
Originariamente Scritto da
Gallarò
Quando calerà il vento che cosa resterà?
di Marcello de Angelis
So che tutti si aspettano che intervenga sulle polemiche del day-after Fini in Israele. Vorrei non farlo ma mi tocca, sennò sembra che sto svicolando. Quello che dirò, lo so già, lascerà tutti insoddisfatti e non piacerà, a rischio di incorrere nei rigori della legge, rispondo "me ne frego".
Vorrei dire che sono sconcertato, come tanti. Ma devo precisare che non sono sconcertato da quello che ha detto Fini - che poi, a dire al vero, non so più cosa sia, viste le correzioni, precisazioni e rettifiche piovute nei giorni scorsi.
Sono sconcertato da tutto il contorno. In un baleno trent’anni di crescita e maturazione politica di una nazione sono finiti nel cesso. Come in un incubo, il dibattito politico è magicamente ritornato ai termini di quando io iniziai a fare politica al liceo: fascismo/antifascismo, quanto ce n’è o quanto dovrebbe essercene nelle posizioni espresse, nelle storie personali, nei percorsi culturali. Cacce alle streghe di tutti contro tutti, anatemi e scomuniche. Ma su che cosa?
Quando è giunta la notizia mi trovavo a Venezia a dare il mio contributo politico ad un evento che secondo me era importantissimo: la prima conferenza euromediterranea sull’agricoltura, con più di trenta ministri seduti intorno ad un tavolo a parlare, non già di barbabietole, bensì di come realizzare la crescita sociale ed economica comune, come frenare col benessere condiviso i flussi migratori, come portare la pace attraverso la giustizia nel Mediterraneo. C’erano anche il ministro palestinese e quello israeliano.
D’improvviso la cagnara: tutti i giornalisti allertati a fare interviste, non già sulle prospettive politiche di un incontro storico, ma sui "si dice" relativi a Fini o alla giovane Mussolini. E non una parola sugli impegni assunti dai vari ministri che, se realizzati, cambierebbero il volto della nostra area geopolitica.
E al mio ritorno la valanga di sms ed e-mail: i preoccupati "cosa dirai?" e "che si fa?", i sardonici "e ora come ti metti?", gli immancabili insulti da riferire all’interessato.
L’unica dichiarazione che sono riuscito a fare mi è stata condensata sull’Unità in una frase così stupida che nemmeno io sarei riuscito a proferire: le leggi razziali non sono state un’infamia bensì un errore. Geniale, no? E davvero opportuna. È inutile sottolineare che la mia vera colpa era stata, come al solito, illudermi di poter fare un ragionamento compiuto e con un minimo di spessore, attività proibita dal giornalismo. Mi permetterò di ribadire il mio pensiero, che risulterà meno eretico dopo che Libero ha riportato un articolo apparso su un diffusissimo quotidiano israeliano che "rivela" che Mussolini salvò la vita a migliaia di ebrei. La mia considerazione prematura era che le leggi razziali erano state un cortocircuito nel percorso del Fascismo, visto che Mussolini, tra il ‘20 e il ‘35 aveva scritto numerosi interventi contro gli odii razziali e contro chi guardava con sospetto i numerosi fascisti antemarcia di religione israelita. Cercavo di affermare un fatto storico, e cioè che la strumentale identificazione del Fascismo con razzismo e odio per gli ebrei che è stato l’unico ritornello che ha animato la sinistra negli ultimi venti anni è fantasiosa.
Scusate se non uso il termine "antisemitismo", ma concordo con Nolte quando afferma, sul Corriere della sera, che si tratta di un termine così abusato da aver perso qualsiasi aderenza con il suo significato etimologico. E io adoro i significati etimologici.
E ciò chiarito mi prendo la libertà di affermare che l’unico concetto espresso da Fini in Israele che mi abbia scandalizzato è stata la giustificazione del muro con cui Sharon vuole imprigionare in un campo di concentramento l’intero popolo palestinese. È una posizione che trovo antistorica, impolitica e ingiustificabile da parte di un rappresentante di un governo italiano, perché l’Italia ha una vocazione mediterranea che lega fortemente i suoi interessi alla cessazione delle ostlità in Palestina ed all’affermazione di una pace giusta.
Sharon non è il popolo ebraico, né il popolo israeliano, né lo Stato di Israele: è il capo di un governo e basta.
Ho da ridire fortemente anche su un’altra affermazione di Fini, questa volta in quanto presidente di An. Nessuno può dire "io la penso così e chi non è d’accordo se ne va o lo sbatto fuori io", nessuno. Io critico le scelte di Alleanza nazionale da quando c’è Area - litigando anche su queste stesse colonne con persone che stimo - e rivendico il diritto di continuare a farlo.
Ma le mie critiche sono sempre state politiche e molti di quelli che adesso strillano mi hanno addirittura sconfessato allora. Quando ho criticato la scelta di bombardare Belgrado sono rimasto da solo. E nessuno ha ancora ammesso che aveva sbagliato, nemmeno quando sulla stampa recente è stato denunciato che le prove della pulizia etnica non sono mai state trovate.
E poi c’è stato tanto altro, dal maggioritario all’attacco all’Iraq, dalle leggi contro gli ultras e le discoteche, al mantenimento di una legge tragicomica come la Mancino, al fatto che si discute della grazia a Sofri ma nessuno spende una parola per impedire il tentativo di accollare la strage di Bologna allo strainnocente Ciavardini.
E, per concludere, io sono anni che lamento che in An non c’è democrazia interna, ma credo che questo abbia fatto comodo a molti, fino ad ora. Tant’è che con Fini sono cresciuti in tanti. Io, personalmente, non ho mai avuto candidature né incarichi, nemmeno dai miei amici che oggi si strappano le vesti.
Mio nonno, fascista e affermato cantante (!), venne espulso dal Pnf nel ‘38 e questo segnò la fine della sua carriera e la sua rovina economica. Non era ebreo, ma aveva preso il vizio di denunciare in pubblico il fatto che troppi gerarchi avessero tradito i valori originari per carrierismo e arricchimento personale. Non mancarono, tra i suoi censori, quelli che sottolinearono con malizia le sue amicizie culinarie con un gruppo di goliardi del ghetto di Roma, ai cui baccanali si presentava nei panni del profeta Mosè.