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Discussione: Ci lascia Gilberto Oneto.

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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

    ONETO: TUTTE LE INVENZIONI DELL’ITALIA PER MANTENERE INTEGRA L’UNITÀ

    September 12, 2019

    di GILBERTO ONETO*
    Il meccanismo statale italiano si è
    dimostrato fin dall’inizio piuttosto
    scricchiolante: le differenze fra le diverse
    comunità trattenute al suo interno erano
    troppo forti per essere amalgamate con
    tranquillità. La cosiddetta “guerra del
    brigantaggio” aveva dimostrato quanto
    fosse difficile, costoso e doloroso imporre a
    genti così diverse di stare assieme. Oltre a
    ciò, la perequazione economica che fin da subito è stata imposta ha infastidito le sue
    vittime principali, le regioni più progredite. Lo Stato non ha perso un solo giorno per
    inasprire la pressione fiscale a comunità che erano abituate – con gli Stati preunitari – a
    regimi fiscali assai più blandi, a volte pressoché inesistenti.
    Di fronte al pericolo che il crescente disagio sociale ed economico – miscelato con mai
    sopite pulsioni autonomiste e separatiste – potesse trasformarsi in pericolosi movimenti
    centrifughi, nel corso dei suoi 150 di esistenza, lo Stato italiano ha messo in campo tutta
    una serie di accorgimenti per evitare la propria disgregazione.
    Inizialmente – durante il suo primo secolo di vita – la difesa dell’unità è stata affidata
    quasi esclusivamente alla propaganda e alla coercizione.
    La prima ha avuto tutta una serie di diversi aspetti e applicazioni: l’invenzione di una
    storia comune e di una letteratura comune, l’educazione delle masse nelle scuole
    dell’obbligo e nelle caserme, la creazione di un repertorio patriottico e retorico in grado
    di convincere la gente dell’esistenza di una identità comune (si pensi al libro Cuore), la
    pura e semplice contraffazione delle vicende storiche e la cancellazione di antiche
    memorie condivise: tutto quello che non era riconducibile all’unità o a suoi prodromi è
    scomparso dai libri di scuola e si è scatenata una lotta ferocissima contro le lingue locali
    imponendo una lingua comune di fatto estranea al 90% dei cittadini,
    Il secondo genere di provvedimenti – quelli coercitivi – ha funzionato su repressioni
    interne e sull’invenzione di nemici esterni da combattere. Sergio Romano ha scritto
    che «Lo voglia o no l’Italia ha bisogno, per esistere, di guerre e di sangue». I primi decenni
    sono stati un rosario di stati d’assedio (ben nove in 50 anni) e di violente repressioni con
    l’impiego dell’esercito, fin da subito organizzato più per questo genere di incombenze
    che per guerre “normali”: i soldati non erano reclutati e organizzati su base regionale ma
    venivano mescolati e inviati a servire lontano dei propri paesi. Questo impediva che
    reparti omogenei privilegiassero identità vere o che potessero fraternizzare con le
    popolazioni delle aree in cui erano stanziati. Ogni tentativo di rivolta è stato represso nel
    sangue con molta brutalità: la violenza dello Stato è cresciuta soprattutto quando ci sono
    stati anche segnali di autonomismo o separatismo.
    Il peggio di sé lo Stato lo ha però dato nelle guerre (una decina in meno di un secolo),
    soprattutto in quelle scatenate per alleggerire la pressione interna: le guerre coloniali
    innanzitutto ma, soprattutto, la Grande Guerra, dichiaratamente combattuta per “fare
    gli italiani”, per unificare nelle trincee e nei cimiteri i diversi popoli della penisola. La
    maggiore infamia della storia italiana (per morti, costi, sofferenze, durata e conseguenze)
    è stata scientemente perpetrata per difendere il traballante castello dell’unità. Ha scritto
    D’Annunzio-Rapagnetta, principale e più delirante cantore e sostenitore di quella guerra,
    in un allucinato slancio di sincerità: «Sono sicuro che l’Italia vincerà, ma se anche non
    vincesse, avrà vinto; la guerra era necessaria perché la nazione non morisse».
    Dopo la seconda guerra mondiale e le ulteriori prove di nessuna tenuta del tessuto
    nazionale (l’8 settembre è diventato il vero caposaldo simbolico dell’inconsistenza
    comunitaria), l’Italia – diventata repubblicana – si è imposta nella sua stessa
    Costituzione di rinunciare a perseguire la propria sopravvivenza mediante lo
    strumento della guerra. Eccezioni sono state fatte con le cosiddette “operazioni di
    pace”, che sono la prova che la tentazione di “menare le mani” è sempre forte.
    In compenso è stato nuovamente ripescato e rimodernato lo strumento della
    “convinzione” tramite il disinvolto utilizzo della radio, della televisione, del Festival
    di San Remo, della nazionale di calcio e di tutto il resto dell’ambaradan nazionalpopolare
    reso possibile dalla cresciuta potenza di fuoco dei mezzi di comunicazione.
    L’unità è però stata di fatto assicurata per un altro mezzo secolo principalmente
    dalla divisione del mondo in due blocchi contrapposti che ha cristallizzato tutte le
    frontiere. Solo la caduta del muro di Berlino ha riaperto i giochi e per questo lo Stato
    italiano ha dovuto inventarsi qualche altro trucco.
    Due erano già stati impostati in precedenza: le forti migrazioni interne (col
    conseguente obiettivo di un meticciamento in grado di attenuare ogni diversità) e
    l’integrazione europea, la pretesa cioè di riuscire a dissolvere i problemi nazionali
    all’interno di un contenitore assai più ampio in grado di far dimenticare le differenze
    interne. «Perché parlare di divisioni, quando l’Europa si sta unificando? » e «Occorre essere
    coesi come italiani per affrontare bene attrezzati la sfida europea» sono fra i mantra più
    spesso salmodiati dai difensori dell’unità italiana ogni volta che si prospetta una riforma
    autonomista o anche solo blandamente federale.
    In tempi ancora più recenti lo Stato si è inventato (o ha furbescamente utilizzato)
    l’invasione foresta. Di fronte a “diversi più diversi” – si sostiene – le nostre differenze
    interne si appannano: la numerosa presenza straniera da il colpo di grazia alle identità
    locali (già frastornate dall’immigrazione interna) e generano un incolore polpettone di
    “nuova italianità” senza storia, identità e prospettiva. Non è un caso che, di fronte
    all’invasione ultronea, abbia ripreso vigore la retorica patriottica.
    Insomma l’unità dello Stato è garantita da sempre più diffuse povertà e
    insicurezza, nonché da una identità indefinita, debole e pasticciata, ma fortemente
    sostenuta da un assordante concerto mediatico. Non c’è niente di più facile che
    controllare una massa che non è più popolo: ancora più facile è quando non lo è mai
    stato.
    *Proponiamo una serie di interventi di “richiamo” dei principi dell’indipendentismo padano,
    giusto per non dimenticare mai perché esistiamo come comunità politica e per scongiurare
    strane derive che attardano l’indipendentismo, lo inquinano e lo trasformano in strani
    paciocchi. Si tratta di una serie di dieci “ripassi” che vengono contestualmente trasmessi
    anche su Radio Padania Libera il venerdì alle ore 17:00 e che sono accessibili anche in sonoro
    su YouTube…

    https://www.miglioverde.eu/tutte-le-...ntegra-lunita/
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    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

    ONETO, UN LIBRO INEDITO PUBBLICATO DALLA LEONARDO FACCO EDITORE
    September 29, 2019

    September 29, 2019
    di REDAZIONE
    Con “Ecologia, Identità e Federalismo” prende il via la collaborazione editoriale fra l’Associazione Gilberto Oneto e la Leonardo Facco Editore.
    Gilberto Oneto – architetto di grande fama e fondatore de il MiglioVerde – aveva un libro nel cassetto, uno dei tanti scaturiti da quella instancabile curiosità che gli permetteva di spaziare tra discipline con un’agilità inimitabile. Egli raccoglieva una molteplicità di linguaggi, immagini, colori, simboli: li osservava nei paesaggi, anzi li “rubava”, secondo l’ironica iperbole da lui già utilizzata. Il luogo di lavoro di Gilberto era il paesaggio: inteso come realtà fi sica, materiale, viva, mai creazione astratta. La sua opera ecologica è il tentativo di annullare il distacco innaturale tra una comunità umana e il territorio che abita, mettendo a tacere le storte teorie moderniste e iconoclaste propagandate dai “professionisti” dell’amministrazione pubblica e dell’architettura ideologizzata.
    Questo volume dimostra come Oneto avesse da tempo elaborato tecniche per interpretare le inclinazioni di un territorio e incrociarle con le necessità oggettive di chi lo abita. Da questo esercizio nascono i nuovi strumenti culturali e politici tramite i quali è possibile recuperare e ripianificare i luoghi che viviamo. Ne sgorga una visione che sfida il biancore accecante dei condomini, i cubi senza tetto, le città di cemento e asfalto e ci offre, invece, “case che sembrano case”, pietre, alberi e piazze con bambini che cavalcano draghi e unicorni. Nella documentazione in appendice, si ricostruisce il percorso della “Consulta per il territorio”, itinerario da cui traspare il limpido e rarissimo profilo di un uomo che nulla voleva in cambio se non il progredire di proposte semplici, di buon senso e tutt’oggi ancora urgenti.
    L’autore del volume è Matteo Coalone, nato nel 1979 a Castellanza (VA). È uno studioso indipendente del territorio dell’Insubria, dove è da tempo impegnato nella tutela e conoscenza del patrimonio storico, ecologico e identitario. Dal 2001 ha licenziato oltre una trentina di saggi sulla rivista varesina Terra Insubre, occupandosi in particolare di corografia, paesaggio ed ecologia. È stato coautore di L’araldica della Regione Lombardia (Istituto Regionale di Ricerca della Lombardia, 2006) e de Il bosco della Moronera (Domà Nunch, 2009).

    Per informazioni sul libro: [email protected]



    https://www.miglioverde.eu/oneto-un-...facco-editore/
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 
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