Tratto da: Parole di Odisseas Elytis
Fin da piccolo, mi hanno riempito la testa con l’immagine di una morte imbacuccata di nero, che tiene la vita come una trappola e ce la offre aperta con in mezzo l’inganno del piacere. Ma fatemi ridere. Diceva un’altra cosa chi masticava l’alloro. E non è un caso che giriamo tutti intorno al sole.Il corpo sa.Parole di Odisseas Elytis
di Lorenzo Giacinto
La forza del linguaggio nella scrittura di questo cantore del mar Egeo. Una poetica dell'esistenza che si fa arte, letteratura. Quando scrivere diventa luogo di emozioni e sentimenti sottili nascono testi vibranti, difficili da dimenticare.
“Il sole ci scoppia dentro e noi teniamo la mano sulla bocca spaventati”.Poeta dell’azzurro, del sole e della donna. Cantore del mar Egeo, dei muri a secco di montaliana memoria, della vita dei sensi, delle esplosioni dei colori, delle curve femminili toccate o solamente vagheggiate. Le coordinate tra le quali si muove la poetica del grande Odisseas Elytis rifluiscono come le onde del suo amato mare greco, bene illuminate da una luce implacabile e instancabile che morde le caviglie degli uomini, in una mappa interiore in cui le donne partono o si fanno rimpiangere o sono solamente una promessa lontana, quasi un brillio fugace da tenere sempre in vita come il fuoco delle Vestali. Non è sempre facile, nelle biografie dei poeti di ogni epoca e latitudine, isolare il momento ben preciso in cui il demone della poesia impone la sua tirannia ed esige una devozione alla causa e una fedeltà senza pari. Ecco, si può immaginare che per Elytis questo sia avvenuto in un pomeriggio assolato, meglio un tramonto, uno di quelli che incendiano l’orizzonte di un’isola greca, dove ogni pietra sembra raccontare un passato di miti solari e di strane prodezze umane. Un attimo di straordinaria epifania, in cui il poeta, ogni poeta, sente di dover aderire in fondo a un’altra vita, fuori dai ritmi consueti della quotidianità; un attimo di lucida e folle consapevolezza, per chi ancora crede che le vocazioni lascino segni sui polsi e sulle fronti cerchiate, così come nello sguardo degli occhi. Da qui, la certezza maturata da Elytis che “la Poesia è sempre una, come uno è il cielo. La questione è da quale parte uno vede il cielo”. Una dichiarazione di poetica, ma al tempo stesso un modo di stare al mondo, unendo le linee della mano a quelle che si fanno scorrere sulla carta. E quel cielo, sotto cui tante vite si affannano mancando spesso di contemplarlo, Elytis lo guarda “stando in mezzo al mare aperto”. Una posizione privilegiata, dunque, esclusiva, attraverso la quale la vita viene ripensata e modulata su un battito del polso regolare, e le immagini e i clamori e gli umori turbolenti del sangue si rasserenano nel ristoro della solitudine, suggerendo nuove vie all’emozione, nuove vie di fuga alla luce. Ed Elytis, come già accennato, è forse il più grande cantore novecentesco del sole, simile a un sacerdote di Apollo, che dell’astro era la divinità incontrastata. D’altronde, basta dare un’occhiata veloce ai titoli delle composizioni poetiche più importanti dell’autore, per rendersi conto dell’importanza anche linguistica e macrotestuale dell’elemento solare: “Sole il primo”, “Corpo dell’estate”, “Lì dove prima dimorava il sole”, “Piango il sole e piango gli anni che verranno”, “ Per chi il mare nel sole”. Lontano dall’essere solamente un indispensabile connubio di gas e calore in grado di conferire vita e rubare terreno alle tenebre, la sfera solare è un simbolo potentissimo insieme di un’armonia primordiale tra umanità e natura e poi di una legge morale insita nell’uomo, simile a quella che alberga kantianamente sotto un cielo stellato. Gli azzurri indimenticabili del Mar Egeo, dipinti nelle loro varie gradazioni come meglio farebbe solamente la tavolozza di un pittore en plein air, le casupole bianche greche con gli olivi di un verde intenso che sembrano avere, per dirla con Pierluigi Cappello, le radici rovesciate nell’aria, le dorature dei declivi costieri e delle chiese ortodosse: tutti questi elementi che prepotentemente entrano in molte delle composizioni di Elytis non sono immagini manieristicamente ripetute per un “décor” che suonerebbe a lungo andare falsamente autentico, ma sono al contrario i tasselli di un puzzle che trovano nella compiutezza dell’esposizione un rapporto quasi osmotico di giustezza e, oserei dire, necessità esistenziale. Quella evocata e descritta da Elytis è una luce forte ed irresistibile che detta i tempi e i ritmi della vita e delle passioni umane, che regola le pulsazioni cardiache e che lascia riscaldare a fuoco lento desideri che ancora riposano nel sonno dei nervi. Una luce che vivifica e che giustifica, sottile e implacabile come una lama affilata; ma anche una luce che, arrivando ovunque e ovunque accendendo violente consapevolezze e sommovimenti interiori, a volte suona come accusa o condanna senz’appello. Non sempre la vita ama rivelare quanto di oscuro palpita in lei, talvolta la rivelazione di quanto sonnecchiava nell’oscurità assume le proporzioni di una violenza privata.
“Spesso, quando parlo del soleUna grande rosa rossaMi s’ impiglia nella lingua.Ma tacere non mi è possibile”
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