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Discussione: Viaggiare nei romanzi

  1. #1
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    Predefinito Viaggiare nei romanzi

    Di solito i libri ci accompagnano quando siamo in viaggio, ma spesso descrivono il viaggio.
    Thread per raccogliere i viaggi raccontati nei libri che abbiamo letto.


    Da Opinioni di un Clown, di Heinrich Böll

    Era già buio quando arrivai a Bonn. Feci uno sforzo per non dare al mio arrivo quel ritmo di automaticità che si è venuto a creare in cinque anni di continuo viaggiare: scendere le scale della stazione, risalire altre scale, deporre la borsa da viaggio, levare il biglietto dalla tasca del soprabito, consegnare il biglietto, dirigersi verso l'edicola dei giornali, comprare le edizioni della sera, uscire, far cenno a un tassì.
    Per cinque anni quasi ogni giorno sono partito da qualche luogo e sono arrivato in qualche luogo, la mattina ho disceso e salito scale di stazioni, il pomeriggio ho disceso e risalito scale di stazioni, ho chiamato un tassì, ho cercato la moneta nella tasca della giacca per pagare la corsa, ho comperato giornali della sera alle edicole e, in un angolo riposto del mio io, ho gustato la scioltezza perfettamente studiata di questo automatismo.
    Da quando Maria mi ha lasciato per sposare Züpfner, quel cattolico, il ritmo è diventato ancor più meccanico, senza perdere in scioltezza. Per la distanza dalla stazione all'albergo, dall'albergo alla stazione, c'è un'unità di misura: il tassametro. A due marchi, tre marchi, quattro marchi dalla stazione. Da quando Maria non c'è più, qualche volta ho perso il ritmo, ho confuso l'albergo con la stazione, ho cercato nervosamente il biglietto ferroviario davanti al portiere dell'albergo, oppure ho chiesto all'impiegato che ritira i biglietti all'uscita della stazione il numero della mia camera.
    Qualcosa si può chiamare destino, mi riportava alla mente il mio mestiere e la mia situazione. Sono un clown. Definizione ufficiale: attore comico, non pago tasse per nessuna Chiesa, ho ventisette anni e uno dei miei numeri si chiama "arrivo e partenza": una (quasi troppo) lunga pantomima in cui lo spettatore fino alla fine confonde arrivo e partenza.
    Ultima modifica di Hatshepsut; 22-04-15 alle 14:24
    La morte significava ben poco per me. Era l'ultimo scherzo in una serie di pessimi scherzi. Charles Bukowski
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  2. #2
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    Predefinito Re: Viaggiare nei romanzi

    Da Viaggio in Italia, di J. W. Goethe.

    "Ho pressoché sorvolato le montagne tirolesi; ho visitato bene Verona, Vicenza, Padova e Venezia, di sfuggita Ferrara, Cento e Bologna, e Firenze, si può dire che non l'ho veduta. L'ansia di giungere a Roma era così grande, aumentava tanto di momento in momento, che non avevo tregua, e sostai a Firenze solo tre ore. Eccomi qui adesso tranquillo e, a quanto pare, placato per tutta la vita.
    Giacché si può dir davvero che abbia inizio una nuova vita quando si vedono coi propri occhi tante cose che in parte già si conoscevano minutamente in ispirito.
    Tutti i sogni della mia gioventù li vedo ora vivere; le prime incisioni di cui mi ricordo (mio padre aveva appeso ai muri d’un vestibolo le vedute di Roma) le vedo nella realtà, e tutto ciò che conoscevo già da tempo, ritratto in quadri e disegni, inciso su rame o su legno, riprodotto in gesso o in sughero, tutto è ora davanti a me; ovunque vado, scopro un mondo nuovo cose che mi son note: tutto è come me l'ero figurato, e al tempo stesso tutto nuovo".
    La morte significava ben poco per me. Era l'ultimo scherzo in una serie di pessimi scherzi. Charles Bukowski
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  3. #3
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    Predefinito Re: Viaggiare nei romanzi

    Da Cattedrale, di Raymond Carver

    Myers stava attraversando la Francia su una carrozza di prima classe, diretto a Strasburgo dove avrebbe fatto visita a suo figlio che frequentava lì l'università. Non vedeva il ragazzo da otto anni. In tutto quel tempo non si erano mai parlati per telefono, non si erano scambiati neanche una cartolina da quando Myers e la madre del ragazzo si erano separati – e il ragazzo era rimasto con lei. La rottura definitiva era stata affrettata, Myers ne era sempre stato convinto, proprio dalla malevola interferenza del ragazzo nei loro rapporti personali.

    L'ultima volta che Myers aveva visto suo figlio, il ragazzo gli si era lanciato contro per colpirlo nel corso di una violenta lite. La moglie di Myers era in piedi vicino a una credenza in sala da pranzo e gettava a terra un piatto di porcellana dietro l’altro. Poi era passata alle tazze. “Adesso basta!”, aveva detto Myers e in quel momento il ragazzo gli era saltato addosso. Myers lo aveva schivato e l’aveva bloccato con una presa attorno al collo, mentre il ragazzo piangeva e gli tempestava di pugni la schiena e le reni. Ma la presa di Myers era rimasta salda e lui ne aveva approfittato al massimo. Lo aveva sbattuto violentemente al muro e aveva minacciato di ucciderlo. Faceva sul serio. “Io te l’ho data, la vita”, Myers ricordava di avergli gridato, “e io te la posso levare!”.

    Ora, ripensando a quella terribile scena, Myers scuoteva la testa, quasi fosse successa a qualcun altro. In un certo senso, era così. Semplicemente, lui non era più la stessa persona. Adesso viveva da solo e non aveva niente a che vedere con persone al di fuori del proprio lavoro. La sera ascoltava musica classica e leggeva libri sui richiami per uccelli acquatici.

    Si accese una sigaretta e guardò fuori dal finestrino del treno, ignorando il signore seduto vicino alla porta dello scompartimento, che dormiva con un cappello tirato giù sugli occhi. Era mattina presto e la foschia stagnava sui campi verdi che scorrevano all’esterno. Di tanto in tanto Myers scorgeva una fattoria e gli edifici annessi, circondati da un muro di cinta. Pensò che magari quello era un bel modo di vivere – in una vecchia casa circondata da un muro.
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  4. #4
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    Predefinito Re: Viaggiare nei romanzi

    Da Se una notte d'inverno un viaggiatore, di Italo Calvino

    Le stazioni si somigliano tutte; poco importa se le luci non riescono a rischiarare più in là del loro alone sbavato, tanto questo è un ambiente che tu conosci a memoria, con l'odore di treno che resta anche dopo che tutti i treni sono partiti, l'odore speciale delle stazioni dopo che è partito l'ultimo treno.
    Le luci della stazione e le frasi che stai leggendo sembra abbiano il compito di dissolvere più che di indicare le cose affioranti da un velo di buio e di nebbia.
    Io sono sbarcato in questa stazione stasera per la prima volta in vita mia e già mi sembra d'averci passato una vita, entrando e uscendo da questo bar, passando dall'odore della pensilina all'odore di segatura bagnata dei gabinetti, tutto mescolato in un unico odore che è quello dell'attesa, l'odore delle cabine telefoniche quando non resta che recuperare i gettoni perchè il numero chiamato non dà segno di vita.
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    Predefinito Re: Viaggiare nei romanzi

    Tratto da Un indovino mi disse, di Tiziano Terzani.

    Arrivai a Kuala Lumpur in autobus all'imbrunire.
    Non l'avevo rivista da anni e rimasi impressionato. La città aveva acquistato un suo carattere musulmano. Seguendo l'esempio degli inglesi, che avevano costruito una stazione e un Palazzo del governo in bello stile moresco, i malesi, con la loro architettura moderna, erano riusciti a dare una nuova faccia alla capitale e a toglierle l'aria cinese.
    Finii in una locanda di quelle con la moquette sporca, i piatti con i resti di cibo lasciati nei corridoi e la doccia senza la tenda, ma almeno non dovevo guardare al mondo come attraverso il vetro di un acquario. Avevo le finestre aperte e da lì mi venivano tutti i rumori della Kuala Lumpur dei poveri.
    I proprietari, gli impiegati, le cameriere della locanda erano tutti cinesi. Solo l'uomo incaricato di aprire la porta e di portare i bagagli dei clienti, anche quelli tutti cinesi, era un malese. Bastò scambiarci due parole e subito anche lui mi parlò del problema che divide la Malesia: la razza.
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    Predefinito Re: Viaggiare nei romanzi

    La mia Africa, di Karen Blixen

    Al ritorno da uno dei suoi safari, Denys Finch-Hatton s’era trattenuto un poco da noi, ma quando cominciai a smontare la casa e a fare i bagagli non se la sentì di restare, e se ne andò a vivere da Hugh Martin a Nairobi. Veniva ogni giorno in macchina a cenare con me. Gli ultimi tempi, mentre vendevo il mobilio, sedeva su una cassa: un’altra cassa ci serviva da tavolo. Ma restavamo insieme fino a tarda notte.
    Un paio di volte accennammo alla mia prossima partenza come ad una cosa reale. Anche lui considerava l’Africa come la sua patria, mi capiva e soffriva con me, pur sorridendo del mio dolore a separarmi dalla mia gente.
    “Non puoi vivere senza Sirunga?” diceva scherzando.
    “No”, rispondevo.
    Ma il più delle volte ci comportavamo come se il futuro non esistesse; mai, in vita sua, aveva voluto preoccuparsene. Pareva conscio di poter ricorrere a forze a noi ignote, se voleva. E questo, naturalmente, coincideva con la mia segreta volontà di lasciare le cose a loro stesse, di non curarmi di ciò che la gente diceva o pensava. Con lui, sedersi su una cassa da imballaggio, in una casa vuota, sembrava la cosa più naturale e cara del mondo. Mi recitava una poesia:
    Devi mutare il tuo canto luttuoso
    In un ritmo gaio;
    non verrò mai per pietà,
    ma per piacere.

    In quelle settimane andavamo a fare brevi voli sulle colline del Ngong o sulla riserva di caccia. Una mattina venne a prendermi prestissimo, all’alba; a sud delle colline, sulla pianura, scorgemmo un leone.
    Aveva il proposito di raccogliere i suoi libri, rimasti per tanti anni a casa mia, ma non lo mise mai in atto. “Tienili tu”, finì per dire, “ora non saprei dove metterli”.
    Non poteva decidere dove andare, quando la mia casa sarebbe stata chiusa.
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    Predefinito Re: Viaggiare nei romanzi

    In terre lontane, di Walter Bonatti.


    Nel ‘Centro Rosso’ dell’Australia (1969).

    Il volo sul piccolo aereo Leigh Creek fino ad Alice Springs, al centro del continente, fu per me come un sogno dentro il sogno; non potevo esimermi dal sovrapporre all'incredibile paesaggio su cui passavo a media quota quanto di bizzarro e illusorio evocava in me quell’ "orrido vuoto". In quella specie di viaggio surreale sopra il deserto Simpson erano dunque sfilati, come in passerella, un migliaio di chilometri di forme, luci e colori che si avvicendavano in un brulichio di immagini appena riconoscibili nella realtà dei loro elementi. Era l’Outback, la spopolata e infeconda distesa erosa dal tempo in milioni d’anni, che aveva conferito a questa terra un aspetto remoto.
    Il bel verde che rivestiva le colline era andato via via sfumando. Incominciò a delinearsi in lontananza una specie di geografia astratta, fatta prevalentemente di scure distese nude, emergenti da uno sfondo abbacinante. Era la depressione alcalina dell’eufemistico lago Eyre, qualcosa come un paesaggio immaginario o per lo meno appartenente a un qualsiasi altro mondo che nulla ha a che vedere con il pianeta Terra. Era fine luglio 1969, i giorni del primo sbarco dell’uomo sulla Luna, e ancora mi accompagnavano le sensazioni provate qualche giorno addietro a Sidney, quando dallo schermo televisivo avevo seguito, in quello storico 21 luglio, lo straordinario avvenimento.
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    Predefinito Re: Viaggiare nei romanzi

    Imperi dell'Indo, di Alice Albinia.

    Il fiume che scompare.
    Lungo il tratto superiore dell'Indo, nella città di Ali (capoluogo del Tibet occidentale costruito dai cinesi) prendo una camera in albergo, pago la multa di prammatica per essere entrata illegalmente nella "Regione Autnonoma" del Tibet...e corro al fiume. La città, che è chiamata anche Shiquanhe (il nome cinese dell'Indo), e Senge Khabab (il nome tibetano delle sue sorgenti), si trova a cavallo del fiume duecento chilometri più a monte del punto in cui l'ho visto scorrere sotto di me l'ultima volta nel Ladakh orientale.
    La frontiera è militarizzata e ciò mi ha impedito di continuare a seguire il corso del fiume, che da un lato è guardato dall'esercito indiano, dall'altro da quello cinese; così per completare il mio viaggio fino alla sorgente, mi sono dovuta sobbarcare un giro di circa quattromila chilometri per raggiungere il primo valico di frontiera ufficiale: mi è toccato scendere di nuovo nelle pianure del Punjab, andare a ovest entrando in Pakistan, per poi superare il confine montuoso con la Cina, puntare a est e, su una jeep guidata da un pazzo, attraversare il deserto d'alta quota dell'Aksai Chin (che i cinesi strapparono all'India negli anni Sessanta) e da l' finalmente entrare in Tibet (terra di rapina).
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  9. #9
    Non sono rughe, è vita
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    Predefinito Re: Viaggiare nei romanzi

    I Viaggi di Gulliver
    Jonathan Swift


    " Mio padre possedeva un modesto fondo nella contea di Nottingham, e io sono il terzo di cinque figli. All’età di anni quattordici egli m’inviò al Collegio Emanuele di Cambridge, ove rimasi per tre anni, dedicandomi strettamente agli studi: ma essendo il costo della retta troppo oneroso per le nostre povere sostanze (sebbene vivessi piuttosto magramente), fui destinato quale apprendista presso il dottor Giacomo Bates, eminente chirurgo di Londra, col quale rimasi per quattro anni; e inviandomi talora mia padre piccole somme di danaro, le investii per apprendere l’arte di navigare e altre cognizioni matematiche, utili a chi voglia darsi ai viaggi: come sempre ritenni sarebbe stata un giorno la mia sorte. Lasciato il dottor Bates, me ne tornai alla casa paterna; ove, con l’aiuto di mio padre e di mio zio Giovanni e d’altri parenti, raccolsi la somma di quaranta sterline e una promessa di trenta sterline annue per mantenermi a Leida: ivi studiai la medicina per due anni e sette mesi, ben sapendo che ciò sarebbe stato utile nei lunghi viaggi."
    Se pensi che l'istruzione sia cara, prova con l'ignoranza

  10. #10
    Blue
    Ospite

    Predefinito Re: Viaggiare nei romanzi

    Gerald Durrell, La mia famiglia e altri animali, Adelphi 1992

    Così, perfettamente equipaggiati secondo i nostri punti di vista, lasciammo le umide rive dell'Inghilterra.

    La Francia malinconica e lavata dalla pioggia, la Svizzera che sembrava un dolce natalizio, l'Italia esuberante, chiassosa e puzzolente rimasero alle nostre spalle, lasciando in noi soltanto ricordi confusi. La minuscola nave si allontanò fremente dal tacco dell'Italia inoltrandosi nel mare crepuscolare. E mentre dormivamo nelle nostre cabine soffocanti, chi sa dove in quel tratto d'acqua brillantato di luna superammo l'invisibile linea divisoria ed entrammo nel vivido, caleidoscopico mondo della Grecia. A poco a poco questa sensazione di un cambiamento filtrò sino a noi e così, all'alba, ci svegliammo pieni di impazienza e salimmo sul ponte.

    Il mare gonfiava i suoi azzurri e levigati muscoli ondosi mentre fremeva nella luce dell'alba e la schiuma della nostra scia si allargava delicatamente dietro di noi come una candida coda di pavone, tutta scintillante di bollicine. Il cielo era pallido, con qualche pennellata gialla a oriente. Davanti a noi si allungava uno sgorbio di terra color cioccolata, una massa confusa nella nebbia, con una gala di spuma alla base. Era Corfù. E noi aguzzammo gli occhi per distinguere la forma delle sue montagne, per scoprirne le valli, le cime, i burroni e le spiagge, ma non ne vedevamo che i contorni.

 

 
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