provocare disagio e disorientamento tra i difensori. Comitati di arruolamento di volontari si formano attorno allo Stato pontificio riforniti di armi, di munizioni, di vettovagliamento e addirittura comandati da ufficiali piemontesi, mentre il governo finge di non sapere e di non vedere.

    Questa volta però Garibaldi si troverà di fronte compagini ben organizzate e comandate, fedeli al giuramento prestato al loro Papa e sovrano che renderanno la vita assai difficile alle sue bande ovunque disperse. Impossibile citare i numerosi episodi, le lotte sanguinose, spesso impari, sostenute con valore da ambo le parti. Ricorderemo gli scontri di Montelibretti, Farnese, Bagnorea, Subiaco e ci soffermeremo sui fatti di villa Glori, di Monterotondo, di Mentana. Il 23 ottobre il gen. Zappi riceve notizie che un nucleo di camicie rosse è stato avvistato sui monti Parioli; la colonna, composta di circa 80 uomini, scelti fra i più ardimentosi ha il compito di trasportare armi per il comitato insurrezionale di Roma. I garibaldini vengono assaliti da un distaccamento di carabinieri esteri (43 uomini), sei dragoni e un gendarme a cavallo. La mischia si conclude con l’annientamento dei garibaldini, la morte di Enrico Cairoli, il ferimento del fratello Giovanni.
    I giornali risorgimentali hanno parole di lode per i volontari dichiarandoli soccombenti dinanzi ad uno stragrande numero di zuavi, mentre “gli zuavi” non intervengono affatto e le forze sono tutte a vantaggio dei garibaldini. Non si voleva ancora ammettere che i cosiddetti “mercenari” si battessero con sì grande valore.
    Altro combattimento, questa volta di grande rilievo, avvenne il successivo 25 ottobre quando una colonna di circa 4.000 volontari agli ordini di Menotti e Garibaldi, assale Monterotondo, difesa da 323 pontifici e due cannoni. Tutta la giornata i garibaldini si lanciarono all’assalto della piazza difesa da una cinta fortificata. La piccola guarnigione si difende eroicamente contrastando l’attacco sino alle prime ore del giorno successivo quando i garibaldini riescono ad avere la meglio con l’aiuto di una seconda colonna di rinforzo ed entrano nel paese bruciando una delle porte. E’ questa l’unica vittoria dei garibaldini in tutta la campagna che però costerà più di 500 uomini fuori combattimento (con saccheggi, furti sacrileghi, atti di violenza verso la popolazione ostile ed il clero).
    La vittoria di Mentana (3 novembre 1867)
    E veniamo alla battaglia di Mentana, che segnerà definitivamente la sconfitta delle compagini garibaldine. Garibaldi è in difficoltà, di scarsa entità le operazioni militari dei suoi luogotenenti Nicotera e Acerbi, l’auspicata insurrezione romana non avviene (dirà con rammarico il Bandi: “I romani non si mossero, sarebbero bastate poche schioppettate”) dispersa la colonna Cairoli, effimera la vittoria di Monterotondo. Gli uomini di Garibaldi non ricevono alcun aiuto dalla popolazione, il freddo e la pioggia rende ancor più difficile la vita dei volontari che, mancando di sussistenza, si danno al saccheggio e alle requisizioni, invano frenati dagli ufficiali e dallo stesso Garibaldi che deve intervenire con mano pesante.

    Il Papa non cessa di protestare presso il governo italiano che però, non solo non interviene, ma continua nella sua ben orchestrata farsa dando ogni assicurazione in proposito, mentre Napoleone, sollecitato dalla diplomazia europea e dai cattolici francesi, deve più volte far sentire la sua voce, minacciando un intervento armato. Inascoltato, darà ordine che una spedizione militare sia approntata con destinazione Civitavecchia; a questo punto Vittorio Emanuele, considerando che questa volta Napoleone dica sul serio, dovrà pronunciarsi condannando l’invasione garibaldina con un proclama (“L’Europa sa che la bandiera innalzata nelle terre vicino alle nostre sulla quale fu scritta la distruzione della suprema autorità spirituale del capo della religione cattolica non è la mia”), ne consegue grande scompiglio per l’ordine di scioglimento delle bande: i filo-monarchici si sentiranno sconfessati, i repubblicani accuseranno la monarchia di tradimento e di asservimento alla Francia. Mai sopite rivalità si accentueranno tra Garibaldi e Mazzini; anarchici e socialisti che portano a defezioni, insubordinazioni, liti che Fabrizi, Albano Morri e Mosto riescono con fatica a sedare mentre giunge notizia dello sbarco del contingente francese.
    Il campo garibaldino si trova in grande difficoltà (le diserzioni - sono parole di Lanza, e del Mombello ufficiali garibaldini - non accennano a finire) nel campo pontificio l’entusiasmo si accresce per i tanti successi riportati e per l’arruolamento di nuovi volontari. Fra gli italiani: Lancellotti, Patrizi, Aldobrandini, Borghese, Salviati ecc.; e per gli stranieri: de Christen, Urbano e Armando de Charette, Sint Sernin, ed un apporto cospicuo dei comitati di soccorso al papato, in particolare quello francese e belga, che elargiscono armi e danaro.
    La mattina del 3 novembre due colonne lasciano Roma: quella pontificia agli ordini del gen. de Courtin è composta di 2913 uomini, quella francese agli ordini del gen. Polhes di circa 2000 uomini; il comando è affidato al gen. Kanzler.
    Verso mezzogiorno si ha il primo scontro tra l’avanguardia pontificia e gli avamposti garibaldini. Comanda le forze garibaldine lo stesso Garibaldi coadiuvato dai nomi più prestigiosi: Valzania, Burlando, Fabrici, Missori, Canzio, Menotti. Il Kanzler ha con sé i generali de Courten e Zappi, i colonnelli Caino, Lepri, Allet, i tenenti colonnelli Carpegna, de Charette, gli ufficiali superiori Ungarelli, Rivalta. Violenta fu la lotta, serrate le cariche e i contrattacchi, alterne, almeno in un primo tempo le sorti della battaglia che però ben presto volgerà a favore dei pontifici. Vittoria dovuta essenzialmente alle armi pontificie col modesto aiuto dei francesi che intervengono a cose fatte; pretestuosa l’azione dei chasepots che non fecero meraviglia alcuna (ancora una volta sono due ufficiali garibaldini a smentire tale favola e ridimensionare l’efficacia dell’intervento francese sulle sorti della battaglia, ma, come sappiamo, si continua ancora a dire che Garibaldi fu sconfitto dai francesi, insistendo su un grossolano falso storico; era ed è ancora difficile accettare che Garibaldi che aveva sconfitto i francesi, borbonici e austriaci e quanti altri fosse proprio battuto da quei vili “mercenari” inetti al combattimento per i quali “sarebbero bastati solo i calci dei fucili”).
    Garibaldi fu lasciato fuggire, forse per intervento francese, e arrivato a Figline viene arrestato e condotto nel forte di Varignano, a La Spezia. I prigionieri vennero condotti nottetempo a Roma per sottrarli all’ostilità della popolazione, il gen. Kanzler e i reduci pontifici furono ricevuti dalle massime autorità pontificie a Porta Pia tra gli evviva e l’accoglienza trionfale della popolazione.
    L’invasione della Città Santa
    Dal 1868 al 1870 la calma regna nello Stato pontificio. Il governo di Firenze tace, i garibaldini battuti e dispersi sono in condizioni di non più nuocere. I soldati pontifici sono dislocati lungo le frontiere, i centri più importanti sono presidiati, Roma è tranquilla.
    L’8 dicembre 1869 ha inizio il Concilio Vaticano I, con la partecipazione di 700 Padri, che avrebbe solennemente sancito il primato e l’infallibilità del Papa in materia di fede e di morale ed in quell’occasione una folla cosmopolita si era riversata su Roma. Il carnevale romano riesce splendido e tranquillo, alle feste sono presenti i componenti delle case sovrane, spodestate dal governo italiano. Il governo francese richiama in patria i militari di stanza a Roma, chiedendo sempre l’applicazione delle condizioni della Convenzione di settembre affinché fosse assicurata la libertà del Pontefice. Ampie garanzie vengono date dal governo italiano e dal re medesimo.
    Intanto un fatto importante che avrebbe sconvolto tutto l’equilibrio europeo sta accadendo in Francia: antichi dissapori e la mai sopita rivalità avevano esasperato i rapporti franco-prussiani; ciò condurrà inevitabilmente alla guerra che sarà dichiarata il 19 luglio. Nello stesso giorno la Camera dei deputati italiani e lo stesso Senato approvano un ordine del giorno auspicando lo scioglimento della questione romana secondo le aspirazioni nazionali, mentre una nota diplomatica fa presente al governo francese che la situazione negli Stati del Papa si va di giorno in giorno aggravando per tumulti e disordini ed il Menabrea ha l’imprudenza di affermare che i sudditi pontifici oppressi dal “Prete” di Roma, mordono il freno sotto il giogo delle baionette straniere e anelano a ricongiungersi alla patria italiana. Ancora una volta si ripete lo stantio ritornello del 1860 e del 1867, di voler portare la libertà in casa altrui; in realtà, come vedremo, si voleva trovare un pretesto per assalire Roma. Giungono intanto notizie della guerra di Francia che annunciano un susseguirsi di vittorie prussiane.
    Nel frattempo la sinistra italiana faceva pressioni sul presidente del consiglio Lanza affinché si intervenisse contro Roma, temendo complicazioni di politica internazionale ed ulteriori difficoltà per la Chiesa. Contemporaneamente la sinistra italiana invia in campo prussiano un emissario a chiedere armi per l’insurrezione contro il governo regio; si profila quella rivoluzione tanto auspicata in particolare dalla massoneria, alla quale premono soprattutto la distruzione della Chiesa Cattolica e la scristianizzazione del paese. Giunge notizia della disfatta di Sedan (2 settembre 1870) con l’imperatore vinto e prigioniero. Il Papa non ha più alleati, la minaccia italiana si fa ogni giorno più concreta ed il Lanza, dopo aver dichiarato alla Camera “che marciare su Roma sarebbe stata impresa ripugnante anche ai sultani barbareschi ed una manifesta violazione del diritto pubblico europeo” dovette rimangiarsi tutto sotto il ricatto di chi sbraitava più forte.
    Iniziano da questo momento quella serie di trattative sempre respinte che hanno per scopo l’occupazione di Roma; il pretesto, come si è detto, è sempre il medesimo: i disordini in città, che in verità non avvengono, come sono buoni testimoni gli osservatori stranieri presenti nell’Urbe.
    L’8 settembre una lettera di Vittorio Emanuele diretta a Pio IX chiede l’occupazione pacifica della città; la risposta del Papa (del giorno 11) non poteva che essere negativa stante la sua assurdità. La maschera grottesca dei liberatori era caduta: un forte contingente di truppe italiane è già stato dislocato lungo le frontiere e Vittorio Emanuele ordina l’assalto del territorio pontificio.
    Capo dell’esercito italiano è Cadorna coadiuvato dal gen. Maze de la Roche, Cosenz, Ferrero, a lui si aggiunge Bixio. I militari occupano il 12 Orte, il giorno 15 Bixio assale Civitavecchia; costatata l’impossibilità di difendere le province a causa della grande disparità di forze, il gen. Kanzler decide di concentrare tutte le sue forze su Roma. Si hanno nei giorni successivi proposte di resa da parte di Cadorna, respinte con alto senso di dignità e del dovere dal Kanzler.
    Piccoli scontri avvengono tra gli avamposti, mentre la città è tranquilla; la popolazione, infatti, è incuriosita piuttosto che inquieta, diranno gli emissari di Cadorna. Il conte Ponza di S. Martino racconta, meravigliato, delle acclamazioni che alle cerimonie per l’Acqua Marcia, per l’Ara Cœli e la Scala Santa tributa a Pio IX, il quale si mostrava convinto che gli italiani non sarebbero entrati in Roma; ma quando si seppe che la città era circondata dalle artiglierie pronte a far fuoco, invio la nota lettera al gen. Kanzler con l’ordine di non resistere ad oltranza nella difesa, bensì una protesta atta a costatare la violenza e nulla di più.
    L’onta del XX settembre
    Il generale Cadorna riceve l’ordine di impadronirsi di Roma con la forza, fatta salva la città Leonina. Alle cinque e dieci le prime cannonate giungono a percuotere la barriera dei Tre Archi, Porta Maggiore, Porta Pia, in seguito il fuoco diretto verso più punti delle mura viene fatto convergere su Porta Pia.

    Alle 7.20 la breccia è aperta e poco dopo resa praticabile all’assalto. Subitaneo l’attacco delle fanterie italiane presto contrastato dai difensori che hanno un buon gioco perché protetti dalla cinta muraria. L’intensa fucileria si protrae ininterrottamente sino alle 9.30 circa, quando gen. Kanzler costata l’impossibilità di una difesa ad oltranza, ma soprattutto in conformità agli ordini ricevuti dal Sovrano, decide per la resa.
    Viene dato l’ordine di innalzare in più punti la bandiera bianca: di ciò ne approfittano le truppe italiane che invece di arrestarsi come è nella prassi, occupano le posizioni pontificie. Alle 10.30 il combattimento è finito pressoché dappertutto; fanno eccezione i cannoni di Bixio, per cui la bandiera bianca issata sulla porta S. Pancrazio e su S. Pietro, il quale ebbe a scusarsi col dire di non averla veduta; così come fece il Cialdini ad Ancona dopo che il gen. de la Moriciere si era arreso a Persano.
    Secondo più testimonianze si hanno violenze, spoliazioni, atti vandalici contro i militari pontifici che vengono sospinti coi calci dei fucili, privati delle loro decorazioni, dei cavalli, degli effetti personali in una città in preda al caos più completo provocato anche dal giungere di tanti ed improvvisati patrioti, che nessuno conosce, facili al saccheggio, all’oltraggio, anche verso i religiosi.
    Le due delegazioni, quella pontificia guidata dal Kanzler, e quella italiana dal Cadorna, si incontreranno a Villa Albani per la resa, accettata per ragioni di forza.
    Il mattino del giorno 21 il Papa alle 10,45 impartisce alle truppe radunate in piazza S. Pietro l’ultima benedizione in lacrime, quasi sorretto dai suoi prelati. I militari cui fu riconosciuto l’onore delle armi saranno passati in rassegna dai loro comandanti, indi condotti in prigionia verso le fortezze di Alessandria, Verona, Mantova, Peschiera.
    Anche questa volta - la cosa si era ripetuta dieci anni prima per i reduci di Castelfidardo - il viaggio avviene tra gli insulti della teppaglia e le scorrettezze gratuite dei militari italiani. Tra la fine di settembre e il 15 ottobre tutti i militari rientreranno alle loro sedi, fatta eccezione per quei pochissimi che accetteranno di far parte dell’esercito italiano.
    Conclusione
    Questi i fatti militari in estrema sintesi; ma non si può trascurare ciò che le cronache d’allora hanno consegnato alla storia: la partecipazione alla crociata fu del fiori fiore del cattolicesimo e delle famiglie nobili di tutta Europa e non solo, si pensi ai canadesi e agli americani. Accorsero i giovani, infiammati dall’azione dei comitati e dei sacerdoti che inneggiavano alla difesa di Roma quale novella Gerusalemme minacciata dagli “infedeli” di quel tempo, massoni, rivoluzionari, atei delle diverse colorazioni. Accorsero i rappresentanti, assai meno giovani, di grandi famiglie offrendo il loro braccio, già valoroso in altre battaglie, il loro danaro; sì, “legittimisti, e retrogradi” come si sbraitava anche in quel medesimo tempo, ma pur fieri di andare a difendere una causa “santa”, cioè disposti a sacrificare il bene della vita per un bene supremo, senza alcuna contropartita se non l’orgoglio di quella “santa causa”.
    Il momento storico stava cambiando radicalmente, altri ideali si profilano, le autorità costituite da secoli addietro subiscono attacchi da più parti, l’ideale religioso non è indenne da questa prova; ma proprio per questo ancor più meritevoli sono coloro che vi si consacrarono.
    Perdurano a tutt’oggi pregiudizi e stereotipi inutili, frutto della propaganda del vincitore, che poco obbiettivamente ingiuria, non riconoscendo le motivazioni ideali di coloro che gli si oppongono. Non si può tacere la connivenza di certa storiografia, che dopo oltre un secolo non riesce a liberarsi dal controllo ideologico, venendo meno a quell’onesta intellettuale che dovrebbe caratterizzare gli uomini liberi.
    Piero Raggi"




    [QUI RADIO SPADA] Hermann Kanzler: l’ultimo condottiero
    [QUI RADIO SPADA] Hermann Kanzler: l?ultimo condottiero | Radio Spada

    “Nel 147° anniversario della provvidenziale vittoria pontificia a Mentana (3 novembre 1867) contro l’invasore garibaldesco ed i suoi mandanti sabaudi riproponiamo la registrazione della 311° conferenza di Formazione Militante a cura della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, tenuta da Simone Gambini (con la collaborazione di Piergiorgio Seveso).
    La conferenza è stata tenuta il 22 Ottobre 2014. Buon Ascolto!”






    Luca, Sursum Corda!


    ADDIO GIUSEPPE, mio caro fratello di sangue e spirito, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    NOI 2 insieme, uniti OLTRE LA MORTE ed il tragico DESTINO SIA IN TERRA CHE IN CIELO, per SEMPRE VEDREMO LA LUCE - SURSUM CORDA!

  8. #8
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    Lightbulb Re: Solennità di Tutti i Santi ed altre ricorrenze del mese di Novembre...

    Ricorrenze varie dei giorni 4 - 5 - 6 - 7 novembre 2015…


    4 novembre 2015…



    Radio Spada

    “4 novembre 2015: infra l'Ottava di Ognissanti.”






    “4 NOVEMBRE 2015: COMMEMORAZIONE DEI SANTI VITALE E AGRICOLA.
    Al ricordo del grande vescovo di Milano la Chiesa unisce oggi il ricordo di due martiri che sant'Ambrogio contribuì a rendere celebri. Vitale ed Agricola erano stati sepolti nel cimitero giudaico di Bologna, ma Dio rivelò al vescovo di quella città il luogo della loro sepoltura e sant'Ambrogio fu invitato ad assistere alla traslazione delle loro reliquie. Del fatto egli ci lasciò memoria nel trattato De virginitate.
    Vitale era uno schiavo di Agricola. Vollero forzarlo a rinnegare Cristo, ma egli lo confessò con tutto il coraggio e i carnefici, per punirlo, gli fecero subire tutti i tormenti possibili fino al punto che tutto il suo corpo fu una piaga. Al momento di spirare disse con dolcezza: "Signore Gesù Cristo, mio Salvatore, mio Dio, accogli la mia anima, perché desidero ricevere la corona che il tuo santo Angelo mi ha mostrata".
    Agricola, suo padrone, fu prima trattato con rispetto, ma l'esempio del suo schiavo lo rese forte, confessò la sua fede e subì il supplizio degli schiavi, la croce, cui fu confitto con numerosi chiodi.
    Veramente, dice sant'Ambrogio, questi martiri portano bene il loro nome: Vitale, perché disprezzando la vita presente, meritò l'eterna; Agricola, perché portò frutti di sublime virtù.
    Reliquie dei due santi furono da Bologna donate a Firenze, Ravenna, Rouen e Clermont.
    Orazione: "Fa', o Signore che, celebrando oggi la solennità dei tuoi martiri Vitale ed Agricola, riceviamo l'aiuto delle loro preghiere".
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1248-1249.”




    “4 NOVEMBRE 2015: SAN CARLO BORROMEO, CONFESSORE.

    Missione e grazia di san Carlo.
    Per comprendere bene un santo, è necessario rendersi conto della missione che Dio gli ha affidata nel mondo, dell'opera alla quale ha consacrato la sua vita e delle grazie dategli, per portarla a compimento.
    La missione provvidenziale di san Carlo Borromeo e l'opera a lui affidata da Dio nel mondo è la riforma della santa Chiesa cattolica con la stesura definitiva e l'applicazione dei decreti disciplinari del Concilio di Trento. Per compiere questa missione egli ricevette la grazia della pienezza del Sacerdozio e la pienezza dello spirito sacerdotale. È tutto qui il dono soprannaturale ricevuto da san Carlo, dono che è ragione di tutti gli altri e distingue lui da tutti gli altri santi e da tutti i vescovi che Dio diede alla Chiesa.
    Il vescovo.
    "Altri vescovi santi lo hanno uguagliato e forse superato in qualche dono soprannaturale, ma forse nessuno riunì nella medesima perfezione i doni naturali e soprannaturali che fanno il santo vescovo.
    Tutta la sua vita si riassume in questa sola parola. Nel mondo egli non volle che fare il vescovo e la sua vita, perfettamente ordinata da questa unica volontà, nel vescovo ha cancellato completamente l'uomo, sicché lo splendore radioso della sua santità sembra venire non dalla persona, ma dal ministero. Pare, per dire tutto in breve, che Dio abbia voluto fare di lui il tipo, l'ideale del vescovo" (P. Gonthier, O. P., Opere oratorie, t. i, 15).
    Il "Segretario di Stato".
    Pio IV, eletto Papa il 26 dicembre 1559, subito chiamò a sé e associò al governo della Chiesa il nipote Carlo Borromeo. Carlo aveva allora 22 anni, ma la sua amministrazione rivelò tosto le sue doti: una resistenza straordinaria al lavoro, una volontà energica e perseverante, un saper ascoltare e chiedere consiglio prima di agire coraggiosamente. Viveva una vita austera, e, in mezzo a occupazioni opprimenti, cercava riposo nella preghiera, nello studio della teologia e nella predicazione.
    Per le sue insistenze, Pio IV riaprì, nel 1560, il Concilio di Trento ed egli divenne tosto l'intermediario tra il Papa e il Concilio e, terminato finalmente il Concilio stesso, si impegnò a farne conoscere la dottrina e le disposizioni, vigilò sulla redazione del "Catechismo del Concilio di Trento" e diede, per il primo, l'esempio di una totale sottomissione alle riforme imposte.
    San Carlo a Milano.
    Succeduto allo zio Pio IV san Pio V, cercò di lasciare Roma, per andare ad amministrare la sua diocesi di Milano e il nuovo Papa cedette alle insistenze.
    Le prime sue cure furono per il clero e fondò seminari e collegi, chiedendo l'aiuto degli Ordini religiosi, particolarmente dei Gesuiti e riformò i monasteri. Poi organizzò l'immensa diocesi, nominando visitatori con l'incarico di tenerlo informato, riformò Arcivescovado e Capitolo, cercando di occuparsi direttamente del più gran numero possibile di questioni e tenendosi a contatto con il popolo, fermo contro tutti gli intrighi del potere civile. La sua attività superò i confini della diocesi, si estese a tutta la provincia di Milano, per mezzo di Concili da lui regolarmente presieduti, giunse anche alle province vicine, che visitò in qualità di Legato.
    La peste di Milano.
    Nel 1576 scoppiò a Milano la peste e presto si diffuse. Per l'arcivescovo fu occasione di manifestare la sua energia e la sua inesauribile carità. In mancanza di autorità locali, organizzò il servizio sanitario, fondò o rinnovò ospedali, cercò denaro e vettovaglie, decretò misure preventive. Soprattutto provvide ad assicurare il soccorso spirituale, l'assistenza ai malati, il seppellimento dei morti, l'amministrazione dei Sacramenti agli abitanti confinati nelle loro case, per misure prudenziali. Senza temere il contagio, pagò di persona, visitando ospedali, guidando le processioni di penitenza, facendosi tutto a tutti come un padre e come un vero pastore. Tutta la sua vita è prova di attaccamento ai poveri e ai dimenticati e, morendo, lasciò a loro i suoi beni.
    VITA. - Nacque il 2 ottobre 1538 nel castello di Arona sul Lago Maggiore, da famiglia di fede profonda e di grande bontà. Ricevuta la Tonsura a otto anni, seguì gli studi classici a Milano, studiò Diritto a Pavia, dove ottenne il grado di Dottore nel 1559. Nel 1560 il Papa lo chiamò a Roma e lo fece Cardinale. Nel 1562 fu ordinato Sacerdote e il 7 dicembre 1563 consacrato Vescovo. Nel 1566, con l'elezione di san Pio V, lasciò Roma e si stabilì nella sua diocesi di Milano, dove morì nella notte dal 3 al 4 novembre del 1584. Papa Paolo V lo canonizzò il primo novembre 1610.
    Modello di virtù.
    Con tutta la Chiesa, cantiamo le tue lodi e godiamo della tua gloria. Prevenuto dalla grazia divina fin dall'infanzia, seguito da essa in tutta la tua vita, sempre le fosti fedele. Forte delle ricchezze deposte nell'anima dal Battesimo e dai Sacramenti, pervenisti al termine della tua vocazione, senza nulla mai rifiutare a Dio, meritando così di essere nostro modello. Aiutaci ad imitare le tue virtù, dà a noi la solida devozione e lo zelo della preghiera che erano per te sorgente di forza per condurre la buona battaglia. Fa' che imitiamo la tua carità, la dolcezza e l'affabilità con tutti, dà a noi lo spirito di povertà che ti rese così caro l'Ordine di san Francesco, dacci la devozione e sottomissione alla Santa Sede, l'amore per la Chiesa alla quale consacrasti tante fatiche e te stesso.
    Modello dei pastori.
    Tu eri destinato particolarmente ad essere modello dei pastori di anime. "Un vescovo, dicevi, è obbligato alla perfezione" e comprendevi che "maggiore santità è richiesta dove l'elemento soprannaturale e divino maggiormente si accumula" (Mons. Pie, Discorso per la consacrazione di Mons. Gay). Noi vediamo brillare in te tutte le virtù dei pontefici e tu degnati comunicarle in abbondanza ai vescovi del nostro tempo. Esortali come li esortavi nei tuoi Concili, risuscita oggi "la sollecitudine pastorale che ti rese glorioso" (Colletta della Messa). Prega il Padrone delle Messe di mandare operai numerosi (Lc 10,2) formati sul tuo esempio, divorati da uno zelo che lo studio approfondito della dottrina e la sottomissione alle leggi della Chiesa renderanno meravigliosamente fecondo.
    Preghiera.
    Proteggi in modo particolare la Chiesa di Milano della quale sei, insieme con sant'Ambrogio, il migliore ornamento e conserva in essa la luce che vi predicasti e il gusto della santa Liturgia che da te fu restaurata. Si compia oggi per le tue preghiere, come un giorno si compì per le tue fatiche, la parola della Scrittura: "Inebrierò di grazia le anime sacerdotali e il mio popolo sarà riempito dei miei doni" (Ger 31,14).
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1245-1248.”








    5 novembre 2015: ricorre l’anniversario della "congiura delle polveri", onore all’eroico Guy Fawkes (York, 13 aprile 1570 – Londra, 31 gennaio 1606) e agli altri “controrivoluzionari” cattolici inglesi del XVI secolo che provarono con la forza del carattere e dell'insurrezione armata (prendendo per buona la versione ufficiale) a resistere all’oppressione statale anti-cattolica e a restaurare nell’antica isola celto-romana ed anglo-sassone (l'Inghilterra quale "antica terra libera del mondo indoeuropeo", prima che le varie "guerre civili" e la "rivoluzione britannica" la trasformassero in uno strumento del giudaism
    o plutocratico cioè nella "perfida Albione" di recente memoria, per citare quanto scritto dall'Avv. Edoardo Longo nella sua recensione al libro "La guerra senza nome"/"The nameless war" del Capitano Ramsay; a tal proposito si legga pure il capitolo "Alle radici di un'idea: dalla Riforma protestante alla "missione" della stirpe anglosassone" contenuto nel fondamentale testo "Governo Globale. La storia segreta del nuovo ordine mondiale" di Enrica Perucchietti e Gianluca Marletta, ove viene spiegata la quasi completa metamorfosi involutiva culturale, psicologica e spirituale subita dall'Inghilterra moderna protestantizzata culla della "rivoluzione industriale" e delle logge massoniche rispetto a quella cattolica e cavalleresca medievale
    ) il Cattolicesimo!


    La maschera del cattolico estremista Guy Fawkes
    “Conosciamo chi è Guy Fawkes? Il personaggio di V del fumetto V for Vendetta di Alan Moore e David Lloyd (da cui è stato anche tratto il film V per Vendetta), indossa una maschera che riproduce il viso di Guy Fawkes. Proprio questa maschera di Guy Fawkes viene oggi indossata da contestatori anticlericali, anarchici ecc. ecc. senza nemmeno sapere chi è il personaggio utilizzato..... Incredibile ma vero.”
    “Sul numero di giugno de "Il Timone", pagg. 20-21, la rubrica "Il Kattolico" di Rino Cammilleri è dedicata proprio alla storia di Guy Fawkes.”
    Notizie di libri e cultura del Corriere della Sera
    Guy Fawkes e la congiura delle polveri | IL TALEBANO
    “(…) Nato il 13 aprile 1570, a Stonegate, figlio di Edward Fawkes ed Edith Jackson, Guy Fawkes si convertì al cattolicesimo a 16 anni. Dopo la morte del padre, donò il patrimonio familiare e si arruolò, nel 1593, nell’esercito dell’Arciduca Alberto d’Austria per combattere le Province Unite protestanti nella Guerra degli ottant’anni. Nel 1596 era presente all’assedio e alla cattura di Calais. Nel 1602, raggiunse il grado di sottotenente e possedeva ormai una notevole preparazione nell’uso di esplosivi. Nel 1605 prese parte, insieme a Robert Catesby, Thomas Percy, John Wright e Thomas Wintour alla famosa “Congiura delle Polveri”, il cui obiettivo consisteva nel far saltare in aria, il 5 novembre, il Parlamento di Westminster, eliminando così fisicamente il re Giacomo I d’Inghilterra ed i membri del Parlamento il giorno dell’apertura dei lavori dell’Assemblea, mutando il destino d’Europa e incidendo a chiare lettere il proprio nome nella Storia.
    Ma quali furono le motivazioni che spinsero questo gruppo di ribelli cattolici a progettare un simile atto?
    Al contrario di quel che si pensa, il cattolicesimo inglese non cessò di esistere con le esecuzioni di Thomas More e del cardinale Fisher, ma continuò a ribellarsi strenuamente contro l’atteggiamento repressivo della Corona britannica. Basti pensare che, in seguito alla promulgazione dell’Atto di Supremazia, nel 1536, col quale si consumò lo scisma, di fronte ai saccheggi perpetrati a danno di chiese e monasteri, la fazione cattolica inglese diede vita a tre grandi ribellioni: dal “pellegrinaggio di Grazia” contro Enrico VIII, all’insurrezione del Devon, fino alla grande rivolta del 1569, quando, nel giorno di Pentecoste, trecento uomini armati, capitanati da Thomas Percy, irruppero nella cattedrale di Durham dove, dopo aver dato fuoco alle bibbie protestanti, celebrarono una messa cattolica. Mentre la rivolta era ancora in atto, Papa Pio V scomunicò la Regina Elisabetta, la cui reazione non tardò a manifestarsi, creando profonde sofferenze nei cattolici, in gran parte leali alla monarchia.
    L’assenza dalla messa domenicale anglicana, infatti, fu punita con pene pesantissime al fine di ridurre i fondi di coloro che sostenevano le missioni clandestine dei gesuiti; l’approvazione pubblica della scomunica poteva essere punita con la pena capitale. Centinaia furono le persone massacrate, e tra loro vanno ricordate due vittime esemplari: il gesuita padre Edmund Campion che venne torturato, condannato a morte e sventrato, nonostante fosse un fedele servitore della Regina, tranne che in materia di fede, e Margareth Clitherow di York la quale, colpevole di far celebrare messa in casa propria e di nascondere sacerdoti fuggiaschi, fu, in fase di tortura, fatta sdraiare con le braccia allargate a mò di croce ponendole una pietra appuntita sotto la schiena e gravata di pesi finché la spina dorsale, dopo un quarto d’ora d’atroce agonia, non si spezzò donandole la morte. Quando la Regina Elisabetta passò a miglior vita, i cattolici s’attendevano dal suo successore, Giacomo VI di Scozia, figlio di Maria Stuarda, un miglioramento delle proprie condizioni esistenziali. Ma costui, dopo aver abolito le ammende a loro carico, le reintrodusse in nome di un cinico calcolo politico. Fu in questo clima, dunque, che la congiura prese forma. (…)”
    “Guy Fawkes e la congiura delle polveri di Luigi Carlo Schiavone - 09/11/2007 Fonte: Rinascita [scheda fonte]
    Guy Fawkes e la congiura delle polveri
    “I martiri cattolici vittime dell’inquisizione anglicana Quando nell’Inghilterra “riformata” frati e preti cattolici venivano squartati vivi di Francesco Lamendola”
    I martiri cattolici vittime dell?inquisizione anglicana - Associazione Culturale La Torre
    http://www.associazionelatorre.com/2012/02/i-martiri-cattolici-vittime-dellinquisizione-anglicana/
    "Se si chiede a uno studente medio italiano (“medio” non nel senso che frequenta la scuola media, ma nel senso della preparazione, della maturità e della capacità critica), anche di livello universitario, che cosa gli facciano venire in mente espressioni come Riforma e Controriforma, nove volte su dieci, crediamo, parlerà dei roghi dell’Inquisizione, dell’Indice dei libri proibiti, insomma delle varie manifestazioni della (cosidetta) intolleranza dei cattolici nei confronti dei protestanti; mettendovi dentro forse anche, per buona misura, il processo a Galilei, sebbene non c’entri nulla con l’argomento suddetto. Se poi si chiederà a quel medesimo studente che cosa sappia della vita civile e religiosa in Inghilterra nel Cinquecento, e specialmente durante il regno della “grande” Elisabetta, nove volte su dieci egli parlerà in termini entusiastici della libertà inglese, della tolleranza inglese, del meraviglioso clima di rispetto per le opinioni altrui che caratterizzava quel fortunato Paese, mentre nel resto d’Europa, e specialmente nei Paesi rimasti cattolici, il boia, il carceriere e l’aguzzino addetto alla tortura, lavoravano senza posa per conculcare il sacrosanto diritto di ciascun essere umano a seguire la fede religiosa e le opinioni filosofiche che ritiene vere.
    C’è, sì – è vero – il piccolo neo della persecuzione contro i puritani, da cui lo storico viaggio del Mayflower; ma insomma si tratta di cosa secondaria e, del resto, necessaria alla fondazione di un altro mito caratteristico della storiografia moderna: il fatto che lo spirito di libertà fosse nei cromosomi dei Padri Pellegrini e quindi, attraverso di essi, nei futuri Stati Uniti d’America – che, come tutti sanno, sono la più matura e compiuta democrazia del mondo.
    Che i cattolici, nell’Inghilterra di Enrico VIII e di Elisabetta I, fossero sottoposti a persecuzioni estremamente crudeli; che, per aver governato per cinque anni in senso antiprotestante, la regina Maria Tudor sia stata chiamata dai suoi sudditi, e sia rimasta poi per sempre, “Maria la Sanguinaria”, mentre per aver mandato al patibolo i cattolici durante i quarantacinque anni del suo regno, Elisabetta è passata alla storia come “la grande”: tutto questo o non si sa, o non si dice, o non si dice perché non lo si vuol sapere; e vada per i libri di storia inglesi, dato che la storia, come è ovvio, viene scritta dai vincitori e non dai vinti.
    Ma che questa informazione a senso unico, che questa visione partigiana siano assunte dai nostri professori e dai nostri studenti e, attraverso di loro, dall’intera opinione pubblica italiana, ciò lo si deve a un’altra ragione: alla piaggeria e al servilismo dei nostri studiosi accademici nei confronti della storiografia di marca protestante e anglosassone, per cui tutto ciò che è anticattolico e tutto ciò che è britannico (o americano) viene acriticamente recepito come buono e giusto e, soprattutto, come politicamente corretto.
    Gli Inglesi, popolo di mercanti, hanno perfettamente appreso l’arte di vendere bene la propria merce, compresa quella particolare merce che è la propria immagine pubblica: e l’esportazione della loro cultura, del loro modo di vedere il mondo, del loro stile di vita, costituisce ancor oggi uno dei punti di forza del loro imperialismo commerciale e finanziario, che comprende la capacità di attrarre nei loro college milioni di giovani in costosissimi soggiorni di studio, nonché quello di rubare i migliori cervelli fra i neolaureati di mezzo mondo, per impiegarli nelle loro università, nei loro laboratori scientifici, nelle loro industrie.
    I nostri libri di storia, e specialmente quelli scolastici, sono scritti da professori italiani che hanno totalmente introiettato la visione anglosassone (mentre quelli delle materie scientifiche sono scritti, in buona parte, direttamente da autori anglosassoni, come se non avessimo dei professori di fisica, di biologia o di scienze della Terra capaci di scrivere degnamente dei libri di testo) e che continuano a veicolare quella “leggenda nera” che gli Inglesi del tempo di Elisabetta diffusero nei confronti del cattolicesimo, della Spagna, dell’Italia, nel medesimo tempo in cui erano impegnatissimi a celebrare se stessi come araldi della libertà di pensiero.
    Così, quella che era la propaganda di una parte in lotta durante i conflitti religiosi del Cinquecento, è diventata la verità storica definitiva, vidimata e approvata da tutti gli studiosi “seri” e non più sottoponibile al vaglio della critica; e questo da parte di noi Italiani, che siamo così inclini a criticare, demitizzare e perfino denigrare la nostra propria storia nazionale, da Scipione l’Africano a Cavour e Mazzini, suona decisamente come paradossale.
    Ebbene: cominciamo allora col dire che la maggioranza del popolo inglese, dopo che Enrico VIII, per la fregola di impalmare la bella Anna Bolena (futura madre di Elisabetta), ebbe rotto con la Chiesa che gli negava l’annullamento del matrimonio con Caterina d’Aragona (madre di Maria) e proclamato l’Atto di Supremazia, nel 1534, rimase per non pochi anni fedele al cattolicesimo; che il terribile Re Barbablu, per mettere a tacere la voce critica del suo ministro Thomas More, uno dei maggiori umanisti dell’epoca, non seppe far di meglio che mandarlo al patibolo; e che tutta l’operazione regia del distacco da Roma fu motivata largamente dalla volontà di saccheggiare le immense proprietà della Chiesa cattolica (circa un quinto delle terre del Regno!), ciò che permise di sanare le finanze statali, estremamente dissestate.
    Così fanno gli Inglesi quando si trovano alle prese con il LORO debito pubblico: confiscano le ricchezze di qualche soggetto politicamente scomodo; depredano qualche nazione straniera in nome del “white’s man burden” (ieri con l’India o il Sudafrica, oggi con l’Iraq o la Libia); oppure, come stanno facendo in questi giorni, stampano sterline a volontà, proprio come i loro cugini americani che stampano dollari a tutto andare, mentre i Paesi fessi come il nostro si sottopongono a manovre finanziarie massacranti per pagare onestamente il proprio debito, con una moneta, l’euro, che ormai è come un nodo scorsoio per chi l’adopera.
    Dalla confisca delle immense ricchezze della Chiesa inglese nacque un nuovo ceto di proprietari che, essendo stati complici della monarchia nel perpetrare il crimine – e come altro lo si dovrebbe chiamare, visto che per i preti e i frati che “resistevano” c’era lo squartamento? -, erano ad essa legati materialmente e moralmente; non restava che un’ultima cosa da fare, demonizzare l’avversario sconfitto: e furono varate le leggi anticattoliche che imperversarono per secoli e che ridussero i cattolici, inevitabilmente sempre meno numerosi, al rango di sudditi di serie B (e non parliamo degli irlandesi i quali, oltre che cattolici, avevano pure il torto di essere dei “selvaggi”, un po’ come i Pellerossa d’America, agli occhi dei conquistatori e colonizzatori inglesi: contro di loro qualunque arma andava bene, qualunque crimine diventava lecito).
    Insomma, se è vero che la storiografia deve caratterizzarsi per lo sforzo di equanimità e per la capacità di rimettere incessantemente in discussione le proprie “verità”, mai da considerarsi definitive e intoccabili, è altrettanto vero che non ci sono ragioni per cui, a quasi cinque secoli di distanza, in Italia si debba continuare a studiare la storia inglese con la lente deformante che la propaganda britannica e protestante dispiegò a suo tempo, a fini puramente polemici: anche se siamo, per molti versi, una provincia dell’Impero mondiale anglosassone, definito dal binomio dollaro-sterlina, potremmo anche prenderci il lusso di essere un po’ meno servili, almeno qualche volta.
    Così Angela Loffredo ricorda le vicende dei regni di Enrico VIII, Edoardo VI, Maria I ed Elisabetta I Tudor, in uno dei pochi libri di testo scolastici in cui si ricorda l’aspetto meno noto della cosiddetta Riforma in Inghilterra, chiamandolo con il suo vero nome, ossia «la persecuzione dei cattolici in Inghilterra» (Albrigoni e altri, «Geostoria», La Nuova Itali, Firenze, 2001, volo. 2°, pp. 76-77):
    “Quando Enrico VIII istituì la Chiesa anglicana, molti Inglesi rimasero fedeli alla fede cattolica. La convivenza tra le due religioni fu ancora più difficile che in Francia. Durante il beve regno della cattolica May Tudor (1553-58) i protestanti venero perseguitati così duramente che la regina venne chiamata “bloody Mary””Mary la sanguinaria”.
    Nel 1558, salita al trono la sorellastra Elisabetta, la situazione cambiò e toccò ai cattolici subire feroci persecuzioni. La regina fece chiudere le chiese cattoliche, i “papisti” (così venivano definiti con disprezzo i cattolici) non potevano partecipare a funzioni religiose e ricevere i sacramenti; inoltre essi erano obbligati a educare i propri figli secondo le regole della Chiesa anglicana. Le case dei cattolici potevano essere perquisite dalla polizia in ogni momento e senza alcun preavviso, poiché essi erano considerati come traditori del regno al servizio di una potenza straniera, il Papato.
    I preti e i frati erano stati banditi dalle isole britanniche: se uno di essi veniva scoperto in Inghilterra, veniva condannato a morte per squartamento.
    Nonostante ciò, molti gesuiti sbarcarono clandestinamente in Inghilterra per mantenere viva la fede cattolica.
    Essi dovevano vivere in clandestinità, ma contemporaneamente dovevano visitare le varie comunità sparse nel paese. Perciò fu organizzata una rete segreta tra i cattolici inglesi per nascondere i gesuiti e gli altri preti: nelle case di campagna della nobiltà furono ricavati dei nascondigli molto ingegnosi (alcuni erano dotati di tubi di collegamento con le cucine per poter nutrire coloro che erano nascosti, altri avevano gallerie per fuggire nei boschi vicini).
    A capo di questa organizzazione vi erano le donne: a causa della loro dipendenza sociale dai mariti, le moglie e le madri cattoliche godevano di una certa immunità, perché non erano in grado di pagare le multe e difficilmente venivano imprigionate in quanto nel loro ruolo di mogli dovevano essere di aiuto ai mariti. Presso le famiglie di queste donne, i religiosi potevano nascondersi sotto false spoglie, ad esempio come insegnanti; spesso la salvezza dei clandestini dipendeva dalla prontezza di spirito e dal coraggio delle padrone di casa che non si tradivano durante le frequenti irruzioni della polizia. C’era quindi un’inversione di ruoli; nelle questioni religiose, i preti erano guide spirituali, ma per la loro incolumità fisica, spesso dipendevano interamente dalle donne.
    Durante gli ultimi anni del Cinquecento, la situazione migliorò leggermente per i papisti: venne loro concesso di dichiarare apertamente la propria fede, anche molti membri del Parlamento si professavano cattolici. Tuttavia la libertà religiosa doveva essere pagata, poiché i cattolici, per poter continuare a esserlo, dovevano pagare una elevata tassa annuale. Molte famiglie dell’aristocrazia inglese dilapidarono i patrimoni per mantenersi fedeli al papa.
    Generalmente, quando si parla delle persecuzioni contro i cattolici, vengono in mente quelle avvenute in Giappone alla fine del XVI secolo, oppure quelle che si verificarono in Messico nei primi anni del Novecento, o quelle della Russia bolscevica; di fatto, molte persone ignorano la durezza e la lunga durata delle persecuzioni anticattoliche in Inghilterra e Irlanda, che produssero numerosi martiri. Così pure, molte persone non amano ricordare che il padre nobile del liberalismo anglosassone, il filosofo John Locke, approvava pienamente la discriminazione nei confronti dei cattolici, anzi la loro persecuzione attiva, e ciò proprio mentre componeva quel suo «Trattato sulla tolleranza» che molti suoi improvvidi ammiratori continuano a magnificare come la moderna Bibbia del pensiero pluralista e della libertà di coscienza (cfr. il nostro articolo «Locke auspica libertà religiosa per tutti, ma invoca la persecuzione di cattolici islamici e atei», apparso sul sito di Arianna Editrice in data 10/02/2011).
    Anche questi sono segni del conformismo culturale, dell’appiattimento delle coscienze, della smemoratezza storica e della distorsione del vero, tipici di questa nostra epoca così “illuminata”, “democratica” e “progressista”. Provare per credere: se si cerca, su Internet, qualche immagine delle persecuzioni anticattoliche in Inghilterra, non viene fuori praticamente nulla; in compenso, abbondano le immagini dell’Inquisizione intenta a torturare, a bruciare, a squartare i protestanti…"
    “Quando nell’Inghilterra «riformata» frati e preti cattolici venivano squartati vivi di Francesco Lamendola - 18/01/2012 Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]
    Quando nell’Inghilterra «riformata» frati e preti cattolici venivano squartati vivi, Francesco Lamendola
    “Segnalato da “Centro studi Giuseppe Federici”www.centrostudifederici.org



    Radio Spada
    “Radio Spada in ricordo del 5 novembre 1605 e della "congiura delle polveri" e in onore di quei cattolici che combatterono, patirono e morirono per strappare l'Inghilterra alla tirannide anglicana.”



    https://forum.termometropolitico.it/...ntista-68.html
    “L'omaggio di Radio Spada a Guy Fawkes e agli sfortunati cospiratori del 5 novembre 1605.”


    “5 novembre 2015: infra l'Ottava di Ognissanti.”










    6 novembre 2015…



    Radio Spada


    “6 novembre 2015: infra l'Ottava di Ognissanti."




    "Il 6 novembre 1406 muore Papa Innocenzo VII de Migliorati, Sommo Pontefice."
    "Il 6 novembre 1003 muore Papa Giovanni XVIII (o XVII) Secchi, Sommo Pontefice.”








    7 novembre 2015…

    Radio Spada

    “7 novembre 2015: infra l'Ottava di Ognissanti.”



    “[GLORIE DEL CARDINALATO] Agostino Rivarola nacque a Genova il 14 Marzo 1758. Addetto agli uffici amministrativi dello Stato Pontificio, fu Protonotario Apostolico al conclave del 1800, Delegato Papale a Perugia e Prolegato Papale a Macerata. Quando le truppe napoleoniche invasero le Marche, il Papa Pio VII lo nominò Governatore di San Saverino. Arrestato e imprigionato dai francesi, soffrì sei mesi di durissima prigionia. Caduto Napoleone, il primo Ottobre 1817 venne ordinato diacono, e, lo stesso giorno, venne creato cardinale. Ricevette l'ordinazione sacerdotale il 5 Ottobre 1823. Successivamente, Pio VII lo inviò a Ravenna in qualità di Delegato a Latere per tutta la Romagna. Durante il suo mandato gli fu affidata la lotta contro il giansenismo e la carboneria, conclusasi con la condanna di 513 carbonari, colpevoli di aver tramato contro l'ordine dello Stato della Chiesa. Tornato a Roma, vi morì il 7 Novembre 1842.”




    “Ad Te Domine levavi animam meam
    Ad Te Domine levavi animam meam
    Ad Te Domine levavi animam meam | Radio Spada
    http://i2.wp.com/www.radiospada.org/...-te-levavi.jpg
    Si salva chi fa il bene, fa il bene colui che prega, ergo colui che prega si salva!”

    [IMMAGINE TUTTA DA VEDERE] Le virtù teologali | Radio Spada
    http://i0.wp.com/radiospada.org/wp-c...33037913_n.jpg
    “In quest’immagine sono raffigurate le tre virtù teologali: Fede, Speranza, Carità. La fede ci unisce a Dio, verità infinita, facendoci entrare in comunione col pensiero divino, perchè ci fa conoscere Dio come si è rivelato egli stesso, e così ci prepara alla visione beatifica. La speranza ci unisce a Dio, beatitudine suprema, facendocelo amare come bene per noi; per lei fermamente e sicuramente aspettiamo la felicità del cielo, come pure i mezzi necessari per giungervi; per lei ci prepariamo già al pieno possesso della beatitudine eterna. La carità ci unisca a Dio, bontà infinita, facendocelo amare come infinitamente buono ed amabile in sè e formando tra lui e noi una santa amicizia che ci fa vivere fin d’ora della sua vita, perchè cominciamo ad amarlo come egli ama se stesso. Come figure che esemplificano queste virtù, sono indicati: Abramo per la Fede, Giobbe per la Speranza, Santa Maria Maddalena per carità. Buona visione.”



    Luca,
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    Ultima modifica di Holuxar; 07-11-15 alle 18:37
    ADDIO GIUSEPPE, mio caro fratello di sangue e spirito, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
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    Domenica 8 novembre 2015…





    Radio Spada | Radio Spada ? Tagliente ma puntuale

    8 novembre 2015: Ottava di Ognissanti.




    https://www.facebook.com/rrradiospada/posts/1201764203186580:0

    “8 novembre 2015: DOMENICA QUINTA DOPO L'EPIFANIA (traslata).
    MESSA
    EPISTOLA (Col 3,12-17). - Fratelli: Rivestitevi come eletti di Dio, santi ed amati, di viscere di misericordia, di benignità, di umiltà, di modestia, di pazienza, sopportandovi a vicenda, e perdonandovi scambievolmente, se alcuno ha di che dolersi d'un altro; come il Signore ci ha perdonati, così fate anche voi. Ma soprattutto abbiate la carità, che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati in un solo corpo, trionfi nei vostri cuori; e siate riconoscenti. La parola di Cristo abiti in voi nella sua pienezza con ogni sapienza. Istruitevi ed esortatevi tra di voi con salmi, inni e cantici spirituali, dolcemente a Dio cantando nei vostri cuori. Qualsiasi cosa diciate o facciate, tutto fate nel nome del Signore Gesù Cristo, ringraziando Dio Padre per Gesù Cristo nostro Signore.
    Ammaestrato alla scuola dell'Uomo-Dio che si è degnato di abitare su questa terra, il cristiano deve esercitarsi nella misericordia verso i suoi fratelli. Questo mondo, purificato dalla presenza del Verbo incarnato, diventerà per noi l'asilo della pace, se sapremo meritare i titoli che ci da l'Apostolo, di eletti di Dio, santi e prediletti. Questa pace deve riempire innanzitutto il cuore di ogni cristiano, e porlo in un continuo gaudio che trova gusto ad effondersi nel canto delle lodi di Dio. Ma soprattutto la Domenica i fedeli, unendosi alla santa Chiesa, nei suoi salmi e nei suoi cantici, adempiono quel dovere così caro al loro cuore. Nella pratica quotidiana della vita, ricordiamoci anche del consiglio che ci da l'Apostolo al termine di quest'Epistola, e pensiamo a fare tutto in nome di Gesù Cristo, per essere accetti in tutto al nostro Padre celeste.
    VANGELO (Mt 13,24-30). - In quel tempo: Gesù propose alle turbe questa parabola: Il regno dei cieli è simile ad un uomo che seminò buon seme nel suo campo. Ma nel tempo che gli uomini dormivano, sen venne il suo nemico a seminare del loglio nel suo campo e se ne andò. Come poi il seminato germogliò e granì» allora apparve anche il loglio. E i servi del padrone di casa andarono a dirgli: Signore, non hai seminato buon seme nel tuo campo? Come mai dunque c'è il loglio ? Ed egli rispose loro: Qualche nemico ha fatto questo. E i servi dissero: Vuoi che andiamo a sterparlo ? Ma egli: No, che, cogliendo il loglio, non sbarbiate con esso anche il grano. Lasciate che l'uno e l'altro crescano fino alla mietitura: e al tempo della messe, dirò ai mietitori: Raccogliete prima il loglio e legatelo in fasci, per bruciarlo; il grano poi riponetelo nel mio granaio.
    Il regno dei cieli di cui parla qui il Salvatore è la Chiesa militante, la società di coloro che credono in lui. Tuttavia, quel campo che egli ha coltivato con tanta cura, è seminato di zizzania; vi sono scivolate le eresia, vi si moltiplicano gli scandali. Dobbiamo dubitare per questo della provvidenza di Colui che tutto conosce, e senza il cui permesso nulla può accadere? Lungi da noi questo pensiero! Il maestro ci dice egli stesso che dev'essere così. L'uomo ha ricevuto la libertà del bene e del male: spetta a lui usarne, come spetta a Dio far rivolgere tutto alla sua gloria. Spunti dunque l'eresia come una pianta maledetta: sappiamo che verrà il giorno in cui sarà sradicata; più d'una volta, anzi, la si vedrà seccare sul suo stesso tronco, nell'attesa del giorno in cui dovrà essere tolta e gettata nel fuoco. Dove sono oggi le eresie che desolarono la Chiesa nei suoi primi tempi? E lo stesso è avvenuto per gli scandali che sorgono nel seno stesso della Chiesa. Questa zizzania è un flagello, ma è necessario che noi siamo provati. Il padre di famiglia non vuole che si tolga l'erba parassita, perché non si abbia a nuocere anche al grano. Perché? Perché la convivenza dei buoni e dei cattivi è un utile esercizio per i primi, insegnando ad essi a non tener conto dell'uomo, ma ad elevarsi più in alto. Di più: la misericordia del Signore è tanta, e quanto è zizzania può a volte, per la grazia divina trasformarsi in grano. Abbiamo dunque pazienza; ma poiché il nemico semina zizzania solo durante il sonno dei custodi del campo, preghiamo per i pastori, e chiediamo per essi al loro divino Capo quella vigilanza che è la principale garanzia della salvezza del gregge, e che è indicata, come la prima loro dote, dal nome stesso che la Chiesa loro impone.
    PREGHIAMO
    Custodisci, Signore, con inesauribile pietà la tua famiglia; che si basa solo sulla speranza della grazia celeste, affinché sia sempre munita della tua protezione.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 246-247.”






    “8 novembre 2015: santi Quattro coronati, martiri.

    La Chiesa rivolge oggi un pensiero ai Martiri ai quali in Roma è dedicata una basilica che, come una imponente fortezza, domina il monte Celio.
    La storia di questi martiri non è chiara. Forse, si dice, non si tratta di quattro martiri, ma di tre gruppi di martiri e cioè cinque scalpellini della Pannonia: Sempronio, Claudio, Nicostrato, Castore, Simplicio; quattro Cornicularii o, come oggi si direbbe, sottufficiali di cavalleria; quattro santi di Albano: Severo, Carpoforo, Severiano e Vittorino.
    Recitiamo in loro onore la colletta della Messa: "Concedi, Dio onnipotente, a noi che veneriamo la forza mostrata dai martiri nei tormenti, di sperimentare la loro bontà a nostro riguardo".
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1251.”

    “L'8 novembre 955 muore Papa Agapito II, Sommo Pontefice."
    "L'8 novembre 618 muore Sant'Adeodato I Papa."
    "L'8 novembre 1047 Papa Benedetto IX dei conti Tuscolani è reintegrato sul trono di Pietro.”






    1 novembre 2015: Ognissanti (con memoria della XXII domenica dopo Pentecoste)
    https://forum.termometropolitico.it/...entecoste.html



    Radio Spada





    "In questi tempi di grande confusione teologica, la Santissima Eucarestia, vero Corpo e Sangue di Nostro Signore, è vittima: subisce abusi liturgici, viene assunto da pubblici peccatori, si perdono frammenti a iosa: tutto ciò è sintomo della perdita di fede nella presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino."









    http://www.radiospada.org/2013/01/immagine-tutta-da-vedere-le-virtu-teologali/
    http://i0.wp.com/radiospada.org/wp-c...33037913_n.jpg
    "In quest’immagine sono raffigurate le tre virtù teologali: Fede, Speranza, Carità. La fede ci unisce a Dio, verità infinita, facendoci entrare in comunione col pensiero divino, perchè ci fa conoscere Dio come si è rivelato egli stesso, e così ci prepara alla visione beatifica. La speranza ci unisce a Dio, beatitudine suprema, facendocelo amare come bene per noi; per lei fermamente e sicuramente aspettiamo la felicità del cielo, come pure i mezzi necessari per giungervi; per lei ci prepariamo già al pieno possesso della beatitudine eterna. La carità ci unisca a Dio, bontà infinita, facendocelo amare come infinitamente buono ed amabile in sè e formando tra lui e noi una santa amicizia che ci fa vivere fin d’ora della sua vita, perchè cominciamo ad amarlo come egli ama se stesso. Come figure che esemplificano queste virtù, sono indicati: Abramo per la Fede, Giobbe per la Speranza, Santa Maria Maddalena per carità. Buona visione."








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    Lightbulb Re: Solennità di Tutti i Santi ed altre ricorrenze del mese di Novembre...

    Oggi lunedì 9 novembre 2015: dedicazione ufficiale della Basilica al Santissimo Salvatore...


    A proposito di ieri domenica 8 novembre:

    Messa in Latino. E non sono più straniero.
    https://forum.termometropolitico.it/...l#post14903766
    "Messa in Latino domenicale ieri insieme a Miles nella bella Chiesa della S. Trinità...
    Celebrata in maniera solenne, unico neo erano gli inginocchiatoi di legno purtroppo molto scomodi ma in fin dei conti è un modo di fare un po' di doverosa penitenza e va bene così...
    Alla fine della celebrazione ho preso un fondamentale libretto intitolato "La Santa Eucarestia" ed un paio di volantini; uno intitolato "In piedi, seduti o in ginocchio?" (con le indicazioni precise sul giusto modo di seguire adeguatamente la Messa col vecchio Rito) e l'altro "Breve storia dei colori liturgici" riportato dal sito "Radio Spada", interessante articolo...
    Sono stato molto contento di averlo rivisto di persona dopo parecchi mesi dall'ultima volta; abbiamo discusso per alcune ore di varie questioni delicate di dottrina cattolica e di legittima autorità nella Chiesa in questi tempi di grave crisi, di attualità politico-culturale e di vita vissuta, confrontarmi con lui è sempre arricchente e devo dire che certe sue parole riescono a confortarmi quando afflitto da opprimenti dubbi che affollano la mia mente e la mia coscienza mi lascio prendere un po' troppo dal pessimismo e dallo sconforto spirituale...E di questo gliene sono grato...
    In
    primis però, per avermelo fatto conoscere e per tutto il resto, Deo gratias!
    Luca,
    Sursum Corda!"



    9 novembre 2015…


    Radio Spada | Radio Spada ? Tagliente ma puntuale
    https://www.facebook.com/rrradiospad...290119800655:0
    “9 NOVEMBRE 2015: DEDICAZIONE DELLA BASILICA DEL SS. SALVATORE
    La dedicazione nel IV secolo.
    Nel IV secolo dell'era nostra con la fine delle persecuzioni, il mondo ebbe l'impressione di pregustare la gioia dell'ingresso nella città della pace senza fine, e il contemporaneo Eusebio, all'inizio del decimo e ultimo libro della sua Storia, esclama: "Gloria all'Onnipotente, gloria al Redentore delle anime nostre". Egli va descrivendo da teste oculare l'ammirabile spettacolo delle dedicazioni delle nuove chiese sorte dappertutto. Di città in città si radunavano i vescovi e si raccoglievano le folle. Da popolo a popolo una benevolenza di mutua carità, di fede comune, di raccolta allegrezza armonizzava i cuori e l'unità del corpo di Cristo si rendeva evidente in una moltitudine animata dal soffio dello Spirito Santo, in cui si compivano le antiche profezie annunzianti una città vivente del Dio vivente in cui ogni sesso e ogni età avrebbe esaltato l'autore di tutti i beni. Come apparvero augusti allora i riti della Chiesa! La perfezione accurata che vi spiegavano i Pontefici, lo slancio della salmodia, le ispirate letture, la celebrazione dei Misteri formavano un insieme divino.
    La basilica del Laterano.
    Il 9 novembre del 324 fu il giorno natalizio o Dedicazione della Basilica del Laterano, della quale l'imperatore Costantino aveva ordinato la costruzione nel 315. Papa Silvestro la dedicò al Salvatore la cui immagine, presentata ai fedeli, dopo i secoli delle persecuzioni, parve una apparizione divina. I Papi fissarono la residenza nel palazzo vicino alla Basilica, che fu perciò la loro cattedrale, e sorse così "la madre e il capo di tutte le Chiese e città del mondo". Due incendi sopravvenuti nel secolo XIV e l'abbandono subito in conseguenza dell'esilio di Avignone resero necessaria una ricostruzione quasi per intero, terminata la quale, la Basilica fu riconsacrata e dedicata ai santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista.
    La festa di oggi.
    Se festeggiamo la Dedicazione delle nostre chiese particolari e delle nostre cattedrali con gioia e fierezza, è cosa normale e doverosa che festeggiamo nel mondo intero la Dedicazione della "Chiesa madre", della cattedrale del Papa. Oggi ancora in quella chiesa i Papi prendono possesso ufficiale del loro alto ufficio, in quella chiesa dal IV secolo si compiono le grandi funzioni della benedizione degli Olii Santi nel Giovedì Santo e la benedizione del Fonte nella Veglia Pasquale e in quella chiesa, nel corso dei secoli, furono battezzati a migliaia i catecumeni, ordinati a migliaia i sacerdoti appartenenti a tutte le diocesi del mondo. In quella chiesa si venera ancora l'antica immagine del Salvatore e milioni di fedeli, nel corso delle visite giubilari, l'hanno venerata e ammirata, chiedendo il perdono dei peccati.
    Leviamo a Cristo le acclamazioni che si leggono nel mosaico dell'abside: ti attendiamo, Salvatore e Signore, Gesù Cristo. Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Tu sei il nostro Maestro, o Cristo!
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1259-1260.”






    “9 NOVEMBRE 2015: COMMEMORAZIONE DI SAN TEODORO, MARTIRE.
    Ricordiamo oggi uno dei santi più celebri e più venerati dell'antico Oriente. Se crediamo alla leggenda, san Teodoro era un soldato e morì martire, arso vivo, per difendere la fede. Le sue reliquie erano venerate a Euchaita dove folle di fedeli andavano ogni anno in pellegrinaggio e le madri impetravano la salute per i loro bambini ammalati. San Gregorio Nisseno recitò un panegirico in suo onore e Roma dedicò a lui tre chiese.
    Preghiera: "O Dio, che ci circondi di una difesa con la testimonianza del beato Teodoro martire concedici di profittare dei suoi esempi e di essere sostenuti dalla sua preghiera".
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1261.”






    “Il 9 novembre 1032 muore Papa Giovanni XIX (o XX) dei Conti di Tuscolo, Sommo Pontefice.”




    Guéranger, L'anno liturgico - Domenica ventiquattresima e ultima dopo la Pentecoste





    Luca, Sursum Corda!


    ADDIO GIUSEPPE, mio caro fratello di sangue e spirito, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    NOI 2 insieme, uniti OLTRE LA MORTE ed il tragico DESTINO SIA IN TERRA CHE IN CIELO, per SEMPRE VEDREMO LA LUCE - SURSUM CORDA!

 

 
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