Mi scuso per gli errori di battitura, di ortografia e anche di grammatica. Come sempre scrivo direttamente senza passare da brutte copie.


Mi scuso per gli errori di battitura, di ortografia e anche di grammatica. Come sempre scrivo direttamente senza passare da brutte copie.
se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky


Cento anni dopo la rivelazione di Dio a Maometto l’islamismo aveva conquistato buona parte delle popolazioni dell’Africa centrale, l’India e la Spagna. Duecento anni dopo, per dire intorno all’anno 900 d.C., anche le popolazioni dell’Africa settentrionale, del Medio Oriente, stati come la Malesia, l’Indonesia erano diventati musulmani. Nel frattempo era scoppiata la profonda divergenza tra sunniti e sciiti. Il termine sunnita sta ad indicare la “gente della tradizione” , e la tradizione è semplicemente l’esempio di Maometto. Lo sciismo nasce subito dopo la morte di Maometto, quando alcune personalità del mondo islamico scelsero a succedergli Abu Bakr. A questa scelta si opposero ferocemente i sostenitori di Alì ibn Abi Talib, genero di Maometto, che loro consideravano l’erede legittimo del Profeta. Intanto l’Islam si propagava sempre più, nacquero i sufi, per esempio, che portarono il messaggio del Profeta in Somalia, in Tanzania, sulle coste del Mar Rosso.
Oggi i musulmani nel mondo sono poco meno dei cristiani (1,6 miliardi contro 1,8 dei cristiani) e le due religioni anche se si rivolgono a un solo Dio, hanno nel loro messaggio notevolissime differenze che cercherò di evidenziare.
Prima di farlo però vorrei cercare di capire perché, arrivata dopo secoli dal monoteismo ebraico e da quello cristiano, l’islamismo ha avuto così successo.
Fine dei confltti intertribali, bisogni economici e la forza della nuova religione Un anno dopo che gli ultimi beduini recalcitranti erano stati inseriti a forza nella confederazione islamica, i generali musulmani dichiararono la guerra santa contro la Siria bizantina.
“Non era per amore del cielo che combattevate colà, – scrisse un poeta beduino – ma per amore del pane e dei datteri”. La conquista degli imperi bizantino e persiano fu il prezzo che gli altri dovettero pagare per il trionfo della pax islamica tra gli Arabi.
Il messaggio di Maometto venne a colmare l’abisso tra gli Arabi e i loro altezzosi vicini, le popolazioni civili della Mezzaluna Fertile. Gli insegnamenti morali dell’Islamismo mettevano gli Arabi musulmani sullo stesso piano degli ebrei e dei cristiani “timorati di dio”.
da Peter Brown, Il mondo tardo antico, Einaudi
Le divisioni religiose all’interno dei regni sconfitti agevolano le conquiste arabe. Le conquiste degli Arabi musulmani incontrarono così i loro limiti, ma erano state rapide e vaste per le stesse ragioni per cui lo erano state quelle dei Vandali e di Alessandro Magno. Ciascuno di questi invasori aveva attaccato un impero che si era indebolito militarmente, ma che aveva conservato la propria rete di comunicazioni intatta, a tutto
vantaggio degli invasori.
Le conquiste arabe del VII secolo distrussero gli effetti di quelle compiute nella stessa regione, nel IV secolo a.C., da Alessandro. Nel 633 gli Arabi posero fine nel Medio Oriente a un’egemonia culturale greca durata 963 anni.
Essi furono aiutati non poco dai sudditi monofisiti dell’Impero romano d’Oriente, ai quali non dispiacque affatto cambiare padrone; così come i sudditi nestoriani dell’impero sasanide non mossero un dito per difendere i loro antichi sovrani iranici.
da Arnold J. Toynbee, Il racconto dell’uomo, Garzanti
Ma tutte queste ragioni non bastano a spiegare un trionfo così
completo. L’immensità dei risultati raggiunti è molto al di
sopra dell’importanza del conquistatore. Il grande problema
che si pone a questo punto è di sapere perché
gli Arabi, i quali non erano certamente più numerosi
dei Germani, non furono assorbiti come loro dalle popolazioni
dei paesi di civiltà superiore che li circondavano, dei quali poi s’impadronirono.
Tutto sta qui.
Non c’è che una risposta, ed è di ordine morale. Mentre
i Germani non ebbero niente da opporre al Cristianesimo
dell’impero, gli Arabi erano esaltati da una fede
nuova. l’islamismo.
Questo e questo solo li rese inassimilabili, perché
per tutto il resto essi non avevano maggiori prevenzioni che i
Germani contro la civiltà dei popoli che conquistavano.
da Henri Pirenne, Maometto e Carlomagno, Laterza
Cosi è stato spiegato il grande successo del messaggio del Profeta: il desiderio di essere parificati ai loro vicini di antica civiltà e l’unico strumento che i popoli arabi hanno potuto avere per raggiungere questo scopo era l’Islam.
L’Islam si dovette per forza, per potersi espandere, scontrare con le altre due religioni monoteiste della zona: l’ebraismo e il cristianesimo. A differenza dell’ebraismo la religione di Maometto cercava nuovi fedeli in ogni terra conquistata o percorsa, ma ugualmente rimaneva, così come l’ebraismo, una religione connotata, perché nata per i popoli arabi, e in questo differente dal cristianesimo che era nato per “tutti gli uomini di buona volontà”.
Ci sono notevoli differenze tra il cristianesimo e l’islamismo, anche se certi predicatori musulmani affermano che entrambe le religioni siano fondate sulla misericordia. La più importante riguarda i due “fondatori”: Gesù Cristo e Maometto. Il cristianesimo può essere definito la religione dell’amore, del perdono, della misericordia, indipendentemente da come poi nel corso dei secoli molti suoi interpreti l’hanno vilipeso nei fatti, l’islamismo no. Quando Maometto stava a Mecca, la città dove nel 610 ebbe la rivelazione, portava avanti una predicazione pacifica, ma poi, trasferitosi per forza a Medina e diventato un uomo politico, si trasformò in un uomo molto aggressivo: condusse circa quaranta invasioni, e assassinò diversi suoi oppositori. Si narra di una battaglia sanguinosa contro i giudei a Quraiza, dove centinaia di uomini furono giustiziati e altrettante donne e bambini venduti come schiavi.
In questo l’islamismo ha affinità con l’AT. Basterebbe ricordare quando Dio dice agli ebrei di uscire dall’Egitto per impossessarsi della terra di Canaan e una volta giunti là di uccidere tutti i suoi abitanti.
Come detto più sopra Gesù portò invece un messaggio non violento. Mentre nella storia numerose persone hanno tradito il suo messaggio di pace, i suoi insegnamenti hanno un tono coerente di pace e amore. Egli non ha mai detto di uccidere nessuno, e ha disdegnato la violenza.; non così si può dire del Corano.
Ultima modifica di cireno; 26-12-15 alle 14:56
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I testimoni di Gesù
Ho scritto che non potremmo non credere a coloro che con Gesù hanno vissuto, che l’hanno udito parlare alle folle, l’hanno visto morire e poi risorgere.
Ho anche scritto che dovremmo dare fiducia a questi testimoni così come ne diamo ad altri, su altri argomenti. Non possiamo, ho specificato, avere fede in qualcuno e non in altri, secondo l’argomento, perché questo non sarebbe logico né razionale. Se decidessimo di credere solo in quello che i nostri occhi vedono e le nostre mani toccano, staremmo freschi! Per parte mia non vedo ragioni importanti per dubitare di ciò che questi ‘testimoni’ hanno scritto nei Vangeli, ma posso accettare anche le obiezioni di chi la vede in modo diverso.
Per ampliare il discorso, per darmi basi più sostanziose su cui poggiare la mia ‘fiducia’ nella testimonianza degli Evangelisti, ho anche letto anche i cosiddetti Vangeli gnostici, cioè quelli non riconosciuti dalla chiesa ufficiale, ma che comunque hanno una loro importanza per la ricerca della Verità.
Perché si chiamano Vangeli gnostici? Perché non sono stati riconosciuti, nel Concilio di Nicea, come Vangeli ufficiali della Chiesa cristiana. Cosa significa “gnosi, gnosticismo”? ritorniamo all’Enciclopedia Garzanti
“Tendenza religiosa di tipo sincretistico (cioè contenente la ricerca della fusione del cristianesimo con le precedenti religione pagane), che ebbe grande diffusione agli inizi del cristianesimo (in particolare nel secolo II) ma le cui origini e complesse diramazioni sono tuttora discusse e non sufficientemente chiarite. Alle testimonianze degli scrittori cristiani (Ireneo, Ippolito, Epifanio e altri) e agli scarsi testi originali si sono aggiunte di recente le 44 opere gnostiche scoperte nel 1946 nell’Alto Egitto. E’ ormai opinione generale che lo gnosticismo non costituisca una degenerazione interna del cristianesimo, ma che rinvii a elementi pre-esistenti, derivati dalle varie religioni misteriche, dalle correnti magico-astrologiche dell’Oriente, dall’ermetismo, dalla qabbalah e dal giudaismo alessandrino (Aristotele, Filone) e dalle filosofie ellenistiche. Certamente però questo insieme dottrinario, tutt’altro che coerente e compatto, ha poi trovato nel cristianesimo e nella figura di Gesù il suo naturale punto di approdo.
Si suole inoltre distinguere una ‘gnosi volgare’ (Cerinto, Carpocrate, Simon Mago, Menandro) divisa anche in numerose sette in cui prevalgono le pratiche magiche e gli elementi astrologici iranico-babilonesi, ed una ‘gnosi dotta’, che ha il suo centro principale ad Alessandria ed è rappresentata da figure in cui è evidente l’impegno speculativo (Basilide, Valentino, Marcione). In particolare Valentino e Marcione, che agirono anche a Roma come capi di una vasta comunità e come esegeti originali del Nuovo Testamento, suscitarono i timori di Tertulliano e di altri padri della chiesa. Del resto una ‘gnosi’ ortodossa si insinuò anche nel cristianesimo, soprattutto ad opera di Origene.
Elemento comune del gnosticismo è l’insistenza sull’elemento conoscitivo, inteso come illuminazione riservata a pochi iniziati, in virtù della quale essi pervengono alla visione del divino e del vero e alla loro personale salvezza”.
Anche da questi vangeli gnostici ho ricavato tessere per il mio mosaico della Verità. Però tutto deve essere affrontato, lo ripeto ancora una volta, con quella fiducia che è la parte più importante per arrivare a conoscere. Se mi metto a dubitare di ogni testimonianza la ricerca della Verità rischia di diventare un nonsenso, un gioco inutile.: a qualcuno devo dare fiducia…
Mi rendo perfettamente conto che avere fiducia significa credere in quello che non si conosce, ma ci sono tante piccole cose che, messe insieme, formano alla fine un quadro che riesce a dare una ragione logica alla primitiva fiducia. Però mi rendo anche conto che è difficile trovare la fede solo dandosi delle prove, che poi in definitiva provano poco. La fede è un dono di Dio, non si può scegliere di avere fede come non si può scegliere questa o quella religione, però si può cercare, come io sta facendo, di avere una posizione non basata sul solo niente, come purtroppo molti scettici o atei hanno, i credenti no, loro sono certi di quello in cui credono. Ricordo, a questo proposito un’intervista a Indro Montanelli dove lui, agnostico convinto e laico dichiarato, disse “sono agnostico in quanto considero l’ateismo un’assurdità, perché trovo assolutamente irragionevole, al limite dell’imbecillità, dirsi certi che tutto ciò che esiste è frutto di un Nulla che si è messo assieme obbedendo al caso. Il mio gnosticismo cammina su quegli stessi binari.
Cominciamo dunque con i Testimoni della vita di Gesù.
Chi erano gli Apostoli?
Apostolo è colui che Gesù ha inviato agli altri uomini per portare la Buona Novella.
Essi sono, davanti agli uomini che non hanno visto né udito, la testimonianza vivente della vita, della morte e della Resurrezione del Signore: sono la Sua parola.
Il compimento della loro missione li farà diventare il fondamento del popolo di Dio, in attesa della ‘parusia’ cioè della seconda venuta di Gesù sulla terra (ecco dove nasce la ‘vocazione missionaria’ di questi uomini!).
Anche Paolo, che pur non era fra coloro che avevano visto, deve essere considerato un Apostolo, intanto perché ha parlato con chi ha visto e poi per quanto ha poi fatto e predicato affinché il Regno del Signore ponesse stabili radici fra gli uomini, dopo aver abbracciato, improvvisamente, la fede cristiana. Paolo nasce a Tarso qualche anno dopo che Gesù era nato a Betlemme. Cittadino romano di origine giudaica viene educato nelle scuole rabbiniche di Gerusalemme e poi integrato nella ‘setta’ dei farisei.
Inizialmente aiuta la classe religiosa ebrea nella persecuzione ai seguaci di Gesù, e quindi dei cristiani sparsi per il mondo. Si dice che Paolo abbia anche assistito alla morte di uno dei primi martiri cristiani, Stefano.
Improvvisamente un giorno, sulla via per Damasco dove si stava portando proprio per continuare nella sua opera di persecuzione dei cristiani, ebbe una folgorazione che Paolo descrisse poi come apparizione di Gesù. Da quel momento Paolo diventò il più importante mezzo per far giungere alle genti la parola del Signore. Fattosi immediatamente cristiano, iniziò un’opera di conversione al cristianesimo di folle di pagani che visitava in continuazione in tutti i paesi.
Nei ‘Galati’ si dice che egli considerava la sua missione del tutto autonoma da quella degli altri discepoli in quanto ordinatagli non dagli uomini ma, per mezzo di Gesù, da Dio in persona.
Pietro, Giacomo e Giovanni, discepoli iniziali del Messia, lo accolsero con grande rispetto e lo considerarono il loro inviato presso i pagani. Il primo viaggio di Paolo si svolse in Asia Minore, dove, accompagnato da Marco e Barnaba, fondò ed eresse le prime chiese cristiane.
Si recò successivamente in Grecia e in Macedonia, dove svolse la medesima opera di conversione. Tornato a Gerusalemme ripartì subito per Efeso, dove fu imprigionato dalle autorità locali, ma ugualmente riuscì a realizzare la sua missione, la costruzione di quella basilica che io ho citato nel preambolo.
Visitò Corinto, tornò in Macedonia, quindi ritornò a Gerusalemme dove venne di nuovo arrestato dai romani e trasferito, prigioniero, a Cesarea dove restò per due anni in prigione. Uscito dalle prigioni romane andò in Grecia, in Spagna, a Malta e quindi si recò a Roma, dove pare sia stato messo a morte.
E’ considerato uno dei grandi martiri della chiesa. Dalle sue molte prigionie scrisse numerose lettere ai Romani, ai Corinti, ai Galati, ai Tessalonicesi, agli Efesini. In queste lettere egli rivela la sua perfetta identità con il Vangelo nuovo predicato da Gesù di Nazareth.
Emerge in Paolo il valore salvifico dell’evento di Cristo, della sua morte e Resurrezione. Il suo pensiero ha molto influenzato la chiesa cristiana ma anche gran parte della cultura occidentale.
Agostino, Lutero, Kierkegaard, Barth sono solo alcuni fra quelli che hanno evoluto la teologia sotto l’influsso della dottrina paolina. Con Paolo abbiamo l’esempio di un uomo, benestante e facente parte del potere costituito del tempo in Giudea che, improvvisamente, dismette i suoi comodi abiti e percorre, pericolosamente fino a morirne a un’età inferiore ai 50 anni, la strada difficile e impervia della missione cristiana.
E’ uno dei tanti esempi di uomini che, avendo conosciuto Gesù, seppure attraverso la testimonianza di altri, non ha esitato a portarne il messaggio in terre sconosciute e spesso ostili.
Perché lo ha fatto? In virtù di quale speranza di innalzamento di grado, di conquista di potere, o di nuove ricchezze ha ribaltato la sua vita?
Era, come detto, un uomo istruito alle scuole rabbiniche di Gerusalemme, un fariseo, di cultura greca, cittadino romano. Era colto, intelligente e benestante. Può essere diventato, improvvisamente, mentre percorreva quella strada verso Damasco, un pericoloso estremista di quella setta ‘rivoluzionaria’ che fino a quel momento lui stesso stava perseguitando?
Può essere considerato un esaltato?
Lo scettico ha molti argomenti su cui meditare.
Pietro (Simone) aveva un anno meno di Gesù Cristo e faceva, come tutti sappiamo, il pescatore insieme al fratello Andrea. Divenne subito, all’apparizione di Gesù, insieme al fratello, a Giacomo e a Giovanni uno dei suoi discepoli più intimi.
Le testimonianze degli altri apostoli ci dicono che egli era il primo fra i discepoli del Signore, di cui era il portavoce.
Fu Gesù stesso a mutare il suo nome originario di Simone in Kèpha, che significa pietra, donde Pietro, in riferimento all’ordine ch gli aveva dato di erigere dopo la sua morte la chiesa del Dio universale.
Allo morte di Gesù, Pietro, avanti di recarsi a Roma si recò in Siria, in Grecia e in Asia Minore per portare la parola del Signore.
Giunto a Roma morì alla fine crocefisso a testa in giù, dopo aver compiuto la missione che Gesù gli aveva ordinato: fondare la chiesa del Dio di tutti gli uomini.
E’ considerato il primo capo della chiesa romana, quindi il primo vescovo di Roma, e quindi, essendo il papa anche vescovo di Roma, il primo papa della chiesa.
Il Vangelo e l’Apocalisse di Pietro sembra non siano autografi. Anche la lettera a suo nome riportata nel Nuovo Testamento sembra apocrifa.
Era un uomo d’azione, un rude e impetuoso uomo d’azione. Non era certo un letterato, ma una persona abituata alla severa legge del lavoro duro, un pragmatico, che non aveva molte fantasie al suo arco.
Pagò questa sua obbedienza alla promessa fatta al Maestro con il martirio e con una vita tribolata, senza riconoscimenti, senza famiglia né casa.
Anche qui la domanda sorge spontanea: poteva, un uomo come Pietro, pragmatico e lavoratore, essere un fanatico, un esaltato? Da cosa sarà stato spinto a rinunciare ad avere una ‘sua’ vita per dedicarsi interamente alla diffusione del messaggio del Maestro?
Lui che aveva vissuto con Gesù dai primi momenti, lui che per paura dell’arresto era anche stato capace di rinnegarlo davanti ai soldati, lui che lo aveva visto ridicolizzato dalla gente, condannato dalle autorità religiose e dal romano oppressore, morire infine sulla croce, cioè nel modo più ignominioso che i romani avevano inventato per punire la feccia (la più crudele e terribile delle morti, come la definì Cicerone), perché dopo la morte del Cristo ha messo tutta la sua esistenza in pericolo per continuarne la predicazione?
A cosa mirava? Onori, ricchezze, fama, considerazione, potere?
Quale riconoscimento materiale e umano si aspettava, dopo aver visto come era morto il Maestro?
Per capire bene cosa ha significato per un uomo semplice come Pietro fare quello che poi ha fatto dobbiamo cercare di riandare con la mente a quei tempi, dove la gente come lui non aveva nessun significato, dove era meglio nascondersi agli occhi dei potenti anziché farsi notare, perché la vita di quelli del suo livello aveva un valore certamente inferiore a quella di un cavallo.
E allora, perché tutti quei rischi, l’abbandono di ogni affetto famigliare, una vita stravolta? Per cosa?
Un pazzo esaltato?
La lista dei presunti esaltati si fa lunga.
Per me, Pietro è un’altra tessera per il mosaico della verità.
Anche Giovanni era nato a Betsaida come Simone-Pietro, e come lui aveva un anno meno di Gesù di Galilea.
Anche lui, come Simone-Pietro, Giacomo e Andrea fu tra i primi a seguire Gesù.
Di Giovanni si riconosce il IV Vangelo come assolutamente autografo. L’Apocalisse che gli era stata attribuita invece sembra apocrifa. Delle tre lettere che sembrano da lui scritte le prime due sono sicuramente autentiche, mentre la terza ha sempre sollevato grandi dubbi sulla veridicità della assegnazione all’Apostolo.
Alla morte di Gesù, Giovanni si trasferì a Efeso in Asia Minore, dove predicò il Verbo del Signore e fu arrestato dalle truppe romane di Domiziano che lo trasportarono nell’isola greca di Patmos, dove morì. Fu sepolto a Efeso, come sappiamo, nella chiesa iniziata da Paolo..
Giovanni rappresenta una via particolare al cristianesimo, tanto che si pensa adesso ad una sua possibile appartenenza alla setta degli esseni, dei quali si disse che anche Gesù aveva fatto parte, con ben minori possibilità di veridicità però, considerato che la predicazione del Galileo aveva ben poco in comune con le convinzioni degli esseni.
In pratica Giovanni, da buon ellenista, pensava di trovare sempre delle ragioni alla fede. Lui convertiva i pagani ma sempre tentava di trovare dei perché razionali per giustificare queste conversioni. Il suo diverbio con Giacomo, che voleva il cristianesimo come un rinnovamento dell’antica fede giudaica, fu lungo e difficile, ma alla fine tutto si aggiustò. Rimane in Giovanni la presenza di una posizione ‘non giudaica’ dell’avvento di Gesù, una posizione personale che ha comunque lasciato un segno nella storia della Chiesa.
Anche per Giovanni, testimone della vita e della morte di Gesù, valgono le stesse domande che ho fatto per Simone-Pietro.
Non voglio ripetermi, ma anche qui ci troviamo in presenza di qualcuno ‘che ha visto’ e che ha lasciato scritto ciò che ha visto.
Perché anche lui abbia affrontato una vita di rischi e priva di onori, nessuno può spiegarlo se non usando le sue stesse parole, quelle di Giovanni “Perché il Regno di Dio è vicino”.
Forse era anche lui ‘un pazzo esaltato’?
Le tessere del mio mosaico della verità aumentano di numero.
Degli esseni si sapeva ben poco fino al 1947, quando furono scoperti a Qumram degli scritti che testimoniano l’attività di questa setta ascetica ebraica, sicuramente instaurata sulle rive del Mar Morto proprio a Qumram, dal I° secolo prima fino al I° secolo dopo Cristo.
Questa setta sembrava essere stata la casa di Gesù prima che questi comparisse per le strade di Galilea. Questo perché poco si conosce della vita di Gesù fino ai 30 anni, età approssimativa di Gesù quando iniziò le sue predicazioni. Gli esseni portavano una tunica bianca, e Gesù portava una tunica bianca; gli esseni consideravano il deserto un luogo di purificazione e Gesù per purificarsi andò due volte nel deserto; gli esseni, che pur erano profondamente osservanti della Legge di Mosè, erano violentemente avversi alla classe dominante dei farisei e dei sadducei, i potenti economici e religiosi di Israele, e anche Gesù dimostrava con chiarezza le medesime posizioni
Ma la sostanza prima della ‘filosofia’ degli esseni era la divisione del mondo in due parti: essi credevano a un dualità dell’umanità, dove la loro posizione rappresentava l’élite nei confronti di Dio, per la vita strettamente monastica che conducevano, per le continue purificazioni, per la mancanza assoluta di desideri terreni (erano per il celibato assoluto e tutti i loro beni erano in comune, e su questo torneremo parlando del cristianesimo primitivo). Il loro dualismo proveniva dalla constatazione che tutto nell’universo mondo era poggiato su una base di dualità, luce e tenebre, materia e spirito, vita e morte, bene e male ecc.
Secondo molti studiosi alcuni concetti, e perfino dei termini esseni, si trovano negli scritti di Paolo e di Giovanni, e questo potrebbe significare che essi potrebbero aver fatto parte di questa setta.
Per quanto riguarda la supposta iniziazione di Gesù presso di loro questa è quasi sicuramente da escludere, innanzi tutto perché Gesù attraverso le sue predicazioni, voleva portare tutti gli uomini, nessuno escluso, nella luce di Dio al contrario della filosofia essena che ho già detto operava una netta distinzione tra gli uomini, e poi perché la Sua continua mescolanza con poveri, i miseri e le prostitute era un insulto per la rigidissima regola essena.
A proposito dell’appartenenza di Gesù alla setta degli esseni un certo professor Allegro dell’Università di Manchester ha affermato che tutta la sua predicazione, e perfino i nomi degli apostoli, provengono da una modificazione operata dagli esseni sulla lingua semitica, per cui anche il nome di Gesù proverrebbe dal semitico Joshua, che viene citato anche nei Vangeli come Bar-jesu ( Bar, in ebraico Ben, vuol dire figlio di..). Il professor Allegro è stato messo in ridicolo dall’autorevolissimo professor David Flusser, docente di storia del Cristianesimo primitivo all’Università di Gerusalemme.
Luca era, con Giovanni, l’intellettuale dei discepoli di Gesù. Con Matteo e Marco sono i quattro Apostoli che hanno testimoniato della vita e delle opere del Signore.
Non mi voglio dilungare sulla loro vita, non è questo il mio scopo. E’ simile a quella degli altri Apostoli.
Se qualcuno vuol pensare a Pietro come a un fanatico, così dovrebbe fare per Matteo.
Se qualcuno vuol pensare a Giovanni come a un esaltato, così dovrà fare per Luca.
La verità è che questi uomini hanno vissuto con Gesù di Nazareth prima e per Gesù di Nazareth dopo la sua morte.
Sulla loro realtà ‘fisica’ non ci sono dubbi: sono esistiti. Sulla paternità dei Vangeli non ci sono dubbi. Praticamente tutti, salvo forse un paio di lettere di Giovanni e quegli scritti già citati di Pietro, che però non è un evangelista, sono autografi.
I dubbi dello scettico nascono quando si affronta la parte più misteriosa dei Vangeli: la supposta ‘divinità’ di Gesù.
Che Gesù sia nato, sia vissuto e sia morto sulla croce, quasi tutti lo credono, anche se periodicamente salta fuori qualcuno a dire che ha scoperto che Gesù non è mai esistito. Ma accettare che Gesù possa essere stato il Figlio di Dio, nato per opera dello Spirito Santo dal ventre vergine di Maria, diventa molto più difficile. Per qualcuno sembra una favola.
Ultima modifica di cireno; 26-12-15 alle 14:57
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Eppure anche in favore di questa ‘probabilità’ esistono delle prove.
Certo si tratta di leggere dei segni, di trovare l’essenza di certi accadimenti che riesca a spiegare alcune situazioni: qui siamo nel campo dello spirituale, non si possono, lo abbiamo già ripetuto più volte, portare prove sicure, tangibili, in favore o contro a questa o quella ipotesi, però si può far funzionare il cervello, e cercare con questo strumento che la natura ci ha dato di dare le giuste interpretazioni alle cose. Per fare un esempio se in estate vedete levarsi improvvisamente il vento voi capite che sta per arrivare un temporale, oppure che ne è scoppiato uno nei dintorni. Un segno, una interpretazione dell’esperienza. Qui invece ci vuole più che altro logica, visto che l’esperienza non possiamo averla.
Portiamoci allora, con un piccolo volo della fantasia, ai tempi di Gesù.
I romani occupavano il paese, la gente era analfabeta per il 90%, il mondo era piccolo ma le distanze così lente da percorrere che l’idea di Roma era più un’astrazione che realtà tangibile, non fosse stato per i suoi legionari che erano presenti; la società era abbastanza povera nella maggior parte della popolazione e anche disinteressata ai problemi politici del paese. Le uniche cose che tenevano legato il popolo di Israele erano la Legge di Mosè e l’odio verso il romano occupante. Che poi questo legame non doveva nemmeno essere tanto forte se si è calcolato che a quei tempi la Diaspora, o Dispersione, era cosa fatta da secoli; secondo Jules Isaac la popolazione che risiedeva in Israele era la minoranza in quanto non meno del 60% degli ebrei del tempo erano già emigrati in altri luoghi.
La predicazione di Gesù di Nazaret per le strade di una Giudea sottomessa, cade come un fulmine a ciel sereno. Le sue parole scuotono le folle, che vedono in lui il possibile liberatore dall’oppressione romana, la gente lo crede il nuovo David, vuole credere a un nuovo David e lo ascolta come il possibile artefice del ritorno ai tempi d’oro del popolo ebreo.
Poi lentamente la delusione prende il posto dell’esaltazione: Gesù non è il Messia liberatore annunciato dai profeti, egli predica di perdonare al nemico, di amare chi offende. Non sono queste le parole che il popolo ebreo si attende dal Messia.
Ma se quest’uomo non può essere il Messia allora non può essere altro che un’impostore e un imbroglione, un sobillatore, per cui bisogna eliminarlo, per la sicurezza e l’ordine della comunità religiosa di Gerusalemme.
Prima domanda, che è anche particolare su cui riflettere: perché Gesù ha scelto quella strada del messaggio d’amore e di perdono, sapendo che la gente si aspettava ben altro dal Messia, quando avrebbe potuto parlare al popolo con messaggi diversi, che gli avrebbero messe le folle ai piedi senza trovarsi nemici i potenti dell’epoca?
Seconda domanda: perché durante l’interrogatorio, a una domanda specifica di Caifa, si qualificò Cristo e perciò, in base all’Antico Testamento, Figlio di Dio, sapendo benissimo che questo sarebbe stato sufficiente per farlo condannare a morte dai giudici del Sinedrio?
Io ho una risposta chiara a queste due domande. Se così ha fatto, sapendo anche di condannarsi a morte, ‘probabilmente’ non poteva fare diversamente. Perché quello era il Suo compito o quanto meno quello che Lui pensava lo fosse. Egli non era il nuovo David. Non era il nuovo Salomone. Non era il Messia guerriero che liberava il paese dall’odiato romano, simbolo dell’oppressione e del paganesimo. Egli era un’altro messia, era ‘il Messia’ annunciata centinaia di anni prima dai più grandi profeti.
Se Gesù avesse voluto trascinare con sé le folle avrebbe fatto altri discorsi, avrebbe tenuto altri atteggiamenti. Ma Gesù parlava dell’amore del Padre e per gli ebrei dell’epoca questa era una cosa lontana e comunque già stabilita e assicurata dal patto con Jahweh, il Dio esclusivo e geloso di Israele. Egli non pronunciava parole di odio contro i romani oppressori, e questo rendeva la folla scettica nei suoi confronti ; metteva in discussione alcune regole della Legge e ciò gli inimicava anche i sacerdoti del Tempio.
Non è stato un caso che alla fine, messa di fronte alla scelta se liberare Barabba, il grande ladrone e assassino, o Gesù, come proposto da Pilato, la folla urlante preferì far liberare Barabba: questo Gesù di Nazareth li aveva delusi.
Siamo davanti a un altro pazzo esaltato? Cominciano a essere troppi, gli esaltati, in questa storia…
La storia del processo a Gesù viene raccontata da Filone d’Alessandria, il quale dice che in un primo momento Ponzio Pilato lo aveva giudicato innocente e voleva liberarlo ma poi, davanti alle obiezioni dei sacerdoti del tempio (quest’uomo afferma di essere Re, mentre il re in Israele è solo Cesare, tu non puoi non condannarlo) si decise a ratificare la condanna a morte.
E’ da questa affermazione di Gesù, di essere Re, che nasce l’idea dei soldati romani di incoronarlo con la corona di spine che gli viene posta sul capo. Ed è dalla sua maestà nell’accettare la sorte che stava scritta fin dalla nascita, che nasce la malvagità della soldataglia romana nei suoi confronti.
Fino a questo momento tutto si svolge come in una normale storia umana. Perfino i discepoli di Gesù, di cui uno ha anche tradito per quattro soldi, sfuggono la presenza del Cristo, lo lasciano solo, lo rinnegano al canto del gallo, si eclissano.
Sembrerebbe che la storia di quest’uomo venuto dalla Galilea debba terminare con la sua morte per crocifissione, praticamente solo e quasi deriso dalla folla.
E invece è dalla Sua morte che iniziano i miracoli, che si evidenziano i segni che, interpretati con logica, ma anche con una discreta dose di fede, potrebbero dare fondamento alla Sua origine divina.
Ultima modifica di cireno; 14-12-15 alle 16:41
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Ecco, ora Gesù di Nazaret è sulla croce, con una corona di spine in testa. Con un ultimo urlo egli muore: la Sua avventura terrena è terminata.
Ebbene, quello che la Sua brevissima vita pubblica non era riuscita a dare, la sua morte ha abbondantemente dato, ancora una volta in perfetta sintonia con la profezia di Isaia e quella di Davide.
Isaia 53:4-12
4 Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava,
erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato;
ma noi lo ritenevamo colpito,
percosso da Dio e umiliato!
5 Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni,
stroncato a causa delle nostre iniquità;
il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui
e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.
6 Noi tutti eravamo smarriti come pecore,
ognuno di noi seguiva la propria via;
ma il SIGNORE ha fatto ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti.
7 Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la bocca.
Come l'agnello condotto al mattatoio,
come la pecora muta davanti a chi la tosa,
egli non aprì la bocca.
8 Dopo l'arresto e la condanna fu tolto di mezzo;
e tra quelli della sua generazione chi rifletté
che egli era strappato dalla terra dei viventi
e colpito a causa dei peccati del mio popolo?
9 Gli avevano assegnato la sepoltura fra gli empi,
ma nella sua morte, egli è stato con il ricco,
perché non aveva commesso violenze
né c'era stato inganno nella sua bocca.
10 Ma il SIGNORE ha voluto stroncarlo con i patimenti.
Dopo aver dato la sua vita in sacrificio per il peccato,
egli vedrà una discendenza, prolungherà i suoi giorni,
e l'opera del SIGNORE prospererà nelle sue mani.
11 Dopo il tormento dell'anima sua vedrà la luce e sarà soddisfatto;
per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti,
si caricherà egli stesso delle loro iniquità.
12 Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
egli dividerà il bottino con i molti,
perché ha dato se stesso alla morte
ed è stato contato fra i malfattori;
perché egli ha portato i peccati di molti
e ha interceduto per i colpevoli.
Tutto infatti si svolge dopo la sua morte, come se la vita di Gesù fosse servita ‘solo’ a portare sulla terra quelle parole, quei concetti, quei gesti, ‘quell’esempio’, che avrebbero poi costituito nei secoli a venire la comunione nella Sua figura per milioni e milioni di uomini. Ecco il grande segno della presenza di quest’uomo sulla terra! Ed è su questo miracolo, perché non c’è altra possibile definizione, dell’avverarsi delle profezie nei minimi dettagli che sorge la terza domanda: è o non è un altro segno della divinità di quest’uomo crocefisso? O è una semplice combinzione o, peggio, una costruzione post mortem a opera di suoi discepoli?
Dopo la morte di Gesù gli Apostoli si ritrovano e concordano che l’esempio del Maestro deve essere seguito e che la sua parola deve essere portata fra le genti.
Eppure questi sono gli stessi uomini che poche ore prima, davanti al maestro arrestato e giudicato, fuggono, in preda alla paura di essere a loro volta imprigionati. Ed ecco che ora, morto Gesù, invece di tornarsene a casa, come sarebbe stato logico aspettarsi, in TUTTI loro scatta qualcosa che li costringe a volerne continuare l’opera, anche a prezzo della vita, perché con quella decisione sapevano benissimo che anche la loro vita poteva essere in pericolo.
Quarta domanda allo scettico: non è anche questo un altro ‘segno’ di straordinaria importanza?
Ed ora la Resurrezione. La chiesa indica nella Resurrezione di Gesù dal regno dei morti, il centro della religione cristiana.
La Resurrezione dal regno dei morti! Eccoci davanti a un’ altro mistero.
Come si può credere ad un uomo morto e imprigionato in un sepolcro che risorge alla vita, fa volare la grossa pietra che chiudeva l’entrata della tomba e se ne va in giro ad apparire alla gente come niente fosse accaduto. Anch’io faccio fatica a crederlo, devo essere sincero. Però questa improvvisa svolta, questo rinnovato fervore missionario in uomini allo sbando, fra gente incredula e ironica, un motivo ’straordinario’ deve pur averlo avuto. Il cambiamento radicale dell’atteggiamento dei discepoli: dopo la loro fuga impaurita al momento della crocifissione di Gesù, i discepoli hanno improvvisamente e sinceramente creduto che Egli fosse risorto dai morti, nonostante la loro ebraica predisposizione contraria. Tanto che improvvisamente furono disposti perfino a morire per la verità di questa convinzione. L’eminente studioso britannico NT Wright ha perciò affermato: «Questo è il motivo per cui, come storico, non riesco a spiegare l’ascesa del cristianesimo primitivo a meno che Gesù sia risorto, lasciando una tomba vuota dietro di lui». (“The New Unimproved Jesus”, Christianity Today, 13/09/1993
Sull’episodio il Vangelo di Luca dice:
“Era verso mezzogiorno quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù gridando a gran voce disse ‘Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito’. Visto ciò che era accaduto il centurione glorificava Dio: ‘Veramente quest’uomo era un giusto’. Anche le folle che erano accorse per godersi lo spettacolo, ripensando all’accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti.
C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. Non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Egli era di Arimatea, una città dei Giudei, e aspettava il Regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale ancora nessuno era stato deposto. Era il giorno della Parasceve e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati, Il giorno di sabato osservarono il riposo, secondo il comandamento.
Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba. Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre erano ancora incerte ecco due uomini apparire a loro in vesti sfolgoranti. Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro:’ Perchè cercate tra i morti colui che è vivo? . Egli non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea , dicendo che bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno.’ Ed esse si ricordarono delle sue parole, e tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli Apostoli. Quelle parole parvero loro un vaneggiamento e non credettero ad esse. Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto.
Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro:’ Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?’
Si fermarono col volto triste; uno di loro di nome Cleopa gli disse:’Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?’ Domandò: ’Che cosa?’ Gli risposero: ’Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne delle nostre ci hanno sconvolti; recatesi al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, so venute a dirci di aver avuto una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni di noi sono andati al sepolcro e hanno trovato le bende, ma lui non l’hanno visto.
Ed egli disse loro:’ Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?’ E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture, ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: ’Resta con noi che si fa sera.’ Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione e lo spezzò. Ed ecco che si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: ‘Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi e ci spiegava le Sacre Scritture?’ E partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme dove erano riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: ’Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone.’ Essi poi riferirono ciò che era accaduto e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Mentre parlavano di queste cose Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: ’Pace a voi.’ Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse:’ Perché siete turbati, e perché vi sorgono dubbi nel cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate: un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho.’ Dicendo questo mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti disse:’ Avete qui qualcosa da mangiare?’ Gli offrirono del pesce arrostito. Egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: ’Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi; bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi.’ Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse:’ Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto.’
Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva si staccò da loro e fu portato verso il cielo.”
Il fatto straordinario potrebbe essere in queste parole di Luca, che sono, come detto, il fondamento di tutta la religione cristiana. Gesù di Nazaret muore, nei tormenti della croce, e i suoi Apostoli non sono ai suoi piedi. Ci sono solo le donne, quelle donne che lo hanno sempre seguito, sono solo loro li davanti a Gesù morente a pregare. Forse i suoi discepoli pensavano che con la sua morte tutto dovesse finire. Forse non volevamo vederlo soffrire sulla croce. Forse avevano paura dei soldati romani. I motivi possono essere tanti: certo che lo spettacolo di un uomo crocifisso non era per tutti, e loro non c’erano, questo è un fatto.
Bisogna dire che in effetti la morte sulla croce, secondo gli studiosi, era una cosa orribile. Tenendo le braccia sollevate, già dopo una decina di minuti la pressione sanguigna diminuiva della metà e il battito del cuore raddoppiava. L’insufficiente irrorazione sanguigna del cervello provocava svenimenti continui e il cuore tentava di cedere per collasso ortostatico. Però i romani usavano mettere un piccolo appoggio all’altezza dei piedi sulla trave verticale. In funzione di questo, considerato che mentre il condannato si sentiva morire ci appoggiava i piedi, il sangue riprendeva a risalire al cervello per cui l’agonia durava, tra atroci sofferenze, anche due giorni. Per accelerare la morte si procedeva al crurifragium, cioè con dei randelli si spezzavano le ossa delle gambe sotto le ginocchia, così da impedire l’appoggio dei piedi. La morte sopraggiungeva dopo poco tempo per paralisi cardiaca.
Ma tornando al comportamento dei discepoli durante la crocifissione e dopo la sua morte, cosa c’è nelle parole di Luca che potrebbe spiegare il miracolo dell’inizio di tutto quello che poi si è verificato? Qual’è il segno che dobbiamo cercare?
Dice Hans Kung nel ‘Credere nel sepolcro vuoto?
“Si può arrivare rapidamente al punto decisivo se ci si pone la domanda semplice: chi, di fronte ad un sepolcro aperto, si farebbe l’idea che qui uno è risorto dai morti? Il puro fatto di un sepolcro vuoto non significa nulla. Del resto sono gli stessi evangelisti a riportare spiegazioni: il sepolcro era vuoto? Allora può trattarsi solo di una transfugazione di cadavere o di uno scambio di cadaveri o della morte apparente della persona. O ancora peggio: la storia della resurrezione può essere una finzione menzognera dei discepoli. Anzi, ancora oggi ci sono contemporanei che, contro tutte le chiare affermazioni delle fonti autentiche, credono alla tesi della morte apparente di Gesù. Un’idea astrusa di fronte alle testimonianze storiche.
Va detto con chiarezza che la verità della resurrezione di Gesù non può essere dimostrata con il sepolcro vuoto in quanto tale. sarebbe una evidente petitio principii: si presuppone proprio quello che si dovrebbe dimostrare.
In sé il sepolcro vuoto dice solo: ‘Egli non è qui.’ E si può aggiungere:’ Egli è resuscitato’. Ma questo lo si potrebbe dire anche senza dire che il sepolcro è vuoto.
Ciò significa che per il Nuovo Testamento non è stato il sepolcro vuoto a indurre alla fede nel Risorto (nel vangelo di Giovanni di fronte al sepolcro vuoto, Pietro non crede; crede solo il discepolo prediletto, il che fa pensare ad una conoscenza indotta da Dio).
Mi sembrano, le parole di Kung, le più indicate a descrivere il significato del ritrovamento del ‘sepolcro vuoto’ descritto dai Vangeli..
Ma anche ipotizzando che Gesù non fosse ‘fisicamente risorto’ dal regno dei morti, come invece vuole il Vangelo, rimane il fatto incontestabile che Egli è comunque risorto in mezzo alla sua gente che lo aveva abbandonato mentre moriva, e che se ne stava tornando a casa dopo la sua morte, come dicono i Vangeli stessi raccontando dei due che, lasciata Gerusalemme, se ne andavano verso Emmaus.
Se risorgere dal Regno dei Morti per un corpo fisico è un miracolo difficile da accettare per la nostra mente, anche se è nei patti di Dio con gli uomini, la Resurrezione del messaggio di Gesù di Nazareth è reale, concreta, provata dai fatti e quindi noi dovremmo interpretarla come un ulteriore segno miracoloso: la vita del maestro che non termina con la sua crocifissione, anzi da quella morte il suo messaggio ‘risorge’ e si diffonde fra gli uomini. “Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza e vivrà a lungo. Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato sé stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori” questo dice la parte finale della profezia che Isaia aveva scritto 800 anni prima, ripetendo le parole che il Signore gli aveva dettato annunciandogli la venuta del Cristo sulla terra.
Ma il miracolo non si ferma alla Resurrezione del messaggio del Cristo fra la sua gente, esso continua anche dopo la morte di chi aveva vissuto con lui, e si ingigantisce nei secoli successivi.
Un intero impero, quello romano, che sembrava inviolabile e invincibile, forte e potente com’era, cade progressivamente nelle mani di gente che combatte senza armi per abbattere il paganesimo di Roma, andando a morire negli anfiteatri romani cantando le lodi a Gesù e a Dio. Lentamente Roma da capitale della potenza materiale e degli dei pagani, diventa il centro della Cristianità.
Anche questo è inspiegabile. Se pensiamo poi a come erano quei tempi, dove le comunicazioni erano forzatamente lentissime, prolungate negli anni, dove la gente viveva una corta vita segnata da lavoro e stenti e quindi aveva poca voglia e tempo per ascoltare messaggi mistici, peraltro così insoliti da poter anche essere mal compresi (perdonare chi ti fa del male, perdonare il nemico ecc.), la cosa appare davvero miracolosa.
Eppure ‘l’insolito messaggio mistico’ avanza: conquista cuori e menti e poi infine, dopo aver pagato con centinaia di morti martirizzati, conquista Roma e il mondo.
Ma il miracolo ancora non è finito.
Nei secoli successivi, uomini che io caritatevolmente voglio definire di fede incerta, e spesso anche di animo privo di amore per il prossimo e di carità cristiana, assunti a capo della chiesa fondata da Pietro, mettono, con le loro errori, in grave pericolo la credibilità della predicazione di Gesù. La chiesa stessa per qualche secolo sembra in preda all’errore e in pericolo: scismi, dispute, azioni tendenti all’occupazione del comando temporale, sembrano distruggerla lentamente.
E invece ancora un miracolo inspiegabile: la chiesa, nonostante gravissimi errori e lunghi elenchi di tragiche crudeltà, risorge e oggi parla a due miliardi di uomini nel mondo.
Per fare un paragone con un’altra chiesa, quella che Marx ha ipotizzato per la felicità terrena dei miseri e per una maggior giustizia sociale, dopo aver incontrato tanto favore tra centinaia di milioni di uomini, ai primi, terribili errori di chi la comandava è caduta, distrutta, senza che all’orizzonte si vedano possibilità che risorga: e tutto in nemmeno cento anni di vita.
Invece la chiesa cristiana errori e crimini ha continuato a compierne per diversi secoli, e non meno gravi di quelli commessi dai ‘comunisti’ del socialismo reale: come mai è ancora viva?
Nonostante la fallibilità dei suoi uomini, nonostante gli sbagli commessi, il miracolo della sopravvivenza della chiesa di Cristo è là, davanti a noi.
Che altre tessere mettere nel mosaico dei segni da interpretare in un certo senso?
Cosa altro mostrare agli scettici?
Che argomenti ci sono per controbattere queste cose?
Ultima modifica di cireno; 15-12-15 alle 18:34
se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky


I testimoni di Dio
Dio non è mai vissuto in mezzo a noi. Se è vissuto, nessuno lo ha visto.
Un Dio nascosto, le cui parole, scritte nella Bibbia, sono difficili da comprendere, le cui azioni sono così lontane nel tempo da sembrare mai accadute, se mai sono accadute.
Un Dio difficile da accettare perché davanti ad un Dio che esige un infinito prezzo di sangue e di lacrime per darci la salvezza, che nessuno ha mai visto con i suoi occhi terrestri, qualche perplessità ha il diritto di nascere.
Gli uomini hanno pregato davanti alle statue dei santi, a volta quasi increduli della morte che hanno avuto (si tratta quasi sempre di martiri) per un Dio invisibile.
Gli uomini hanno quasi sempre pregato senza capire, molto spesso per abitudine, per tradizione, per educazione. Molti hanno pregato per una speranza altrettanto difficile da credere, spesso davanti a prelati officianti che poi nei fatti, cioè nella vita di ogni giorno, mostravano di credere più alla materia che allo spirito.
Il passato della Chiesa è talmente costellato da errori, crudeltà e sangue che non si capisce, sinceramente, come ancora possa esistere: forse, come ho già scritto, si tratta veramente di un miracolo.
Eppure anche in questa confusa realtà, composta da fedeli che credono con il cuore e fedeli che non capiscono nemmeno quello che fanno, perché fanno ‘per abitudine’, fra uomini di chiesa santificabili e finti preti, fra errori ed esempi di morale della Chiesa di Cristo, io trovo altre tessere per il mio mosaico dei segni della Verità.
Le domande che ci dobbiamo porre sono semplici.
Può un uomo che è prete compiere cattive azioni?
Può un uomo che è Papa fare altrettanto?
Può un fedele pregare senza capire perchè prega?
Può un fedele pregare per consuetudine, senza interesse per quello che sta facendo?
La risposta a tutte le domande è sì.
Un prete è un uomo, e come tale soggetto agli errori dell’uomo. Un prete può essere egoista, bugiardo, può insidiare la donna d’altri, può perfino rubare i soldi delle offerte, come è capitato. Non dovrebbe, certo, la maggioranza di loro sicuramente non lo fa, però potrebbe farlo perché, malgrado la promessa fatta a Dio, spesso la materia è più forte della volontà e la fede non sempre riesce a frenare la tendenza dell’uomo al peccato.
Può allora essere colpevolizzata la Chiesa per un papa che aveva amanti e figli, o per un prete che fugge dal paese con la moglie di un parrocchiano?
La risposta è no, almeno per me.
La fede in Dio, la sicurezza della fede in Dio, non nasce dalla figura del ‘tramite’ fra Dio stesso e il l’uomo, ma da quello che il fedele ha dentro di sé. Non c’entra niente la Chiesa che ha messo a morte i Catari di Concorrezzo con la fede dell’uomo. Le Crociate non possono cambiare il rapporto tra Dio e un vero credente: sono state fatte da uomini, e saranno quegli uomini a risponderne. Il prete, il vescovo, tutti i prelati sono tramiti, sono il mezzo che Dio ha disposto per parlare, da uomini, agli uomini. L’errore è quindi possibile e perfino giustificabile: non siamo tutti santi!
Aver fede è difficile, ma anche perderla è difficile, perché è un dono che Dio fa a qualcuno più fortunato di altri, come ha detto sant’Agostino.
Le preposizioni di fede non hanno il carattere delle leggi matematiche o fisiche.
Il loro contenuto evidentemente non può essere dimostrato, come in matematica e in fisica, con un’evidenza immediata o con l’esperimento ad occluso.
Ma la realtà di Dio non sarebbe nemmeno realtà di Dio se fosse visibile, tangibile, constatabile empiricamente, se fosse verificabile sperimentalmente o deducibile con processi logico-matematici.
Un Dio che c’è, è un Dio che non c’è, ha detto un teologo.
E io penso che sia vero, un Dio che c’è non può essere un Dio che troviamo in piazza o in un banco di laboratorio.
E allora come faccio a trovare dei ‘Testimoni di Dio’, per mettere nuove tessere nel mosaico della mia ricerca?
Testimoni non ce ne sono, se ci fossero, questo capitolo sarebbe più facile.
Ma proprio Gesù è il primo testimone della esistenza di Dio.
Un’altro testimone di Dio sono io, che lo sto cercando, anche se la mia ricerca, come ho detto dall’inizio, ha l’obiettivo di farmi uscire da questa terra di nessuno che è l’agnosticismo. E scrivendo queste pagine non posso non ricordare Pascal “Tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato”? Già trovato? Se è vero, si nasconde bene.
Ma bandendo le facili battute, come potrei cercare una cosa che non conosco? Chi cerco io, è la domanda?
Nessuno di noi conosce Dio. Per questo non esiste, perché nessuno lo conosce.
E invece no, il fatto stesso che lo cerco dimostra, almeno per Pascal, che, nella mia anima, io so che Dio esiste.
L’obiezione più logica che si può sollevare adesso è che questi sono sofismi.
Non potendo dimostrare una cosa in maniera certa ricorro al vecchio espediente di volerne dimostrare l’esistenza per il solo fatto che io cerco di dimostrare che esiste: un sofisma.
Certo, è un sofisma, però non dimostra altro che io sto cercando qualcosa che non sono sicuro che esiste, ma nemmeno che non esiste. E’ quindi un sofisma necessario. A me necessario.
Io non voglio arrampicarmi sugli specchi per dimostrare a me stesso che lo scopo della mia ricerca finirà quando troverò Dio, perché non è detto che le inquietudini che oggi mi percorrono, non debbano spuntare un’altra volta. Comunque, io non ho, per ora, trovato nessun Dio. Però ho trovato, e li ho sottolineati, certi segni che potrebbero anche evidenziare la sua presenza. Anzi questi segni, se vengono interpretati nella giusta maniera, sembrano proprio dimostrare che Dio potrebbe esistere, o che per lo meno nulla contraddice la sua esistenza.
Ma dobbiamo andare avanti con la ricerca dei segni.
Leggiamo il ‘Libro di Dio’: la Bibbia.
Saltiamo tutta la parte iniziale, Adamo, Eva e il paradiso terrestre: sinceramente anche a me sembra una poetica allegoria, ma non è detto, la Bibbia riserva sempre incredibili sorprese.
Parliamo dal primo, grande patriarca: Abramo, a cui Dio si rivolgeva dando ordini e consigli.
Cominciamo subito con il dire che Abramo è probabilmente esistito. Questo è un bel passo avanti nella interpretazione dei segni che vengono dalla Bibbia, qui si parla della parte più antica della Bibbia, quella scritta quasi 6000 anni or sono, fosse partita con leggende anche il resto potrebbe essere considerato poco credibile. Vedremo più avanti come è stata scoperta la vita e l’esistenza di Abramo, e di altre cose che lo riguardano. Chiaro che queste cose vanno sempre valutate con molta cautela…
Consideriamo quindi l’Abramo realmente vissuto un segno dell’esistenza di Dio, perché anche la sua vita e la stessa descrizione della sua vita sembrano ‘segni’ miracolosi. Egli è nel Grande Libro di Dio, un uomo comune, un specie di pastore che non ha fatto altro che obbedire al suo Signore. Ha obbedito, almeno così recita l’AT ma ha anche commesso qualche grave errore che chissà perché il suo Dio è riuscito a perdonargli. Bisogna dire che non è molto per rimanere nella storia, quando i potenti re di allora, e perfino i popoli di allora sono confusi nella nebbia di un passato con pochi riscontri.
Consideriamo adesso, saltando di palo in frasca, un altro tipo di segno divino. Parliamo di miracoli: le apparizioni della Madonna, le guarigioni inspiegabili, i segni sulla carne, cioè le stigmate.
Sono segni di Dio? E se non lo sono, di cosa si tratta?
La chiesa procede, come vedremo, con estrema cautela su questo delicatissimo tema, ma ciò non toglie che i miracoli si sono verificati da sempre, e che anche la scienza si è trovata spesso di fronte a cose che non ha saputo spiegare.
E’ un segno ulteriore o no?
Anche la natura potrebbe testimoniare che Dio esiste. La bellezza della natura non può nascere che da una ‘bella’ origine e non dal caso o dal nulla…
Perché per gli scettici è stato proprio il caso l’origine di tutto.
Così bella, così perfetta?
E’ stato il caso, insistono.
Potrebbe anche essere. Però bisogna dire che questo ‘caso’ ha una fantasia e un gusto per le belle cose davvero incredibile: non c’è niente di brutto infatti, nella creazione!
Mi è venuta un’idea. Visto che il caso è, per lo scettico, l’artefice di ogni cosa, non potrebbe essere che il caso è semplicemente un pensiero di Dio, o una Sua manifestazione?
Chi può negare che Dio, nella sua infinita potenza, non possa aver delegato ‘il caso’ di realizzare, dopo il suo iniziale pensiero creatore, quello che esiste e che vediamo?
Nel momento stesso che Dio ha pensato alla creazione, e all’uomo come fine ultimo della stessa, questa è avvenuta. La Creazione può essere stata quindi un pensiero di Dio, e sempre un pensiero di Dio ha voluto quello che le sarebbe servito per esistere: la materia, il tempo, lo spazio, l’energia, la gravità, le dimensioni, i neutroni ecc.
Del resto diversi filosofi l’hanno già detto e io non faccio che ripeterlo: una volta ‘pensata’ la creazione, e le leggi necessarie alla sua vita, Dio ha lasciato che la materia fosse libera di essere, e la materia è diventata l’universo, e dalla materia organica in esso fluttuante è nato l’uomo, scopo finale della stessa Creazione. E allora perché non dovrebbe essere che il caso ha seguito l’atto creativo di Dio, ed ha rappresentato il suo successivo pensiero di libertà ?
Sono in molti, tra filosofi e scienziati, quelli che danno questa interpretazione della Genesi.
Oggi gli uomini studiando l’universo, con i mezzi che la scienza ha a disposizione, restano incantati dalla sua bellezza e perfezione, e ancor più rimangono perplessi davanti ai tanti misteri che non riescono a spiegare. E anche questo ‘doversi’ fermare’ ad un certo punto davanti all’inspiegabile, potrebbe essere un’altro segno della volontà di Dio.
Se Dio non vuole rivelarsi all’uomo, perché dovrebbe rivelare quello che potrebbe identificarlo. Ricordate? Se Dio c’è, Dio non c’è.
Non è quindi ‘non casuale’ questo mistero imperscrutabile che la scienza si trova davanti a certi livelli di studio?
Credere in Dio mi sembrerebbe come credere alla befana, ha detto una cosmologa italiana.
E come spiega le cose che non riesce a comprendere nell’universo? le hanno allora chiesto.
Non le spiego, le accetto e basta, è stata la risposta.
Ecco, questa è la classica risposta dello scettico che io ho citato nel secondo preambolo: non mi chiedo nulla perché rifiuto di pensarci.
Ma allora dobbiamo supporre che gli scienziati non credono in Dio?
Sembrerebbe proprio che non è così: da una statistica è emerso che almeno il 60% di loro è credente.
Come può essere, viene subito da chiedersi, se la scienza è quasi sempre in contraddizione con la teologia, come può essere quindi che due terzi degli scienziati sia credente?
Niente di particolarmente misterioso. La scienza, nonostante i grandi progressi, non è ancora riuscita a spiegarsi moltissime cose, ed è lì, davanti al mistero di certe situazioni ‘inspiegabili’ che lo scienziato qualche volta riesce a vedere la mano di Dio.
Lo scettico risponde che no, chd non c’è nessuna mano di Dio, che siamo davanti a semplici supposizioni, a problemi individuali di coscienza, nessuna certezza.
E’ vero, non esiste certezza, qui siamo nel campo del metafisico, dell’insondabile, come si può avere la ‘assoluta certezza’?
Parmenide diceva di “non costringere mai a esistere ciò che non esiste”, un pensiero talmente ovvio che a prima vista sembrerebbe perfino banale, ma invece, meditandoci, poi si scopre che è un pensiero terribile: l’uomo non riesce mai a tracciare chiari confini fra quello che veramente esiste e quello che veramente non esiste, in quanto Egli è sempre in una situazione di palese incertezza coperta qualche volta, da una finta sicurezza.
La maggior parte delle teorie scientifiche non è dimostrabile: chi può farci toccare o vedere il big-bang? Dove si po' osservare la curvatura dello spazio, secondo Einstein?
Teorie, ipotesi. Tutta una serie di segni che dicono che non può essere che così.
Niente può essere dimostrato se non in questo modo, così come si fa per l’esistenza di Dio. Teorie che nascono da ipotesi suffragate da calcoli, o da ragionamenti. Deduzioni basate su segni, risultati di studi, di ricerche. Oppure teorie della logica.
Perché credere allora?
Perché la ragione dice che bisogna avere fiducia in quello che gli scienziati dicono, perché loro, attraverso queste teorie, sono i testimoni diretti della curvatura dello spazio e del big-bang.
E io credo a questi uomini. Però anche il ragionamento sull’esistenza di Dio deve seguire lo stesso percorso logico. Abbiamo visto, ho cercato di dimostrare, che Gesù non può essere altro se non il Figlio di Dio annunciato dai profeti per cui mi aspetto che anche lo scettico creda, così come crede nel big-bang.
E invece di solito, messo davanti a questo ragionamento, lo scettico ha una sola risposta: ‘sono due cose diverse’ dice, l’universo può essere curvo con un’alta percentuale di verità, perché la scienza può anche sbagliare però si basa su esperimenti e calcoli che spesso si dimostrano esatti, mentre il Regno dei Cieli, non si può calcolare, non viene da ricerche, è solo una supposizione senza fondamenti.
Se devo essere sincero non trovo questo tipo di risposta molto intelligente.
Visto che si può dedurre anche l’esistenza di Dio da segni, così come per le teorie scientifiche che mettendoli insieme riescono a costruire una teoria, anche l’esistenza di Dio, mettendo insieme i diversi segni diventa una teoria, allo stesso modo: non si possono avere due maniere diverse di affrontare problemi simili.
Se Andrè Frossard, giornalista francese fra i più famosi di Francia, figlio del fondatore del Partito Comunista Francese, ateo e figlio di un’ateo, scrive un libro dove dice che, 35 anni prima, ha ‘Incontrato Dio e gli ha parlato’ lo scettico ride e non ci crede, salvo poi credere magari se uno scienziato dice che nell’universo ci sono mostri che mangiano i pianeti.
Personalmente ho parlato millanta volte con gente certissima dell’esistenza degli alieni, ma altrettanto certa che Dio non esiste.
I loro ragionamenti sono l’uno la fotocopia dell’altro:- Certo che gli extraterrestri ci sono. E’ illogico pensare che in tutto l’universo, miliardi e miliardi di pianeti, solo sulla terra si sia sviluppata la vita umana, quindi come logica conseguenza, gli alieni ci devono essere. Dio non può esistere, perché se esistesse, il mondo non sarebbe la schifezza che è, non ci sarebbe l’ingiustizia che c’è, non morirebbero i bambini di cancro, non ci sarebbero le guerre, non ci sarebbe stato l’Olocausto. Qualcuno che pensa di essere più preparato aggiunge anche: ‘e poi la scienza ha dimostrato che siamo nati casualmente, per una rarissima combinazione biochimica’.
Ma c’è una logica in questi ragionamenti? Che raziocinio c’è nell’affermare cose del genere ?
Si può escludere la possibilità che Dio esista perché sulla terra muoiono i bambini di cancro e c’è gente che muore di fame?
Si può incolpare Dio delle ingiustizie e del male che l’uomo fa da sempre a sé stesso?
No, non si può, siamo nel campo delle pure scemenze.
In primo luogo perché è vero che ci sono miliardi di pianeti, ma è anche possibile che in nessun pianeta si sia potuta sviluppare quella rarissima combinazione biochimica che avrebbe fatto nascere la vita sulla terra, almeno secondo le teorie materialiste. Quindi gli extraterrestri, nel senso di una possibilità di altra vita in altri pianeti, potrebbero esserci ma anche non esserci, se accettiamo la teoria della casualità della creazione, perché questa combinazione biochimica, madre della nostra vita, sembra essere un evento quasi impossibile nella statistica delle probabilità, almeno secondo la scienza.
Per cui la vita in altri pianeti sarebbe da dimostrare, prima di dichiararla. Al massimo si potrebbe dire: penso possa esserci vita anche in altri pianeti, e allora nel campo del supporre tutto ci può stare.
In quanto agli argomenti che dimostrerebbero la non esistenza di Dio, i bambini che muoiono di cancro, l’Olocausto ecc., ho già detto. Sono triti e ritriti, non possono negare né affermare nulla, e soprattutto non tengono conto della libertà che Dio, che non è un vigile urbano e nemmeno il direttore generale della Terra S.p.A., ha lasciato agli uomini.
Siamo quindi sempre nel campo delle ipotesi, delle possibilità, delle probabilità. Tutto deve essere accettato o messo in dubbio, ma rifiutare a priori significa assumere una posizione sbagliata.
Un certo Paneroni, che parlava in piazza Duomo a Milano qualche decennio or sono, affermava che la terra era piatta perché, se fosse stata sferica, quelli sotto di noi dall’altra parte della sfera sarebbero dovuti cadere nello spazio. E chiudeva i suoi ragionamenti dicendo ai milanesi: meditate bestie, meditate!
Agli increduli per principio io voglio rivolgere lo stesso invito, naturalmente ripulito dagli epiteti: meditate, meditate! Non respingete un’idea solo perché vi sembra incredibile! Se cinquant’anni or sono avessero detto a un chirurgo che nel 1990 suoi colleghi avrebbero trapiantato cuori umani, questi vi avrebbe guardato con assoluta incredulità.
Tutto quello che sembra impossibile alla nostra piccola, presuntuosa ragione, potrebbe invece essere. Chi è capace di escluderlo con dei ragionamenti logici e sensati, senza prendere posizione solo per partito preso? Nessuno!
Quindi teniamoci come valida la conclusione che dice che tutto ciò che non può essere negato, perché indimostrabile, si deve intendere che potrebbe anche essere affermato.
E con questo spero di essere almeno riuscito a mettere l’ombra del dubbio nell’incredulità troppo spesso preconcetta di qualcuno: sarebbe già un risultato. Ma andiamo avanti nella ricerca delle tessere per il mio mosaico.
I testimoni di Dio!
Cristoforo Colombo parte con tre caravelle e va alla ricerca delle Indie. Scopre l’America, ma questa terra sconosciuta per lui è l’India. Lui dell’America non aveva mai sentito parlare, semplicemente ignorava che esistesse.
Un uomo nasce e parte alla ricerca della miglior vita possibile, poi un giorno muore e incontra Dio. Lo guarda e non lo riconosce. Sono Dio, si sente dire, e l’uomo gli risponde che è impossibile: sei un sogno, una visione, un’allucinazione. Eppure in vita gli era stato detto che Dio sarebbe potuto esistere, quindi non è come Cristoforo Colombo che non sapeva dell’esistenza dell’America.
Significa allora che Colombo era solo ignorante e l’incredulo è stupido?
Si, vuol proprio dire che l’incredulo di solito è stupido.
Questa stupidità gli deriva da quello di cui l’uomo è solitamente più fiero: la ragione.
Ma malgrado la nostra presunzione si tratta sempre di una piccola ragione, che già può essere confusa con la massima di Parmenide ‘non dire che esiste ciò che non esiste’. Più che una ragione di solito è presunzione di poter giudicare senza conoscere, come ne è esempio la frase di quello scienziato che ha detto ‘Dio non esiste, mi sembra la storia della befana’.
Cosa significa ‘presumere’ se non ritenere, credere in base ad elementi vaghi e generici qualche cosa?
Ebbene, la maggior parte degli scettici ‘presume’ di sapere senza sapere davvero, perciò assume l’atteggiamento mentale classico di colui che argomenta un fatto noto per concludere su uno che gli è del tutto ignoto.
Potessi portare Dio davanti allo scettico presuntuoso, lo riconoscerebbe per Dio?
Certamente no, dall’alto della sua arroganza probabilmente direbbe che è un trucco.
Il grave è che nessuno di questi increduli ha quasi mai un minimo di ragione per negare l’esistenza di Dio, e nemmeno si sofferma, di solito, a pensare ‘magari mi sbaglio’. No, no, nessun dubbio, sono proprio sicuri che Dio non c’è. E se tu, ti dicono, sei sicuro che c’è, dimostramelo.
Che strano mistero!
Sanno che Dio non esiste, non sanno perché credono di saperlo, ma negano la possibilità che, negandolo, possano avere torto!
Se non fosse stupido, sarebbe incredibile.
Ma ancora una volta ho deviato dalla mia ricerca sui testimoni
se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky


Avevo iniziato parlando di Abramo, uno dei padri riconosciuti delle tre religioni monoteiste: ebraica, cristiana, mussulmana, e avevo detto che può essere uno dei diversi segni dell’esistenza di Dio, anche se sulla figura di Abramo si potrebbe aprire una discussione.
“Poi Terech prese Abramo, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè del suo figlio, e Sarai sua nuora, moglie di Abramo suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan.”
La prima obiezione alla Bibbia comincia sempre dal libro del Genesi, laddove descrive l’uscita di Abramo da Ur dei Caldei. Chi è mai questo Abramo che esce da una città di cui non si ha conoscenza ne traccia, la fantomatica Ur, si chiedevano i critici della Bibbia? E siccome non si trovava Ur da nessuna parte si concludeva che anche Abramo doveva essere una leggenda.
Invece oggi la fantomatica Ur dei Caldei è stata ritrovata dagli archeologi, che non solo hanno trovato questa inesistente città dalla quale sarebbe uscito Abramo, ma hanno anche trovato tracce sicure di un grande cataclisma di piogge che ha portato fino a tre metri di fango argilloso a coprire la vita di allora nella zona della città (cit. Werner Keller-La Bibbia aveva ragione).
E anche Abramo è esistito, come dimostrano altri ritrovamenti, che lo citano più volte.
Al Genesi 15,4 si legge: - “Mio Signore Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Elizier di Damasco? Ecco, a me non hai dato discendenza, e un mio domestico sarà mio erede”.
Al Genesi 16, 1:- “Sarai, moglie di Abramo, non gli aveva dato figli. Avendo però una schiava egiziana chiamata Agar, Sarai disse ad Abramo: Ecco, il Signore mi ha impedito di avere figli, unisciti alla mia schiava, forse da lei potrò avere figli”.
Nell’archivio di Nuzi a Yorgan Tepe, città hurrita del 1500 a.C., situata a 15 chilometri dall’attuale Kirkuk in Iraq, su una tavoletta di argilla ritrovata durante gli scavi, si è potuto leggere la testimonianza della veridicità del racconto biblico al riguardo, una testimonianza che conferma l’antico diritto hurrita nel caso di una moglie sterile, come è raccontato nella Bibbia al riguardo di Sara.
Questo diritto vuole anche che un uomo senza figli, può nominare un erede al di fuori dalla famiglia, e Abramo non avendo figli aveva nominato quel Eliezer di Damasco. Dalla tavoletta di Nuzi veniamo anche a sapere che una coppia senza figli, adottando un erede come tale, gli lasciava insieme all’eredità anche l’obbligo di occuparsi dei genitori adottivi in vecchiaia.
Sappiamo poi da quella tavoletta, che era anche diritto di un uomo che non ha avuto figli dalla moglie di provare ad averne da altra donna indicata dalla moglie legittima. E quindi è verità quando la Bibbia dice che Sarai, moglie di Abramo, non avendogli dato figli, chiede al marito di ‘unirsi’ con la sua schiava Agar per poter diventare padre. Una verità riscontrata in quella tavoletta vecchia di quasi 5000 anni.
Così infatti fece Sarai con Abramo e così più tardi fece Rachele con Giacobbe, perché questa era la legge di quelle terre dove loro vivevano. Siamo allora in presenza di un’ulteriore verità della Bibbia, una verità fino ad ieri indicata come leggenda.
Al Genesi 14,2 si narra anche che, dopo la separazione tra Abramo e Lot, quest’ultimo si stabilì vicino alla città di Sodoma. “Ora gli uomini di Sodoma erano perversi e peccavano molto contro il Signore” e quindi si legge ancora che alcuni re della zona mossero guerra “Contro Bera re di Sodoma, Birra re di Gomorra, Sinab re di Adamo, Semeber re di Zeboim, e Zoar re di Bela.. Tutti costoro si concentrarono nella valle di Siddim, cioè il mar Morto........La valle di Siddim era piena di pozzi di bitume”
Ora di Sodoma e Gomorra si conosce solo la fine descritta dalla Bibbia, cioè che furono distrutte dal fuoco del Signore e inabissate nella terra, dopo che gli angeli avevano fatto allontanare Lot e la sua famiglia, però delle due città mai si sono ritrovati i resti. Erano sulle sponde, o almeno molto vicino al Mar Morto, situate nella valle di Siddim ma niente di niente si è mai trovato che testimoniasse che erano veramente esistite. Qualche studioso ha ipotizzato che Sodoma e Gomorra potessero essere davvero sprofondate nei terreni intorno al Mar Morto. Altri studiosi, di fronte al mancato ritrovamento di anche insignificanti resti di almeno una delle due città, hanno invece presupposto che Sodoma e Gomorra non fossero mai esistite e la catastrofe di fuoco che si sarebbe abbattuta su di esse non fosse da considerare altro che una descrizione allegorica dei Testi Sacri.
Comunque nessuno poteva avere alcuna sicurezza, anche perché la zona dove sarebbe accaduta la grande catastrofe è un enorme interrogativo geologico, in quanto non potrebbe esistere, a detta dei geologi, un mare come il Mar Morto, situato 208 metri sotto la superficie del Mar Mediterraneo, dalle acque estremamente saline, bituminose, dove è perfino impossibile immergersi, dal quale, attraverso grotte e passaggi sconosciuti, nasce un fiume di acque limpide e cristalline come il Giordano, lo Sheriat el Kebire degli arabi, il Grande Fiume.
In questa località incredibile e quasi invivibile, sarebbero dunque vissute le due città del peccato, Sodoma e Gomorra?
I dubbi erano molti di più delle speranze, poi un giorno di qualche anno fa, due archeologi italiani nei pressi di Aleppo in Siria, si imbattono nei resti di una città antichissima, Ebla, databile 3000 anni a.C. Negli archivi di Ebla trovano centinaia di tavolette di argilla. Tutti gli studiosi del mondo trattennero il fiato, perché ogni ritrovamento importante di notizie del lontano passato può confermare ma anche distruggere le varie tesi e teorie.
La prima cosa che venne alla luce, dalle tavolette di Ebla, fu che Abramo ‘era citato’ più volte, per cui della sua esistenza nessuno, da quel momento, poteva più dubitare. Poi si scoprì che anche Sodoma e Gomorra venivano più volte citate! In un archivio di 5000 anni or sono si parla dunque di Abramo, e va bene, questo nome è comparso anche in altri luoghi, per cui nessun dubbio sulla ‘esistenza’ di questa mitica figura di patriarca, ma si parla anche di Sodoma e Gomorra situate ‘sul Mar Morto’, le città fantasma, di cui mai si era saputo nulla, ora comparivano alla luce dando ragione, ancora una volta, alla Bibbia.
Oggi la loro esistenza è confermata e anche la loro scomparsa repentina, derivata da un’immane catastrofe di cui non si conosce l’origine, che spiega il perché non si sono potuti ritrovare resti e rovine, che però si è certamente verificata.
Gli studi su Ebla e i suoi archivi di argilla continuano ancora ai nostri giorni, e altre cose importanti certamente verranno alla luce, ma per quello che riguarda la mia ricerca, delle piccole ipotesi di certezza le ho trovate, e cioè:-
I°) che Abramo è esistito, per cui si potrebbe anche dedurre che forse la sua vita abbia avuto quello svolgimento che la Bibbia descrive.
II°) che Sodoma e Gomorra sono anch’esse esistite e sono state distrutte da una terribile catastrofe.
se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky


Dio e i filosofi
Non è mia intenzione parlare di tutti i filosofi che hanno argomentato pro e contro la possibile esistenza di Dio, seguendo uno schema cronologico o comunque un ordine.
Non è del resto una storia della filosofia metafisica o della teologia che io sto scrivendo, ma qualcosa di ben più complicato: cercare argomenti pro o contro l’esistenza di Dio.
Comincerò questo capitolo affrontando subito quella filosofia che, specialmente nel XIX secolo, ha tentato di chiudere la discussione affermando l’inutilità di Dio nella creazione e quindi la sua inesistenza: la filosofia materialista.
Questa filosofia rifiuta l’idea di Dio, essendo indimostrabile la sua esistenza.
La ragione umana, dicono i filosofi materialisti, non può accettare la presenza di un’entità invisibile, che non si vede e che non partecipa alla vita del mondo, per cui l’idea di Dio è da rifiutare totalmente, perché non verificabile.
L’Enciclopedia dice che “Questa tesi implica comunemente l’ateismo, a meno che non si sostenga la corporeità della divinità stessa, come hanno fatto Epicuro e Hobbes.”
Dirò subito che non sono d’accordo con la tesi del materialismo quando dice che l’esistenza delle sostanze corporee o materiali è evidente, e quindi riconoscibile e dimostrabile, mentre quella delle sostanze spirituali, non essendo riconoscibile e dimostrabile, deve essere rifiutata.
Per la verità non sono solo a negare questo assioma del materialismo, prima di me gli stoicisti, e poi anche Tertulliano e Voltaire, hanno preso identica posizione con ben migliori argomenti, ma anche fossi solo a confutare le tesi del materialismo, mi sembrerebbe ugualmente giusto farlo, perché io reputo che in questa filosofia esista un importante errore di fondo.
Per cominciare mi sembra che l’esistenza evidentemente dimostrabile delle sostanze corporee non debba necessariamente negare l’altra, cioè l’esistenza delle sostanze spirituali, e poi vorrei aggiungere che anche per il filosofo, anzi specialmente per lui, dovrebbe valere il principio di pariteticità nella costruzione delle ipotesi, per cui se una cosa deve essere rifiutata quando non è dimostrabile, allo stesso modo si dovrebbe rifiutare il suo contrario quando parimenti non è dimostrabile. Oddio, spero sia chiaro.
Qui, in questo dare per scontata l’inesistenza delle sostanze spirituali perché non dimostrabili, è l’errore di fondo del materialismo! Ma, purtroppo a scapito della loro logica, è proprio su questo ‘errore di fondo’ che i filosofi materialisti hanno creato ipotesi.
Constatato che l’esistenza di entità spirituali è impossibile da dimostrare, si negano.
Il padre della filosofia materialista è da tutti indicato in Democrito, nato in Tracia nel 460 a.C., quindi contemporaneo di Socrate e di Ippocrate.
Egli affermava che l’uomo è formato da atomi e da vuoto, così come tutte le cose del mondo. La formazione delle cose, animali o vegetali, deriva dalla ‘necessità’ di movimento degli atomi stessi che con la loro aggregazione tendono a formare corpi. Democrito con questo nega l’intervento di qualsiasi ente superiore o divinità per spiegare la nascita della vita, affidandola al puro caso.
L’uomo, per il filosofo di Tracia, è quindi ‘solo’ materia, un ammasso di atomi in perenne movimento, ed ha un destino simile, anzi del tutto identico, a quello di tutto ciò che vive nell’universo.
Fine morale dell’uomo è allora l’atteggiamento da tenere sulla terra, l’equilibrio, la serenità e anche il benessere fisico, che sono le uniche cose tangibili a cui può aspirare.
La teoria di Democrito della necessità degli atomi a incontrarsi e ad aggregarsi, venne in seguito corretta da Epicuro in casualità, intendendo che gli atomi si aggregavano, formando la materia, solo per assoluta casualità. Epicuro poi sosteneva che anche l’ordine del mondo proviene in modo casuale dal disordine del Kaos iniziale.
La teoria di Democrito, del resto grande filosofo e fisico, fu definita ‘atomismo’ e venne costantemente attaccata e criticata già dalla sua comparsa, in quanto tendeva a cancellare l’intervento di qualsiasi Ente superiore nella creazione della vita e delle cose: in pratica è stato il primo ateo della Storia.
Fu il successivo pensiero cristiano a combattere con forza il pensiero materialista sia quello della necessità di Democrito che quello della casualità di Epicuro, innanzi tutto per l’indimostrabilità del concetto atomistico ma soprattutto per la ‘volgarità’ del fine di questa filosofia che, escludendo la spiritualità, rendeva tutto materia ed edonismo, e in questa critica molto incideva anche l’etica di Epicuro che all’edonismo si richiamava.
Le scoperte di Newton oggi ci dicono che aveva ragione Democrito nella sua disputa a distanza con Epicuro, quando parlava di ‘necessità’ per il movimento degli atomi.
In effetti tutto nell’universo, anche il comportamento di un campo macroscopico, per fare un esempio, può essere ridotto al moto degli atomi che lo costituiscono, i quali atomi si muovono obbedendo alle leggi della meccanica che Newton ha scoperto, per cui il loro movimento non può essere casuale, come sosteneva Epicuro, ma necessario, proprio perché ‘obbligato’ da leggi universali al movimento e all’aggregazione.
Quasi contemporaneamente all’atomismo nasce ad Atene la prima filosofia di pensiero, chiamata stoicismo, che indica nell’anima, chiamata pneuma, la prova della presenza divina nell’uomo.
Il mondo, dicono gli stoicisti, è composto di materia e di fuoco, che è anche logos, cioè ragione divina, che ha avuto un inizio e avrà una fine il giorno del “grande anno”, quando tutti i pianeti si troveranno nella stessa posizione che avevano all’inizio. Ne seguirà una grande conflagrazione
cosmica dopo di che un nuovo mondo rinascerà per percorrere un nuovo ciclo di vita. Tutto questo sarebbe legato ad un disegno divino che identificato nel ‘destino’.
Alcune persone riescono anche a ‘leggere il futuro avendo la capacità di entrare nel destino’, dicevano gli stoici, e su questa affermazione Epicuro, con il suo spiccato senso della razionalità, lottava per dimostrare la fallibilità delle loro tesi.
Lo stoicismo ebbe anche fortuna presso i primi pensatori cristiani.
Poi anche queste filosofie caddero nell’oblio e per quasi venti secoli dell’atomismo e dello stoicismo non si parlò più.
Riappare l’atomismo nel Seicento in alcuni scritti di Gassendi, scienziato e filosofo empirico francese, nato in Provenza, contemporaneo di Cartesio, critico dello stesso Cartesio e delle sue Meditazioni, e critico anche della metafisica di Aristotele e dell’animismo di Platone e di tutte le filosofie che avevano cercato di ‘dimostrare’ quello che Gassendi definiva indimostrabile , vale a dire l’esistenza di Dio, che comunque Gassendi non negava.
La filosofia di Gassendi ha grande importanza nella storia del pensiero umano, e quando dice che “Gli uomini possiedono le verità matematiche perché sono opera dell’uomo, così che possono solo conoscere ciò che possono ricostruire fin dall’inizio, essendone i creatori, ma l’essenza profonda della natura è conosciuta solo da Dio, perché è Lui ad averla prodotta” in buona sostanza mette qualche pilastro a sostegno dell’esistenza di Dio.
Il pensiero di Gassendi è stato importante perché successivamente, attraverso Hobbes che ha sviluppato il materialismo, le sue idee vennero rielaborate da diversi pensatori, fino ad arrivare a quel grande filosofo italiano che fu Giambattista Vico.
L’atomismo in Gassendi riappare quando lui decide di dedicare la sua opera in difesa della filosofia di Epicuro, affermando la scientificità dell’atomismo, come ipotesi altamente probabile per la costituzione della materia. Ma Gassendi interpreta il pensiero di Democrito e di Epicuro in senso cristiano, e quindi deve essere considerato un materialista ‘sui generis’.
Gassendi si dimostra infatti credente quando afferma che l’uomo è composto da atomi ma questi sono prodotti da Dio, e da Dio è loro impresso originariamente il movimento che li caratterizza, per cui Dio, attraverso gli atomi, è il creatore del mondo e della vita. Scrive il nostro:-
-“L’ordine dell’universo è intelligentemente e liberamente disposto dal Creatore; in particolare, ad attestare il finalismo presente nel mondo sono i fenomeni biologici, cioè il fatto stesso della vita, e poi la mirabile struttura degli organismi e l’adattamento dei vari organi alle diverse funzioni, tutti dati inspiegabili meccanicamente. Da ciò si può trarre la prova migliore dell’esistenza di Dio in quanto una macchina così ben strutturata postula l’esistenza di un’intelligenza superiore ad averla creata”.
La filosofia di Gassendi fu contrastata e criticata da quasi tutti i pensatori a lui contemporanei, da Cartesio a Bacone a Spinoza, e perfino da Hobbes, che pur dai suoi concetti aveva tratto molti spunti per la sua filosofia della natura.
Fu proprio Hobbes, materialista, a sostenere che l’espressione ‘sostanza spirituale’ usata da molti filosofi fino a Cartesio, fosse addirittura un non senso.
L’uomo, per Hobbes, è solo materia ed è così non solo nella carne e nei muscoli, ma anche nella psiche e nel cervello, che crea l’immaginazione attraverso meccanismi simili a quelli che i muscoli usano per creare energia. Naturalmente anche su questo pensiero di Hobbes si è scatenata la polemica, in quanto non è dimostrabile che il meccanismo di creazione del pensiero, dell’immaginazione e della sensibilità sia simile a quello della creazione dell’energia, e anche fosse non significherebbe niente, in quanto si tratterebbe solo della parte ‘finale’ dell’oggetto, l’uomo, e questo in qualche maniera deve pur funzionare attraverso la materia di cui è dotato ed è formato.
Dopo Hobbes saranno gli illuministi, come già detto, a sviluppare ancor di più la filosofia materialista, specialmente con il Diderot della maturità, ma anche attraverso la concezione anti-deista di Holbach.
Holbach fu infatti uno dei più accaniti avversari dell’idea di Dio. L’idea di Dio nasce dal bisogno, dalla sofferenza del bisogno, egli scrive nel “Sistema della Natura”. Compito dei filosofi è quello di liberare l’uomo da questa illusione così da renderlo cosciente di se e di conseguenza felice di vivere. Secondo Holbach non c’è stato bisogno del Cristo per dare all’uomo una religione a cui aggrapparsi. Già nelle società primitive si cercava, adorando il fuoco o la luna o il sole, di avere contatti con qualche entità soprannaturale che non esisteva. La stessa religione degli ebrei è la semplificazione delle antecedenti religioni politeiste, e deriva dalla necessità di avere un alleato potente, appunto il dio Yahweh, che li aiutasse e li proteggesse in quella caldissima regione dove le loro tribù nomadi vivevano tra mille pericoli.
Insomma Holbach, fra l’altro filosofo di una certa sostanza, pensava di aver trovato la radice quadrata che stava all’origine della nascita di Dio nella vita dell’uomo. Tesi discutibili, come tutte le tesi, ma che hanno diritto di citazione in queste pagine.
Nel XIX secolo la comparsa dell’idealismo tedesco mette in grande crisi la filosofia materialista, che però riprende slancio e vigore con Bluchner e Vogt, ma specialmente con Engels e Marx, e in parte anche con Feuerbach.
Ma la spinta definitiva a far diventare il materialismo filosofico quasi una scienza moderna viene da Darwin e dalla sua Teoria dell’Evoluzione.
Le scienze della natura, la fisica, l’astronomia, la cosmogonia hanno nei fatti reso la filosofia materialista apparentemente più vicina alla scienza ma, in realtà, nell’ambito scientifico numerose correnti ancora dibattono sulla validità del pensiero originario di Democrito e di Epicuro, e discutono sulla possibile verità o sull’eventuale errore dell’affermazione di Hobbes, quando nega l’esistenza di ogni sostanza spirituale nella vita del mondo con quella sua teoria dell’energia muscolare uguale all’energia cerebrale, e questo dibattito rimette invece la filosofia materialista nella collocazione che le compete.
Con il materialismo si giunge ad una filosofia ‘pragmatica’, e infatti intorno ad essa sono ruotate le idee e anche le scienze che ‘hanno a che fare direttamente con la vita terrena’ vale a dire, il meccanicismo, il positivismo, l’evoluzionismo.
Purtroppo questa corrente filosofica, al contrario di quello che pensava Holbach quando diceva che privando l’uomo dall’illusione di Dio lo si sarebbe reso finalmente più felice di vivere, ha privato l’uomo di alcuni suoi importanti ideali, e quindi del desiderio di ricercare il senso profondo dell’esistenza, così che la attualizzazione del momento della vita terrena ha preso il posto di tutto, e da questo momento la nostra vita ha imboccato strade che non sono più tali, ma sentieri tortuosi e infidi che non potranno che portarci a niente, in nome di un pensiero che si fonda su una teoria altrettanto indimostrabile di quella che vuole combattere
se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky


Un esempio significativo della confusione dell’uomo post-materialista viene da quell’astronauta sovietico che, dopo essere stato molti giorni in orbita intorno alla terra, tornando disse: “Non ho incontrato nessun dio lassù, e nemmeno ho visto il paradiso”, che sarebbe un compendio di stupidità e di arroganza se non rispecchiasse una distorsione della cultura derivata dalla filosofia materialista.
Io sono contrario alla filosofia materialista probabilmente per lo stesso motivo che avevano i contemporanei di Democrito quando ne osteggiavano le idee, ma forse anche per un idealismo di fondo che mi spinge a non ritenere possibile un mondo fatto di sola materia, però, al di là delle mie personali idee che su questo specifico argomento sono molto assimilabili all’insegnamento del Buddha, ci sono motivi di maggiore spessore per dimostrare la fallibilità del concetto base del materialismo sulla non esistenza di Dio, ma ne parleremo più avanti.
Ora invece mi vorrei soffermare su quei filosofi che hanno cercato, con le loro teorie, di dimostrare al contrario l’esistenza di Dio, anche se bisogna riconoscere che non sempre, e non tutti i materialisti, hanno negato Dio, sic et simpliciter, perché molti di loro hanno di fatto solo negato l’evidenza di Dio, che è differente e perfino, a mio modo di vedere, più intelligente.
Per quanto riguarda i filosofi che hanno cercato di affermare l’esistenza di Dio, bisogna considerare che, contrariamente ai materialisti che non dovevano dimostrare niente, essendo l’oggetto del loro universo concreto e reale, cioè la sostanza corporea e delle cose, questi filosofi si trovarono sempre ad affrontare un compito ben più difficile. Per arrivare a dimostrare l’esistenza di Dio, essi potevano sviluppare ragionamenti basati su due asserzioni improbabili ma per la loro logica inoppugnabili: la prima, che Dio non può non esistere, la seconda che se non può non esistere, Dio esiste.
Descartes (Cartesio) filosofo francese, vissuto a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, nelle sue Meditazioni, ha un approccio del tutto originale alla disputa. Egli fa partire il suo ragionamento dalla possibilità che le cose che vediamo e sentiamo in effetti non esistano, come se la vita sia semplicemente un sogno, anziché una realtà concreta (e questa idea devo confessare che a me balla nella mente da sempre…). Da questo presupposto potrebbe nascere il dubbio che tutto ciò che riteniamo vero e reale, perché visibile e quindi assunto dalla ragione, possa essere ingannevole e quindi indimostrabile in quanto “non necessariamente vero”. Ma poi Cartesio conclude questa sua introduzione di partenza con la famosa frase “Cogito, ergo sum” (Penso, quindi esisto), e con questo intendendo dimostrare che quello che stiamo vivendo non è sogno né immaginazione ma realtà. E allora, continua Cartesio, se la mia esistenza è reale, anche altre esistenze devono essere considerate reali, il mondo materiale e altre verità naturali, quelle che regolano il mondo materiale: la natura, la matematica, la geometria e quindi anche Dio, che ha emanato tutto ciò, in assenza assoluta di una spiegazione differente della loro origine, che però nessuno è in grado di fornire.
Cartesio, dopo aver concluso il suo dubbio di vivere un’esistenza fallace, di sogno con quel “penso, quindi sono”, insiste sul fatto che non possiamo avere nessun dubbio anche sulla presenza reale di quello che vediamo, proprio perché non stiamo sognando di vivere, e quindi anche quello che ci circonda non può essere sogno. Possiamo avere invece dei dubbi sull’esistenza dell’immateriale, che non possiamo vedere, ma questi dubbi, nel caso di Dio non aiutano a fornire spiegazioni sui misteri dell’esistenza. Ma, per Cartesio, mentre il dubbio è un’operazione volontaria della mente, la resistenza che una conoscenza oppone al dubbio è il segno tangibile della sua verità, tanto che la nostra mente non può far altro che riconoscerlo. L’aspetto attivo del pensiero umano è quindi “la ricerca della verità” la quale richiede il maggior impegno morale e intellettuale, ma soprattutto l’abbandono di ogni certezza spontanea e di ogni sapere ricevuto, che Cartesio classifica come “pregiudizi”.
Ora, sempre Cartesio che parla, assunto ciò si deve passare dal piano psicologico del sentimento di evidenza, così ingannevole nelle sue espressioni, a quello ontologico della “Verità, cioè “la ricerca sull’essere in quanto essere, per arrivare a conoscere la Verità del tutto”. Cartesio ricorre allora a Dio verità assoluta in quanto incapace di menzogna. Se l’uomo pensa e quindi esiste, riassumo con mie parole il suo pensiero, è anche capace di esprimere dubbi come abbiamo constatato, e questa possibilità di dubitare indica una mancanza, una limitazione nel suo essere, perché un essere perfetto non potrebbe dubitare di niente. Ma se l’uomo è imperfetto, su cosa misura questa sua limitazione, se non su qualcosa di perfetto?
Può l’uomo produrre arbitrariamente la perfezione sulla quale misurare la sua imperfezione? Impossibile, risponde Cartesio. Tutte le idee degli uomini hanno un contenuto peculiare, che è ciò che esse rappresentano alla mente, in virtù del quale si distinguono l’una dalle altre. Tutto richiede una spiegazione, per la mente dell’uomo, proprio a causa della possibilità del dubbio, che abbiamo visto essere una sua limitatezza. Ecco quindi che spieghiamo colori e odori e cose che vediamo, e su queste non abbiamo dubbi, perché possiamo vedere e classificare e renderle conosciute, famigliari al nostro raziocinio, ed ecco anche che fatichiamo a riconoscere quelle che non possiamo vedere, sentire ed odorare, e su queste sviluppiamo dubbi, perché non possiamo vedere né toccare.
Ci sono poi idee che creiamo con la nostra immaginazione, che possiamo ritenere buone come opinioni o come conoscenza per testimonianza di altri, e ci sono infine le idee “innate”, cioè che non abbiamo fatto nascere dal visibile e che non abbiamo nemmeno immaginato, idee che ci portiamo con noi dalla nascita, e queste idee possono venire solo da Dio, perché la più grande delle idee innate è quella della perfezione assoluta, l’insieme delle perfezioni, cioè Dio.
Questa via per dimostrare Dio, da parte del grande filosofo francese, si completa con l’osservazione che ‘se le verità naturali sono esatte, e quelle immaginate lo sono altrettanto, anche senza prove concrete della loro esistenza, anche le verità innate lo sono (esatte), e se lo sono, perché non è possibile il contrario, visto che Dio non può ingannarci, esse portano, attraverso l’idea della perfezione, solo alla figura di Dio, unico Essere che somma in se ogni perfezione’.
Bisogna osservare che il ragionamento di Cartesio è coerente ma non è facile da accettare, tutto svolto com’è su una base di logica che potrebbe anche essere rovesciata ma, anche così facendo, ci resterebbe sempre l’obbligatorietà del dubbio, perché, come ho già scritto, se non posso dimostrare che ciò che non vedo esiste, mi è anche impossibile dimostrare che ciò che non vedo non esiste.
Del resto il fatto che Cartesio vede l’uomo finito e imperfetto dinnanzi all’infinito e al perfetto, e la Creazione è infinita e perfetta, non può essere confutato: l’uomo è finito e imperfetto, molto imperfetto. Come potrebbe infatti comprendere di dubitare, quindi di essere una realtà limitata, se non ci fosse nell’uomo l’idea “innata” della perfezione, confrontandosi con la quale l’uomo si rende conto di essere imperfetto e quindi di avere il dubbio?
E’ questa l’idea “innata” che viene direttamente da Dio perché nasce prima dell’uomo, così come la rappresentazione di Dio è precedente a quella dell’uomo. L’idea innata, cioè quella non reale né immaginata, che l’uomo non ha sempre dinnanzi ai suoi occhi, ma che può suscitare in certe occasioni, anzi che si leva da sola nella sua mente.
Cartesio poi ancora afferma che “la stessa rappresentazione di Dio, che è chiusa come idea innata in ogni uomo vivente, non può avere altra causa che Dio stesso”.
“Si deve assolutamente concludere, di conseguenza, che dal solo fatto che io esisto, e che in me è presente una certa rappresentazione come idea innata di una natura perfetta, che è Dio, viene dimostrato che Dio esiste” e con questa affermazione Cartesio chiude la sua dimostrazione dell’esistenza, per lui assolutamente sicura, di Dio.
Diversi filosofi discussero e confutarono queste tesi, ma questo fa parte della filosofia teologica che è costretta a discutere su un argomento che non può avvalersi di dimostrazioni come esperimenti o immagini e quindi deve procedere per sola logica e deduzioni, e questi sono strumenti sempre esposti alla critica di chi pensa in maniera differente.
Perché la logica e la capacità di deduzione è evidentemente bagaglio anche di chi pensa e vede in maniera differente da Cartesio.
Arnauld, fra questi, è stato quello che ha avanzato le critiche più efficaci allo stesso Cartesio.
La prima:- Cartesio dice che Dio è perfetto, perché invece non potrebbe essere ingannatore?
Su quali presupposti si basa Cartesio nell’affermarlo? Si chiede Arnauld.
E ancora :- Cartesio dice che pensa, quindi esiste. Perché, per il semplice fatto che io penso, debbo dichiarare di esistere? Anche nei sogni si pensa, ma non si esiste.
E perché Dio, che è la suprema natura, e quindi non può aver posto l’uomo in una condizione di inganno essendo incapace di falsità, non si mostra in qualche maniera all’uomo? Che significato ha questo nascondersi? Forse che la sua figura divina è oscurata appositamente all’occhio della ragione umana? In questo caso Dio non è l’essere perfetto, perché sarebbe capace di inganno, e quindi al di là delle deduzioni di Cartesio è giusto avere dei dubbi.
Baruch Spinoza, filosofo olandese di origine ebrea, entra con pieno diritto nella filosofia teologica.
Espulso dalla comunità ebraica come eretico, perché insofferente della rigida ortodossia religiosa di quella chiesa, in regime di povertà assoluta dedica la sua vita intera a Ethica, la summa della sua filosofia, che rimarrà incompiuta alla sua morte, che lo coglie a soli quarantacinque anni di età.
E’ paradossale che il filosofo che più di ogni altro ha affrontato il tema dell’esistenza di Dio sia sempre stato condannato come blasfemo ed eretico da tutte le comunità religiose del suo tempo, ebraiche, cattoliche e protestanti. La sua idea della laicità dello Stato, per lui condizione irrinunciabile per permettere ad ogni membro della collettività di pensare come crede e di esprimersi come vuole, senza interventi da parte di nessun tipo di autorità, in questioni che riguardano solo la coscienza degli individui, lo avevano portato ad essere indicato come elemento perturbatore delle società e quindi come personaggio empio e asociale.
Il fatto poi di aver detto che tutta la pratica religiosa si dovrebbe esaurire nella pratica della giustizia e della carità verso il prossimo, secondo i dettami della Bibbia, aveva peggiorato la sua situazione.
E’ vero che Spinoza ha spesso criticato i miracoli dei Testamenti, a cui non credeva, e anche che non perdeva occasione per sottolineare le molte contraddizioni degli scritti sacri, ma egli non era affatto ateo, come poteva apparire ai suoi contemporanei, al contrario aveva chiarissimo il concetto dell’esistenza di Dio, ma di un Dio purificato dalla dissacralità delle diverse chiese, luoghi che egli definiva “impuri” per la commistione di cose materiali con l’idea suprema della divinità. Ovviamente i suoi scritti contro la religione corrotta come i suoi attori, lo fecero diventare un eroe dell’ateismo e del libertinismo dei secoli successivi ma Spinoza fu, come detto, un grande filosofo teologo, e un vero credente nella figura di Dio.
Spinoza inizia proclamando che tra fede o teologia e filosofia non vi è nessuna affinità, e quindi che “scopo della filosofia è la ricerca della verità, scopo della fede è invece solo l’ubbidienza e la devozione”, ed è la prima botta al pensiero religioso del suo tempo, ma anche l’affermazione di un principio filosofico eterno, cioè che il pensiero umano è superiore alla semplice credenza.
Contrariamente a Cartesio, che ad un certo momento, cioè dopo aver affermato la certezza di esistere e la sicurezza di Dio, abbandona l’argomento per passare ad altro, in Spinoza questo abbandono della ricerca di Dio non si verificherà mai, perché, egli dice “Dio è il centro di ogni ricerca del filosofo”.
E ancora diversamente da Cartesio che distingue nella realtà tre soli generi di sostanze: una infinita, Dio, e due finite, quella pensante, l’uomo, e quella reale, le cose, lasciando aperta una questione, perché se sostanza significa esistenza, come insegnava Platone, che esiste per sé e non ha bisogno d’altro per esistere, allora la sostanzialità non può essere ugualmente attribuita, con lo stesso significato, alla sostanza infinita e a quelle finite; diversamente da Cartesio dicevo, per Spinoza “la sostanza è ciò che è in sé ed è per sé concepita”, vale a dire ciò il cui concetto non ha bisogno di altro concetto per essere formato.
Ma questo vale, in Spinoza, solo per la sostanza “infinita”, in quanto le sostanze finite, per poter formare il loro concetto, cioè per essere, hanno bisogno del concetto da cui esse dipendono, che è Dio.
La questione lasciata aperta da Cartesio viene quindi risolta con molta logica da Spinoza: sostanza (esistenza) è solo la sostanza infinita e “al di fuori di Dio non si può dare né concepire alcuna sostanza, per cui Dio è l’unico essere realmente assoluto, in quanto si sottrae al bisogno di un’altra cosa per essere”.
Con questo ragionamento Spinoza comincia a dimostrare filosoficamente l’esistenza di Dio.
E prosegue, ”alla natura della sostanza appartiene di esistere, la sostanza che non è prodotta da qualcosa d’altro, la sostanza che sarà essa stessa causa di sé, la cui essenza implica necessariamente l’esistenza, ossia che alla sua natura appartiene di esistere”. E questo, per il filosofo, significa che Dio esiste necessariamente, al di là di ogni possibile dubbio, perché creatore di sé stesso come sostanza infinita e creatore altresì di tutto quello che è finito.
Vediamo come Spinoza allarga ancor più questa conclusione.
Nel ‘Breve Trattato’ egli dice che, per il solo fatto che l’uomo ne ha l’idea, Dio esiste. Perché non si può avere l’idea di qualcosa che non è immaginabile, quindi se la rappresentazione di Dio è nell’uomo, Dio per forza esiste.
Questa è comunque un concetto abbastanza opinabile, almeno dal mio punto di vista, così come discutibile, forse perché il mio raziocinio non arriva a capire, è l’altro concetto che vuole “la sostanza che è essa stessa causa di sé” affermando così la creazione di Dio ad opera di se stesso, però quando Spinoza scrive che “alla natura di Dio non appartengono né l’intelletto né la volontà, perché Dio agisce secondo leggi della natura e non costretto da alcuno, per cui Dio è la vera essenza della libertà, e questa essenza, essendo sostanza necessariamente infinita, altrimenti tale non sarebbe, abbraccia infinite determinazioni dell’essere”, egli, almeno dal mio piccolo punto di vista, dice cosa perfettamente logica e razionale ai suoi concetti. Perché è giusto pensare che Dio non può essere assoggettato a nessuna delle condizioni che determinano le azioni umane, vale a dire volontà e intelletto, perché Dio non ha bisogno di intelletto e volontà per essere o per agire, essendo al di sopra di tutto ciò che può servire all’uomo e alle cose per essere o per agire, quindi è esatta la conclusione che, se Dio esiste, non può esserci nessuna costrizione nelle sue azioni, che di conseguenza sono del tutto libere.
Ora questi sono bellissimi pensieri che purtroppo danno alimento alla mia anima ma non aiutano a costruire il mio mosaico della verità. Io vorrei credere che quanto è così sicuro in Spinoza possa essere la verità, ma come sempre la mia mente crea nuovi dubbi e nuovi interrogativi.
Vorrei sinceramente credere che Dio esista davvero e non ha bisogno di niente per essere, essendo, come dice Spinoza, ‘sopra’ ogni necessità, ma io sono sempre ostacolato dalla mia arrogante ragione ad accettare facilmente questi bei pensieri, quindi debbo limitarmi a dire che si, potrebbe essere vero, potrebbe anche avere ragione Spinoza, ma potrebbe anche essere vero il contrario.
Ma perché Spinoza svolge il suo ragionamento partendo dall’assoluta certezza dell’esistenza di Dio? La questione fondamentale su cui fa perno il suo pensiero è proprio qui.
Da dove trae questa profonda, matematica convinzione? E’ vero, che ‘se ’Dio esiste non ha certo bisogno di intelletto o volontà per esistere: ma se non esiste, allora questo è un ragionamento costruito sull’acqua.
Spinoza afferma con sicurezza l’esistenza di Dio per il semplice fatto che noi siamo costretti a pensarlo. Se pensiamo Dio, significa che Dio esiste.
Sembrerebbe un gioco di parole ma invece mi sono accorto che contiene una base di verità. Perché poi Spinoza spiega questa sua tesi affermando che se la mente dell’uomo ha un’idea, questa non può nascere dal nulla, ma deve trovare corresponsione nella natura, “Ora tra tutte le idee dell’uomo quella di Dio è da sempre al primo posto”, anzi è “la causa di tutte le nostre idee”.
Per cui è la prova provata dell’esistenza di Dio.
Da parte mia voglio concludere che se è vero che l’idea corrisponde in qualche modo alla realtà, come Spinoza, e anche Cartesio, hanno cercato di dimostrare, allora Dio è vero e reale, essendo appunto la più potente fra tutte le idee dell’uomo.
E se Dio è vero e reale “l’amore verso Dio è il bene più alto cui possiamo aspirare secondo i dettami della fede e secondo quelli della ragione”, chiude il filosofo
Ultima modifica di cireno; 17-12-15 alle 10:01
se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky


Per Wilhelm Leibniz , filosofo tedesco vissuto dopo Cartesio e Spinoza (XVII sec.), la fede e la ragione essendo entrambe dono di Dio, non possono confliggere, come qualche pensatore aveva affermato prima di lui, in quanto il loro contrasto farebbe lottare Dio contro sé stesso. In ragione di questo semplice ma efficace pensiero, aver fede non esclude saper usare la ragione.
Questo è il concetto essenziale della filosofia teologica di Leibniz.
Egli riconosce però che la fede è più potente e vede più lontano della ragione, che non può comprendere tutto quello che la fede insegna. Del resto la ragione, come abbiamo già visto in Cartesio e in Spinoza, essendo finita quindi limitata, perché frutto della mente dell’uomo, non può comprendere ciò che è infinito. Questo non vuol dire che la ragione è condannata a rinunciare a sé stessa, ma solo che ciò che va al di là del suo orizzonte non può esserle considerato contrario.
La fede quindi non cancella la ragione, ma può aprirle la strada a comprendere.
La prova a priori dell’esistenza di Dio, per Leibniz, muove dal concetto di esistenza di verità eterne, che Leibniz designa come essenze o possibilità. Per Leibniz queste essenze hanno una loro realtà, che nel suo pensiero significa, contenuto effettivo. Ora lui ritiene che queste realtà, questi contenuti effettivi, non nascano dal nulla, in quanto dal nulla ‘niente può nascere’, ma che la loro origine si debba cercare in Dio, che racchiude tutte le idee e tutte le realtà possibili.
Leibniz poi definisce l’importanza delle monadi nella Creazione del mondo. Le monadi sono create direttamente da Dio, sono gocce di divinità, sono centri di forza o metafisici, particelle eterne, e dimostrano che Dio è la sostanza originaria, il fondamento primo di tutte le cose.
Così si potrebbe spiegare anche il Big Bang, perché se Dio è la sostanza primaria da cui emanano tutte le cose, se Dio crea energia e sostanza e le diffonde intorno a sé, così come la mente dell’uomo crea le idee e le diffonde, allora anche la materia primaria e tutte le coordinate necessarie indispensabili per originare la grande esplosione, partono da Dio, anzi è il modo che Dio ha usato per creare l’universo.
E qui dobbiamo tornare a parlare del caso come origine del mondo e della vita.
La scienza ha stabilito che la possibilità che il caso possa aver originato il mondo e la vita sono da leggersi, nel calcolo delle probabilità, con una proporzione di una su oltre 1 miliardo di possibilità. Potrebbe anche essere stato che ‘il caso’ sia riuscito a pescare questa unica probabilità su oltre un miliardo di possibilità contrarie, ma sarebbe assai meno improbabile che ha determinare la nascita del mondo fosse stata un’entità superiore, che noi indichiamo in Dio ma potrebbe essere anche qualsiasi altro “motore”: le probabilità sono superiori, per questa ipotesi di creazione divina rispetto a quella cosiddetta casuale. Se una persona prende la borsa della tombola e estrae i numeri da uno a novanta in ordinata sequenza, forzatamente si deve pensare a ‘qualcuno’ che nella borsa li porge in ordine progressivo, 1,2,3,4 ecc. perché le possibilità che ‘casualmente’ escano in quell’ordine sono così incredibilmente minime da far divenire l’ipotesi come una pura astrazione. Ebbene, per quanto riguarda la ‘casualità’ che avrebbe pescato il jolly della creazione del mondo così come lo vediamo, le probabilità sono ancora, e di parecchie migliaia di volte, inferiori all’esempio dei numeri della tombola ordinati progressivamente nella loro uscita.
Dobbiamo allora riconoscere che ‘il caso’ creatore è un’eventualità se non impossibile almeno fortemente improbabile. Se esiste una possibilità su un miliardo di creare il mondo e la vita, il solo fatto che questa possibilità si sia realizzata potrebbe spiegare l’esistenza di un creatore che ha fatto in modo che questa impossibile probabilità si concretasse. Voglio dire che in questa ipotesi sarebbe stato certamente il ‘caso’ a creare la vita o il mondo, ma un caso guidato da qualcuno che così ha voluto e lo ha determinato.
E chi può essere stato a guidare questo caso al di là di ogni logica matematico-statistica, se non Dio? Possiamo pensare a qualcos’altro? E cosa?
Le monadi di Leibniz sono parte di questo possibile disegno divino. Esse sono ‘le gocce di Dio’, espressione della sua potenza e così come il filosofo ha ipotizzato nei suoi pensieri, potrebbero essere ‘il mezzo’ che Dio ha usato per il suo Fiat Lux della Genesi, quello che noi chiamiamo big-bang (grande esplosione).
Perché anche la Genesi della Bibbia potrebbe essere fedele alla vera rappresentazione del creato. Intanto, nella Bibbia, esistono DUE racconti della Genesi sulla Creazione. Il primo, quello originale, parla della Creazione di Dio eseguita tutta in una volta, nello stesso tempo. In un secondo momento, per dimostrare la sacralità del riposo del sabato, le autorità religiose ebree, aggiunsero la seconda descrizione, quella che conosciamo della creazione in sette giorni. Comunque, un minuto o sette giorni, nulla contraddice che Dio abbia prima creato la materia iniziale, perché è evidente che prima del Big Bang qualcuno deve aver creato le necessarie condizioni perché dalla grande esplosione nascesse l’Universo attuale, e poi che i tempi e i modi della Creazione siano quelli descritti dalla Genesi. Per la regola che una cosa che non si conosce non può essere contraddetta, così come non si può contraddire il suo contrario, anche questa ipotesi, che sembrerebbe più di un’ipotesi, visto che anche la scienza ammette la necessità di certe condizioni anteriori al famoso big bang, sembra abbastanza credibile.
A questo punto, dopo aver definito Dio l’emanatore di ogni cosa, e quindi anche dell’universo, sorge il problema, già grande in Spinoza, dell’origine di tutto ciò che è finito (l’uomo, le cose).
In che modo la sostanza assolutamente infinita giunge a produrre il finito?
Leibniz risponde che tutta l’opera dell’Essere Infinito ha come esito finale la creazione di cose finite, ma soprattutto la creazione dell’uomo, fatto a Sua immagine e somiglianza, e questa intuizione di Leibniz sembra confermata dalle parole, che leggeremo più avanti, di un grande scienziato quando parla dei protoni, scintille di energia praticamente eterni, che sono i mattoni della vita.
Leibniz poi, diversamente da Spinoza afferma che Dio è l’Essere Libero per antonomasia: Dio è libertà, dice Leibniz, mentre Spinoza sostiene che Dio è necessità.
Dio non può avere obblighi né costrizioni, e quindi, dice Leibniz, quando Spinoza afferma che Dio ha creato per necessità, sbaglia perché Dio è assolutamente libero e quindi non può essere costretto da nessun genere di necessità, perché anche la necessità è una costrizione.
Tuttavia anche Leibniz, a un certo punto, si convince che Dio, nel creare la realtà, sia stato guidato da una certa necessità, che però lui definisce morale, per distinguerla dalle semplice ‘necessità’ di Spinoza “Dio è vincolato da una necessità morale a creare le cose, in modo che non sia possibile niente di migliore. In ciò si manifesta la Sua bontà, una bontà infinita che unita alla Sua sapienza infinita , lo porta a creare il meglio. Ed è appunto in ciò che si manifesta la libertà di Dio, infatti essere necessitato moralmente dalla sapienza e dalla considerazione del bene, significa essere liberi”.
Ora Leibniz affronta un altro grande interrogativo sull’esistenza di Dio: l’origine del male fisico e del male morale. Le cose e l’uomo, egli dice, sono, in ragione di questi mali, sostanze imperfette, per cui diventa obligatorio porsi la domanda :-
“Come si può pensare che Dio, nella Sua assoluta perfezione, abbia creato qualcosa di imperfetto”?
E ancora: “Se nella mente di Dio vi sono un’infinità di universi possibili, e poiché uno soltanto può esistere, perché Dio ha determinato questo universo anziché un’altro?
Leibniz risponde asserendo che “ ...per la bontà e la sapienza Dio è sempre la causa del meglio: la Sua sapienza gli fa conoscere, la Sua bontà gli fa scegliere e la Sua potenza gli fa produrre sempre il meglio, quindi Dio, nella Sua somma perfezione ha scelto il miglior progetto, in cui vi sia la più grande varietà, con il più grande ordine”.
Ma il migliore degli universi possibili non vuol dire universo perfetto, perché è proprio della condizione “finita” della realtà di essere “imperfetta”, essendo la perfezione solo dell’Essere Infinito, e questo risponderebbe a quegli scienziati che dicono che l’universo non è sempre perfetto, volendo con ciò sottindere all’impossibilità di una creazione divina dello stesso.
E qui Leibniz trova anche la risposta ai mali fisici e morali che colpiscono l’uomo e le cose, perché “...ciò che è il meglio nel tutto, è anche il meglio possibile in ogni parte, per cui un mondo con il male forse può essere migliore di un mondo senza male, oppure più giusto agli occhi di Dio”.
E’ su questa affermazione di “più giusto” che vorrei soffermare la mia attenzione, perché mi piace fare dei commenti per capire.
Più giusto, rispetto a un mondo senza male, quindi senza dolore, visto che il male indicato nella frase di Leibniz sembra essere quello fisico e non il Male opposto al Bene, più giusto significa forse che anche il male ha una sua funzione e una sua ‘necessaria’ presenza nella vita dell’uomo?
Oppure ha altri significati? Perché se il male, nel senso di dolore, fosse solo una eventualità senza scopo nella vita dell’uomo, avrei dei forti sospetti sull’Amore di Dio verso la Sua creazione. Ma se il male, inteso come dolore fisico, ha invece dei motivi ben precisi, alcuni addirittura di difesa dell’organismo, il dolore è indispensabile perché non si può cancellare il sistema nervoso dal corpo umano. Se uno si taglia una vena, e i suoi nervi non trasmettono al cervello il dolore, egli potrebbe morire dissanguato senza nemmeno accorgersi, quindi il dolore è necessario, anzi indispensabile alla vita stessa. Poi ci sono le malattie, e il dolore da malattia, e infine la vecchiaia e la morte. Sono tutte cose logiche nella vita ‘fisica’ dell’uomo. Tutto quanto è materia ha un inizio e una fine, in quanto l’uomo non può essere diverso dal resto delle cose del mondo. Veronesi si chiede perché mai il cancro nei bambini, e ancora come può esserci un dio che lo permette. Perché l’essere umano è materia e come ogni materia è soggetto a degrado, a inquinamento, a distruzione.
Poi esiste il male ‘morale’. Non si capisce se Leibniz intende anche la presenza di questo male come ‘cosa più giusta agli occhi di Dio’. Credo che il filosofo tedesco intendesse ambedue i tipi di male, fisico e morale, quando ha scritto quelle parole.
Il male ‘morale’ però non è parte della fisicità dell’uomo: una pietra ha sicuramente una fine, una stella ha sicuramente una fine, e così un albero e un ippopotamo, ma questo male ‘morale’ è solo dell’uomo, per quanto ne sappiamo.
Agostino afferma che il male morale, o angoscia esistenziale come a me piace dire, è l’effetto del porsi lontani da Dio mentre si è sulla terra, e Leibniz dice che il male, anche quello morale, è giusto che ci sia agli occhi di Dio. In ragione di quanto afferma Agostino, Leibniz ha ragione.
Ma l’uomo di oggi soffre di questo ‘male morale? Siamo veramente tanto lontani da Dio?
L’uomo si allontana da Dio, ha detto Gesù, quando serve mammona, e infatti, nelle sue predicazioni, mentre a Lazzaro, il povero che stava sulla soglia del ricco epulone per chiedere l’elemosina, è dato un nome, “un uomo chiamato Lazzaro”, al ricco questa dignità, di avere un nome voglio dire, non viene data, e Gesù lo indica solo come “un ricco”.
Questa era la considerazione che Gesù Cristo aveva per la ricchezza terrena.
Ma la domanda di adesso è: oggi l’uomo si è veramente allontanato da Dio? Devo dire di si.
L’uomo di oggi ha perso Dio sulla strada del niente. E questo ‘male morale’, che colpisce gran parte delle persone, è conseguenza del niente in cui viviamo, perché materialità, denaro, consumi sono il ‘niente assoluto’, mammona, appunto.
Vorrei, al proposito, riportare un brano tratto da un libro che, in certe parti, mi ha colpito e commosso, si tratta di “Anche Dio è infelice” di David Maria Turoldo. A pag.83 in un capitolo dedicato allo studio della parabola del buon samaritano, si legge
“...Così dunque il nostro pover’uomo scendeva sulla strada per Gerusalemme, e andava verso Gerico, città molto fiorente allora; così, dicevo, ‘incappò nei briganti’. Ma chi sono costoro? Anche in due sarebbero sufficienti a giustificare il plurale; possono essere una banda; quelli di una cosca avversaria; possono essere della mafia (una genia che è sempre esistita); possono anche rappresentare il sistema, questo nostro sistema, che poi esso pure, almeno sotto certi aspetti, è antico quanto il mondo. Un sistema che spoglia, e denuda, e rapina, e ammazza, un sistema soprattutto che emargina, che ti impedisce di vivere, lasciandoti agonizzante sulla strada. Anche se è proprio di qualunque sistema non essere solo male, e altro sistema che sia solo bene: perché non esiste un manicheismo assoluto, o bianco o nero. Non esiste, tanto per intenderci ‘un impero del male’, contro il mondo di un altro sistema il quale sia ‘il continente del bene’. Tuttavia il nostro sistema , questo capitalismo, di cui noi ci onoriamo come del più splendido blasone, lo si può definire, sotto molti aspetti, certamente uno fra i più atei e disumani fra tutti i sistemi apparsi nella storia. Ateo, perché ha per fine quasi esclusivo il capitale; e il Vangelo dice che ‘ voi non potete servire Dio e mammona’, poiché il cuore dell’uomo è indivisibile. Per questo sistema, ciò che conta è il capitale. E di capitale non ce n’è mai abbastanza. Non esiste economia del superfluo, nemmeno nell’economia della più grande potenza del mondo esiste il superfluo. Esiste il consumismo, ma non il superfluo, in nessuna parte del mondo, perché è della natura stessa della ricchezza di essere divoratrice, è la divinità più assetata di sangue. Perciò è anche il sistema più disumano. Dietro un capitale voi troverete altri capitali, mai troverete la faccia di un uomo. In fondo e dietro a tutto è il sistema, quando diventa dittatura dello spirito, imperialismo economico, vera religione di una società, che rapina e ammazza; è allora che si formano le cosche e le mafie; le quali poi si intrecciano alle stesse politiche e alle stesse attività produttrici del sistema; si formano cioè le piovre, i famosi mostri con tentacoli diffusi in tutta la vita del paese, contro le quali sembrerebbe che non ci sia scampo, in assoluto. In fondo è una realtà che fa parte della terza tentazione di Cristo, quando il seduttore dall’alto della montagna, fa passare davanti agli occhi del grande tentato tutti i regni della terra, e gli dice ‘tutti questi regni io ti darò, se tu prostrato mi adorerai’. Di fronte alla quale realtà ce ne sta un’altra: quella di un mondo devastato e oppresso, angariato e sfruttato con tutti i mezzi, quelli del libero mercato soprattutto. La realtà del terzo, e del quarto mondo, che tutti conosciamo, i cinquanta milioni che muoiono ogni anno di fame sulla terra; i due terzi dell’umanità che è appena nutrita, e soprattutto denutrita, mentre un terzo del mondo ha bisogno addirittura di ‘consumare’, di distruggere, per poter continuare a vivere. Perché senza consumismo la stessa potente industria rischia di fermarsi, e si svilisce il capitale, quando invece con il consumismo la ricchezza tanto si moltiplica, da diventare inutile. Paesi e continenti interi sono spogliati dal sistema, come noi neppure immaginiamo, in quanto la stessa informazione è in mano al capitale e il capitale non parlerà mai male di sé. In un libro di Rifking, Entropia, è scritto che noi, a meno che non si cambi, stiamo andando a marce forzate verso la morte, e non solo in virtù della distruzione ecologica della natura, ma soprattutto per il degrado delle energie e la loro incalcolabile dispersione, fino al punto di non essere in grado di recuperarle più, e ancora perché tutto questo porta ad una sperequazione spaventosa nei rapporti socioeconomici del mondo. Vale per tutti l’esempio degli USA che, da soli, attualmente, consumano energie che sarebbero sufficienti per ventidue miliardi di uomini. Ciò è scritto nel libro di Rifking, ed è il libro di una grande scienziato, per di più americano. Ma non si tratta neppure soltanto degli Usa. Sarebbe bene invece che si approfondisse il discorso sulle multinazionali: questo è il vero problema del mondo. Helder Camara dice che le multinazionali hanno del diabolico. Si è riusciti a fare l’internazionale dei padroni, mentre non si riuscirà mai a fare l’internazionale degli operai; e i sindacati sono sconfitti perfino in casa propria.
E’ questa la realtà adombrata dalla comparsa dei briganti nella parabola del buon samaritano? Libero il lettore di condividere o meno, ma non libero il credente di non dare realtà attuale e concreta alla sua fede, non libero di negare l’attuosità alla parola”
.
Con queste parole David Maria Turoldo, un sacerdote che portava la luce nel cuore di chi lo avvicinava, definisce il nostro mondo di oggi, e l’organizzazione sociale che ci siamo dati, o che abbiamo dovuto subire da chi è più potente di noi.
Ed ecco quindi che, come dice Gesù, essendo il cuore dell’uomo “indivisibile”, questi non può servire Dio e anche mammona, e avendo scelto mammona, cioè la materialità della vita, i suoi agi, i suoi vizi, le sue cattiverie, non può servire Dio: da qui il male morale che l’uomo di oggi porta con sé, il male oscuro, che appunto è originato dal niente sostanziale che abbiamo nel cuore.
Alla luce di quanto ha scritto padre Turoldo, che marxista non mi sembra abbia mai dato l’idea di essere, si può cominciare per esempio a dubitare dell’assioma che vorrebbe che un marxista non possa anche essere credente, come molti pensano.
Nel senso che credere non dovrebbe impedire di pensare, come cerco di dire e di dimostrare dall’inizio. E se io vedo tanto egoismo, tanto spreco, tanta ingiustizia in questa società penso che il sistema che la regge ha assoluta necessità di essere cambiato. E non vedo, per quanto mi sforzi di cercare, alternative alla società attuale che ha creato e alimenta le ingiustizie che vediamo, se non in una più responsabile applicazione del marxismo economico, là dove dice che è alla società intera che vanno affidati i mezzi di produzione, e non a pochi individui.
Ma questo è un’altro discorso, che magari faremo più avanti
se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky