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Discussione: Ci lascia Gilberto Oneto.

  1. #171
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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

    Garibaldi, il primo fascista della storia | L'Indipendenza Nuova

    di GILBERTO ONETOGaribaldi resta la più intoccabile delle icone sacre dell’italianità: resiste a ogni ricerca storiografica, a ogni rivisitazione o analisi – come si dice oggi – revisionista. La sua posizione resta solida per la resistenza della vulgata “ufficiale” (favorita dalla scarsa diffusione di cultura storica che per la stragrande maggioranza dei cittadini si limita a quella acriticamente assorbita sui banchi di scuola), per il relativo splendore del personaggio rispetto alle meschine angustie di tutti gli altri padri, zii e cugini della Patria, ma soprattutto per la sua versatilità ideologica. L’immagine di Garibaldi è andata bene per massoni e anticlericali (ed è facile capirne le ragioni) ma anche per socialisti e comunisti (che nel 1948 ne hanno usato l’effige come simbolo elettorale), fascisti e nazionalisti, e qualche volta (e questo risulta davvero difficile da capire) addirittura per certi cattolici di stomaco buono.
    In realtà chi ne può davvero vantare la coerente eredità ideologica (anche se non c’era nulla di coerente e neppure di troppo ideologico nel confuso pensiero dell’Eroe dei Due Mondi) è la destra nazionalista. Sono negli ultimi tempi stati editi alcuni studi che tracciano con chiarezza il solido legame di idee e comportamenti che c’è fra Garibaldi e il fascismo (appena mediato dal “crispismo”, che era cresciuto per contatto personale fra Crispi e il Generale) ma è un bel libro di Marcello Caroti che più di altri scandaglia le profondità culturali (si fa per dire) in cui si è sviluppato il legame fra camice rosse e camice nere, fra l’autoritarismo dittatoriale teorizzato da Garibaldi e il sistema politico realizzato da Mussolini.
    Con buona pace di una volonterosa parte della sinistra che ha cercato di “recuperare” Garibaldi fra le sue fila (le varie “Brigate Garibaldi” di Spagna e della Guerra Civile, i fazzoletti rossi e il “Fronte Popolare” di cui si è detto), sono i fascisti e i nazionalisti più duri che ne hanno proseguito insegnamenti e seguito gli esempi. Garibaldi ha sempre proclamato la necessità della “guerra giusta”, della “violenza patriottica”, Garibaldi ha cercato di costruire un esercito popolare parallelo e il solo che ci sia riuscito è il fascismo con la MVSN, le Camice Nere insomma. Garibaldi teorizzava la “Nazione in armi”, che solo Mussolini ha cercato di costruire sia pur con le buffonate delle “otto milioni di baionette” e degli esercizi miliari obbligatori dei “sabati fascisti”. I “legionari di Fiume” e i “marciatori su Roma” sono figli di Garibaldi. L’idea di sostituire la rappresentanza parlamentare eletta con un dittatore probo e patriottico, il Duce l’ha imparata direttamente dagli scritti del Generale. Il disprezzo per le istituzioni parlamentari (“ludi cartacei” e “aula sorda e grigia”) i fascisti l’hanno succhiato dal latte tricolore delle mammelle garibaldine. E anche certo genere un po’ naif di antipolitica odierna deriva dalle elucubrazioni dell’ultimo Garibaldi.
    Insomma che il fascismo si stato il vero artefice della missione risorgimentale è un fatto che trova molti solidi riscontri, puntualmente raccolti in questo lavoro.
    Il volume Garibaldi il primo fascista è piacevole da leggere, pieno di spunti e riflessioni interessanti, è ben documentato: è insomma un raro gioiello da non lasciarsi scappare. È naturalmente difficile da trovare (per fortuna c’è Internet) e non sarà certo recensito da alcun quotidianone: è il sicuro certificato di garanzia della sua qualità. Un altro bel segno è costituito dall’autore che non fa lo storico di mestiere ma per profonda passione, che non prende stipendi per insegnare panzane “politicamente corrette” ma che ci mette del suo per rovistare fra la spazzatura della storia risorgimentale e tirare fuori utili verità. Sono queste persone che danno la voglia di continuare e che lasciano sperare che – nonostante tutto – le cortine fumogene tricolori non prevarranno.
    AUTORE: Marcello Caroti; TITOLO: Garibaldi il primo fascista-Le radici del Fascismo nel Risorgimento italiano; EDITORE: youcanprint.it, 2012; PAGINE: 186; PREZZO: 11,90 Euro

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  2. #172
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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

    Un po' OT, ma neanche troppo.
    Balotelli è andato a giocare a Nizza sostenendo, imbecille qual'è, che ce lo ha mandato Garibaldi.
    E pensava pure di essere spiritoso.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #173
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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

    La seconda profezia di Oneto su Berlusconi: non aspettiamoci una crociata per liberare il Nord

    5 Sep 2016 · 0 Commenti

    di GILBERTO ONETO



    La notizia è una di quelle forti. La vicenda di quelle che possono cambiare i destini del mondo.
    La deputatessa Michaela Biancofiore, fedelissima di Berlusconi, ha portato al suo lìder màximo una cagnolina di nome Puggy per farla diventare la mascotte della nuova campagna elettorale. Commosse cronache giornalistiche ci dicono trattarsi di un carlino di 37 centimetri e 720 grammi di peso. La Biancofiore si è premurata di specificare che la cagnolina resta sua ma che la darà in uso gratuito al Cavaliere per tutta la durata della campagna, ogni volta che ne sentirà il bisogno, per il bene comune. Poi se la riprenderà.

    Naturalmente la cosa si tira addosso una pressoché inevitabile interpretazione goliardico- scollacciata in perfetta coerenza con le baldanzose e invidiate propensioni dell’Unto dal Signore. Lasciamo volentieri la cosa alle più riguardevoli capacità professionali dei commentatori del Vernacoliere, ma non possiamo non guardare con ammirazione allo straordinario mix di belle signore e cagnolini che ruota attorno a Berlusconi e alla sua vigorosa campagna per la riconquista del trono. I beagles (hony soit qui mal y pense in padano stretto) della Brambilla e la Puggy della Biancofiore sono talismani potentissimi che riusciranno a sbaragliare qualsiasi avversario.
    Ma è soprattutto la signora Biancofiore a essere l’eroico paradigma della nuova epica berlusconiana.Bolzanina con cognome pugliese (fatta eleggere in Campania), ha dedicato le sue prorompenti energie alla italianizzazione e civilizzazione delle rudi e primitive popolazioni sudtirolesi. La sua nevrile azione politica è stata tonificata da proposte come quella della modifica restrittiva delle autonomie delle Regioni a Statuto speciale o del ripristino della festa nazionale del 4 novembre. È stata autrice di una proposta di legge per l’esposizione obbligatoria del tricolore su ogni maso della Provincia di Bolzano: roba forte! Per dare il buon esempio aveva fatto issare davanti al tribunale della città un “manifesto-bandiera” tricolore di 39 per 16 metri: sette piani di leggerezza. Per spronare il Pdl verso più eroici cimenti patriottici aveva anche minacciato di fondare un suo partito, chiamato con uno slancio di mediterranea fantasia, Forza Nazionale. Una formazione che avrebbe sfondato negli stadi. Aveva allora dichiarato con italico vigore: «Lui ci guarderà da lontano e ci benedirà. Noi siamo la Berlusconi- generation, siamo puliti, ci riconosciamo in lui, nutriamo profonda gratitudine nei suoi confronti. L’unico nostro passo indietro è da quello schifo che è diventato il Pdl».
    Prontamente tornata all’ovile (il Cavaliere aveva a sua volta ipotizzato la formazione di un suo Partito dell’amore) nel momento del bisogno e ravvedutasi sul significato semantico di “schifo”, oggi la Biancofiore si propone con la sua Puggy come la Giovanna d’Arco che vuole liberare l’Italia dai comunisti ma soprattutto dagli indipendentisti e dai crucchi e da tutti coloro che non ardono di passione unitarista.



    Bianco fiore
    era l’inno della Democrazia Cristiana (“O bianco fiore, simbolo d’amore, con te la gloria della vittoria./ O bianco fiore, simbolo d’amore, con te la pace rifiorirà”.) e, per chi crede nei segnali del destino, la cosa assume i connotati di una salvifica premonizione.

    Bianco fiore e Fratelli d’Italia sono la base musicale di questa nuova crociata tricolore cui sembra essersi accodata anche la Lega Nord. Ma – ricomponendo un sodalizio che comprime il concetto di latitudine e mette nel frullatore ideali, moralità e ogni sorta di vomitevole frattaglia – davvero Maroni crede con la Biancofiore di potersi tenere il 75% delle tasse, davvero spera che questa gente lo aiuterà a fare la Macroregione, davvero si illude che questa schiatta di patrioti battezzati nelle sacre acque del Piave e forgiati col fuoco del Vesuvio favorirà l’indipendenza della Padania?
    Davvero crede che la Puggy (nel senso della cagnolina) possa liberare la nostra gente?
    Puggy, puggy, Alalà!

    (da lindipendenzanuova.com del gennaio 2013)

    La seconda profezia di Oneto su Berlusconi: non aspettiamoci una crociata per liberare il Nord | L'Indipendenza Nuova



    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  4. #174
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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

    GOLASECCA E IL FIUME AZZURRO, L’ULTIMO LIBRO DI ONETO E PIOLINI

    Di Leonardo , il 7 settembre 2016 0 Comment



    di REDAZIONE

    E’ l’ultimo lascito di Gilberto Oneto,
    che insieme alla moglie Daniela Piolini, illustratrice di lungo corso, ha raccontato la storia di una civiltà del passato.
    Mi chiamo Vikhu e abito nella Terra dei laghi, sulla sponda del Fiume Azzurro che voi oggi chiamate Ticino, all’imbocco del grande lago che per voi è il Lago Maggiore. Nel linguaggio dei vostri tempi io sono un figlio della Civiltà di Golasecca. Vivo nell’anno che noi chiamiamo del cervo, che per voi sarebbe il 592 a.C., nell’Età del ferro, nel periodo Hallstattiano. Il villaggio dove abito è situato nell’angolo nord-occidentale della valle che ha formato nei millenni il Grande Padre fiume, che voi chiamate Po. Più a nord dopo i grandi laghi ci sono le montagne che anche voi continuate a chiamare Alpi. Non ci spaventano né le grandi montagne a Nord né le fitte foreste e gli acquitrini a Sud. Riusciamo a comunicare e a commerciare a Sud con gli Etruschi, i Liguri, addirittura con i Greci e con tanti altri popoli lontani. A Nord siamo in stretto contatto con i fratelli Leponzi e con gli altri Celti d’Oltralpe. Seguitemi: vi racconto e mostro un po’ di cose sui vostri antenati golasecchiani.



    Si tratta di un viaggio nella terra e nelle abitudini dei Celti della Civiltà di Golasecca.
    Le case, i villaggi, la condizione delle donne, i guerrieri, la tavola, i culti, la scrittura. Un mondo rivive tra i testi di Gilberto Oneto e gli affascinanti disegni di Daniela Piolini. Un libro perfetto per bambini e ragazzi fino alla III media.
    E’ stato presentato all’ultimo Festival Insubria. Sono 80 pagine tutte a colori illustrazioni della storia, suddiviso in 5 temi (protagonista è il ragazzino che racconta la sua civiltà ad altri), suddiviso in capitoli territorio, case villaggi abbigliamento e aldilà e sacro e lingua. Le prime due pagine di ogni capitolo (scritte da Gilberto) di tipo storico, come si presentava il territorio della valle padana nel 500 Avanti Cristo.
    Un libro per ragazzi, m anche no, volevamo fare qualcosa di divulgativo per quel che riguarda l’archeologia, che uscisse un po’ dalla solita letteratura scientifica in senso stretto, non sono cose inventate. Eravamo stati in Germania e in musei per vedere come venivano presentati i reperti dell’antichità e come comunicassero. fruibile a tutti anche con ricostruzioni in Germania. Per realizzarlo ci sono voluti oltre due anni, in quanto le illustrazioni hanno avuto bisogno di molto studio e approfondimento.

    Prezzo 20 euro
    Editore Macchione di Varese
    Ordinalo a Libreriadelponte

    GOLASECCA E IL FIUME AZZURRO, L?ULTIMO LIBRO DI ONETO E PIOLINI - Rischio Calcolato | Rischio Calcolato
    Ultima modifica di Eridano; 07-09-16 alle 17:50
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  5. #175
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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

    Gilberto andava valorizzato di più ... a già ma qui siamo in itaglia solo gli scarsi vanno avanti, purtroppo anche alle nostre latitudini


    p.s. lui si è aggrappato alla lega perchè era quello che c'era... lo stesso errore che abbiamo fatto tutti negli anni '90

  6. #176
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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

    La “mamma” del Benigni è “la più bella del mondo”

    15 Sep 2016 · 1 Commento



    di GILBERTO ONETO

    L’altro giorno, con gran cassa mediatica, il Benigni ha dichiarato che si deve voler bene alla Costituzione come fosse la mamma. Applausi. In Italia la mamma è tutto, comincia per emme come Mussolini, come Monti. Luciano Tajoli e Beniamino Gigli dovevano essere dei padri costituenti. Siccome a molti questa Costituzione non garba (fuori dai palazzi, dai teatri e dai café-chantant non piace quasi a nessuno), gli lasciamo volentieri questo riconoscimento di maternità: è la mamma del Benigni, che è perciò un figlio della Costituzione. E ci fermiamo qui per evitare di scadere in linguaggio da caserma.
    Una strana mamma di cui tutti raccontano ed esaltano solo i primi 12 articoli e glissano sul resto. È come la biografia di una signora chiacchierata di cui si ricordano solo i primissimi anni, quelli dell’illibatezza. Diamo un’occhiata a questi pochi sprazzi di verginità.
    Art. 1
    L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
    Tre milioni di disoccupati, legioni di sottoccupati, occupati in nero, cassintegrati e finti lavoratori; un esercito di pubblici dipendenti, di finti invalidi, di immigrati nullafacenti, di pensionati che non hanno mai lavorato, di politici. Tutta gente che vive di Italia e sul lavoro degli altri.
    La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
    Fosse una cosa seria si fermerebbe a “la sovranità appartiene al popolo”, punto. Il reso è limitativo, toglie reale potere alla sovranità: è come dire che si gode della più assoluta libertà ma all’interno delle mura di una cella. Al popolo è mai stato chiesto se era d’accordo sulle cessioni di sovranità a stranieri della Nato o alla Comunità europea? In realtà non gli è mai stato neppure chiesto se gli andava bene la Costituzione. Qualche volta gli si chiede un parere con referendum abrogativi che però abrogano solo quello che il potere ha deciso di abrogare e lasciano tutto il resto così com’è. Alla faccia della sovranità!
    Art. 2
    La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
    Bello, ma succede davvero così? Vale per gli oppositori, le minoranze, quelli che non sono politicamente corretti e superpatrioti? Il Codice Rocco è una deroga alla Costituzione?
    Art. 3
    Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
    È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
    È per eliminare ogni diseguaglianza che vengono tolti i soldi a chi lavora per darli ai fanigotti? Che le risorse della Padania vengono derubate da Roma e distribuite fra gli amici più affettuosi? E si è anche certi che davanti alla legge si sia tutti uguali? Che i magistrati o gli alti papaveri dello Stato ricevano lo stesso trattamento giuridico dei poveri diavoli o degli oppositori? Che dire di certi delinquenti “progressisti” e dei “serenissimi? Dei banditi magari foresti che rapinano le case e dei cittadini che cercano di difendersi? La Repubblica garantisce davvero i cittadini e il loro “pieno sviluppo” contro la criminalità organizzata che comanda in intere regioni o contro la delinquenza foresta che spadroneggia in quartieri e città? E contro capi, capetti, caponi castaioli?
    Art. 4
    La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
    Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
    È le attività che svolgono politici, mafiosi o burocrati? Sono scelte che concorrono al progresso materiale e spirituale di tutti?



    Art. 5

    La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.
    Balle! Non c’è nulla al mondo e nella storia di immutabile, e perciò neppure di “uno e indivisibile”. Questa cosa contrasta palesemente con la sparata del primo articolo:se la sovranità appartiene davvero al popolo, questo deve poter liberamente decidere su tutti gli assetti istituzionali, comprese le unioni, le divisioni e le secessioni.
    Non è vero che siano promosse le autonomie locali: qualcosa è stato concesso solo su pressioni internazionali e non c’è alcun rispetto per tutte le forme di autonomia che partano dal basso, che vengano richieste dai cittadini, che devono semplicemente adeguarsi alle strutture che la Repubblica ha graziosamente concesso.
    Art. 6
    La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.
    Altra balla! In Italia è lo Stato che decide chi sia una minoranza linguistica e chi no. Le identità locali non hanno alcun diritto di autodefinirsi. Finora è stato davvero tutelato solo chi aveva dei potenti sponsor esteri: l’Austria per i sudtirolesi e la Francia per i valdostani (per cui è stata addirittura inventata una appartenenza linguistica “terza”). Altri hanno qualche insignificante briciola di riconoscimento: quasi tutte le minoranze (che localmente sono maggioranze) vengono invece considerate inesistenti.
    Art.7
    Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
    I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.
    Questa diamogliela per buona, anche se e volte qualche cardinalone si dovrebbe fare i fatti suoi.
    Art. 8
    Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
    Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.
    I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.
    Vero fino a un certo punto. I musulmani rispettano davvero le leggi italiane?
    Art. 9
    La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
    Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
    È una patetica bugia. Ha prodotto più cultura, arte e scienza ciascuno dei piccoli Stati in cui è stata divisa la penisola nella storia che il grande Stato unitario nel suo complesso. L’Italia è oggi in fondo a tutte le classifiche europee che riguardano la ricerca tecnica e scientifica, i brevetti e le innovazioni tecnologiche. Sulla gestione della cultura, del patrimonio artistico e del paesaggio è meglio stendere un pietoso velo tricolore.
    Art. 10
    L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
    La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
    Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.
    Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.
    La prima parte è smentita dalle censure che l’Italia riceve sistematicamente per i suoi ritardi nel recepimento di leggi comunitarie e per la criminale lentezza del suo sistema giudiziario.
    La seconda parte significa semplicemente che si devono soccorrere gli esuli politici: un comodo paravento dietro cui c’è il mantenimento di decine di migliaia di “profughi” che si nascondono dietro a lontane persecuzioni politiche in un mondo in cui la quasi totalità di paesi è in guerra, soffre difficoltà economiche o soggiace a regimi illiberali.
    Art. 11
    L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
    I bombardamenti su Belgrado, il Kossovo, l’Iraq, l’Afganistan e l’aggressione alla Libia: serve altro?
    Art. 12
    La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.
    Simbolo massonico e bandiera di partito (la “Giovane Italia” di Mazzini), è nato da una variante cromatica del tricolore giacobino senza rispettarne le proporzioni (le bande francesi non sono uguali). Quella italiana è la sola Costituzione che si occupi del vessillo di una squadra di calcio: la mamma di Benigni è una tifosa.

    (da lindipendenzanuova.com del dicembre 2012)

    La ?mamma? del Benigni è ?la più bella del mondo? | L'Indipendenza Nuova



    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  7. #177
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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

    Il libro da ripassare: ll Grande Nord, di Stefano Bruno Galli

    16 Sep 2016 · 0 Commenti

    di GILBERTO ONETO



    Un altro bel libro di Stefano Bruno Galli, ora finalmente anche liberato
    dalla servitù del secondo nome di battesimo. Il lavoro ha un solo non trascurabile difetto formale nel titolo, che – in omaggio allo sgangherato nuovo corso lessicale leghista – forse più si addice a un catalogo di crociere nei fiordi norvegesi. Superata la copertina, ci si trova davanti a un bel lavoro, chiaro, scritto bene, con i riferimenti giusti, che tratta della cosiddetta “questione settentrionale” non tanto nel senso della definizione di cosa sia ma di come essa compaia e si manifesti di continuo nella storia dell’Italia unificata: come un problema sempre negato o minimizzato che riaffiora puntuale ogni volta che lo Stato si trova di fronte a qualche fase critica. Cioè spessissimo. E negli ultimi decenni quasi di continuo. Il problema si è posto con drammaticità almeno quattro volte nel secondo dopoguerra: 1) subito dopo la liberazione, come descritto e incarnato dall’esperienza de Il Cisalpino di Tommaso Zerbi e del giovane Miglio, 2) nel 1975 con l’attuazione delle Regioni e con il progetto di aggregazione regionale padana di Guido Fanti, 3) nei primi anni Novanta con il crollo del muro di Berlino, “tangentopoli” e la crescita della Lega, 4) oggi, sotto il peso della crisi economica generale e con lo sgretolamento delle istituzioni statuali italiane basate sulla perequazione delle risorse e sulla deprivazione centralista della Padania.

    Galli descrive gli avvenimenti e da una interpretazione delle motivazioni e delle modalità di espressione delle istanze padaniste. Soprattutto analizza la capziosa e suicida identificazione che i mass media e il mondo politico fanno fra i successi elettorali leghisti e lo stato di salute (o di insofferenza) della questione settentrionale. Ogni volta che la Lega subisce un calo di consenso l’establishment tira un respiro di sollievo e da per defunte le pulsioni autonomiste delle comunità padano-alpine. Niente di più sbagliato: si tratta semmai di un indebolimento della capacità leghista a incarnare il problema e non certo di una attenuazione dello stesso che, anzi, continua a crescere e finirà per esplodere. La degenerazione è il frutto dell’incapacità di comprendere la profondità delle diversità territoriali ma anche culturali che Galli sintetizza magistralmente nella dolorosa convivenza fra tre componenti: la “società delle garanzie” («rappresentata da coloro i quali sono posti al riparo dall’andamento ondivago del mercato, vivono alle spalle dello Stato e sono tutelati da sindacati e associazioni di categoria: pensionati e assistiti, pubblici dipendenti, operai e impiegati che lavorano nella grande impresa»), la “società del rischio” («che comprende i soggetti maggiormente esposti all’andamento ciclico del mercato e alla vessazione dello Stato,: artigiani e lavoratori autonomi, commercianti, piccoli imprenditori e dipendenti della piccola e media impresa, lavoratori irregolari e disoccupati») e la “società della forza” («in cui lo Stato abdica e la criminalità organizzata esercita un feroce controllo dell’economia e del territorio»). È la perfetta descrizione dello scontro fra chi vive del proprio lavoro e chi invece “vive di Italia”, quelli che Miglio chiamava “parassiti e pidocchi”. La questione settentrionale si può infatti riassumere nella reazione alla sovrapposizione e saldatura del potere delle società parassitarie con le vocazioni del territorio: nella convivenza fra due parti geografiche in cui prevalgono storicamente da una parte gli uni e dall’altra gli altri.
    È un libro che non può mancare nel patrimonio di chiunque si voglia occupare in maniera intelligente della madre di tutti i problemi che oggi assillano le nostre comunità, prima che sia troppo tardi anche per esaminare i problemi.

    Stefano Bruno Galli
    Il Grande Nord. Cultura e destino della Questione settentrionale
    Milano: Guerini e Associati, 2013

    (da lindipendenzanuova.com del febbraion 2013)

    Il libro da ripassare: ll Grande Nord, di Stefano Bruno Galli | L'Indipendenza Nuova



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  8. #178
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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

    Il patrio feticcio. Un po’ massone, un po’ fascista, un po’ di sinistra

    17 Sep 2016 · 1 Commento



    di GILBERTO ONETO – Il più sacro gingillo del patriottismo italiano è il tricolore. Se ne occupano
    trepidanti un articolo della Costituzione, due articoli del Codice Rocco e una mezza dozzina di leggi e regolamenti. Ci raccontano che è nato a Reggio Emilia il 7 gennaio del 1797 ma già almeno l’anno prima un accalorato giacobino bolognese lo aveva usato a mo’ di coccarda: in realtà il suo impiego ufficiale come
    simbolo di italianità risale solo al 1848.

    È una mistificazione sostenere che prima di quella data fosse un segno riconosciuto da tutti i patrioti e che significasse qualcosa di somigliante all’idea di Italia, e anche dopo qualche piccolo problema ce l’ha avuto almeno per una dozzina di anni. Nella legge fondamentale dello Stato italiano è però entrato solo nel secondo dopoguerra.
    Ma andiamo con ordine. Non è vero che fosse la bandiera dei giacobini italiani. Fra il 1797 e il 1814 è stata formata nella penisola italiana una miriade di staterelli (fra Repubbliche, Principati e altro) che faceva riferimento alla Repubblica o all’Impero francese, e cioè al giacobinismo e al bonapartismo. Di almeno 24 di questi conosciamo la bandiera usata e, siccome alcuni di loro l’hanno modificata nel tempo o ne hanno usati più modelli contemporaneamente, si ha documentazione di 31 diverse bandiere. C’è di tutto un po’.
    Solo la Repubblica ligure aveva inizialmente adottato la tradizionale bandiera genovese (la Croce di San Giorgio) limitandosi a sovrapporvi edificanti motti rivoluzionari. Tutte le altre sono di foggia rivoluzionaria, sono cioè l’accostamento orizzontale o verticale di due o tre colori assemblati a imitazione del tricolore francese, nato dall’unione del rosso e del blu dello scudo di Parigi con il bianco del Regno di Francia. Cinque di loro sono pedisseque riproposizioni del tricolore francese, tutte le altre si sono sbizzarrite in cromatismi fantasiosi, con qualche maggiore propensione per i tricolori rosso-azzurro-arancione, rosso-bianco-nero e rosso-nero-azzurro collegati più o meno chiaramente a simbolismi massonici.
    Il tricolore bianco-rosso-verde compare solo in Emilia per la Repubblica Cispadana, poi passa a quella Cisalpina, a quella italiana e infine al Regno di Italia. Giova ricordare che si trattava di diverse denominazioni date a quasi lo stesso territorio (la Lombardia a est del Ticino, il Veneto e parte dell’Emilia) e che il nome Italia era stato ripescato da Napoleone quale sinonimo di Lombardia e indicava la parte centro-orientale della Padania. L’equivoco sulla bandiera si intreccia qui con quello del nome ed è
    alla base di tutti i successivi sviluppi della vicenda. Nell’antichità l’Italia era la Calabria meridionale, il nome ha poi risalito la penisola lentamente per rappresentarla fino al Rubicone, poi si è esteso alla pianura padana e anche oltre.

    Nel Medioevo è rimasto appiccicato esclusivamente alla parte settentrionale: il Regno di Italia (sinonimo di Lombardia) arrivava fino ai confini dei domini del Papa. Il resto era Regno di Napoli e gli abitanti della regione erano distinti in italiani (o lombardi) e napoletani. Questo ha indotto Napoleone a riprendere un termine geografico e ad attribuirgli un significato politico denominando Italia lo Stato che aveva creato in Padania.
    In ogni caso quel lontano tricolore era disposto orizzontalmente o a losanghe, e solo raramente (su vessilli militari) verticalmente. Con la caduta di Napoleone erano spariti anche tutti i vessilli collegati, compreso quello tricolore, che era stato impiegato, fuori di Padania, e per breve tempo, solo a Lucca. Il verde veniva forse dall’uniforme della guardia civica milanese accostato al bianco e al rosso della croce cittadina, e analoga genesi poteva avere avuto la coccarda bolognese anche se c’è chi propende per una variazione cromatica dal blu al verde del tutto casuale.
    Altri ancora fanno notare che poteva anche essere derivata dalla fascia del 33° grado del Grande Oriente d’Italia ma è pure possibile che il rapporto sia stato inverso: che la Massoneria italiana – formata a Milano nel 1805 – avesse cioè assunto i colori dello Stato giacobino ospitante. Si tratta di una relazione che avrà importanza negli sviluppi delle vicenda. Non è la bandiera del primo Risorgimento. Nel corso dei moti carbonari dei primi decenni del XIX secolo, era quasi sistematicamente impiegato il tricolore
    rosso-nero-blu della Carboneria.

    Quando Mazzini fonda, nel 1831, la Giovane Italia inserisce nel suo Statuto che il simbolo sociale è il tricolore, che rientra così nella storia come bandiera di partito. Perché era stato scelto da Mazzini, che era ligure e che non aveva nessun legame con la bandiera cisalpina? Non ha usato quella genovese per un evidente rifiuto di un segno cristiano, non quella carbonara per volersi differenziare, ma prende il tricolore quasi sicuramente dal rituale massonico rinverdendo così un rapporto che si era un po’
    affievolito.

    Ma non è ancora la bandiera italiana. Nei moti del ’48, il tricolore compare ma solo a Milano, per evidente
    richiamo alla bandiera che fino a 34 anni prima si era contrapposta a quella austriaca, ma anche per la robusta presenza di aderenti alla Giovane Italia. I colori erano messi a caso e spesso compariva anche
    il vessillo rossocrociato di Milano. In tutte le altre città erano impiegate bandiere diverse: se ne ricordano almeno quattro.

    La consacrazione viene al tricolore dalla scelta di Carlo Alberto, che intervenendo in Lombardia, cercava legittimità in un simbolo che lo potesse legare ai territori che si voleva annettere, e cioè quellaPadania centro-orientale che aveva impiegato il tricolore sotto Napoleone. È una sorta di captatio benevolentiae cui – anche qui – non doveva essere estranea l’influenza del Grande Oriente d’Italia, che comprendeva
    anche il Piemonte e che quindi era molto familiare a larga parte della nomenclatura sabauda. Il tricolore adottato il 23 marzo era a bande verticali per poterci inserire dentro lo stemma di famiglia e avere forma quadrata in analogia alle bandiere colonnelle dell’esercito sardo.

    A questo punto e solo a questo punto anche altri lo hanno adottato. Anche Garibaldi, che non aveva usato il tricolore in Sudamerica ritenendolo solo la bandiera del partito mazziniano: la legione italiana di Montevideo aveva un stravagante bandiera nera con un Vesuvio fiammeggiante. Lo ha ripreso anche la Repubblica romana di Mazzini che però come bandiera da guerra usava un drappo tutto rosso.
    Dopo la sconfitta di Novara, il tricolore è tornato in un armadio. Tanto poco era scontato il suo uso che fra il 1850 e il 1855 il giornale torinese La Patria ha indetto una sorta di referendum fra i suoi lettori per l’adozione di una bandiera italiana nel quale hanno prevalso delle originali elaborazioni della Croce di San Giorgio. Neppure il superpatriota Pisacane nella sua sfortunata spedizione l’ha più sventolata, preferendole una più esplicita bandiera rossa.
    Il tricolore ricompare solo nel ’59 essenzialmente come bandiera militare. Quando Garibaldi si è imbarcato per la Sicilia ha con sè due bandiere, quella solita di Montevideo (il vulcano) e quella cosiddetta di Valparaiso (un tricolore riccamente ricamato) che però riesce a perdere a Calatafimi alla prima occasione. Nel frattempo Francesco II, il 25 giugno del 1860 ha deciso di adottare, assieme alla Costituzione, il tricolore come bandiera del suo Regno: si viene così ad avere la strampalata situazione di soldati borbonici che sventolavano il tricolore e garibaldini la loro bandiera nera.
    Nel 1861 alla formazione del Regno d’Italia il tricolore diventa alfine bandiera di Stato, anche se non è menzionato dallo Statuto: per questo si dovrà aspettare l’articolo 12 della Costituzione repubblicana. A dargli definitiva dignità di patrio feticcio ci ha pensato il fascismo che lo ha infilato dappertutto fino a fargli assumere una connotazione di parte: nel ’68 avere un tricolore fuori da uno stadio significava essere inequivocabilmente presi per fascisti.
    Oggi nel generale revival del patriottismo italiano il tricolore ha riassunto una funzione primaria nella liturgia repubblicana e ci viene spacciato per antico simbolo di identità nazionale. Non è proprio così e non potrebbe essere diversamente vista la molto dubbia genuinità dell’identità che gli fanno rappresentare.

    Il patrio feticcio. Un po? massone, un po? fascista, un po? di sinistra | L'Indipendenza Nuova



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  9. #179
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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

    Perchè esponi le felpe del Salvetto?
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  10. #180
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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

    Le radici del Federalismo, il libro di Galli

    23 Sep 2016 · 0 Commenti



    di GILBERTO ONETO

    Pochi altri movimenti politici sono stati oggetto di un numero così grande e variegato di studi, indagini e pamphlet polemici come la Lega Nord: in una ventina di anni gli scaffali si sono riempiti di decine e decine di pubblicazioni di vario orientamento e di diversa qualità. Qualcuno è apologetico e autoreferenziale, quasi tutti sono denigratori o fortemente critici, quasi nessuno risponde a decorosi criteri di oggettività o risponde all’esigenza di comprendere bene la “biologia” del fenomeno.
    Un significativo passo avanti in questo senso è fatto da un saggio di Stefano Bruno Galli (il secondo nome non è un vezzo ma una necessaria salvaguardia), docente universitario e vecchio (di impegno) autonomista che molti ricorderanno fra gli animatori della gloriosissima testata Etnie. Galli non tenta neppure di ripercorrere la storia della Lega, di districarsi nei meandri delle leggende più o meno “metropolitane” dei suoi albori e dei suoi successivi successi: i cenni “agiografici” sono scarni, privi dell’entusiastica polpa degli amici e dei velenosi sogghigni dei nemici, e si limitano allo stretto necessario narrativo. Il libro percorre con intelligente originalità il cammino leghista attraverso il pensiero di una serie di studiosi che ne hanno influenzato le scelte ideologiche. Il lavoro è piuttosto interessante perché non si tratta – se non in alcuni casi – di descrivere contatti o collegamenti diretti ma una sorta di osmosi ideologica derivata dall’adattamento del pensiero federalista alle azioni politiche leghiste, quasi sempre avvenuta grazie all’azione di capaci intermediari.
    Galli esamina le radici più antiche del federalismo padano di Cattaneo e Ferrari, ma anche il lascito della sfortunata azione riformatrice di Minghetti, poi il pensiero più moderno di Denis de Rougemont, di Emile Chanoux e di quello straordinario gioiello di libertà che è stata la Carta di Chivasso. Soprattutto si occupa di analizzare come questo patrimonio culturale sia stato traghettato nella Lega principalmente da Bruno Salvadori e da Gianfranco Miglio, che giustamente chiama “il profeta del Nord”.
    Appartiene alla più comoda vulgata “politicamente corretta” il vezzo di descrivere il leghismo come un fenomeno rozzo, populista e privo di reali contenuti ideali e ideologici: il frutto di una serie di pulsioni “di pancia” abilmente sfruttate da un astuto capopopolo. Non c’è dubbio che l’apparente disprezzo per le eccessive intellettualità sia uno dei marcatori della Lega (ma anche di qualsiasi altro grande movimento popolare) e che una larga fetta della sua dirigenza abbia fatto un rispettato voto di astinenza dalle buone letture e dalle speculazioni culturali, ma è altrettanto vero che nel Carroccio siano transitate molte teste in grado di produrre elaborazioni di ottimo livello e di indirizzare l’azione politica in coerenza con speculazioni ben fornite di bagaglio intellettuale. È certo che il loro ruolo sia sempre stato poco apprezzato se non addirittura osteggiato – come nel caso dello stesso Miglio – ma non si può sottostimare l’effettiva concreta influenza che essi abbiano comunque avuto nel profondo dell’animo leghista: un imprinting che riesce a riaffiorare anche sotto lo strato maleodorante di grettezza, cadreghismo e opportunismo di una disastrosa parte della classe dirigente. Galli sembra quasi voler sostenere – non senza ragione – che le idee viaggino anche contro le cattive volontà, anche a onta di palesi ostilità, quasi per conto loro, per inarrestabile forza propria. Un pensiero che era spesso sostenuto da Miglio.
    Una ultima annotazione la richiede il ruolo dello stesso Galli, da tempo accreditato come l’ideologo della Lega 2.0: la sua presenza – al di là degli esiti che ne sortiranno nell’immediato – è comunque la prova che le idee continuano a scavare come un torrente carsico e che prima o poi producono effetti. Spesso, scherzando, gli si ricorda che fare l’ideologo nella Lega è un po’ come fare l’esperto di gnocca all’Arcigay. Tenga duro: la stessa parte un po’ frustrante era toccata anche a Miglio, ma alla fine l’avrà avuta vinta lui. La talpa verde.

    AUTORE:
    Stefano Bruno Galli; TITOLO: Le radici del federalismo. Viaggio nella storia ideologica del fenomeno Lega; EDITORE: Egea (Università Bocconi Editore), 2012; PREZZO: 16 euro

    Le radici del Federalismo, il libro di Galli | L'Indipendenza Nuova



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