
Originariamente Scritto da
antodeep
(Nel tentativo di editare il mio intervento precedente ne ho inavvertitamente inviato un altro, il presente. Purtroppo il sistema non mi consente di cancellare nessuno dei due).
Ho letto gli interventi relativi alle dichiarazioni di Nisticò e la risposta di Marro.
Nisticò fa una denuncia estremamente condivisibile. La forte diffusione di impieghi statali è servita per rendere il sud improduttivo e dipendente nei consumi da apparati produttivi situati altrove.
Occorre ricordarne inoltre la funzione di utile "ammortizzatore sociale" in quanto un Meridione "incazzato" e pervaso da pericolose tensioni sociali, che diventa cosciente dei propri diritti e determinato nel pretenderli è sempre stato visto (penso anche a Portella della Ginestra) come elemento perturbativo per mille disegni che passano sulla testa e sulla pelle di queste popolazioni.
Il clientelismo è stato il grimaldello per la perpetuazione di una classe politica prevalentemente irresponsabile, collusa e normalmente interessata al soddisfacimento dei tornaconti propri e del proprio clan.
Marro afferma che "finché la lotta non diventa un fenomeno di massa non andremo mai oltre il nostro naso" ed aggiunge che "si parla di indipendenza ed intanto si vive con lo stipendio statale, si usufruisce dei vantaggi di essere militari dello stato italiano".
Condivido la prima affermazione e capisco solo in parte la seconda.
Effettivamente certo estremismo meridionalista mal si concilia con lo status di dipendente al soldo dell'odiato stato italiano, ma, mi chiedo, dove sta il problema?
Persino uno stato del Sud indipendente avrà bisogno di infermieri, medici,
bravissimi insegnanti, tecnici comunali, poliziotti e competenti burocrati. Occorre però tener conto che, condizione irrinunciabile per il funzionamento di una qualsiasi economia statale o regionale, è quella che passa attraverso l'attenta ottimizzazione della spesa pubblica, il miglioramento dell'efficienza dell'apparato statale, ed il taglio rigoroso di ogni rendita parassitaria.
I problemi quindi, secondo me non sono quelli relativi all'incompatibilità dello statale meridionale con la propria coscienza meridionalistica (più o meno estremistica) ma sono essenzialmente tre:
- innanzi tutto occorre andare oltre la sacrosanta celebrazione del nostro grandioso passato e capire cosa vogliamo diventare da grandi. Bisogna cioè canalizzare tutte le istanze meridionaliste, identitarie, indipendentiste, separatiste etc etc in un unico obiettivo
condiviso e raggiungibile.
(Personalmente vedo come obiettivo raggiungibile quello della creazione di una autonomia macroregionale di tipo scozzese
http://www.astrid-online.it/FORUM--L...n-e-incubi.pdf ).
- fare in modo di tenere alla larga le solite famigerate componenti politiche che potrebbero gattopardescamente riciclarsi nella causa meridionalista.
- il terzo (inevitabile ed indipendente dalla soluzione dei primi due punti) è quello di agire sull'altro corno della
statalizzazione dell'occupazione ed eliminare quelle posizioni parassitarie e quei focolai di inefficienza che troppo spesso si annidano nel mondo del lavoro statale sia esso (lo Stato) indipendente, federato, confederato oppure, ahimè, ancora coloniale.