a cura di Pietro Zullino – “Epoca”, 9 aprile 1972


Lo scrittore e il segretario del PRI, entrambi siciliani, giudicano da Palermo la situazione italiana alla luce degli errori commessi un po’ da tutti.

Palermo, aprile [1972]

Questo dibattito tra due siciliani illustri è giusto che si faccia a Palermo, cioè nella capitale della confusione politica, alle fonti di quel “riflusso a destra” che il 13 giugno del 1971 portò il primo colpo a un centrosinistra che non voleva rendersi conto della gravità di alcuni suoi errori. Viste da quaggiù, le elezioni anticipate del 7 maggio assumono una caratteristica particolare, perché si colorano di polemiche meridionalistiche. Come andranno? Che cosa succederà dopo? E perché si è determinata una situazione tanto incerta nella vita politica nazionale?
Per sentir discutere con competenza e realismo di queste cose abbiamo portato Ugo La Malfa a casa di Leonardo Sciascia. Ecco dunque un uomo politico tra i più qualificati al cospetto di un celebre scrittore (Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, Il contesto), che conosce in modo profondo la mentalità, il costume e le tendenze degli italiani. La Malfa è segretario del Pri, un partito che punta ad avere nel prossimo Parlamento venti deputati. Sciascia era comunista, poi ha gradualmente abbandonato le tesi del Pci e oggi è uno spirito libero alla ricerca di una sua verità. Non chiediamo loro una zuffa. Vogliamo sentirli pensare ad alta voce sulla inquietante vicenda di un paese come l’Italia, che qualche anno fa sembrava destinato a grandi cose, e oggi brancola nel buio.

LA MALFA. Io già conosco certe opinioni che Sciascia ha espresso pubblicamente, e debbo dire che coincidono in modo sorprendente con le mie. Vorrei riepilogarle. Sciascia ha accusato le sinistre italiane, comunisti compresi, di aver mancato al proprio compito, che è quello di fare un’opposizione costruttiva nell’interesse delle masse che rappresentano, e di essersi lasciate sorprendere dallo sviluppo impetuoso del neocapitalismo. Sono d’accordo. Gran parte di ciò che di male va capitando in questo paese, per quanto ardita possa sembrare questa mia affermazione, è colpa delle sinistre e del Pci in particolare. Un’altra convinzione di Sciascia è che la nostra classe politica non è capace di risolvere in modo serio e onesto i problemi dello sviluppo della nostra società perché difetta di cultura. Anch’io sono convinto che la cultura condiziona la politica…
SCIASCIA. Un momento. Quando sono davanti ai comunisti faccio la critica ai comunisti, certo. Ma davanti a lei debbo dire che il potere, insomma, da venticinque anni l’hanno i democristiani e i loro alleati.
LA MALFA. Sciascia, non dobbiamo fissarci nell’idea che potere coincida con il governo. Questa è una cosa che vado predicando da anni. I comunisti dicono: nel paese ci sono forze reazionarie e moderate che impediscono la soluzione dei problemi. Ma io non conosco un paese dove le forze reazionarie e moderate fanno esse ciò che dovrebbero fare le sinistre. E le sinistre, cioè l’opposizione, pur non stando al governo, detengono una fetta grossa del potere. Mi spiego meglio. Quando i comunisti e la Cgil promuovono agitazioni sociali e sindacali, essi obbligano le forze di governo a imboccare una certa strada, a prendere un certo indirizzo. Allora andiamo a vedere che cosa hanno chiesto, e verso quali obiettivi hanno tirato le forze di governo. A me pare che per lunghissimo tempo abbiano chiesto miglioramenti alla rinfusa, senza fare una seria analisi dei problemi dello sviluppo complessivo del paese. Non perché i comunisti non capissero la logica di una simile politica, ma perché, essendo all’opposizione, hanno creduto di non essere tenuti a collaborare alla trasformazione del nostro sistema in senso moderno. Quindi è vero che i governi hanno mancato, ma è anche vero che chi poteva correggere gli errori non l’ha fatto, o ha cercato di farlo quando era ormai troppo tardi. Tra maggioranza e opposizione di sinistra c’è stata una specie di complicità. E siamo arrivati alla bancarotta.
SCIASCIA. La critica che da due anni La Malfa fa al centrosinistra e alla situazione italiana mi interessa molto, non lo nego. Ma io preferisco stare ai fatti. Ed è un fatto che la protesta contro i governi, di cui anche La Malfa ha fatto parte, per qualunquista e inconcludente che sia, nasce nel Meridione. E siccome il fallimento della politica meridionalistica coinvolge la responsabilità di tutti i partiti, compreso quello repubblicano, vorrei sapere se La Malfa non considera questa ventata di malcontento sudista come un gran brutto segno per la democrazia italiana.
LA MALFA. Che il Meridione, storicamente, sia il banco di prova della democrazia italiana, è indiscutibile…
SCIASCIA. Forse io non capisco le cause dei fatti, non ne so la storia, ma certo quaggiù l’agricoltura non esiste, il commercio e l’industria nemmeno. Esistono solo i consumi. Esistono le automobili e perciò si fanno magari le autostrade. Ma questo Meridione è un paese dove si vive di magri stipendi, di pensioni, di rimesse degli emigrati e di presalari universitari per comprare le macchine. Io penso che in venticinque anni la democrazia italiana – quelli che gestiscono il potere e quelli che hanno il dovere di controllarlo – è venuta totalmente meno nei riguardi del Meridione. E ha subìto una grave sconfitta da cui non sa in questo momento come ci riprenderemo, e che sta generando il peggior tipo di protesta che si possa immaginare. È il meridione che presenta il conto, insomma.
LA MALFA. Purtroppo la società italiana non ha soltanto mancato di pensare alle aree depresse. Ha fallito un obiettivo più generale. Non doveva incrementare, come ha fatto, soltanto i consumi individuali. Doveva pensare anche ai bisogni collettivi. E insisto che qui le sinistre hanno una enorme responsabilità. Non si sono rese conto che se si diffonde il consumo popolare della macchina, non si diffondono altrettanto l’istruzione e la scuola. Ed è comodo lavarsene le mani dicendo che è Agnelli che impone il consumo delle automobili. Perché il tipo di lotta che i sindacati portano avanti può sviluppare o rallentare un certo tipo di produzione o di consumi. In Cina, sia pure con mezzi coercitivi, castigano i consumi individuali e promuovono quelli collettivi: scuole, ospedali, case, posti di lavoro. Noi, con mezzi democratici, dovevamo e potevamo fare lo stesso, tenendo il Mezzogiorno in primissima linea. Le sinistre e i sindacati si sono messi a chiedere le riforme negli ultimi due anni, tutte insieme, caoticamente. E il banco è saltato.
SCIASCIA. Però questa insistenza sulla colpa delle sinistre non mi persuade, anche se non nego che c’è del vero. Perché la nostra sinistra ha dovuto agire in un quadro politico vecchio e arretrato. Ha sprecato energie per strappare novità che i conservatori inglesi, guardi, avrebbero concesso senza batter ciglio. E i comunisti a volte si facevano portatori di istanze liberali. Quindi, sì, carichiamo pure di errori la sinistra, però bisogna anche riconoscere che l’Italia era un paese incredibilmente arretrato. E non si può pretendere che in paese tanto arretrato soltanto la sinistra sia evoluta e moderna.
LA MALFA. Guardi che l’Italia negli ultimi venticinque anni ha sprigionato energie nuove, ha dimostrato volontà, creatività e una leale tendenza a inserirsi nell’Europa. Non è vero che tutto fosse vecchio e stantio. Ma le forze politiche non hanno saputo approfittare di questo spontaneismo. Faccio questa critica a me stesso, figuriamoci se non posso farla ai comunisti, che si sono accorti della battaglia europeistica con quindici anni di ritardo, adesso che corriamo il rischio di ricascare dall’Europa nel Mediterraneo.
SCIASCIA. Be’, se siamo d’accordo che il dato fondamentale di questo momento è l’insofferenza del Mezzogiorno, le dirò che su questa battaglia europeistica ho delle gravi perplessità. Mi pare che il Mezzogiorno sia stato chiamato a fare le spese del Mercato comune, come le fece, a suo tempo, dell’unità d’Italia.
EPOCA. Onorevole La Malfa, lei è d’accordo con questa affermazione di Sciascia?
LA MALFA. No.
SCIASCIA. E io insisto. La classe politica italiana si è seduta lì, ai tavoli di Bruxelles, dimenticando completamente che esisteva il Mezzogiorno. Soltanto l’industria del Nord si è sentita veramente rappresentata. Siamo arrivati al paradosso che quando De Gaulle metteva i bastoni tra le ruote al Mec, il Mezzogiorno si sentiva difeso da lui.
LA MALFA. Ma non è così, senta. Risaliamo un po’ indietro nel tempo e capirà. Nel 1951 io ero ministro per il Commercio con l’estero, alle prese con leggi che limitavano e contingentavano le importazioni per proteggere la produzione nazionale dalla concorrenza straniera. Una situazione di stampo autarchico, insomma, che favoriva l’industria del Nord e mascherava a volte interessi illeciti. D’accordo con il governatore della Banca d’Italia, con De Gasperi e con Vanoni, io che faccio? Apro la frontiera, abolisco i contingenti di importazione, riduco i dazi doganali del 10 per cento. Per un anno vengo mangiato vivo dagli industriali e dalla Cgil. Mi si dice da una parte che rovino l’economia italiana, dall’altra che la consegno al capitalismo occidentale. Tutte storie. Oggi quei provvedimenti vengono ricordati come il primo passo del miracolo economico italiano. Perché quella nostra povera economia autarchica, che vivacchiava di protezioni, messa alla frusta dalla concorrenza straniera, fece davvero miracoli. Io ero un meridionale che sapeva che l’allargamento del mercato e l’apertura delle frontiere avrebbero giovato e irrobustito il nostro sistema.
SCIASCIA. Certo. Da Roma in su.
LA MALFA. Non è vero… Perché il protezionismo, quello sì, faceva davvero il gioco del Nord. Mentre la libera concorrenza e l’apertura delle frontiere sono sempre stati gli argomenti preferiti dai meridionalisti. La classe politica italiana doveva continuare su quella strada ed estendere i vantaggi di quell’operazione alle aree depresse, dando al Mezzogiorno i mezzi per fare da sé. E in questo vedo la massima responsabilità delle forze di sinistra, nel fatto che non c’è stata una seria politica di programmazione.
EPOCA. Vediamo di ricapitolare. I governi hanno gestito il potere in malo modo. Le sinistre non hanno fatto ciò che dovevano. Il paese sta subendo una involuzione politica pericolosa. E allora, secondo voi, a questo punto, che cosa si deve fare?
SCIASCIA. Che si deve fare? È difficilissimo rispondere. Questa democrazia è agli sgoccioli. Mi pare ineluttabile che non sopravviverà.
EPOCA. Onorevole La Malfa, ammetta di aver provato un brivido…
LA MALFA. Intendiamoci… non è che io non sia pessimista. Però mi pare che lo scioglimento anticipato delle Camere sia stato come arrestarsi sull’orlo del baratro. Se avessimo avuto un anno ancora di quel centrosinistra, non so davvero come sarebbe andata a finire. Credo che ci siamo fermati appena in tempo, ripeto. E che le forze politiche abbiano ancora un margine per ravvedersi, per ripensarci.
SCIASCIA. Io non sono pessimista. Realista, semmai. Faccio delle constatazioni, cerco di capire quello che succederà. Per esempio, non mi illudo che queste elezioni anticipate cambieranno le cose. Sì, il Movimento sociale guadagnerà un po’ di deputati. Probabilmente ne guadagnerà qualcuno anche il Partito repubblicano. Non so in che misura l’erosione del Manifesto potrà modificare la forza del Partito comunista. Ma sostanzialmente si tratta di elezioni inutili. Perché il quadro del paese, dopo, si ripresenterà tale e quale. Non credo che un scelta della Dc verso destra possa arginare o reprimere certe inquietudini. Anzi, speriamo che non si pensi di reprimerle. D’altra parte, neanche un ritorno al centrosinistra così com’è stato può essere in grado di migliorare la situazione. Insomma, non credo che questa democrazia possa sopravvivere.
LA MALFA. Questa è una cosa grave, detta da Sciascia.
SCIASCIA. La penso così.
LA MALFA. Un barlume di speranza, invece, a me resta. E adesso mi richiamo a una cosa che dicevo all’inizio. Anche Sciascia è dell’opinione che la cultura può modificare il quadro politico. Per cultura intendo, qui, quelle concezioni moderne del vivere civile che possono penetrare nel bagaglio dei partiti. Per esempio: l’esperienza negativa che abbiamo fatto dovrebbe portare tutti a una riflessione critica, a una rimeditazione profonda. Se dei fermenti ci sono, matureranno, e ci consentiranno di riprendere la strada interrotta, o almeno di arrestare il processo di disintegrazione. Per me, fermenti ce ne sono. Bisogna vedere se potranno trasformarsi in azione politica concreta. Io me lo auguro.
SCIASCIA. Anch’io; ma non ci credo. Perché, vede, prima di parlare di cultura applicata alla politica, bisogna vedere se in Italia c’è una cultura capace di influire. E io mi chiedo, a volte, le parrà strano, se in Italia una cultura c’è, o se ci sono soltanto degli uomini di cultura isolati, dispersi, che nell’insieme offrono uno spettacolo piuttosto deprimente. Non posso dimenticare che cinquant’anni fa la cultura italiana diventò serenamente, tranquillamente fascista. Altro che influire sulla politica. Ero studente durante il ventennio, e ricordo che mi impressionò moltissimo la fucilazione di quell’anarchico che aveva cercato di ammazzare Mussolini. Sbardellotto, mi pare che si chiamasse. Non che io ritenessi giusto ammazzare Mussolini. Figuriamoci. Ero balilla. Però non trovai un professore o una qualsiasi persona colta che volesse parlare con me di quella fucilazione mostruosa. Né trovai uno scrittore che si azzardasse a parlarmi in modo men che entusiastico del fascismo, se non più tardi Moravia, per certi racconti allegorici che scriveva sulla “Gazzetta del Popolo”. La cultura italiana era questa. E forse è ancora questa.
LA MALFA. Ma io parlo di fermenti che possono entrare nelle forze politiche, presi dove si trovano, non necessariamente in Italia. Magari ci arrivano dalla cultura anglosassone, o dalla cultura marxista. Chi può dirlo?
SCIASCIA. Quando entrano, in genere si fanno subito centrifugare agli estremi, non si fermano su posizioni intermedie, riflessive, costruttive. Vedo giovani che vivono di slogan. Che hanno letto gli ultimi dieci libri. Ma i cento che c’erano prima, no.
LA MALFA. Eppure, prendiamo i sindacati. Sono cambiati moltissimo, e questo è un fatto di cultura. Dieci anni fa erano rozzi e si accontentavano di strappare miglioramenti salariali. Oggi domandano riforme, riforme serie, che interessano tutta la comunità nazionale. Lo fanno ancora in un contesto disordinato e incoerente; non capiscono che le riforme si ottengono a certe condizioni e non basta chiederle rullando i tamburi; ma lo fanno. E prendiamo la Confindustria. Non si preoccupa più soltanto di contenere le rivendicazioni salariali e di difendere il patronato, ma si pone anch’essa il problema dello sviluppo organico dell’intera società. Pure questo è un fatto di cultura, caro Sciascia, perché significa che si abbandonano le vecchie idee e impostazioni arcaiche. Quel che mi chiedo è se questi fermenti opereranno in modo sufficientemente rapido, o se arriverà prima la disintegrazione.
SCIASCIA. Sì, forse, ma accanto ai fermenti positivi ci sono quelli negativi. Per esempio: il sindacato stesso si frantuma, ed emergono interessi corporativistici.
LA MALFA. Certo. È un male da combattere. Ma averlo intuito è già un progresso.
EPOCA. Spiegatevi con qualche esempio, o nessuno vi capirà.
LA MALFA. Prendiamo la nazionalizzazione dell’energia elettrica. Fu concepita e voluta da me come un’operazione a vantaggio del consumatore. E quindi delle regioni più povere, che avrebbero dovuto pagare di meno. Invece tutto il margine di risparmio e di utile che la nazionalizzazione assicurava è stato assorbito all’interno della corporazione, cioè dall’Enel e dalla categoria dei lavoratori “elettrici”, che sono oggi tra i meglio pagati d’Italia. E l’utente ne ha riportato danno, perché i prezzi dell’energia hanno continuato a salire. Ecco un esempio di riforma fatta male, ecco la trasformazione di una legge giusta in un interesse corporativo. Ancora, prendiamo la Regione siciliana. Doveva nascere per la povera gente, per i disoccupati. E invece è solo l’orripilante aggregato burocratico di una società che era già parassitaria e burocratica…
SCIASCIA. Vede com’è difficile sperare il meglio?
LA MALFA. Ma sperare bisogna. Altrimenti non resta che il suicidio. E invece io sento che c’è una corsa tra la capacità di maturazione delle coscienze e la velocità con cui stiamo correndo verso il baratro. In questo spirito pensai allo scioglimento anticipato delle Camere. Sciascia dice: ma è inutile, voi siete ormai condannati. Può anche darsi che abbia ragione lui, ma…
SCIASCIA. Sì. Perché le cose in Italia vanno sempre male, come sempre; e c’è da aggiungere che anche nel resto del mondo vanno male. Non c’è salvezza. Sono stati commessi troppi errori. La Malfa ne fa molto carico alle sinistre, però io non posso dimenticare che in Italia certe libertà le hanno difese anche i comunisti. E questo pericolo fascista che c’è oggi, frutto di un errore di cui senza dubbio è partecipe anche il Pci, poteva forse rendersi attuale anche prima, quando la democrazia italiana ha vacillato…
LA MALFA. Non lo so. Quando?
SCIASCIA. Nel 1960, ad esempio. Al tempo del governo Tambroni, quando fu la piazza a impedire l’accordo della Dc con i fascisti.
LA MALFA. Ma no, il 1960 nacque da un’improvvisazione dell’allora presidente della Repubblica, che scelse per il governo uno degli uomini meno adatti. Gli italiani, anche i moderati, non avevano mai pensato a un ritorno del fascismo durante i molti anni di vera libertà che abbiamo avuto. Situazioni pericolose di conflitto non ce n’erano state. È nel 1968, con la quinta legislatura, che cominciano i guai.
EPOCA. Sciascia, lei crede davvero possibile un ritorno del fascismo?
SCIASCIA. Del fascismo proprio, no, ma temo che arriveremo a perdere alcune delle libertà alle quali ci siamo abituati, che ci permettono, per esempio, di discutere qui. Purtroppo in Italia un’involuzione è più facile che altrove. L’Italia è un paese naturalmente controriformista e l’italiano è l’uomo della controriforma: la messa a mezzogiorno e poi è tutto a posto; la confessione, il compromesso, l’estrema unzione… E dire che è un paese pieno di persone intelligenti. Ma queste persone intelligenti, anche se pensano in modo nuovo, e magari rivoluzionario, non sanno inserirsi nel tessuto della società, e restano dei sognatori.
EPOCA. E La Malfa che ne dice?
LA MALFA. Questa è una tesi, sa, che fa paura. Bisogna pensarci. Ma non c’è da vedere solo questo aspetto. L’Italia, negli ultimi vent’anni, ha sprizzato energie creative che la struttura politica del paese non ha saputo utilizzare. Perché era arretrata rispetto ai fenomeni che avvenivano nella società; arretrata rispetto al paese stesso.
SCIASCIA. Sì, certo. La nostra classe politica è combinata in modo tale che appena arriva a toccare il potere subisce una completa alienazione. Perciò dico: sono d’accordo che i tempi a disposizione potrebbero anche permetterci di non cadere nel baratro, e di ricominciare da capo. Si potrebbe anche farlo. Solo che non si farà, che non si ricomincerà. Questo è il punto. Si potrebbe, ma non si farà.
LA MALFA. E io spero che si farà. Ecco la differenza. Però, è curioso, Sciascia e io ci siamo incontrati su una cosa importante. Anch’io, come lui, mi andavo chiedendo quale fosse, in parole povere, il problema storico italiano. E concludevo così: o Roma arriva a Palermo, o Palermo arriva a Roma. Ora, siccome Roma è molto compromessa, bisogna vedere se Palermo arriva a Milano o Milano a Palermo. I meridionali hanno in fondo il tempo di chiedersi queste cose; hanno i problemi che nascono dall’appartenere a una civiltà diversa.
SCIASCIA. Eh, già, pensano, pensano, senza ingranare mai.
EPOCA. Se il 7 maggio non sarà risolutivo, se non si verificheranno i ripensamenti di cui parla La Malfa, la spirale negativa che dovrebbe portare alla disintegrazione di questa democrazia da dove si metterà in moto? Da destra o da sinistra?
LA MALFA. Ogni legislatura ha i suoi equilibri da trovare, i suoi tentativi da fare. Non credo che assisteremo a un crollo immediato, a una crisi così rapida.
SCIASCIA. Prima verrà un altro scioglimento delle Camere.
LA MALFA. Sì, è probabile che prima avremo un altro scioglimento delle Camere. E sarebbe tragico.
SCIASCIA. Nella fase finale della disintegrazione, poi, direi che non saranno gli italiani a decidere della sorte del loro paese. Se la divisione del mondo è retta ancora dagli Accordi di Yalta, per noi decideranno gli americani.
LA MALFA. Basta così. È meglio tornare dov’eravamo rimasti. Sull’orlo del baratro.
SCIASCIA. Sperando, come spera lei, di non cascarci dentro. Ma forse ci cascheremo.
EPOCA. Non ci cascheremo, perché la scelta è nelle nostre mani, non dipende da un fato avverso o dalla volontà altrui. Nessuno, all’infuori di noi, deciderà per noi il 7 maggio. E, tutto sommato, ci sembra di avvertire nel paese un’aria nuova, di determinazione e di serietà. I pericoli che voi avete indicato sono reali e vicini, avete parlato chiaro come si doveva: il vostro è un pessimismo amaro, come certe medicine, ma fa bene.