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Discussione: Merde d'artisti. Se il sacrilegio diventa "arte", la libertà muore.

  1. #1
    de-elmettizzato.
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    Predefinito Merde d'artisti. Se il sacrilegio diventa "arte", la libertà muore.

    Merde d’artisti: se il sacrilegio diventa “arte”, la libertà muore

    Posted on 14/12/2015 by Il Mastino

    L’arte ha a che fare con la redenzione, piuttosto che con la condanna. Lo ha capito da sempre la Chiesa … Per questo ha chiesto agli artisti di rappresentare in modo vivido e realistico quanto è nei cieli e ha chiesto che anche le pietre degli edifici siano immagine delle pietre vive per le quali Cristo ha dato la vita sulla Croce. Questo almeno fino a quando anche una parte del clero non si è mondanizzato e si è messo ad inseguire anch’esso le lucciole dell’arte contemporanea, abdicando al suo compito pastorale di proporre al popolo di Dio una viva immagine delle realtà spirituali. Come il demiurgo, nella mitologia platonica, era colui il quale getta la luce del bene sulla materia bruta al fine che nasca il mondo che conosciamo, così il fine dell’artista è quello di gettare la luce dei più alti e begli ideali sulla materia bruta che tratta al fine di produrre una bellezza che a quegli ideali conduca. L’artista come artefice di bellezza, come “calliùrgo”.

    .

    “Cosa apprezzi di me, mio strano amante?”
    “Sii bella e taci!”
    (Charles Baudelaire – Les feurs du mal, LXIV)
    .
    di Padre Francesco Solazzo, C.P.

    Pisschrist, anzitutto cos’è? Lasciamo descriverlo a wikipedia, in due righe:PissChrist (in italiano “Cristo di piscio”) è una fotografia realizzata nel 1987 dal fotografo statunitense Andres Serrano. La foto raffigura un piccolo crocefisso di plastica immerso in un bicchiere di vetro contenente l’urina dell’autore. L’opera ha vinto, nel 1989, il premio Awards in the Visual Arts messo in palio dal Southeastern Center for Contemporary Art e sponsorizzato dal National Endowment for the Arts, un ente governativo statunitense che tutela e finanzia progetti a cui è riconosciuta un’eccellenza artistica. L’opera è stata danneggiata da cattolici il 17 aprile 2011 durante la sua esposizione ad Avignone.È passato un mese, oramai, dai fatti che mi hanno stimolato a scrivere questo articolo, ma, certi pensieri è forse meglio lasciarli maturare un po’ prima di stenderli su carta. Così sono ritornato sul Pisschrist di Andres Serrano di cui si è discusso in occasione di Photolux Festival di Lucca, e sulla lettera aperta che Enrico Stefanelli, curatore dell’evento, ha scritto lamentando le polemiche aspre sorte in seguito alla sua decisione, poi ritrattata, di inserire l’ “opera” nell’esposizione. Nella sua lettera aperta Stefanelli scrive:« Con dispiacere mi sono accorto invece che la coscienza socio-culturale ha dimostrato una inadeguatezza al riconoscimento della libertà di espressione artistica e ho dovuto constatare che i tempi e i luoghi non sono ancora sufficientemente maturi per il riconoscimento della libertà di espressione. »Questa sua frase mi ha fatto apparir chiaro che vi sono dei punti oscuri che a mio parere gli sfuggono. Questa mia riflessione, dunque, toccherà due ambiti: il primo è quello sulla libertà di espressione e il secondo è un pensiero sull’arte. Questo breve percorso sarà accompagnato con titoletti presi dai versi della canzone “Liberi liberi” di Vasco Rossi: che non vuole per niente essere banale, ma solo una maniera ironica di vedere guardare a questi intellettualismi del mondo dell’arte contemporanea.
    Liberi, liberi siamo noi, però liberi da che cosa?

    Pietro Rotari (1707-1762) Giovane donna col libro “Sii bella e taci”

    La libertà di espressione artistica, innanzi tutto (credo che in questo si potrà esser d’accordo con me), può rientrare nella più ampia libertà di espressione e di parola che la nostra cultura occidentale riconosce a tutte le persone. Se non ci sarà libertà di espressione e di parola, infatti, neanche l’artista sarà libero di esprimersi secondo il linguaggio che gli è proprio. Ma qui cominciano i primi interrogativi.La lettera dice che « la mostra, così come il Festival prescinde da ogni forma di fondamentalismo e di personalizzazione ed è fonte di libertà assoluta ». Sorvoliamo sul fatto di come una mostra possa essere fonte di libertà. C’è però da chiedersi che senso abbia che questa libertà sia assoluta. C’è da chiedersi, cioè, se questo non sia un culto idolatrico che finisce con la negazione della stessa libertà poiché la riduce a feticcio di un astratto idealismo cui inchinarsi. Mi spiego meglio.Per qual fine è data la libertà nelle nostre società occidentali? Per quali ragioni si sono continuamente fatte delle lotte, anche sanguinose in nome di questa libertà? Non è forse per permettere alle persone un dialogo franco e sereno al fine di favorire gli scambi di idee e di cultura? Non è perché se io ho un’idea e tu ne hai un’altra e ce le scambiamo saremo arricchiti entrambi? E cioè, questa libertà non è stata rivendicata e ottenuta affinché tutti i membri della società civile possano contribuire, ognuno secondo le proprie capacità e ricchezze individuali e sociali, alla ricerca e alla costruzione del bene comune?Albero della libertà. L’idolatria della libertà.

    L’uomo, essendo un “animale sociale”, come già avevano intuito gli antichi, non può prescindere dalla società in cui nasce, vive e muore; allo stesso modo anche la libertà non ha senso se ristretta al solo ambito dell’individuo e deve trovare il suo perché completandosi con la sua imprescindibile dimensione sociale. Se vista in questa duplice dimensione allora la libertà può diventare vera occasione di promozione sia degli individui sia dell’intero corpus sociale. In questa duplice prospettiva, però, consegue anche che non vi può essere posto per una libertà assoluta, perché essa risulterà sempre essere relativa alle persone e alla loro promozione individuale e sociale.Difendere una libertà svincolata dal bene significa idolatrare la libertà. Ed ogni idolo, lungi dall’elevare le persone, le schiavizza poiché diventa esso il fine, mentre le persone divengono strumenti; ecco perché ho affermato che questo culto riduce la libertà a feticcio di un idealismo astratto.
    Forse eravamo “stupidi”, però adesso siamo “cosa”?

    Je ne suis pas Charlie.

    Purtroppo questa idolatria della libertà è qualcosa che sta pervadendo la nostra società e, perfetta espressione di questo culto vuoto e svuotante, è stato tutto quello che successe in occasione dell’attentato a Charlie Hebdo. Allora tutti fecero a gara nel dire “je suis Charlie” e a ripeterlo come pappagalli addestrati dai media. In quell’occasione io non fui Charlie e oggi continuo a non esserlo. Non potevo. Non posso. È una questione di civiltà e di ragionevolezza.Questa mia presa di posizione non vuol essere affatto una giustificazione di quei crimini: lungi da me una considerazione simile. Ma non posso identificarmi con un giornale che abusava della libertà per insultare, irridere e oltraggiare. Non posso reputare quelle espressioni come civiltà. Quale contributo positivo (culturale, informativo, d’intrattenimento, ecc.) dava quel giornale alla società? (A parte, si intende, l’affermazione della libertà stessa, ma svuotata di un fine positivo). Ciò che successe attorno ai fatti di Charlie è significativo di come e quanto in Occidente la libertà sia diventata un idolo, di come sia stata sradicata dal contesto umano che l’ha generata e per la quale fu, a suo tempo, rivendicata dinanzi ai totalitarismi.Oggi, vuota e privata di valore, rischia di diventare essa stessa un totalitarismo in cui il nome di “libertà” risuona come mero flatus vocis, disincarnato dalla realtà, ma anzi, come ulteriore fattore alienante. Il rifiuto di quell’“opera”, lungi dall’indicare una certa immaturità della “coscienza socio-culturale”, a mio parere, indica invece una certa vivacità del tessuto sociale che non si lascia piegare da un certo indottrinamento che continuamente certe élite ideologiche vorrebbero imporre attraverso i media.Sì, perché l’“abuso di potere artistico mediatico”, come lo chiama Stefanelli, non è quello che gli ha fatto togliere l’“opera” dal catalogo della mostra, ma quello che glielo ha fatto mettere. Che sia ideologia, infatti, non v’è dubbio, ma non è una ideologia che viene da me o da tutti coloro che non volevano quella foto, ma che è presente in un certo modo di intendere l’arte che si è affermata in questi ultimi tempi della nostra storia. Ciò di cui vado a parlare ora, infatti, inerisce l’altra parte del mio discorso e che riguarda più da vicino il fatto estetico. È questo, infatti, che è stato via via ideologizzato.
    Che cos’è stato, cos’è stato a cambiare così?

    Piero Manzoni, Merda d’artista. Nessuna transustanziazione ha operato l’autore e, benché d’artista, sempre feci restano

    Ciò che spesso fanno i critici, nel giudizio di un’opera d’arte contemporanea, e di cui Stefanelli ha dato una prova nella sua lettera, è quello di giustificarla intellettualmente, cercando le più recondite ragioni che hanno spinto l’autore alla creazione artistica: ragioni psicologiche, filosofiche (o piuttosto pseudo tali) e soprattutto sociologiche. I critici si parlano un po’ addosso e si citano l’un l’altro, come ha fatto l’autore che, cercando ragioni per rendere accettabile quell’“opera” cita anche una suora. Il critico, cioè, si mette palesemente dalla parte dell’artista, ignorando praticamente il fruitore. Queste giustificazioni intellettuali non sono fatte, come si potrebbe pensare in un primo momento, per accompagnare la fruizione dell’opera, ma per prepararla e cercare una previa persuasione del fruitore, in modo che nell’oggetto che avrà davanti veda proprio quello che il giudizio del critico indicava. Insomma, molta parte dell’arte contemporanea non sussisterebbe senza i servigi della critica. Come mai succede questo?Io pongo l’inizio di questa “discesa” dell’arte nel 1886, anno in cui Gustave Courbet dipinse l’origine du monde (l’origine del mondo). L’operazione di questo artista, a mio avviso, fu un’abile operazione di marketing attraverso cui cercò di piazzare un’opera che gli fu commissionata e poi rifiutata. L’operazione, fondamentalmente, consisteva in questo:aver dipinto una cosa e chiamarla col nome di un’altra cosa. In quell’occasione, cioè, ci fu la prima separazione fra soggetto e titolo, in cui il titolo assumeva il ruolo di maschera intellettuale (o forse è meglio dire “intellettualista”) dell’opera d’arte.Gustave Courbet, naturalmente, non modificò la realtà di ciò che dipinse; nessuna “transustanziazione” vi fu; e neanche una semplice “trasfigurazione” del raffigurato (e se oggi è la sua riproduzione in cartolina, al Louvre, è seconda solo alla Gioconda, non è certo per il titolo, ma per il soggetto). Neanche Piero Manzoni (per fare un altro significativo esempio) operò alcuna “transustanziazione” e la sua merda, nonostante l’etichetta “d’artista”, è sempre rimasta “scatoletta di latta, carta stampata e feci”. In queste operazioni vi è chiara una scissione fra realtà e idea, fra la cosa e il suo nome.
    Chissà cos’è?…chissà cos’è?

    Il titolo dell’opera è una maschera posta dall’artista all’opera per farle dire ciò che da sé non riesce a dire

    L’artista, ponendo un titolo all’opera non fa altro che fingere, mediante la rappresentazione di una realtà, un’altra realtà. Questa strana commistione di finzione e realtà è l’erede di quella brillante operazione di marketing di Courbet e consegna l’arte ad una mentalità che non vede più in essa la ricerca della bellezza, ma quella del profitto.Togliere i giusti nomi alle cose significa minare il linguaggio e conseguentemente indebolire il pensiero che di esso si serve; indebolire il pensiero significa togliere libertà alle persone. Si tratta di ridurre i fruitori di opere a semplici consumatori di “beni artistici”; trasformare i liberi fruitori in sudditi dell’impero del consumismo. In questo mi vengono in mente le parole della Arendt che diceva che « Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più » [H. Arendt, Le origini del totalitarismo, 1967.]. Quale differenza c’è fra il suddito del nazismo o del comunismo e il consumatore? I primi credono alla propaganda politica, i secondi alla propaganda della réclame. E il lavoro dei critici, spesso, somiglia tanto alla réclame! Non mi credete che nell’arte contemporanea si confonde realtà e finzione? Guardate un po’ cosa e successo a Miami!Ponendo un titolo all’opera, in fin dei conti, l’artista cerca di far dire a questa ciò che da sola non sarebbe in grado di esprimere; mentre le opere più antiche non ne hanno bisogno, perché hanno come origine e fine la bellezza, la quale è di per sé loquace. Ecco perché l’ironica citazione di Baudelaire ad apertura dell’articolo.
    …e la voglia, e la voglia di ridere…

    Tramonto a Ugento (basso Salento). Abbiamo fame di bellezza, che sia opera dell’uomo o della natura.

    Per un critico d’arte, forse, per valutare un’opera, è molto meglio mettersi dalla parte del fruitore, questi, alla fine di una visita ad un museo d’arte contemporanea, dopo aver subito tante “provocazioni” (che gli entrano da un orecchio e gli escono dall’altro) esce dal museo e si va a godere un bel tramonto o uno spettacolare paesaggio o resta a contemplare un’aiuola piena di fiori. Forse perché ha fame di bellezza? Io credo fermamente di sì. Tutti gli uomini cercano la bellezza, come nella natura così nelle opere di altri uomini. È sempre stato così. Che poi i canoni della bellezza varino, questo è marginale.Cos’è più importante nell’arte: che essa sia l’espressione di un popolo e una cultura (cosa che non metto in dubbio) oppure che accompagni quel popolo e quella cultura ad una maggiore elevazione spirituale? Accompagnare gli uomini verso i più nobili ideali e rendere più raggiungibili quegli ideali: è questo stato il cruccio di poeti, pittori, scultori e quanti nei secoli si sono cimentati nelle arti. Le denunce lasciamole alla polizia!
    Era tutta un’altra cosa!

    El Greco,1541-1614. Risurrezione di Cristo. L’arte ha a che fare più da vicino con la redenzione, che non alla denuncia. La Chiesa lo ha sempre compreso e ha sempre chiesto agli artisti di levare i fedeli ai più alti misteri della fede.

    L’arte ha a che fare con la redenzione, piuttosto che con la condanna. Lo ha capito da sempre la Chiesa che, nei suoi edifici ha sempre chiesto agli artisti il modo di esprimere quelle realtà spirituali che danno un significato alla vita e che infondono la speranza divina nel cuore del credente. Per questo ha chiesto agli artisti di rappresentare in modo vivido e realistico quanto è nei cieli e ha chiesto che anche le pietre degli edifici siano immagine delle pietre vive per le quali Nostro Signore Gesù Cristo ha dato la vita sulla Croce. Questo almeno fino a quando anche una parte del clero non si è mondanizzato e si è messo ad inseguire anch’esso le lucciole dell’arte contemporanea, abdicando al suo compito pastorale di proporre al popolo di Dio una viva immagine delle realtà spirituali.Come il demiurgo, nella mitologia platonica, era colui il quale getta la luce del bene sulla materia bruta al fine che nasca il mondo che conosciamo, così il fine dell’artista è quello di gettare la luce dei più alti e begli ideali sulla materia bruta che tratta al fine di produrre una bellezza che a quegli ideali conduca. L’artista come artefice di bellezza, come “calliùrgo” (e mi si conceda questo brutto neologismo!). Il “denunciatore” facciamolo fare ad altri!



    Merde d?artisti: se il sacrilegio diventa ?arte?, la libertà muore | Papalepapale.com
    Preferisco di no.

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  2. #2
    sofico
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    Predefinito Re: Merde d'artisti. Se il sacrilegio diventa "arte", la libertà muore.

    L'arte come i valori, privati della bellezza e della morale diventano appunto mxrxa d'artista (di mxrxa pure lui).
    Ultima modifica di sofico; 15-12-15 alle 14:28

  3. #3
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    Predefinito Re: Merde d'artisti. Se il sacrilegio diventa "arte", la libertà muore.

    Citazione Originariamente Scritto da sofico Visualizza Messaggio
    L'arte come i valori, privati della bellezza e della morale diventano appunto mxrxa d'artista (di mxrxa pure lui).
    Più che altro arte e libertà sono mezzi, e non fini.
    E come tutti i mezzi, se non usati secondo retta ragione finiscono nell'idolatria fine a se stessa (e nella bruttezza)
    Preferisco di no.

  4. #4
    emv
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    Predefinito Re: Merde d'artisti. Se il sacrilegio diventa "arte", la libertà muore.

    Spero per l'"artista" la pena del contrappasso adeguata...
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  5. #5
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    Predefinito Re: Merde d'artisti. Se il sacrilegio diventa "arte", la libertà muore.

    Per capire.
    Ma è una provocazione a rendere pubblica una pratica rituale blasfema ed occulta o è una trovata per attirare l'attenzione?

    Perché a me sembra solo iconoclastia ,
    che in questa epoca è alquanto salutare vista la corsa a creare feticci di ogni tipo( e credo che si conosca molto bene il manicheismo insito nel culto dell' immagine o della personalità).

  6. #6
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    Predefinito Re: Merde d'artisti. Se il sacrilegio diventa "arte", la libertà muore.

    E' ovviamente la seconda cosa, che ha successo in misura della prima. La blasfemia per noi è insopportabile, ma anche osservandola da una prospettiva a-religiosa questa cosiddetta "opera" è spazzatura, e rientriamo in quella critica che molto spesso soprattutto il senso comune nei suoi momenti di saggezza fa alla cosiddetta "arte" moderna.
    Dicono che viaggiare sviluppa l'intelligenza. Ma si dimentica sempre di dire che l'intelligenza bisogna averla già prima.-.G. K. Chesterton

  7. #7
    emv
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    Predefinito Re: Merde d'artisti. Se il sacrilegio diventa "arte", la libertà muore.

    Per capire dal punto d vista critico questi fenomeni, si tratta del vitalismo nell'arte, portato alle estreme conseguenze.

    Tutto ha inizio con il dadaismo di Marcel Duchamp e il suo famoso orinatoio del 1917 (notare la data...).

    Movimento con connessioni con correnti esoteriche immancabili. L'"artista" immettendo l'immagine del Cristo nei suoi fluidi ne vuole sottolineare il legame della corporeità tra Lui e noi. Il problema che i fluidi in questione sono un prodotto di scarto da cui l'associazione blasfema tra l'autore della vita e lo scarto della vita stessa.
    Nel cervello obnubilato dell'"artista" non emerge la contraddizione in quanto il monismo panteistico di fondo gli impedisce di vedere uno scarto nell'urina, così come un fuori e dentro sè. Per lui è un modo "magico" di unirsi al Cristo.

    Oggi come oggi, Psicopatologia o Critica d'Arte sono due modi di chiamare la stessa cosa...

    Ultima modifica di emv; 21-12-15 alle 18:07
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  8. #8
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    Predefinito Re: Merde d'artisti. Se il sacrilegio diventa "arte", la libertà muore.

    Come fate a mandare avanti un ruolo così impegnativo ?
    ..........
    La psicopatologia non è proprio pane per chi ne porta il marchio.

    Un conto è il manifestare la percezione di un pensiero ( che può essere anche non nostro).
    Come se si domandasse "da chi questo pensiero?" e non ricevere necessariamente risposta.
    (Mi pare il problema dell'integrità nell' immanenza)

    Un altro è maledire la propria ed altrui ingenuità come se fosse un flagello,senza porsi il problema del non poter controllare la cattiva imitazione.

    Questo[ ..... ] non mi è possibile scriverlo
    Ultima modifica di erinnot; 21-12-15 alle 18:42

  9. #9
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    Predefinito Re: Merde d'artisti. Se il sacrilegio diventa "arte", la libertà muore.

    Citazione Originariamente Scritto da emv Visualizza Messaggio
    Per capire dal punto d vista critico questi fenomeni, si tratta del vitalismo nell'arte, portato alle estreme conseguenze.

    Tutto ha inizio con il dadaismo di Marcel Duchamp e il suo famoso orinatoio del 1917 (notare la data...).

    Movimento con connessioni con correnti esoteriche immancabili. L'"artista" immettendo l'immagine del Cristo nei suoi fluidi ne vuole sottolineare il legame della corporeità tra Lui e noi. Il problema che i fluidi in questione sono un prodotto di scarto da cui l'associazione blasfema tra l'autore della vita e lo scarto della vita stessa.
    Nel cervello obnubilato dell'"artista" non emerge la contraddizione in quanto il monismo panteistico di fondo gli impedisce di vedere uno scarto nell'urina, così come un fuori e dentro sè. Per lui è un modo "magico" di unirsi al Cristo.

    Oggi come oggi, Psicopatologia o Critica d'Arte sono due modi di chiamare la stessa cosa...

    Non per trascinarti su un discorso che potrebbe trattenerti per pagine e pagine emv, ma visto che tu te ne intendi, esiste una corrente e/o un particolare momento dell'arte che ha specificamente segnato quello scarto, quella differenza tra un'arte che anche secondo il senso comune è definibile come tale e un'"arte" pattume come quella cosiddetta moderna?
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  10. #10
    emv
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    Predefinito Re: Merde d'artisti. Se il sacrilegio diventa "arte", la libertà muore.

    E' quello di cui ho accennato, il Dadaismo, da cui origina l'arte concettuale, l'arte povera e le ulteriori derivazioni. In parte anche la Pop Art gli deve molto, anche se si tratta di un riflusso verso la figurazione.

    L'arte contemporanea ha preso la strada del vitalismo e quindi del teatro. L'arte è la vita stessa, non la sua rappresentazione.

    A livello filosofico tutto incomincia molto prima, più di 40 anni prima, con Nietzsche e la sua "La Nascita della Tragedia dallo Spirito della Musica". E' con quel testo, geniale, che nell'arte irrompe il dionisiaco contro l'apollineo. La sensibilità cambia da lì e prepara prima poeti e scrittori e poi, tramite loro, le classi abbienti, al cambio di mentalità. I primi d introdurre il vitalismo saranno gli impressionisti per arrivare a Picasso. Ma tutte le avanguardie avevano una logica artistica, cioè un linguaggio coerente e misurabile.

    Il Dadaismo segna l'acquisizione non solo estrinseca, superficiale, del vitalismo ma intrinseca. Se l'arte è la vita e la vita arte, non c'è più logica, bello o brutto, ben fatto o mal fatto.
    Draigo and Anthos like this.
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