“La Stampa”, 30 maggio 1980.
Poi in G. Spadolini, “L’Italia di minoranza. Lotta politica e cultura dal 1915 a oggi”, Le Monnier, Firenze 1983


Fine novembre 1947 – primi dicembre 1948. De Gasperi manovra una crisi guidata di governo che non ha precedenti nel corso del dopoguerra e che non conoscerà altri duplicati nella storia della repubblica. È una “crisi-non crisi”. Il presidente di un gabinetto monocolore, sia pure con largo apporto di tecnici, qual è quello costituito nel maggio 1947, dopo l’esclusione di comunisti e socialisti, riesce ad “imbarcare” tre diversi partiti nella compagine ministeriale senza rassegnare neanche formalmente il mandato nella mani del capo provvisorio dello Stato, senza passare attraverso la defatigante trafila dei negoziati rituali.
La formula del quadripartito, che dominerà gli anni centisti, nasce attraverso un rimpasto: calcolato, graduato in ogni mossa, nelle parole non meno che nei silenzi. Accanto e Luigi Einaudi, che è già vice-presidente del consiglio ma a titolo personale e tecnico, senza diritto di rappresentare il PLI, vengono a sedere Giuseppe Saragat e Randolfo Pacciardi. Il primo è il capo di un partito che non ha compiuto ancora un anno di vita, che è sorto da una tormentata scissione, quella del PSI, non senza ambizioni e venature di “terzaforzismo” rappresentativo dell’intera area socialista e ostile a ogni collaborazione a breve termine con lo scudo crociato, anzi tendenzialmente alternativo ad esso.
Pacciardi guida un partito, di assoluta intransigenza istituzionale e di accentuato riformismo sociale quale il repubblicano, che ha segnato una sua linea peculiare nell’intera vicenda post-bellica, non ha aderito ai CLN perché imputati di eccessiva condiscendenza verso la monarchia (anche attraverso le attenuate sembianze del luogotenente), ha mantenuto fede fino ai primi del ’47 a una prospettiva di larghe intese, oggi diremo di solidarietà nazionale, estesa a tutta la sinistra istituzionale.
I connotati di centro-destra, con cui è sorto il monocolore del maggio, in coincidenza con la crisi internazionale, sono improvvisamente e accortamente rovesciati. Entrano pleno jure nel governo due partiti di centro-sinistra, anzi le due forze emblematiche della sinistra democratica: di estrazione marxista-riformista la prima, di matrice laico-riformatrice la seconda. Il “quarto partito”, quello dei ceti produttivi, di cui aveva parlato maliziosamente De Gasperi e che si rifletteva nei disegni tecnici del precedente ministero (da Cesare Merzagora a Gustavo Del Vecchio), è bilanciato e quasi contrappesato dalle rappresentanze organiche di due forze che stanno su un versante avanzato della vita italiana e vogliono restarvi.
Sforza era già nel governo, alla guida degli esteri, ma come indipendente repubblicano, senza impegnare il partito, il differente e ancor sospettoso partito dell’edera. Una diffidenza e un sospetto che si erano ampiamente rivelati nel corso della crisi, pur fra i contrasti delle posizioni interne al partito: ostile, nella vecchia classe dirigente, se non ad appoggiare, almeno a concedere una “tregua”, un periodo di attesa a De Gasperi, come altri avrebbero desiderato. Non a caso la partecipazione al ministero di Sforza (nonostante il consenso di fondo sulla linea di politica estera da lui stesso impressa), sarà oggetto di severe critiche da parte di alcuni membri del partito. Né sarà sufficiente – nel successivo dibattito sulla fiducia – a orientare il PRI (rifugiatosi in un voto “negativo di riserva”) verso l’astensione, sì da differenziarsi sia dalle destre che dalle sinistre.
Contemporaneamente De Gasperi aveva puntato a consolidare anche la collaborazione liberale, sulla sponda opposta dello schieramento politico, quella di centro-destra dove si era collocato proprio in quei giorni il PLI. Col suo quarto congresso, coincidente con quella essenziale svolta, il partito di Croce ha fatto getto di ogni superstite collocazione “democratica” per imboccare una via di aggressivo e ostentato conservatorismo, la via della segreteria di Roberto Lucifero, più monarchico che liberale, senza nemici a destra, tanto è vero che apre alle falangi sbandate dell’ “Uomo qualunque”, quando il qualunquismo di Giannini è già a pezzi, è entrato in una crisi irreversibile.
Lo stesso Croce lascia, e non solo per un moto di stanchezza, la presidenza effettiva del partito per ripiegare su quella onoraria: sostituito da un notabile meridionale galantuomo incapace di contenere l’ondata emotiva di destra che culmina del “blocco nazionale”, cioè Raffaele De Caro. I ministri liberali restano gli stessi del monocolore, cioè Einaudi e Grassi: con un diverso e più intenso grado di rappresentatività rispetto a un partito, che comunque divarica la sua linea rispetto a quella di repubblicani e socialdemocratici.
Nel suo accorto e sapiente trasformismo, De Gasperi va più in là: stringe l’occhio anche ai qualunquisti (fra parentesi: è il partito di Giannini che ha salvato il monocolore, senza contropartite, pochi mesi prima), punterebbe ad avere anche una rappresentanza qualunquista, magari simbolica o di area, nel nuovo governo centrista. Il no di Saragat non meno che di Pacciardi è irremovibile; il presidente trentino deve rinunciare a un troppo scoperto contrappeso a destra, utile anche per tacitare le fronde moderate cattoliche, il mondo alla Gedda.
È quella la “maschera del centrismo?”. Così la chiama, con espressione polemica e appassionata, Orazio M. Petracca, un politologo che conosce la storia, in un libro stimolante che Mondo economico ha pubblicato a puntate nel 1979 uscito poi anche in volume: Storia della prima Repubblica (un titolo che forse non è dell’autore, che neanche rispecchia, nella sua arbitrarietà, lo sforzo di interpretazione che corre lungo l’intera indagine).
“Verso la fine del 1947 – scrive Petracca – fra le ultime settimane di novembre e gli inizi di dicembre, rovesciando improvvisamente le loro posizioni, sia i socialdemocratici sia i repubblicani decidono di entrare al governo e vi impegnano personalmente i loro leaders, Saragat e Pacciardi, mentre entra contemporaneamente il partito liberale”. Giusto, ma attenzione a parlare di “rovescio improvviso di posizioni”. Già si è accennato al dibattito interno al PRI in occasione della sofferta decisione di votare contro il monocolore, in una fase delicata di definizione della collocazione e della linea politica, dopo il maturarsi della contrapposizione rigida, lacerante, fra la DC spostata a destra e le sinistre di ispirazione marxista.
Nell’ambito del generale schieramento delle sinistre, si delineano due posizioni nettamente distinte, che hanno in comune la difesa della Repubblica e la tutela della società dei lavoratori, ma in una concezione sostanzialmente antitetica. Repubblicani e socialdemocratici, da un lato, intendono difendere gli interessi della classe operaia nel pieno rispetto del metodo democratico; la visione della sinistra marxista è molto più complessa, l’accettazione della “democrazia protetta” da parte di Togliatti non attenua la dipendenza dal modello sovietico almeno per il PCI.
Repubblicani e socialdemocratici respingono in quei mesi ogni proposta di “fronte di sinistra” ispirato e guidato da Togliatti e da Nenni; definiscono una linea di dialogo con la DC, nel mantenimento di una posizione di sinistra democratica autonoma, volta a orientare il partito di De Gasperi a sinistra, o meglio al “centro-sinistra”, in luogo del “centro-destra” che lo statista trentino si è visto costretto – almeno sul piano dei voti parlamentari – a realizzare.
È il senso profondo di quel documento del PSDI che lo stesso Petracca riporta, in vista di spiegare la partecipazione al governo dei due partiti: “La presenza dei nostri due movimenti – sono le parole testuali – in seno alla compagine ministeriale, mentre scarta il pericolo, latente nel passato governo, di uno slittamento verso le forze della reazione politica e sociale, determina nel nostro paese una situazione nuova che, rompendo con le incertezze da cui questo recente periodo della vita nazionale è stato offuscato, apre alle classi lavoratrici prospettive sicure di un migliore avvenire”.
È quello del dicembre ’47, secondo Petracca, il momento decisivo in cui si afferma l’idea degasperiana di una DC che sta al centro dello stesso sistema centrista e che perciò è contemporaneamente insostituibile e irresponsabile. Insostituibile perché rappresenta il punto di coagulo di interessi contrastanti, sul filo di una mediazione senza limiti; irresponsabile perché scarica tutte le tensioni e le contraddizioni sui propri alleati, opportunamente e sapientemente collocati sulle due ali, centro-destra e centro-sinistra, quasi a elidersi e neutralizzarsi a vicenda. Al centro della storia della Repubblica, della prima ma noi diciamo di questa Repubblica, della nostra Repubblica: la politica delle alleanze perseguita dalla DC coi partiti laici. Date le particolari caratteristiche della borghesia italiana – ecco la tesi di fondo dell’autore – l’area intermedia fra la DC e il PCI occupata dai partiti laici è rimasta più un residuo elettorale che uno spazio di presenza e di iniziativa politica. Il principio della democrazia minacciata o assediata, su cui si è retto il centrismo ma anche in modi diversi il centrosinistra, ha impedito un qualunque sviluppo della dialettica democratica, nel senso di consentire la nascita di una “terza forza”, effettivamente determinante nel rapporto bloccato del bipartitismo imperfetto, dc-comunisti.
Questa indagine singolare è tutta centrata sul fallimento della terza forza. Estimatore e studioso attento di La Malfa, Petracca individua nel leader repubblicano il solo statista che abbia avuto un’idea pragmatica e realistica della possibile alternanza terzaforzista nel corso degli anni che vanno dal ’49 al ’62: non tanto aggregazione esteriore o verticistica di partiti diversi (il sogno dell’ “alleanza laica” che ritorna ad ogni elezione), quando l’individuazione di un terreno politico e sociale di azione, attraverso la saldatura dei ceti produttivi con un disegno riformatore della società. Non si tratta tanto di “unire i tre partiti”, ma di sviluppare un disegno più vasto: “Si tratta di associare a questo sforzo… movimenti e organizzazioni democratiche che traggono la loro origine dal mondo sindacale e del lavoro, dal mondo della cultura, da quella della resistenza antifascista e della lotta partigiana, dalla gioventù universitaria e non universitaria, da tutti quegli altri campi nei quali si articola la vita associativa di un paese retto a democrazia”.
“La Malfa mette coi piedi in terra il discorso della terza forza – osserva Petracca in una pagina successiva - . Ma è appunto il pragmatismo della sua concezione a rendere evidente quello che manca a una terza forza intesa come unità delle forze laiche: quello che le manca è proprio la terra sotto i piedi, cioè quella base sociale di appoggio che dovrebbero darle i ceti borghesi”. “Masse per un partito”: secondo il titolo di una polemica famosa di Ugo La Malfa con Gaetano Salvemini nel 1954. Sulle colonne del Mondo di Mario Pannunzio – una esperienza decisiva nella storia della sinistra democratica italiana di questa dopoguerra, e nella stessa parabola intellettuale di La Malfa – il grande storico pugliese aveva auspicato una fusione fra liberali socialdemocratici e repubblicani. La Malfa aveva intitolato la replica, destinata al Mulino, con un’espressione rivelatrice e illuminante: “masse per un partito”. Quasi a riprendere il giudizio di Togliatti sul partito repubblicano come “piccolo partito di massa”, inserito in una realtà popolare e di sinistra che non poteva essere liquidata a vantaggio di operazioni di vertice, astratte o meccaniche.
Fautore, sì, La Malfa, della terza forza, ma di un certo tipo di terza forza, democratica e riformatrice, non di generici “blocchi laici” “il compito di chi guarda alla democrazia come problema angoscioso della vita italiana – sono le parole conclusive di quello scritto di un quarto di secolo fa, ancora attualissimo – è di non perdere le sementi democratiche socialiste e risorgimentali e post-risorgimentali che ancora esistono e di costruire su di essere il partito di una più civile e moderna Italia”.
“Democrazia repubblicana”: era stato non a caso il movimento, emblematico e riassuntivo di tutta la concezione del mondo, al di là della sua labilità temporale, che egli aveva guidato dopo la scissione azionistica e che aveva riunito i migliori cervelli di una certa Italia crociana ma senza i limiti politici del maestro, nutrita alla laica religione della libertà ma senza inibizioni e chiusure moderate, erede della scuola democratica risorgimentale nella sua permanente e mai sopita dialettica con la scuola liberale: De Ruggiero, Salvatorelli, Omodeo, Ragghianti, Montale, Vinciguerra, vicino anche Brosio. Dalla fine del ’46, il suo ingresso nel partito repubblicano gli consentirà, col tempo e non senza forti resistenze, di articolare uno strumento politico omogeneo al quale affidare, nel corso del trentennio post-1948, funzioni di anticipazione, di elaborazione intellettuale o di condizionamento politico ben maggiori di quelle consentite da una forza elettorale sempre modesta. Un trentennio che si divide fra la segreteria di Oronzo Reale, amico e compagno inseparabile, e la sua stessa segreteria e poi presidenza.
“Se gli elettori fossero stati meno avari con noi!”: era una delle immagini cui ricorreva più spesso questo leader di una forza di minoranza che era egualmente riuscito a esercitare una influenza determinante in momenti fondamentali della storia nazionale. Prima col centrismo degasperiano, il ministro del Commercio Estero di De Gasperi, l’uomo della liberalizzazione degli scambi e del primo riordinamento delle partecipazioni statali (quanto diverse da quelle, devastate, di oggi); e poi col centro-sinistra, il ministro del bilancio di Fanfani, l’autore della nota aggiuntiva e il precursore della politica di programmazione e controllo dei redditi; infine negli anni tempestosi dell’emergenza, gli anni che egli ha pagato con un impegno quotidiano, di dedizione illimitata, di abnegazione senza risparmio di forze, al limite del sacrificio.
L’analisi di Petracca è suggestiva. Ne abbiamo discusso a lungo a Milano, in una tavola rotonda promossa da Mondo economico, una rivista che conserva ancora i segni dell’antica nobiltà azionista. Ma c’è un punto che sfugge all’analisi del politologo: la differenza fra le due versioni della “terza forza” che hanno dominato il corso del dopoguerra.
L’autore ne accenna qualche volta, ma non sviluppa mai il discorso, non lo precisa. C’è un “terzaforzismo” laico e riformatore, non socialista, volto a creare un polo di aggregazioni delle forze democratiche avanzate, in senso “liberal”, cioè progressista. È quello di La Malfa. E c’è un “terzaforzismo” socialista, e agli inizi perfino socialdemocratico, che tende a coagulare una forza di origini operaiste e marxiste, ma contrapposta al duopolio DC-PCI, si manifesti in forme di contrapposizione o di compromesso storico. Nel primo caso, la terza forza si colloca fra la DC e una sinistra tendenzialmente unita. Nel secondo, la terza forza si identifica con un partito socialista riformista contrapposto a una DC, immaginosamente respinta a destra, e a un PCI, cui viene riconosciuta di fatto l’egemonia sul movimento operaio.
Sono due strade del tutto diverse, dagli sbocchi presumibilmente opposti. Impossibile fare previsioni sul futuro. Certo Petracca non ha torto quando pone il problema della legittimazione democratica del partito comunista. “Non si potrebbe neanche parlare di terza forza – sono sue parole – se le altre due non sono egualmente legittimante e pieno titolo come forze costitutive del sistema politico”. Non è una scelta; è una constatazione.

Giovanni Spadolini


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