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    Predefinito Il Califfato, la Turchia di Erdogan ed il Grande Kurdistan

    IL CALIFFATO, LA TURCHIA DI ERDOGAN ED IL GRANDE KURDISTAN di Martin Sebastiano*





    [ 26 dicembre ]

    Riceviamo da un nostro lettore, Martin Sebastiano, questo intervento sulla guerra in corso in Medio oriente, ed in particolare sulle dinamiche interne al mondo curdo e sul ruolo della Turchia di Erdogan. Sulle stesse questioni consigliamo anche la lettura dell' articolo da noi pubblicato il 5 dicembre scorso.




    Nella duplice bipolarità – mitologica “procurda” e complottista pura – che sembra caratterizzare la gran parte delle analisi occidentali sui fatti del Vicino Oriente il presidente turco Erdogan è ormai divenuto il nemico pubblico, subito dopo il Califfato nero di Raqqa, di cui sarebbe un fiancheggiatore strategico. In realtà, la questione è molto più complessa di quanto il mainstream consolidato vorrebbe far passare.

    Il lettore ci segua in questo quadro di pensiero in movimento che tentiamo di fornire. Dalla nostra posizione, il complottismo, come il parteggiare con tutto il cuore appassionato per il Kurdistan, per la Russia, per l'Islam e così di seguito, tutto questo è inessenziale, se non si comprende la sostanza dinamica delle forze.

    Immaginiamo dunque una Quadratura come movimento del mondo; quadratura ovvero l'insieme dinamico dei Quattro. Terra, Cielo, mortale, immortale. Non sempre, anzi raramente domina l'equilibrio. L'equilibrio si ha nel momento di intervallo tra le forze. Per quanto paia assurdo, la guerra è questo; infatti evangelicamente, chi non ha la guerra dentro di sé deve sperimentarla fuori di sé.

    L'equilibrio della Quadratura è lo squadrare – die Verung; lo squadrare non è una sintesi addizionale, astratta, statica e metafisica. E' invece un gioco fluente di specchi, danza circolare di puri essenti che non rispondono a logiche predeterminate ma che vorrebbero guerreggiare, mondeggiare per fare dello specchio un'essenza semplice nell'Essere. Ma non vi riescono quasi mai: troppo grande è la loro paura di smarrirsi.

    Occorre dunque rilasciare le cose all'ignoto, all'incompreso, senza giudicare troppo. Osservare. Le potenze, le forze finanziarie sono gli specchi. Il soldato puro è il solo mortale. Il soldato ha superato il sé. Ha vinto la paura di perdersi. Solo i mortali possono morire, dice Holderlin. E il soldato è colui che può morire. Gli altri periscono non muoiono. Le potenze spariranno. Il gioco degli specchi le risucchierà nel fondo abissale. Il soldato no, poiché la morte, quale fortezza del nulla, custodisce in sé l'essenziale dell'originario, come insegna la Gita.

    Dunque la Squadratura: non è il complotto; quest'ultimo, quand'anche esista, ammesso e non concesso, è un riflesso del mero specchiarsi. Non è nemmeno la strategia politico-economica; questa è lo specchio specchiato nel suo divenire ondeggiante. E' l'essere del soldato come puro spirito mondo: la Squadratura. E' il mondo nella sua nudità. Lo scacco del soldato alla metafisica è non puntare alla vittoria: agire invece verso la mortalità del mortale, che è l'immortalità. Egli è l'unico che gioca marciando verso la frantumazione del gioco di specchi. E' da tener presente tutto ciò. Non è un esempio letterario, ma una realtà. Lo spirito del soldato, non il semplice soldato, è il fuoco eracliteo.

    Fatta tale necessaria premessa, tornando alla presunta complicità tra Erdogan e Califfato, nel numero della rivista dell’IS Dabiq uscito dopo la decisione della Turchia di entrare in azione a fianco della Coalizione internazionale “anti-IS” a guida occidentale, vi si poteva leggere una chiara condanna di apostasia contro il governo turco e in un video si invitavano i fedeli a «conquistare Istanbul», seppur in modo non violento, senza spargimento di sangue. Allo stesso tempo, il regime turco poneva l’Is alla medesima stregua del Pkk curdo e del Dhkp-c, movimenti considerati terroristi non solo dal regime ma da gran parte della popolazione turca, compresi i milioni di curdi cittadini turchi sostenitori dell’AKP.

    Riguardo la questione curda, occorre innanzitutto sgombrare il campo da interessati equivoci. Come da più di un anno avvertono lucidamente riviste turche è scorretto e disonesto parlare di una guerra tra curdi ed Isis. All'interno di Is militano infatti centinaia e centinaia di combattenti curdi che combattono per l'espansione del Califfato anche, molto spesso, contro altri curdi. In realtà la guerra in corso riguarderebbe talune specifiche milizie curde e l’Isis. Quali milizie curde? Quelle che secondo il megafono propagandistico di Ankara sarebbero tradizionalmente sostenute da Israele, Usa e più di recente dalla Russia con il chiaro fine di assolutamente debellare dalla zona mediorientale la mala pianta dell’Islam nero di Abu Bakr Al Baghdadi.

    Ciò è percepito da Ankara come un vero e proprio shock, non perché Erdogan simpatizzi occultamente per il Califfato, come vorrebbe farci credere certa stampa occidentale o russa, ma perché significherebbe la legittimazione politica di un Kurdistan in potenza e dunque la certa destabilizzazione della Turchia.[1]

    Ma quanto vi è di propaganda antisionista mascherata da curdofobia e quanto di vero in ciò che Ankara denuncia? Vediamolo. Il doppio shock di Erdogan è rappresentato in primo luogo dalla temporanea “riconquista” da parte della popolazione curda della Rojava di Kobane, ad opera del movimento delle Yekîneyên Parastina Gel (Ypg) – Unità di protezione popolare –; movimento affiliato, come sappiamo, al PKK, impegnato contro l’Is e supportato nell’intero periodo del duro assedio da continui raid americani contro i militanti dello Stato islamico. In seconda battuta, dalla successiva avanzata del movimento delle YPG, di nuovo costantemente supportato dai raid della coalizione occidentale-araba anti-Is, sino al controllo delle città di confine di Tall Abyad, con la conseguente unificazione dei due cantoni del Rojava di Cezire e Kobani.

    In questo contesto è avvenuta la decisione di Erdogan di riaprire l’ostilità con i “terroristi” curdi. E’ questa la linea rossa su cui Ankara non può essere morbida o non può transigere, non per affinità ideologica con il Califfato, come vuole far credere la propaganda occidentale e russa, ma evidentemente per la sopravvivenza stessa della Turchia. Nonostante le pressioni e le velate minacce di Erdogan, tanto gli americani quanto i russi hanno continuato negli ultimi mesi a sostenere logisticamente e militarmente una vasta componente curdo siriana di cui le Ypg costituiscono la punta di lancia.

    Anche all’Iran, come è nella logica delle cose, non è parso vero poter mettere le mani sul movimento curdo siriano. Recentemente, vari organi di informazione [2] hanno messo in luce un coordinamento strategico tra le Ypg, l’Unione patriottica del Kurdistan di Talabani e il generale iraniano Qasem Soleimani. Quest’ultimo e Talabani del resto sono in contatto dai primissimi anni ’80, dai tempi cioè della guerra Iran Iraq. Durante l’invasione americana dell’Iraq (2003), nel Kurdistan iracheno controllato dall’Upk di Talabani operava la brigata Badr, ala militare di circa 15 mila combattenti, controllata dall’esponente sciita iracheno ayatollah Muhammad Baqr al Hakim (nato nel 1939 a Najaf), del Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq (noto con l’acronimo inglese Sciri).
    «Gli Stati Uniti si sono largamente basati sul contributo militare dei peshmerga. Un funzionario curdo rimarca con orgoglio: “Noi siamo il secondo gruppo della coalizione per numero di combattenti”. Pdk-Iraq e Upk avrebbero fornito complessivamente circa 80 mila peshmerga a supporto delle 3-4 mila forze speciali…statunitensi, di cui circa 2 mila assegnate al controllo di Kirkuk, dei pozzi petroliferi e della base aerea militare». [3]
    Pdk e Upk svolgevano e svolgono un ruolo di mediazione intrairachena per l’Iran; ruolo certamente antitetico a quello del Pjak di Abdul Rahman Armadi, la cui guerra anti-persiana è costata a Tehran la vita di importanti generali. E l'Iran dovrebbe dunque essere più cauta nel maneggiare così, con tale leggerezza, la “bomba curda”. Come ormai noto, l’ayatollah sciita iracheno al Hakim era allora l’elemento “moderato”, di mediazione, tra l’imperialismo americano ed il neo-colonialismo safavide persiano, finalizzato alla spartizione dell’Iraq che fu baathista e sovrano.

    Non a caso, quando Muqtada al Sadr, con il suo Esercito del Mahdi, dava avvio a una potenzialmente esplosiva guerriglia interna antiamericana, Tehran, mediante al Hakim, seppe richiamarlo all'ordine. Non deve così meravigliarci il fatto che oggi troviamo nel vertice militare Is l’intero reparto baathista saddamista. In questo gioco di potenze – la Danza degli Specchi, appunto, che non quadra se il soldato frantuma la mediazione astrattamente equidistante - i curdi iracheni giocarono il loro ruolo nel quadro della coalizione tattica americano-iraniana. Ma gli specchi si son frantumati, poiché l'elemento sunnita baathista dell'Iraq ha preferito la guerra senza speranza al dominio colonialista sciita iraniano, sostenuto da Occidente e Russia. Ciò ha significato, del resto, la totale dissoluzione dell'astorico accordo Sykes Picot, che —grazie alla rinascita di forza del neobaathismo saddamista il quale non si può affatto appiattire strategicamente sulle posizioni del Califfato o di altri movimenti islamisti— [4] è finalmente scomparso come neve al sole.

    Allo stesso modo, pare si stia comportando oggi nel Rojava la componente curdo-siriana. Probabilmente, sviluppandosi così gli eventi, tastato il gran timore dei vertici politici e militari di Ankara, la posta in gioco promessa dalle grandi e medie potenze all’Ypg sul piano della guerra globale ad Is, ed indirettamente alla Turchia, potrebbe proprio essere la benedizione della comunità internazionale di un Grande Kurdistan, che frantumerebbe la Turchia.

    Poniamo tutta questa diveniente danza di specchi riflessi in senso logico e dubitativo, senza dare nulla per scontato. Ma ci sembra quanto di più meno lontano dagli eventi possa esservi.

    Passando ad Israele, questo ha nel Kurdistan iracheno un punto fisso di convergenza strategica. Qui l’entità sionista ha modo di rifornire non solo il Pkk ma anche il Pyd curdo-siriano. Il leader del Pyd, Saleh Muslim, di recente dal Kurdistan iracheno ha appoggiato i raid russi in Siria e nel Kurdistan iracheno è solito incontrare ministri esteri delle varie nazioni. E’ comunque da anni che la stampa di Ankara vicina ad Erdogan accusa Israele di sostenere in ogni modo il Pkk; almeno dai giorni dell’attacco israeliano alla nave Mavi Marmara, conosciuta come Freedom Flottila per Gaza (maggio 2010).

    Probabilmente Erdogan rimane, dopo la morte del presidente Saddam Hussein, lo statista più sensibile alla causa palestinese. Ben più, probabilmente, del Califfo di Raqqa che non pone affatto come strategica la lotta per la libertà del popolo di Palestina. Spessissimo i vertici, sia interni che esteri, di Hamas si riuniscono ad Ankara e vengono ricevuti in pompa magna da Erdogan. L’ultimo incontro è avvenuto appena cinque giorni fa;[5] i primi a complimentarsi con il recente successo elettorale del presidente Erdogan son stati proprio i vertici di Hamas: ciò non può certamente far felici gli israeliani. Lo stesso Abu Shakra ha più volte visto in Erdogan l’unico riferimento della lotta di liberazione palestinese.[6]

    L’Hdp, il partito filocurdo di Selahattin Demirtas, già sostenuto dalle varie fondazioni Soros, [7] ha di recente messo in programma un viaggio a Mosca, per sostenere Putin nella sua crociata. [8] Del resto, per quanto la scena mediorientale rimanga centrale, questa finisce per estendere i suoi pericolosi tentacoli anche in Ucraina. Da settembre ad oggi, almeno 14 volontari “separatisti” del Donbass sono caduti nella lotta contro l’Is; son stati schierati da Mosca, che non vuol rischiare truppe russe sul terreno, a fianco delle YPG; mentre in vari casi, neofascisti ucraini si son detti disposti anche a marciare a fianco di Ankara pur di combattere l’“imperialismo russo”. Ad esempio, lo scorso 5 dicembre Biletsky, leader di Azov ha dichiarato normale che “la Turchia cerchi sostegno e contatti con i patrioti ucraini e quelli della Cecenia” e che “Azov è pronto a svolgere la funzione organizzativa in Siria di unità combattente contro russi e iraniani”.

    Il quadro è dunque molto complesso e quantomeno ingarbugliato: risolvere illusoriamente il tutto con la visione “mitologica” dei curdi guerrieri senza macchia può mettere a posto la fangosa coscienza di un Occidente patologico e nichilista, ma sicuramente ci allontana ancora di più dalla analisi fredda e rigorosa e da quella verace comprensione, che ci son richieste.

    Occorre dunque fare attenzione. La Danza circolare è talvolta trascesa dal Gioco. La squadratura allora irrompe. L'unità dei Quattro è imposta con altri metodi rispetto a quelli, inessenziali ed entici, a cui ci si è ormai assuefatti. L'oscuro trasmuta nel Chiaro.



    Note


    1 D. Santoro, Per Erdogan, malgrado tutto, l’Is resta il male minore in LIMES, 11/2015 La strategia della paura.
    2 Between ISIL and the Kurds: Where Will Erdogan Go | Middle East Briefing
    3 M. Galletti, Storia dei curdi, Roma 2004, pag. 279.
    4 Le radici dell?odio nel dopo Saddam che ha trasformato i sunniti in paria (con amici potenti)
    5 Istanbul - Turkey's Erdogan Meets Hamas Leader Meshaal In Istanbul
    http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2015/Dec-19/328194-turkeys-erdogan-meets-hamas-leader-meshaal-in-istanbul.ashx.
    6 ?Noi arabi-israeliani in prima linea per i luoghi sacri di Gerusalemme? - La Stampa
    7 Le narcomilizie di Soros
    8 HDP?s Demirta? to meet Russian FM Lavrov in Moscow


    * Fonte: Campo Antimperialista
    sollevazione: IL CALIFFATO, LA TURCHIA DI ERDOGAN ED IL GRANDE KURDISTAN di Martin Sebastiano*


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    Predefinito Re: Il Califfato, la Turchia di Erdogan ed il Grande Kurdistan

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    ULTERIORI INFORMAZIONIOK
    La Nuova Turchia









    • DEC
      25



      Piccoli giochi nel Grande Kurdistan

      Mercoledì il co-segretario dell’Hdp Selahattin Demirtaş ha incontrato a Mosca il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. In tale occasione Demirtaş ha annunciato l’apertura di un ufficio dell’Hdp nella capitale russa e ha preso apertamente le parti di Putin nella crisi generata dall’abbattimento di un Su-24 al confine turco-siriano da parte di Ankara il 24 novembre.


      L’approfondimento delle relazioni russo-curde è una dinamica che rischia di indurire pericolosamente il confronto tra Turchia e Russia, e soprattutto di prolungare indefinitamente la guerra civile turco-curda. La visita di Demirtaş è stata infatti criticata aspramente non solo dal governo turco e dall’Ak Parti, ma anche dai partiti di opposizione Mhp e Chp. Per una volta, la funambolica retorica del primo ministro Ahmet Davutoğlu ha colto nel segno. Davutoğlu ha infatti definito la mossa del leader dell’Hdp un “tradimento non solo nei confronti della Turchia, ma anche nei confronti dell’umanità”, alla luce del numero incredibilmente alto di civili massacrati con cadenza quotidiana dai bombardamenti di Putin e Asad in Siria.


      Tale vicenda rivela peraltro come dopo la batosta del 1° novembre Demirtaş si stia arrangiando facendo il faccendiere del Pkk. Gli ultimi sviluppi sul fronte curdo, inoltre, indicano che il colpo di Stato orchestrato da Kandil contro Abdullah Öcalan sia andato a buon fine. Il progetto nazionale dello storico leader curdo è stato infatti soppiantato dall’avventurismo regionale dei capi militari del Pkk. Costoro sognano un Grande Kurdistan esteso alla Siria e all’Iraq. Progetto che incontra la forte opposizione dei curdi di Masud Barzani, presidente del governo regionale curdo iracheno. L’accelerazione sul referendum per l’indipendenza del Krg, che gode del supporto strategico della Turchia, va infatti letta alla luce dello scontro per l’egemonia nel Kurdistan tra il Pkk e il Kdp (il partito dei curdi di Barzani). Scontro che in considerazione delle tendenze espansioniste del Pkk rischia di evolvere in guerra civile come negli anni Novanta.


      Dal canto suo, Putin sta evidentemente usando Demirtaş e la minaccia del Kurdistan indipendente per colpire Erdoğan. È un gioco estremamente pericoloso. Gli editorialisti filo-governativi hanno infatti già anticipato la prevedibile contromossa della Turchia: da adesso in avanti, Ankara intensificherà significativamente il sostengo ai gruppi separatisti del Caucaso del Nord, ventre molle dell’orso russo. İbrahim Karagül è andato anche oltre, preconizzando l’allargamento della crisi turco-russa all’intera Eurasia: dal Kirghizistan al Caucaso



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    Predefinito Re: Il Califfato, la Turchia di Erdogan ed il Grande Kurdistan

    CURDI CONTRO CURDI


    Francesco Ventura *

    In guerre complesse e complicate come quella nei territori di Siria e Iraq, il ‘Siraq’, è naturale guardarsi intorno per trovare un barlume di normalità a cui aggrapparsi. Chiedersi da che parte stare, chi tifare e chi aiutare diventa un esercizio di sopravvivenza morale, prima ancora che un imperativo strategico. Una necessità di chiarezza. Una speranza di poter intravedere un futuro migliore. Anche se manipolato dall’esterno, meglio del caos hobbesiano del tutti contro tutti.Ecco allora che irrompono sulla scena i “curdi”. Attori senza macchia di una farsa politica, ormai trasformata in tragedia generazionale e potenziale miccia globale.I curdi. L’unica certezza. I nostri boots on the ground. Gli unici che combattono davvero lo Stato Islamico. Non come gli altri, che fanno finta di bombardare l’Is, ma sono mossi in realtà solo da fini egoistici.La Turchia contro i curdi e Assad.La Russia e Assad contro i ribelli sostenuti dagli Stati Uniti.Arabia Saudita e Iran alle prese con il contenimento reciproco.Per cui i Sauditi trovano più gustoso il bombardamento massiccio degli sciiti Houthi in Yemen. Mentre l’Iran degli Ayatollah riempie le fila dell’esangue esercito siriano con i suoi pasdaran.Ecco allora che emergono sui tavoli delle cancellerie occidentali e sulle prime pagine dei quotidiani europei i curdi, genericamente intesi. Appunto, eroi senza macchia. Un popolo di cui solo la sfortunata sorte storica ha cancellato dalla memoria il contributo al primo genocidio del Novecento. Quello degli Armeni, con cui condivideva la terra. Ma che ora, “ripulita” dalla presenza armena, può chiamare impunemente Kurdistan e rivendicarlo a Turchia, Siria, Iraq, Iran.Popolo sfortunato e per questo simpatico a molti. Ma c’è da fare chiarezza. Perché parlare di curdi senza ulteriori specificazioni crea solo altra confusione. Necessità questa ancor più urgente se proprio ai curdi si vuole affidare l’incarico di combattere lo Stato Islamico sul terreno.L’Italia, per esempio, ha già mandato 280 soldati ad Erbil, capitale de facto del Governo Regionale del Kurdistan iracheno (Krg), per addestrare i famosi peshmerga. Ma i curdi, ancora genericamente intesi, combattono lo Stato Islamico?In realtà, anche loro combattono la loro guerra. Una guerra d’indipendenza per ritagliarsi quello stato che rimase una nota a margine nella pace di Versailles del 1919. Tendono quindi a non spingersi più in là di ciò che considerano il loro confine. Un’avventura in terre pienamente arabe è per loro un azzardo strategico.Perché nel Siraq ognuno combatte la sua guerra. E solo la sua. La posta in gioco è il futuro assetto del Medio Oriente e non la distruzione del sedicente califfato. Capita però ogni tanto che qualcuno il califfo lo debba combattere sul serio. Almeno fino a quel confine, oggi virtuale, che un giorno potrà essere tracciato sulla mappa.I curdi non sono una forza politica. Ne sono molte. Sono un popolo diviso tra quattro stati che esprime diversi orientamenti politici, ognuno con i propri obiettivi e la propria strategia, nonché la propria organizzazione. Parlare di curdi sembra quindi del tutto fuorviante. A partire dalla più banale e inflazionata verità che si legge sui giornali e si sente nei talk show: i curdi combattono lo Stato Islamico. Falso.Il popolo curdo non è un corpo estraneo al Medio Oriente. Ne fa parte e ne riproduce le complessità e le contraddizioni dell’eredità storica. Vi sono quindi curdi ostili al progetto califfale di al-Baghdadi, ed altri affascinati da esso che hanno scelto di morire in suo nome.Tra i primi vi sono sicuramente gli uomini e le donne del Rojava, ovvero le forze legate al Partito dell’Unione Democratica (Pyd), ala siriana del Pkk, la cui bussola politica è indicata da Abdullah Ocalan nel confederalismo democratico. Un confederalismo ispirato al pensiero libertario, ecologista e municipalista dell’anarchico americano Murray Bookchin. Alquanto sui generis nell’orizzonte mediorientale.Al vertice opposto dello schieramento curdo anti-califfo troviamo il Kurdistan iracheno di Mas’ud Barzani, leader del Partito Democratico del Kurdistan (Pdk), forza politica nazionalista e conservatrice, la cui espressione militare sono i peshmerga.Barzani è tra i principali alleati mediorientali della Turchia di Recep Tayyip Erdogan, anche nella sua lotta al Pkk, il Partito dei Lavoratori del Krudistan, con cui Ankara è in guerra da oltre quarant’anni.I curdi sono musulmani sunniti e sono in gran parte schierati con formazioni politiche del conservatorismo islamico. In Turchia, per esempio, il primo partito di preferenza tra i cittadini di etnia curda è proprio l’Akp del presidente Erdogan.Un primato che ha vacillato solamente alle elezioni del 7 giugno scorso, a fronte del successo di Selahattin Demirtas del Partito Democratico dei Popoli (Hdp), ma riconfermato in parte alle successive del 1 novembre.Ed è di etnia curda la gran parte dei cittadini turchi che ha raggiunto le fila dell’Is. Città curde quali Bingol o Adiyaman nel sud est della Turchia sono veri e propri centri di reclutamento dell’Is. Bingol è anche la principale roccaforte politica dell’Hizbollah turco, una fazione islamista sunnita legata agli Zaza, un sottogruppo etnico dei curdi. Dichiarata fuorilegge, si è ora riformata nell’Huda-Par, il Partito della Libera Causa.L’Huda-Par non sostiene direttamente l’Is, ma suoi appartenenti, insieme ad altri salafiti, hanno raggiunto l’esercito di al-Baghdadi durante l’assedio di Kobane.A Kobane e a Tell Abyad è infatti andato in scena un triste atto della guerra civile curda. Dove si sono consumate tragedie familiari, come quella di due fratelli originari di Adana, in Turchia, arruolatisi uno con le Ypg, le milizie del Pyd, e l’altro con lo Stato Islamico. A conferma della complessità della realtà politica anche all’interno del fronte curdo.Non solo curdi di Turchia, ma anche circa 500 curdi iracheni si sono uniti ai jihadisti, soprattutto dalla regione di Halabja che, come Bingol, è una roccaforte del conservatorismo islamico curdo, e controllata fino al 2003 dal gruppo estremista sunnita curdo Ansar al-Islam. Altri jihadisti curdi hanno invece preferito unirsi a Jabhat al-Nusra, la formazione che rappresenta al-Qaeda in Siria.In Siria, e a Kobane e Tell Abyad in particolare, si fronteggiano almeno quattro distinte formazioni curde che, semplificando, possono essere così elencate: il Pyd-Pkk, i peshmerga iracheni conservatori, gli jihadisti dello Stato Islamico e quelli di Jabhat al-Nusra.Quando è possibile l’Is combatte anche contro al-Nusra. Mentre il Pdk di Barzani cerca di evitare che il tandem comunista libertario Pyd-Pkk si imponga come principale leadership curda del variegato fronte anti-califfo.Se l’Italia e la coalizione occidentale anti-Is vogliono sostenere i curdi nella guerra ad al-Baghdadi è bene tener conto di almeno tre questioni.Uno, la varietà politica che anima il popolo curdo (di cui qui non si è detto dell’appendice iraniana) impone una riflessione su quali fazioni sostenere.Due, che le diverse forze curde combattono la loro guerra diretta a ridisegnare i confini politici del Medio Oriente, non solo contro lo Stato Islamico, ma anche contro Damasco, Baghdad e, sullo sfondo, Ankara.Tre, che la formazione di uno stato curdo in Siria, dominato dal Pyd-Pkk, farebbe irrompere la guerra anche in Turchia attraverso il meccanismo dei vasi comunicanti.La destabilizzazione della Turchia, risucchiata nei mari in tempesta del Medio Oriente, provocherebbe un terremoto le cui scosse raggiungerebbero velocemente il centro d’Europa, attraverso l’endemica fragilità balcanica.* Francesco Ventura, Master in Relazioni Internazionali e Studi Europei all’Università di Firenze. Analista politico, si interessa principalmente di Turchia, Medio Oriente, questioni energetiche e geopolitica dell’acqua. Collabora con il think tank inglese EUCERS e con le riviste italiane Limes e Altitude. E ora con RemoContro.
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    Predefinito Re: Il Califfato, la Turchia di Erdogan ed il Grande Kurdistan

    Il secolo dei curdi?

    “Nel prossimo secolo il Kurdistan sarà realtà. Forse i curdi avranno uno Stato indipendente, forse uno Stato federale, o forse delle regioni autonome”. Dopo la visita a Mosca della scorsa settimana, il co-segretario dell’Hdp Selahattin Demirtaş ha sganciato un'altra bomba sulla Turchia. Le dichiarazioni indipendentiste del leader curdo sono infatti arrivate in coincidenza con la riunione del Congresso della società democratica (Dtk), una sorta di Parlamento del Pkk. Tale organo ha approvato una dichiarazione in 14 punti che stabilisce le condizioni per la risoluzione della questione curda. Tra esse figurano l’istituzione di regioni autonome dotate di parlamenti e governi indipendenti dal centro; la riorganizzazione su base regionale del sistema giudiziario; la formazione di forze di sicurezza locali sotto il controllo esclusivo delle regioni autonome.


    Il modello delineato dal Dtk non costituisce una novità. Si tratta di una rielaborazione del progetto di Abdullah Öcalan basato sul concetto di “autonomia democratica”. Con una differenza fondamentale. Per Öcalan, l’autonomia democratica costituisce un’alternativa alla lotta armata. Sulla base dell’esperienza della fallimentare guerra trentennale contro lo Stato turco, lo storico leader curdo è giunto alla conclusione che i curdi possono ottenere una maggiore autonomia solo negoziandola con Ankara. In tal senso, Öcalan comprese con grande lucidità che il rafforzamento del potere interno di Erdoğan avrebbe creato il terreno perfetto per intavolare il negoziato, dal momento che le ambizioni imperiali del “sultano” favorivano, e favorirebbero ancora, uno scambio tra presidenzialismo e autonomia.


    Il Pkk, nonostante gli appelli alla ripresa dei negoziati da parte del Dtk, considera invece l’autonomia come l’esito naturale della lotta armata contro lo Stato turco. Lo ha detto chiaramente in un’intervista al quotidiano francese Le Mond Cemil Bayık, uno dei principali leader dell’Unione delle comunità curde (Kck). “Qualsiasi cosa succeda, questa decisione (di abbandonare le armi come chiesto da Öcalan, nda) spetta a noi – sono le dichiarazioni di Bayık riportate dalla stampa turca – sul campo ci siamo noi, siamo noi a vedere cosa succede in termini pratici. Nelle attuali condizioni, non c’è alcuna ragione per porre fine alla lotta armata. Al contrario, nei prossimi mesi la guerra civile in Turchia si aggraverà”.


    Non solo. Oltre ad aggravarsi, la guerra civile turco-curda si allargherà ad altri fronti. Innanzitutto al Rojava (Kurdistan occidentale). Sabato, dopo aver sottratto il controllo della diga di Tishrin allo Stato Islamico, le milizie curde hanno attraversato l’Eufrate sfidando la principale linea rossa della politica siriana della Turchia. La mossa dei curdi siriani rischia di provocare un conflitto in piena regola tra Turchia e Ypg. Anche alla luce delle operazioni militari russo-irano-siriane a Bayırbucak, che Ankara considera innanzitutto come lo sbocco naturale sul Mediterraneo del Rojava, la Turchia non può infatti tollerare che i curdi continuino a marciare verso Ovest allo scopo di unificare il cantone di Afrin al resto del Kurdistan siriano. Soprattutto, la strategia del Pkk rischia di destabilizzare ulteriormente il Kurdistan iracheno, in preda a una crisi interna che potrebbe mutare presto in conflitto aperto la guerra fredda turco-iraniana.


    Probabilmente il prossimo secolo non sarà un “secolo curdo”, come profetizzato da Demirtaş. Gli equilibri nel Grande Kurdistan giocheranno tuttavia un ruolo fondamentale nel determinare i futuri assetti del Medio Oriente.



    Postato 3 days ago da Daniele Santoro
    Etichette: demirtas dtk hdp iran kck krg kurdistan ocalan pkk siria


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    Predefinito Re: Il Califfato, la Turchia di Erdogan ed il Grande Kurdistan

    Il secolo dei curdi?

    “Nel prossimo secolo il Kurdistan sarà realtà. Forse i curdi avranno uno Stato indipendente, forse uno Stato federale, o forse delle regioni autonome”. Dopo la visita a Mosca della scorsa settimana, il co-segretario dell’Hdp Selahattin Demirtaş ha sganciato un'altra bomba sulla Turchia. Le dichiarazioni indipendentiste del leader curdo sono infatti arrivate in coincidenza con la riunione del Congresso della società democratica (Dtk), una sorta di Parlamento del Pkk. Tale organo ha approvato una dichiarazione in 14 punti che stabilisce le condizioni per la risoluzione della questione curda. Tra esse figurano l’istituzione di regioni autonome dotate di parlamenti e governi indipendenti dal centro; la riorganizzazione su base regionale del sistema giudiziario; la formazione di forze di sicurezza locali sotto il controllo esclusivo delle regioni autonome.


    Il modello delineato dal Dtk non costituisce una novità. Si tratta di una rielaborazione del progetto di Abdullah Öcalan basato sul concetto di “autonomia democratica”. Con una differenza fondamentale. Per Öcalan, l’autonomia democratica costituisce un’alternativa alla lotta armata. Sulla base dell’esperienza della fallimentare guerra trentennale contro lo Stato turco, lo storico leader curdo è giunto alla conclusione che i curdi possono ottenere una maggiore autonomia solo negoziandola con Ankara. In tal senso, Öcalan comprese con grande lucidità che il rafforzamento del potere interno di Erdoğan avrebbe creato il terreno perfetto per intavolare il negoziato, dal momento che le ambizioni imperiali del “sultano” favorivano, e favorirebbero ancora, uno scambio tra presidenzialismo e autonomia.


    Il Pkk, nonostante gli appelli alla ripresa dei negoziati da parte del Dtk, considera invece l’autonomia come l’esito naturale della lotta armata contro lo Stato turco. Lo ha detto chiaramente in un’intervista al quotidiano francese Le Mond Cemil Bayık, uno dei principali leader dell’Unione delle comunità curde (Kck). “Qualsiasi cosa succeda, questa decisione (di abbandonare le armi come chiesto da Öcalan, nda) spetta a noi – sono le dichiarazioni di Bayık riportate dalla stampa turca – sul campo ci siamo noi, siamo noi a vedere cosa succede in termini pratici. Nelle attuali condizioni, non c’è alcuna ragione per porre fine alla lotta armata. Al contrario, nei prossimi mesi la guerra civile in Turchia si aggraverà”.


    Non solo. Oltre ad aggravarsi, la guerra civile turco-curda si allargherà ad altri fronti. Innanzitutto al Rojava (Kurdistan occidentale). Sabato, dopo aver sottratto il controllo della diga di Tishrin allo Stato Islamico, le milizie curde hanno attraversato l’Eufrate sfidando la principale linea rossa della politica siriana della Turchia. La mossa dei curdi siriani rischia di provocare un conflitto in piena regola tra Turchia e Ypg. Anche alla luce delle operazioni militari russo-irano-siriane a Bayırbucak, che Ankara considera innanzitutto come lo sbocco naturale sul Mediterraneo del Rojava, la Turchia non può infatti tollerare che i curdi continuino a marciare verso Ovest allo scopo di unificare il cantone di Afrin al resto del Kurdistan siriano. Soprattutto, la strategia del Pkk rischia di destabilizzare ulteriormente il Kurdistan iracheno, in preda a una crisi interna che potrebbe mutare presto in conflitto aperto la guerra fredda turco-iraniana.


    Probabilmente il prossimo secolo non sarà un “secolo curdo”, come profetizzato da Demirtaş. Gli equilibri nel Grande Kurdistan giocheranno tuttavia un ruolo fondamentale nel determinare i futuri assetti del Medio Oriente.



    Postato 3 days ago da Daniele Santoro
    Etichette: demirtas dtk hdp iran kck krg kurdistan ocalan pkk siria


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