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Discussione: Azov ed il nazifascismo ucraino

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    Predefinito Azov ed il nazifascismo ucraino

    Per quanto riserve possiamo coltivare tra noi su Putin e la sua arrendevolezza interna sul potente moloch capitalista russo, mi pare evidente che vada sostenuto senza se senza ma sia in Medioriente e soprattutto in Ucraina.
    Proprio oggi con Biden ieri a Kiev sono riprese le azioni di guerra della giunta e dei militari fascisti contro il Donbass.
    Di seguito, vi linko il manifesto ideologico del battaglione nazionalista ucraino Azov, che si avvale chiaramente di richiami ai vari movimenti fascisti dello scorso secolo. Azov non è ben visto nè dal Congresso Usa nè dai settori militari americani, in quanto avverso all'adesione ucraina alla Nato, almeno in teoria, ma il suo capo Biletsky è stato ospitato con tutti gli onori dall'Unione Europea a luglio scorso.
    Azov è un corpo indipendente in teoria ma di fatto arruolato nel ministero di Kiev. I suoi militanti si possono spesso incontrare, soprattutto nell'ultimo mese in cui pareva avviarsi un rallentamento dei combattimenti, a bivaccare tra le piazze ucraine, nei ristoranti e nei bar, esibiscono maglie e stemmi di Mussolini e tatoo nazisti. Il simbolo stesso è ripreso dalla simbologia nazista delle Waffen SS. Con loro ci sono diversi volontari provenienti da nazioni europee, soprattutto croati francesi e spagnoli, ma anche diversi russi e siberiani.
    Proprio ieri, il capo del battaglione Biletsky intervistato da una tv ucraina (canale 12) ha dichiarato che l'Ucraina è tradizionalmente amica di Cecenia, Turchia e Palestina, per cui si dà la disponibilità del battaglione fascista ad intervenire in Medioriente contro il lealismo siriano e soprattutto contro la Russia.
    Purtroppo godono di un certo consenso, soprattutto nelle zone di confine.

    REGIMENT “AZOV”. RENAISSANCE OF IDEOLOGY
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  2. #2
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    Predefinito Re: Azov ed il nazifascismo ucraino

    La situazione in Ucraina si deteriora a vista d'occhio per gli scontri interni tra fazioni democratiche (sostenute da Usa e Ue) e fazioni d'estrema destra. Ieri il leader di Azov, nella consueta intervista tv, Biletsky ha parlato di una missione europea di Azoz. Si è contrapposto indirettamente ai vari fronti della destra radicale europea, poichè in maggioranza filorussi. Ha stabilito una linea di demarcazione tra nazionalisti europei e non. I primi sono coloro che battagliano con Azov contro i russi naturalmente. Solito attacco a Putin amico di ebrei e multirazzialista. Fortissimi combattimenti a Donetsk. I compagni si stanno difendendo alla grande.
    Il Processo di integrazione ucraino in UE è ormai definitivo, almeno economicamente. La Russia stabilirà relazioni economiche con UIcraina non più paritarie, fraterne e privilegiate.
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  3. #3
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    Predefinito Re: Azov ed il nazifascismo ucraino

    Come già dicevo un mese fa la situazione ucraina è incandescente, si è ripreso a combattere in Donbass.
    Vi giro un articolo interessante ripreso da un sito di destra radicale italiana, tutto sommato onesto, sicuramente scritto da persona presente ai fatti ucraini, ma si guarda bene dal dire che oltre agli addestratori e i battaglioni ceceni di cui fugacemente si parla, si hanno come si dice a Kiev relazioni forti tra vertici Azov e ministero esteri turco (l'altro ieri tra l'altra c'è stato incontro tra primo ministro turco e ucraino). Ho sentito circa un mese fa in un incontro pubblico a Kiev, vari capoccioni di Azov e dell'estrema destra ucraina dire pubblicamente che il loro ideale di Pan-Europa non è combattuto dalla Turchia che sarebbe in ottimi rapporti commerciali con Ungheria, Germania, Ucraina, Lituania-Polonia quanto dall'invasione "neo-bolscevica" di Putin. Quindi, questo è un capitolo da approfondire.

    L’Ucraina social-nazionale







    Scritto da Federico Martino
    Giovedì 10 Marzo 2016 00:29

    Tra Nato e neo-imperialismo russo




    In relazione a quanto detto nei giorni scorsi (Kiev e Mosca mano nella mano)
    segnaliamo la significativa novità che i due camerati del corpo civile Azov, Stanislav ed Oksana, in seguito alle radicali proteste dei giovani azovisti son stati rimessi in libertà.
    Dalla diretta testimonianza di un volontario nel Reggimento, siam venuti a sapere delle condizioni tutto sommato buone dopo il rilascio, sebbene, soprattutto Stanislav presenti ancora sostanziosi segni delle torture inflittegli da agenti dell’SBU.
    Chiaramente, nel rapporto di forza che si è aperto tra ambienti militari che rispondono direttamente al comandante Biletsky e agenzie spionistiche e politiche che rispondono direttamente a Poroshenko, questo è un round che va all’Azov. Questa dinamica ci permette anche di smascherare la menzogna della propaganda del Cremlino – raccolta immediatamente dalle varie sinistre radicali occidentali, con tanto di fotomontaggi dove alla bandiera con Tridente Ucraino esibita da militanti nazionalisti veniva sostituita quella con simbolo Nato - che da due anni ad oggi martella costantemente con l’equazione Azov uguale UE o “nazismo ucraino” uguale Nato.
    In realtà, come sanno bene a Mosca, il Congresso americano ha vietato sia la vendita di armi specificamente all’Azov, sia l’addestramento diretto da parte dei militari USA in base all’emendamento posto alla legge H.R. 2685 (Department of Defense Appropriations Act), presentato dal membro del Congresso John Conyers e approvato bipartisan ormai da tempo negli Usa. L’addestramento del Reggimento è stato infatti compiuto da ceceni, croati, svedesi, francesi, ma non c’è traccia di militari americani. Di conseguenza, la lotta interna ucraina che si compie sul destino del Donbass e della Crimea sembra proprio riguardare la diversa percezione del ruolo decisionista di Mosca da parte di Biletsky e da parte del governo ucraino; se per il primo, non vi potrà esser pace sin quando Mosca, con la sostanziale complicità di Obama, protrarrà l’invasione del Donbass e l’occupazione della Crimea, Poroshenko, uomo della mediazione tra l’ambasciata americana di Kiev e Mosca, vorrebbe invece a questo punto stendere il silenzio sulla triste sorte della Crimea e sulla stessa persecuzione degli Ucraini in Crimea, compiuta dai putinisti.
    In tal senso, l’offensiva dell’Azov di cui si dava notizia nei giorni scorsi è un attacco lanciato non solo verso Mosca, ora impegnata anche su altri fronti, come sappiamo, ma soprattutto verso Poroshenko e le sue sciocche promesse all’ambasciata a stelle e strisce di Kiev.
    In contemporanea a tali eventi, continua una forte persecuzione da parte del regime di Mosca verso militanti e movimenti nazionalrivoluzionari russi che sostengono l’Azov e la battaglia ucraina per l’Indipendenza.
    In particolare, tutte le accuse son state confermate ad Alexander Belov, uno dei leader della galassia di opposizione nazionalrivoluzionaria, il recente 4 marzo: ovvero sabotaggio dell’Unione Eurasiatica, violazione della legge kazaka e della legge cecena in vista di una improbabile sovversione dei corrottissimi governi Nazarbaev e Kadyrov, violazione articoli 280, 282 e 282.1 codice penale russo (organizzazione movimento estremista). Stupisce però che non sia emerso con più forza nel pensiero dell’accusa il sostegno esplicito che non solo Belov, ma la totalità dei movimenti social-nazionali russi, danno ai “fratelli ucraini” nella loro lotta. Questo il motivo per cui da due anni a questa parte, è ripresa con forza un’aggressiva politica repressiva del Cremlino verso la Destra Radicale russa, che prima di Maidan sembrava essersi un poco placata. Non a caso, Dmitry Dyomouchkine, leader della più grande organizzazione della destra radicale russa, arrestato dall’Fsb per l’ottava volta, dalla persecuzione si è rivolto di recente ai social-nazionali est europei, specificando che la posizione filo-ucraina è naturale nelle posizioni del movimento ed è una conseguenza della politica anti-russa e filosionista del Cremlino. “Fino al 2010 i nazionalisti russi, globalmente non sono mai stati contro il governo” ha detto." Ma da poco le nostre organizzazioni sono stati bandite (Unione slava e altri gruppi nazionalrivoluzionari sono riconosciuti come estremisti - RBTH) e cause sono state depositate contro i leader delle organizzazioni, nei primi casi solo una volta, ora sempre più spesso.
    "Ora i nazionalisti rivoluzionari si sono allontanati dal Cremlino e questo è solo colpa del governo. Ha creato un nemico che in potenza non c’era", ha detto Demushkin. D. Tjukin, organizzatore della Marcia Russa del 4 novembre, anch’egli militante di Russkie, ha più volte sostenuto che il movimento sociale russo è a fianco dei “fratelli Ucraini” e spesso è presente a Kiev. Sia Korolev, sia “Tesak”, noti militanti del movimento patriottico russo Restrukt, han scritto lettere dal carcere sostenendo la lotta ucraina antiputinista.
    Non occorre nemmeno sorvolare a cuor leggero sul fatto che, in seguito all’invasione russa della Crimea prima, del Donbass poi, anche agenti Fsb russi come Ilya Bogdanov ed altri han disertato e si son trasferiti a Kiev per sostenere la lotta di indipendenza ucraina.
    Come gli ucraini di Azov, il cui raggruppamento politico-culturale ha il nome di Assemblea SocialNazionale, anche i militanti russi intendono combattere l’imperialismo russo e quello americano da posizioni social-nazionali.
    Si consideri che la tradizionale Marcia dei social-nazionali russi del 4 Novembre è stata nel 2015 vietata; formalmente per motivi di ordine pubblico, in realtà perché nel 2014 si svolse a Mosca (Lyublino) sotto gli occhi increduli della polizia putinista, un ritrovo dove primeggiavano gli slogan in omaggio a Bandera, Vlasov - in realtà anche ad Adolf Hitler e Benito Mussolini - e molti partecipanti esibivano bandiere con il Tridente Ucraino. Il 4 novembre 2015 la Marcia è stata vietata, ma ha visto egualmente la partecipazione, assai ridotta, di circa 800 militanti e si è conclusa con la solita repressione ed i soliti arresti degli organizzatori. In Russia, del resto, il cosiddetto “negazionismo” sulla grande guerra patriottica contro la Germania può arrivare a ben tre anni di carcere!
    Mentre le correnti nazionalbolsceviche, anche esse anti-putiniste prima delle vicende ucraine, in seguito alla conquista della Crimea e all’invasione del Donbass, galvanizzate da questo nuovo alito di antifascismo dogmatico, han mandato volontari in Ucraina e han iniziato a sostenere quello che han identificato come il “nuovo corso” di Putin, i social-nazionali russi hanno invece ancor più radicalizzato il loro anti-putinismo e si sono stretti in una unica lotta con i social-nazionali ucraini.
    Movimenti come quelli della gioventù ucraina, che si è saputa imporre a Maidan sulle logiche oligarchiche, sono diventati per i russi di Destra Radicale un buon esempio in vista di un auspicabile futuro della gioventù russa, stretta per ora nella morsa del dogmatismo clerical-ortodosso da un lato, del tanto agognato materialismo di importazione americanista dall’altro.
    La Destra Radicale russa ha così iniziato, da Maidan in avanti, a sostenere la battaglia nazionale ucraina con centinaia e centinaia di volontari, che han dato avvio al fenomeno del “Ritorno nella terra originaria”, in omaggio all’Ucraina quale cuore spirituale della Russia; molti di lor son partiti senza documenti e senza avvertire in anticipo le famiglie, certi di non poter più rimettere piede in Russia: è il caso ad esempio di Sergey "Balagan" Grek, caduto il 4 agosto 2014 nei pressi di Donetsk a causa dell’esplosione di una mina, riconosciuto con certezza in seguito alla morte da un familiare grazie a un tatuaggio sul collo che ritraeva il volto di Benito Mussolini.
    A tal fine è sorto l’11 ottobre 2015, a Kiev, il Centro Russo, la cui classe dirigente è interamente russa, ma stabilitasi appunto in Ucraina, data la particolare vicinanza con i socialnazionali di Kiev.
    Analizzando i documenti e osservando i pensieri emersi nel corso del Convegno del gennaio 2016 del CR, anche in questo caso si possono tranquillamente smentire le false informazioni propagandistiche lanciate ossessivamente dal Cremlino, in base a cui i social-nazionali ucraino-russi altro non sarebbero che fanatici neonazisti, antisemiti, reazionari e così di seguito.
    Esaminando gli interventi di Olena Semenjaka, presidente del Club rivoluzionario-conservatore di Kiev, studiosa di idealismo tedesco e letteratura, “ideologa” di Azov, emerge un richiamo ideale molto preciso a Martin Heidegger, ad E. Junger, a S. George. Quanto al primo, esistono migliaia di pagine sui suoi rapporti stretti con il Nazionalsocialismo tedesco ed ora son arrivati pure i Quaderni Neri; non possiamo di certo affrontare qui l’argomento, ma certamente gli antifascisti del Cremlino non conoscono nemmeno il 10 per cento dell’opera heideggeriana. Quanti agli altri due, accusarli sic et simpliciter di “nazismo” sarebbe come accusare Benedetto Croce di “giolittismo” o Sostakovic di stalinismo.
    Se dunque si volesse comprendere a fondo la visione di questi circoli e di questi movimenti social-nazionali russo-ucraini, più che buttarla sul propagandistico, bisognerebbe accettare il fatto che sono uniti anzitutto dal rifiuto di una presunta essenza eurasiatica della missione russa, che si sarebbe invece sovrapposta alla vera Russia originaria, da Alexander Nevskij in poi. In un certo senso zarismo (tranne rare parentesi), bolscevismo staliniano e putinismo vengono rigettati per lo stesso motivo di fondo. La loro è una Russia inautentica.
    Il richiamo a figure quali Bandera, Vlassov, dunque a tutti i volontari i quali nel corso della guerra decisiva dell’Essere sull’ente decisero per L’Essere, è proprio dovuto all’elemento Ontologico che costoro, per quanto spinti dalla terribile esigenza dell’Evento dell’epoca, avrebbero risvegliato con il loro sacrificio lo Spirito originario del suolo e del popolo dei Variaghi, spirito Occidentale, ovvero greco-germanico, nella volontà di oltrepassare la barbarie regressiva asiatista e soprattutto il desertificante fatticismo nichilista americanista.
    Perciò la critica al putinismo quale neo-sovietismo o quale burocrazia asiatizzata in cui converge l’Oligarchia plutocratica, non è semplicemente dovuta al fatto che arresti i social-nazionali e ne chiuda le sedi, ma è proprio quella di essere il putinismo una caricatura ed una contraffazione del vero spirito russo, che è nella sua originaria essenza di discendenza europeo-germanica.
    Il messaggio lanciato da questo movimento social-nazionale è stato soprattutto raccolto dai militanti est-europei: polacchi, estoni, lituani, cechi, slovacchi. Si prendono le distanze, purtroppo, dal Front National francese e da Alba Dorata, in quanto sarebbero forze nazionali ma troppo dipendenti dai disegni geopolitici putinisti, dunque assolutamente fuoristrada su quanto sta avvenendo in Ucraina.
    I camerati russi ed ucraini comunque non disperano. Non sempre il vincitore è colui che vince la battaglia fisica, ma più spesso è proprio colui che riesce a imprimere la potente tensione ideale nella battaglia stessa, adeguandosi anche alla tattica ed agli strumenti del nemico. Quindi la fedeltà alla Kultur nel Sé e nell’Essere: ben prima che a ogni disegno politico- è la custodia di ciò che v’è concretamente da custodire in questo tempo. Al di là della guerra, v’è la lotta quotidiana, che è forse la vera guerra. Occorrerebbe così distinguere il Kampf dal Krieg. Privi di Kultur, non si può creare; si può al massimo sopravvivere nella gelida notte dell’Essere. In tale visione di sacrale pratica della Custodia, l’Ucraina social-nazionale è la trincea d’Europa, o meglio la sentinella avanzata dell’autentico Occidente.
    L?Ucraina social-nazionale

  4. #4
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    Predefinito Re: Azov ed il nazifascismo ucraino

    Vi giro un altro art interessante da Contropiano.
    da quello che si dice a Kiev, in pol position ci sta proprio Natalja Jaresko. In realtà linvestitura di quest'ultima, fortemente osteggiata dai circoli nazionalisti e d'estrema destra, potrebbe significare il ritiro dal Donbass - sempre con l'incognita Azov, ormai un corpo anarchico e incontrollato per i ministeri ucraini - e la pace con Putin.


    Ucraina: nomi e figure di scena per fare la guerra al Donbass





    Da oltre un mese l'attenzione internazionale sulle questioni ucraine appare maggiormente concentrata sulle possibili candidature in sostituzione del primo ministro Arsenij Jatsenjuk che non sulla guerra che, a dispetto dei mai concretizzati accordi di Minsk-2 del febbraio 2015, Kiev sta continuando a condurre contro il Donbass. A partire dalla batosta elettorale subita dal partito del premier, il “Fronte del popolo”, nelle elezioni dell'autunno 2014, le quotazioni di Jatsenjuk hanno continuato a precipitare, fino a raggiungere quota zerovirgola; ciononostante, egli non dà segni di cedimento. Nemmeno con le maniere forti si è riusciti a staccarlo – nel senso letterale della parola – dallo scranno ministeriale. Qualcosa o qualcuno ce lo tiene saldamente attaccato. La questione è tornata a ripresentarsi dallo scorso 4 febbraio, allorché la Rada aveva giudicato “insoddisfacente” il lavoro del gabinetto e il presidente in persona, l'oligarca Petro Porošenko, aveva parlato della “necessità di riavviare il lavoro del governo”, sottintendendo un ricambio di figure, a partire dal premier. La questione era divenuta “scottante” nei giorni successivi, dopo le dimissioni del Ministro dello sviluppo economico, il lituano Aivaras Abromavičius, il cui passo era stato approvato dagli ambasciatori dei paesi occidentali e dal portavoce del Dipartimento di stato, John Kirby. In quell'occasione, era apparso evidente il ruolo del lituano quale “residente” di servizi stranieri nel governo ucraino, cui i vertici dell'intelligence avevano ordinato l'uscita di scena. Ma, evidentemente, questo non significava ancora che le forze che avevano installato Jatsenjuk al timone dell'Ucraina, avessero deciso di buttarlo a mare. E infatti è ancora lì e oggi ha addirittura proposto alle frazioni parlamentari del Partito Radicale e di AutoAiuto di rientrare nella coalizione governativa. E, a dirla tutta, anche molte previsioni di politologi russi non si sono avverate. Dopo le dimissioni del lituano Abromavičius, si era parlato di quelle del Ministro della sanità, la georgiana Aleksandra Kvitašvili, di Mikhail Saakašvili e addirittura della Jaresko: di una evasione in massa, insomma, dei ministri e funzionari stranieri dalla nave che stava affondando. Ma nulla di tutto questo si è ancora verificato, a parte la “fuga” in Francia della vice Ministro degli interni, la georgiana Eka Eguladze, fermata alla frontiera ucraina con 4 milioni di $ in borsa che, a suo dire, le servivano per pagare le spese di parto in Francia.
    Ora dunque, nelle cinque settimane trascorse dal 4 febbraio sono stati fatti diversi nomi di possibili candidati al soglio: di alcuni si è detto che godrebbero dell'appoggio occidentale, di altri, addirittura, di quello del Dipartimento di stato, per altri ancora è parso di subito evidente il ruolo di “cavallo scosso”. Per nessuno di essi, come era prevedibile, la cessazione della guerra contro il Donbass pare una priorità.
    In qualità di outsider si è parlato dell'attuale segretario del Consiglio di sicurezza e di difesa, Aleksandr Turčinov, sostenuto da segmenti di varie frazioni parlamentari (Blocco Porošenko, Fronte Nazionale, Partito Radicale, Volontà del popolo, AutoAiuto). Non più solida anche l'autocandidatura del leader del Partito Radicale e sindaco di L'vov, Oleg Ljaško. Di tutt'altro spessore invece le possibilità del Ministro delle finanze, l'americano-ucraina ex funzionaria del Dipartimento di stato USA, Natalja Jaresko. Il suo nome era già stato fatto la scorsa estate – contrapposto alle rinnovate velleità da premier di Julja Timošenko – allorché i sondaggi davano già Jatsenjuk sotto il 10% nel “gradimento degli ucraini. Se ne è parlato ancora nei mesi scorsi e di lei ha parlato ieri l'ex ambasciatore USA a Kiev Steven Pifer. La frazione presidenziale alla Rada, il Blocco Porošenko, aveva rivelato appena pochi giorni fa che trattative sono in corso già dallo scorso dicembre con l'ex premier polacco Leszek Balczerowicz, gradito all'Occidente e autore in patria delle ben note terapie shock con cui da Washington si è “raccomandato” il passaggio all'economia di mercato nei paesi dell'Europa dell'est. Nell'altalena di cittadinanze che vengono elargite a uso e consumo del Dipartimento di stato USA, non si è mancato di fare anche il nome dell'ex presidente georgiano e attuale governatore ucraino di Odessa, l'ultrayankee Mikhail Saakašvili. Nonostante la quantità di potenziali candidature alla sostituzione di Jatsenjuk, il politologo Kirill Kortyš, intervistato da RT ha dichiarato che "Vengono proposte figure freak per creare deliberatamente un clima da teatro dell'assurdo, come è il caso di Ljaško … figure come la sua vengono ventilate a dimostrazione di alternative terribili, che potrebbero verificarsi nel caso Jatsenjuk desse davvero le dimissioni". In realtà, sostiene Kortyš, “nessun politico vuole prendersi la responsabilità” di guidare il paese nelle attuali condizioni. Lo stesso Porošenko “non è interessato alle dimissioni di Jatsenjuk. Si fa molto rumore, ma l'obiettivo è quello di dimostrare all'Occidente che Porošenko non ha abbastanza influenza in parlamento nemmeno per dimissionare il governo impopolare di Jatsenjuk. Di conseguenza, è anche inutile chiedergli il rispetto degli accordi di Minsk e della riforma costituzionale”. Ecco a cosa si riduce il balletto di nomi: a “dimostrare” l'impossibilità per Kiev di non fare la guerra. E infatti la sta facendo e la sta addirittura intensificando.
    In questo balletto di nomi e cognomi, rimane irrisolta – e, evidentemente, tale è destinata a rimanere ancora a lungo, nei piani dei direttori d'orchestra d'oltreoceano – la questione della guerra nel Donbass e del ruolo di punta avanzata Nato dell'Ucraina contro la Russia. Ed è all'ordine del giorno della Rada per il prossimo 16 marzo la rottura delle relazioni diplomatiche con Mosca. Dopo le dimostrazioni, con lancio di pietre verso l'edificio, di fronte all'ambasciata russa a Kiev, il relativo disegno di legge è stato presentato da deputati del Blocco Porošenko, AutoAiuto e Partito Radicale: “proprio come prima della guerra”, titolava ieri Pravda.ru.
    E dove la guerra continua per davvero, nel Donbass, sono di stamani le notizie sullo “strisciante accerchiamento” di Gorlovka, con i combattimenti riaccesisi furiosi attorno a Jasinovata (importante snodo ferroviario a nordovest di Donetsk), con l'obiettivo principale fissato su Donetsk stessa puntando da nord su Makeevka ed Enakievo da sud. A oggi, i combattimenti più accesi vengono registrati attorno a Gorlovka, Jasinovata e nell'area dell'aeroporto di Donetsk; più a sud, lungo la direttrice di Mariupol. La Tass scriveva stamani di edifici civili danneggiati nel villaggio di Naberežnoe, nella provincia di Novoazovskij.
    E' la stessa ONU che parla oggi del repentino riacutizzarsi della situazione nel Donbass registrato in febbraio, con 9.187 morti e oltre ventunmila feriti (cifre ufficiali) dall'inizio del conflitto, insieme a 1 milione e centomila profughi e oltre 3 milioni di persone che necessitano di aiuti umanitari.
    Sono Donetsk, Lugansk, Gorlovka, Volnovakha, Kostjantinovka e tutte le città e i villaggi martoriati dalle artiglierie ucraine, che segnano la storia del golpe a Kiev; gli Jatsenjuk, i Porošenko, le Timošenko, restano in scena solo finché le loro figure rappresentano il copione scritto molto più a ovest.
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  5. #5
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    Predefinito Re: Azov ed il nazifascismo ucraino

    Rimando a un manifesto ideologico europeista degli azoviani, quasi certamente scritto da Olena Semengaka, laureata a filosofia all'Università di Kiev, volto presentabile dei nazi ucraini. Tra l'altro gli italiani tra i nazi sarebbero ben più dei 3 o4 di cui parla Il Manifesto.
    Tesi fondamentale- riprendendo anche il filosofo fascista Evola - è un nucleo mitteleuropeo antirusso, dove a padroneggiare sarebbero il famoso di Visegrad, ossia nazioni baltiche e nazioni dell'est tutte russofobe capeggiato da polacchi e ucraini russofobi.
    Tutto ciò che viene dalla Russia è asiatico bizantino mongolo e così via.
    Possible EU collapse and the prospects of Europe...


    1) at least since the first third of the 20th century the evolved theory of nationalism, elaborated within the movement of Conservative Revolution, is aimed at building a pan-European union - a Europe of Nations, but understood in an organic sense, not in a sense of “nation state” of the 19th century. Such a union is also organized hierarchically, by the transcendent principle of traditional authority “from above” and strong decentralized roots “from below”; it respects both imperial unity and national individuality of its members. The most famous theorists of the united national Europe are conservative-revolutionary classics Ernst Jünger, Julius Evola, Arthur Moeller van den Bruck, Oswald Spengler, Edgar Julius Jung and Othmar Spann. Their modern followers (new rightists, identitarians, archeofuturists, proponents of Imperium Europa project and so on) even tend to exaggerate this unity in the face of a new “clash of civilizations”; - See more at: RECONQUISTA


    1) at least since the first third of the 20th century the evolved theory of nationalism, elaborated within the movement of Conservative Revolution, is aimed at building a pan-European union - a Europe of Nations, but understood in an organic sense, not in a sense of “nation state” of the 19th century. Such a union is also organized hierarchically, by the transcendent principle of traditional authority “from above” and strong decentralized roots “from below”; it respects both imperial unity and national individuality of its members. The most famous theorists of the united national Europe are conservative-revolutionary classics Ernst Jünger, Julius Evola, Arthur Moeller van den Bruck, Oswald Spengler, Edgar Julius Jung and Othmar Spann. Their modern followers (new rightists, identitarians, archeofuturists, proponents of Imperium Europa project and so on) even tend to exaggerate this unity in the face of a new “clash of civilizations”; - See more at: RECONQUISTA


    1) at least since the first third of the 20th century the evolved theory of nationalism, elaborated within the movement of Conservative Revolution, is aimed at building a pan-European union - a Europe of Nations, but understood in an organic sense, not in a sense of “nation state” of the 19th century. Such a union is also organized hierarchically, by the transcendent principle of traditional authority “from above” and strong decentralized roots “from below”; it respects both imperial unity and national individuality of its members. The most famous theorists of the united national Europe are conservative-revolutionary classics Ernst Jünger, Julius Evola, Arthur Moeller van den Bruck, Oswald Spengler, Edgar Julius Jung and Othmar Spann. Their modern followers (new rightists, identitarians, archeofuturists, proponents of Imperium Europa project and so on) even tend to exaggerate this unity in the face of a new “clash of civilizations”;
    2) emergence of the “third” geopolitical way between the “enlightened Western democracies” and Russian imperialism started shortly after the downfall of Holy Roman Empire of the German Nation in 1806. Its most famous versions are German (Prussian) concept of Central or Middle Europe (Mitteleuropa) and Austrian (Habsburg) model of Paneuropa-Union. Their direct successors were the aforementioned conservative-revolutionary projects of the decentralized reich that unites “old” West European and “young” East European nations. Swedish scholar Rudolf Kjellen, who coined the term “geopolitics,” believed that West Europe (Rome) was obliged to protect the “cultural border” represented by East European and Baltic states from the Soviet threat that is based on the “mutation” of tsarism and Asiatic will-to-power (Byza
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