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    Predefinito Il genocidio programmato del nostro popolo

    Pesaro, senzatetto laureato in filosofia muore nel parco



    PESARO - Senza tetto, una vita ai margini. E' morto su una panchina del parco Miralfiore Rocco Bonaposta, 42 anni pesarese. E' stato trovato ieri mattina vicino all'ingresso di via Cimarosa da un passante che ha dato l'allarme alla Questura. Una morte per arresto cardiaco, probabilmente un malore. Era conosciuto dalla Caritas, viveva da clochard. Ma non dai servizi sociali del Comune. Era laureato in filosofia, in passato qualche supplenza come maestro. Poi una vita da senza tetto e la morte al freddo, su una panchina.

    Pesaro, senzatetto laureato in filosofia muore nel parco
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    Predefinito Re: Il genocidio programmato del nostro popolo

    Senzatetto muore a pochi metri da resort dei profughi: a lui era vietato



    Un senzatetto di 56 anni è stato trovato morto questa mattina a Desenzano del Garda, nel Bresciano. L’uomo è morto a causa del freddo poco distante dal ponte ferroviario del paese.
    E pensare che a Desenzano del Garda, a pochi minuti di distanza, ci sono giovani africani in un resort:


    RESORT DI LUSSO PER I PROFUGHI: PISCINA, CAMPO DA GOLF E TURISTE – FOTO

    Il lusso non è mai troppo, per i finti profughi di Renzi. Borgo Machetto, il governo ha affittato questo resort quattro stelle lusso di Desenzano del Garda, per ospitare i sedicenti profughi.
    Per i giovani maschi africani, una vacanza all’insegna del relax e del bel vivere, nella struttura scelta per loro dalla Prefettura di Brescia: prato tagliato all’inglese, bracieri accesi sulla terrazza con vista sul campo da golf, bionde turiste del nord europa rilassate nel patio e in piscina.
    Ma tranquilli. La responsabile, tal Maura, a chi protesta fa sapere: «Non so nemmeno se ci sia l’aria condizionata. A dire la verità i profughi proprio non escono».
    «Con i famosi 35 euro noi forniamo il necessario per il loro mantenimento e loro stanno lì senza uscire, hanno una piccola area comune destinata a quelle due stanze».
    A questi pseudo albergatori con hotel di lusso lucrano per 35 euro in pensione completa, tasse di anziani e gente normale: ma non vi fate schifo?

    Senzatetto muore a pochi metri da resort dei profughi: a lui era vietato | VoxNews
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    Predefinito Re: Il genocidio programmato del nostro popolo

    Italia e italiani sono diventati più poveri della media europea



    L'Italia e gli italiani stanno diventando più poveri della media in Europa. Anzi, è già una realtà secondo un rapporto sui livelli dei consumi procapite pubblicato da Eurostat, che ha esaminato a parità di potere di acquisto (ovvero correggendo i dati dalle eventuali distorsioni dei cambi valutari) sia la ricchezza lorda, misurata dal pil, sia i consumi effettivi individuali (Actual individual consumption) nei 28 Paesi dell'Unione.

    La seconda voce, spiega l'ente di statistica comunitario, rappresenta una cartina di tornasole del benessere delle famiglie. Ebbene, fatta 100 la media europea, l'Italia si ritrova con un valore inferiore sia per quanto riguarda il pil procapite, 96%, sia per quanto attiene ai consumi individuali, 98%.

    Il tutto nella fotografia statistica del 2014. Ma dallo studio emerge che il declino italiano a valori inferiori alla media è uno sviluppo proprio degli ultimissimi anni, perché nel 2012 i consumi effettivi individuali procapite erano al 103%, ossia appena superiori alle media europea, e il pil procapite al 101%.

    In pratica, l'Italia è uscita dalla crisi di questi anni ritrovandosi più povera della media europea, dove si registrano marcate divergenze. In cima alla classifica, i più ricchi in assoluto dell'Ue sono i lussemburghesi, i concittadini del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, vantano consumi individuali procapite al 141% della media e un pil procapite a un inarrivabile 266%.

    Seguono i tedeschi, rispettivamente con 123% sui consumi e 124% sul pil, e gli austriaci con 122% e 130%. La Francia si piazza nona con 111% sui consumi e 123% sul pil, l'Italia è undicesima. All'opposto i meno ricchi d'Europa sono i cittadini della Bulgaria, con consumi effettivi procapite pari ad esattamente la metà della media, 51%, e un pil procapite perfino sotto la metà, 47%. Penultimi i romeni con 57% e 55% e terz'ultimi i croati con 60% e 59%.

    Italia e italiani sono diventati più poveri della media europea - MilanoFinanza.it
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    Predefinito Re: Il genocidio programmato del nostro popolo

    E gli italiani sono sempre più poveri

    La Caritas chiede un reddito minimo per il 7 per cento della popolazione. E critica il governo Renzi: non ha fatto molto di più dei suoi predecessori



    Anche la Caritas chiede il reddito minimo. Un «sistema fondato su una misura rivolta a chiunque sia in povertà assoluta», come «quello previsto dal Reddito d'inclusione sociale (Reis) proposto dall'Alleanza contro la povertà in Italia». Nel secondo Rapporto Caritas sulle politiche contro la povertà in Italia, presentato ieri a Roma, si legge che «ci vuole una misura nazionale per tutti i poveri, che rappresentano il 6,8% delle popolazione», ha affermato il responsabile scientifico del Rapporto Cristiano Gori, auspicando «un piano nazionale in quattro anni, dal 2016 al 2019». All'inizio, l'introduzione del reddito minimo «costerebbe solo 1,8 miliardi di euro mentre a regime la spesa sarebbe di 7,1 miliardi».
    In sette anni il numero di persone in povertà assoluta è più che raddoppiato, passando da 1,8 milioni del 2007 a 4,1 milioni del 2014. Confrontando il 2014 con il 2007, ultimo anno prima dell'inizio della crisi, si osserva che il numero delle persone in povertà assoluta è salito dal 3,1% al 6,8% del totale, anche se i più recenti dati Istat segnalano che la povertà ha smesso di crescere: per la prima volta dal 2007, infatti, nel 2014 la percentuale di persone colpite (il 6,8% del totale) si è stabilizzata rispetto al 2013, in cui era il 7,3%. L'insieme degli interventi di sostegno al reddito varati dal Governo Renzi ha fornito ai poveri qualche sollievo. Il bonus di 80 euro per i lavoratori dipendenti, il bonus bebè per famiglie con figli entro i tre anni, il bonus per le famiglie numerose e l'Asdi si traducono in un complessivo incremento medio del reddito delle famiglie povere pari al 5,7%, risultato migliore rispetto ai precedenti governi. Tuttavia, secondo il Rapporto, in materia di sostegno al reddito l'attuale Esecutivo, a oggi, non si è discostato in misura sostanziale dai suoi predecessori. I diversi contributi sin qui introdotti raggiungono nel loro complesso una quota limitata delle famiglie in povertà assoluta, intorno al 20%.
    Infine, l'Italia è l'unico paese europeo, insieme alla Grecia, privo di una misura nazionale come il reddito minimo, mirata a sostenere l'intera popolazione in queste condizioni. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Claudio de Vincenti, rileva: «Siamo tutti buoni a proporre di stanziare dieci, venti o trenta miliardi per il reddito di cittadinanza, come fanno alcune forze politiche. Ma questa è cialtroneria politica che non risolve il problema della povertà. Al Ministero del Lavoro si sta lavorando ad una soluzione analoga, come ispirazione, al reddito di inclusione sociale», è prevista «l'apertura di un confronto con l'Alleanza contro la povertà per costruire insieme un piano nazionale di contrasto alla povertà e all'esclusione sociale».
    La critica della Caritas al governo è dura. In Parlamento, si legge nel rapporto, oltre al «Movimento 5 Stelle che ha fatto della lotta alla povertà, attraverso il reddito di cittadinanza, una propria bandiera», anche «Sel, autorevoli esponenti della Lega Nord così come del Partito Democratico e numerosi altri si sono espressi a favore di un intervento strutturale in materia». E «sul fronte del governo, il ministro del Welfare Poletti ha in più occasioni esplicitato la propria posizione favorevole alla introduzione di una misura nazionale». Però, «da quando è a Palazzo Chigi, Renzi non ha ancora assunto una posizione pubblica precisa sulla lotta alla povertà». La Caritas riconosce che «il complessivo sforzo riformatore dell'attuale esecutivo è più incisivo di quello di molti suoi predecessori», ma osserva che «nello specifico della lotta alla povertà il governo ha seguito una linea di sostanziale continuità con quelli che l'hanno preceduto: non ha, in altre parole, realizzato interventi significativi».
    «Molti degli interventi del jobs act - replica il ministro Poletti hanno chiari effetti di riduzione della povertà: si pensi alla riforma degli ammortizzatori sociali, dalla universalizzazione della Naspi, che copre molte figure che altrimenti sarebbero rimaste senza reddito, all'introduzione, per la prima volta nel nostro paese, di un sussidio di disoccupazione di natura non previdenziale, l'Asdi, destinato proprio ai disoccupati più bisognosi che abbiano esaurito gli altri sussidi; per non dire di tutti gli interventi che facilitano l'occupazione, migliorano l'incontro tra domanda e offerta di lavoro e puntano all'accrescimento dell'occupabilità dei lavoratori più fragili. Non bisogna infatti mai dimenticare che la via principale per l'uscita dalla povertà è il lavoro. Insomma - conclude Poletti - l'azione del Governo è su più fronti e non è destinata a fermarsi».

    E gli italiani sono sempre più poveri - Cronache - iltempo
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    Predefinito Re: Il genocidio programmato del nostro popolo

    Indici della produzione industriale: il manifatturiero

    Forse è meglio lasciarci alle spalle certe cose brutte e mettere in prospettiva quanto sta succedendo. Ne approfitto anche per chiarirvi un paio di concetti sugli indici, che non mi pare siano chiari a tutti.

    Il sito dell'Eurostat ci fornisce i dati degli indici della produzione industriale a partire dall'inizio degli anni '90. Qui confrontiamo quelli del settore manifatturiero per Italia e Germania:


    Alcune riflessioni immediate:

    1) una cosa come quella che è successa nel 2008 non si è mai vista. Qui la colpa non è tanto dell'eurone, quanto dell'entità dello shock arrivato dagli Stati Uniti.

    2) In Italia non si è nemmeno mai vista una cosa come quella successa nel 2011, e qui la colpa invece è dell'eurone, perché il secondo crollo della produzione industriale, dopo una ripresa sostanzialmente in linea con quella tedesca, è in diretta connessione con le politiche di austerità, cioè con l'euro (come spiego ad esempio qui).

    3) Ci vuole un occhio un po' esperto per notarlo, ma, se ci fate caso, la dinamica della produzione tedesca si arresta a partire dal 2011. L'austerità che la Germania ha imposto ai suoi satelliti al fine di far risanare le sue banche dai loro contribuenti non le ha molto giovato in termini di sviluppo.

    4) Un occhio ancora più esperto vedrà quello che è successo fra 1992 e 1994.

    Una notazione metodologica. Voi lo capite, vero, che questo grafico non dice che negli anni '90 l'Italia produceva più della Germania? Gli indici rappresentano la dinamica di un fenomeno, la sua maggiore o minore velocità. In altre parole, quello che il grafico ci dice è che la produzione industriale in Germania è cresciuta più rapidamente (anche se la sua crescita negli ultimi anni si è arrestata).

    Forse per occhi inesperti è meno ingannevole un grafico nel quale si prenda come anno base il primo del campione, che in questo caso è il 1991. La figura si presenta così:


    e qui in effetti si capisce meglio cosa è successo all'inizio degli anni '90, e si vede anche quando inizia il declino dell'economia italiana (sostanzialmente, intorno al 1997 per i motivi che vi ho spiegato senza peer review qui e con peer review qui, suscitando una certa attenzione). Nota che dopo la batosta presa con il riallineamento del 1992-93, la produzione industriale tedesca ricomincia a crescere sostanzialmente dal 1997 (chissà perché...) e la sua dinamica accelera dal 2004 (chissà perché...).

    Ma, come vi ho detto da subito, la Germania avrebbe segato il ramo sul quale siede. Sì, naturalmente è riuscita a riprendersi, parassitando i paesi circonvicini, mentre noi rimaniamo sostanzialmente inchiodati al minimo storico raggiunto nel 2009, al quale ci ha ricondotto l'austerità di Monti. Ma, come vi dicevo prima, e come qui si vede meglio, da quando ha recuperato, la sua produzione industriale ha comunque smesso di crescere.

    Per crescere, la produzione industriale tedesca ha bisogno di una Europa florida e dall'aiutino di un cambio sottovalutato. Oggi ha solo la seconda cosa, ma non la prima. Truccare le carte indebolendo la valuta non la aiuta moltissimo, perché chi le sta intorno (ma, come vedremo, anche chi non le sta proprio a un tiro di schioppo) di soldi non ne ha più.

    Altra precisazione per i nuovi arrivati.

    Indebolire la valuta è fisiologico se sei in deficit. Diventa truccare le carte se sei in surplus (come la Germania e l'Eurozona sono nei riguardi del resto del mondo). Chi è in surplus dovrebbe rivalutare: la valuta dell'esportatore è richiesta per acquistarne i beni (per inciso, e di riflesso, questo meccanismo causa l'indebolimento della valuta dell'importatore). Ma se l'euro si rivalutasse, soffrirebbero le imprese del Sud che esportano verso i paesi emergenti (ad esempio in Italia), e questo accrescerebbe le tensioni centrifughe dei paesi "periferici" dell'Eurozona. La BCE, ovvero la Banca centrale indipendente da un governo che non c'è (quello europeo) ma dipendente da un governo che c'è (quello tedesco) sta quindi manovrando, anche attraverso il QE, per far indebolire l'euro con manovre finanziarie che contrastano quelle che sarebbero le naturali tendenze al rialzo determinate dalle dinamiche commerciali. Sostanzialmente, sta facendo scendere a zero i tassi di interesse, e quindi sta indirizzando gli investitori su titoli definiti in altre valute - e questo abbandono dell'euro per motivi finanziari si riflette sulla sua quotazione, nonostante l'euro sia domandato per motivi commerciali, cioè per acquistare i prodotti tedeschi.

    È chiaro che agli occhi degli USA (ma non solo) la Germania, così facendo, sta truccando le carte perché svaluta pur essendo in surplus estero. Questo però non le giova per almeno un paio di motivi:

    1) perché il resto del mondo non sta lì a guardare, e reagisce. Abbiamo visto quest'estate (prima di tanti altri) come la svalutazione del cambio cinese fosse nient'altro che il comprensibile desiderio di restituire al mittente (cioè a noi) il pacco che avevamo rifilato alla Cina svalutando rispetto al dollaro (e quindi anche rispetto a lei).

    2) perché gli impatti della svalutazione sui paesi periferici (in particolare, sull'Italia) sono meno propizi di quanto si sperava, come noi avevamo ampiamente motivato e previsto.

    E quindi? E quindi la Germania riesce per la terza volta in un secolo a portare l'Europa in guerra contro gli Stati Uniti, senza alcun particolare costrutto per se stessa, ma anzi mettendosi in difficoltà. Perché, come avrete capito, per svalutare l'euro bisogna far scendere i tassi di interesse europei (che in Germania ormai sono negativi). Ma se i tassi di interesse scendono, gli accantonamenti ai fondi pensione non rendono nulla, e quindi il firtuoso sistemen pensionistiken tetesken si rivela insostenibile, pur essendo a capitalizzazione e non a ripartizione, semplicemente perché quando non ce n'è per nessuno, non ce n'è per nessuno. Farebbe molto più comodo alla Germania vivere in un mondo nel quale il denaro avesse un costo non drogato dalla necessità di tenere i cocci insieme, e dove però i titoli di Stato potessero essere considerati investimenti sicuri (perché garantiti dalla Banca centrale di ogni singolo Stato, anziché dalla BCE che cerca di fare gli interessi di uno solo di essi).

    Le farebbe comodo cioè darci autonomia e quindi ossigeno, perché se non cresciamo noi, poi non cresce nemmeno lei. Ma loro non vogliono crescere: vogliono predare. Son fatti così, bisogna volergli bene, non possono cambiare, vanno presi come sono e aiutati a non sbagliare troppo. Ovviamente è un compito impossibile e quindi ci aspettano gravi tensioni internazionali (ma questo lo sapete).

    Bene.

    Abbiamo fatto un po' di informazione. Non è il nostro lavoro, ma visto che chi dovrebbe farlo non lo fa, spero che non si lamenti se lo abbiamo surrogato, visto che invece a noi riesce piuttosto bene (nonostante non ci paghino per farlo). Naturalmente, se l'articolo vi è piaciuto, sapete cosa fare.

    Goofynomics: Indici della produzione industriale: il manifatturiero
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    Predefinito Re: Il genocidio programmato del nostro popolo

    La ripresa: Iacoboni vs. Eurostat (post muto)






    Non conosco Iacoboni. Sarà sicuramente un'ottima persona: affettuoso coi figli, fedele alla compagna, gentile coi colleghi, premuroso coi parenti, e magari anche professionalmente preparato, quando parla di quello che sa. La domanda a questo punto è: di parlare di quello che non sa e non capisce, glielo ha chiesto il medico? Perché, come potrete vedere nel post che vi cito, le cose non stano come dice lui. Rispetto ai livelli pre-crisi (cioè, per capirci, dall'agosto del 2008) la produzione industriale è giù del 17%, non su del 3%. Una differenza di 20 punti percentuali, non esattamente un bruscolino.
    Perché fanno così? Perché non stanno attenti?
    Se lo fanno apposta, se pensano di fotterci con questi trucchetti, sono fuori strada: Goofynomics ha cambiato le regole, ora la verità sui dati bisogna dirla. Certo, come direbbe quell'altro gegno (se siete su Twitter sapete chi è), un giornale ha la sua "linea editoriale", e un giornale schierato con la grande impresa (che non è la piccola e media impresa) deve ovviamente far capire che l'Europa nemica del lavoro (cioè amica del grande capitale) qualcosa di buono lo ha fatto: ha portato, grazie alle riforme, una ripresa che, certo, è un po' debole, ma se lo è, questo è solo colpa nostra (andatevi a leggere i tweet di Iacoboni: il senso è questo). Quindi sì, è probabile, non lo si può escludere: Iacoboni potrebbe essere stato indotto a fornire un'informazione tendenziosamente errata per motivi di linea editoriale. Lo suggerisce il fatto che non abbia rettificato quando il mio lettore gli ha fatto presente che le cose non stavano come diceva lui.
    Ma forse nemmeno questo.
    Ormai loro vivono in un modo tutto loro, totalmente autoreferenziale: vedono la realtà attraverso la lente deformante dei loro pregiudizi e di quello che credono che i loro datori di lavoro ritengano che essi debbano dire. Insomma, non lo fanno nemmeno apposta: gli viene naturale. Non c'è intenzionalità, non so come dirvelo.
    A mio avviso, però, questo rende la cosa molto più grave. Perché se la malizia di chi intenzionalmente fornisce un'informazione tendenziosa per influenzare il dibattito può essere contrastata e, soprattutto, può conoscere una tardiva resipiscenza, il delirio allucinatorio degli "europeisti" è senza remissione. Non si arrenderanno mai all'evidenza, e continueranno ad inquinare il dibattito, invocando la libertà di opinione per proteggere l'impunità di menzogna.
    E la cosa più triste e più spiacevole è che nel far questo continueranno a infangare l'immagine di un popolo del quale si sentono migliori, e al quale rimproverano l'immaturità culturale, quando sono poi loro ad alimentarla, questa immaturità, con presentazioni, come dire, un po' "impressionistiche" di realtà fattuali che hanno un'unica interpretazione, nella dottrina scientifica (della quale loro nulla sanno, perché hanno studiato altro e fanno un altro lavoro), così come nel senso comune (del quale loro nulla sanno perché vivono in una nicchia privilegiata sotto tutti i profili).
    Sarà difficile ricostruire democrazia e identità nazionale in queste condizioni. Difficile, ma non impossibile. Dipende da noi. Intanto, diffondiamo il dato giusto.
    Ah, ovviamente adesso Iacoboni, se vuole, può dimostrarmi che non mi sbaglio, e che lui è effettivamente quella brava persona che penso sia, facendo una semplice cosa: twittando "mi sono sbagliato, siamo ancora giù del 17%".
    Sono aperte le scommesse, so che non sarò deluso...

    Goofynomics: La ripresa: Iacoboni vs. Eurostat (post muto)





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    Predefinito Re: Il genocidio programmato del nostro popolo

    il rapporto su reddito e condizioni di vita degli italiani

    Istat: un italiano su 4 a rischio povertà o esclusione, il 14% ha arretrati per mutuo, affitto e bollette

    L'ultimo rapporto sul reddito e le condizioni di vita testimonia che, pur migliorando leggermente le condizioni di grave deprivazione, l'Italia resta un Paese a forte rischio povertà: la metà delle famiglie non può permettersi una settimana di ferie

    di Valentina Santarpia



    In apparenza, il nuovo rapporto Istat su «reddito e condizioni di vita» in Italia dovrebbe dare segnali di speranza e ottimismo: perché sono calati del 25% negli ultimi tre anni gli italiani che dichiarano di non potersi permettere un pasto adeguato almeno ogni due giorni e diminuiscono anche quelli che non possono permettersi una settimana di ferie all'anno lontano da casa (dal 51,0% al 49,5%) o una spesa imprevista pari a 800 euro (dal 40,2% al 38,8%). Ma il lieve ritocco delle percentuali non nasconde dei dati oggettivi: In Italia una persona su quattro è a rischio povertà o esclusione sociale, un tasso superiore di quasi quattro punti percentuali a quello medio dell'Unione europea, pari al 24,4% nel 2014. Stiamo peggio solo di Romania (40,2%), Bulgaria (40,1%), Grecia (36,0%), Lettonia (32,7%) e Ungheria (31,1%) e su livelli «molto simili» a quelli di Spagna (29,2%), Croazia e Portogallo.
    Sei milioni di persone non mangiano adeguatamente

    Pur registrando un calo delle famiglie che non riescono a procurarsi pasti proteici a sufficienza, «restano comunque oltre 6 milioni gli italiani che vanno ben oltre il rischio di povertà e non hanno denaro a sufficienza neanche per alimentarsi adeguatamente», come rileva la Coldiretti. Peggiora, addirittura, il dato di chi ha arretrati per il mutuo, l'affitto e le bollette, salendo al 14,3%, un record. E «il fatto che quasi il 50% degli italiani non possa permettersi di andare in ferie per una settimana, per quanto nel 2013 la percentuale fosse al 51%, vuol dire, comunque, che stiamo peggio rispetto al Dopoguerra, quando anche le famiglie di operai, in agosto, con la chiusura delle fabbriche, potevano tornare nel loro paese d'origine e passare le vacanze con i parenti», rileva l'Unione nazionale consumatori, che sentenzia: «Restano dati da Terzo Mondo, inaccettabili per un Paese che vuole definirsi civile».



    Un reddito da duemila euro a famiglia

    Una famiglia su due in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 2.026 euro nel 2013. L'Istat rileva infatti un reddito mediano di 24.310 euro l'anno. Il reddito mediano più alto è al Nord (27.089 euro), mentre al Sud il livello è pari al 75% di quello settentrionale e al Centro è pari al 95%. Risultano più ricche le famiglie con redditi principali da lavoro dipendente (29.527 euro) rispetto a quelle con reddito da lavoro autonomo (28.460 euro) o con pensioni o altri trasferimenti pubblici (19.441 euro). Dati da cui emerge «un quadro ancora sconfortante sulle condizioni economiche in cui si trovano le famiglie nel nostro Paese», dicono Federconsumatori e Adusbef che, in base al quadro rilevato dall'Istituto di statistica, sottolineano che «se a ciò aggiungiamo le enormi rinunce e sacrifici che le famiglie stanno facendo (dal 2008 consumi alimentari -11%, quelli relativi a salute e cure -28,8%) si percepisce chiaramente come la situazione sia ancora estremamente allarmante».


    Più povero il Sud

    Anche se mMigliora leggermente il rischio di povertà o esclusione sociale nel Mezzogiorno, al Sud quasi la metà dei residenti risulta a rischio povertà o esclusione sociale (45,6%), contro il 22,1% del Centro e il 17,9% del Nord. Sono in difficoltà soprattutto i monogenitori, le coppie con tre o più figli, chi vive in famiglie con cinque o più componenti e i nuclei monoreddito. Nel 2014 il 50% delle famiglie residenti in Italia ha percepito un reddito netto non superiore a 24.310 euro (2.026 euro al mese), conclude Istat, precisando che il 20% più povero della popolazione possiede l'8% del reddito totale.

    Istat: un italiano su 4 a rischio povertà o esclusione, il 14% ha arretrati per mutuo, affitto e bollette - Corriere.it
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    Predefinito Re: Il genocidio programmato del nostro popolo

    "Io, ingegnere assunto per Fiat con il Jobs act: in 4 mesi ho perso 3 volte il lavoro"

    Edoardo - ingegnere aerospaziale di 29 anni - è dipendente di un'azienda che offre consulenza e manodopera alle case automobilistiche. Attraverso di essa, per oltre un anno - tra il 2014 e il 2015 - lavora all'interno di Alfa Romeo a Modena. Nel maggio del 2015 la sua società gli propone di rescindere il contratto a termine e firmarne uno nuovo a tempo indeterminato a tutele crescenti, appena introdotto dal Jobs Act. Edoardo accetta, ma nel settembre 2015, Fiat (casa madre di Alfa Romeo) decide di sciogliere improvvisamente il rapporto di consulenza con la sua azienda e così da un giorno all'altro lui si trova senza impiego. La ditta prova a ricollocarlo in due incarichi temporanei che svaniscono, uno dopo un mese e mezzo di lavoro, l'altro dopo soli tre giorni. Edoardo è così costretto a chiedere un periodo di aspettativa forzata e senza stipendio che durerà fino a marzo, al termine del quale, salvo novità, ci sarà il licenziamento. E vista la breve durata (meno di un anno) del rapporto a tempo indeterminato, le tutele per lui in caso di disoccupazione rischiano di essere minime

    (il video potrete guardarlo cliccando sul link in basso)
    "Io, ingegnere assunto per Fiat con il Jobs act: in 4 mesi ho perso 3 volte il lavoro" - Repubblica Tv - la Repubblica.it
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    Predefinito Re: Il genocidio programmato del nostro popolo

    Jobs act, prima ricerca sugli effetti: “Flop nel promuovere occupazione e ridurre precariato. Aumentati gli inattivi”

    Lavoro & Precari
    Uno studio dei ricercatori italiani Marta Fana, Dario Guarascio e Valeria Cirillo per conto di Isi Growth, finanziato dalla Commissione europea, evidenzia che solo il 20% dei nuovi assunti tra gennaio e luglio ha un contratto a tempo indeterminato ed è cresciuta l'incidenza di contratti a termine e part-time


    “Il Jobs act sta fallendo nei suoi obiettivi principali: promuovere l’occupazione e ridurre la quota di contratti temporanei e atipici”, in una parola il precariato. Sono queste le conclusioni di quella che si può considerare la prima ricerca accademica sugli effetti della riforma del lavoro del governo Renzi. Si tratta dello studio “Labour market reforms in Italy: evaluating the effects of the Jobs Act”. Il rapporto è stato curato da tre ricercatori italiani, Marta Fana, Dario Guarascio e Valeria Cirillo, per conto di Isi Growth, progetto di ricerca finanziato dalla Commissione europea. Fana, va ricordato, è la prima ad aver segnalato l’errore del ministero del Lavoro sui dati relativi ai contratti ad agosto.
    “Il fallimento del Jobs act nello stimolo dell’occupazione”, secondo il rapporto, è confermato dal flusso di lavoratori che sono usciti dallo stato di disoccupazione tra primo e secondo trimestre del 2015. I ricercatori, citando dati Eurostat, spiegano che “i flussi del mercato del lavoro per l’Italia mostrano una massiccia transizione dalla disoccupazione all’inattività (35,7%), mentre la transizione verso l’occupazione è più bassa della media europea (18,6% contro 16,1%)”. Mentre i disoccupati non hanno un impiego ma lo cercano, gli inattivi non ci provano neanche. In poche parole, chi ha abbandonato la palude della disoccupazione non ha trovato un lavoro: ha semplicemente smesso di cercarlo.

    E se l’intenzione era di dare una spinta ai nuovi contratti stabili, anche in questo caso lo studio evidenzia le carenze del Jobs act e del bonus contributivo della legge di Stabilità 2015. “I dati amministrativi – prosegue il documento – mostrano che tra gennaio e luglio 2015 solo il 20% delle nuove assunzioni hanno un contratto a tempo indeterminato”. Non solo. “I nuovi assunti con il contratto a tutele crescenti – precisa lo studio – guadagnano uno stipendio mensile più basso dell’1,4% rispetto a quanti assunti un anno prima con il vecchio contratto a tempo indeterminato”.
    Fallita la lotta al precariato: tra i nuovi assunti aumentano i contratti a termine
    Ma anche sul fronte della lotta al precariato, i ricercatori non fanno sconti al Jobs act. Innanzitutto, l’introduzione delle tutele crescenti va di pari passo con un aumento dell’incidenza di contratti a termine tra i nuovi assunti, mentre cala la fetta di rapporti stabili. “E’ bene notare – spiega il documento – che un aumento generale nella quota di contratti a tempo indeterminato si può osservare in un breve periodo tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015. A sorpresa, da marzo 2015 in poi questo aumento del tempo indeterminato comincia chiaramente a invertirsi a ritmi rapidi. Infatti, il 63% dei nuovi lavoratori (158mila su 253mila) nei primi nove mesi del 2015 hanno un contratto a termine”. I ricercatori individuano una possibile spiegazione al fenomeno: “Questo calo dei contratti a tempo indeterminato (che va contro le intenzioni dichiarate da Jobs act e incentivi) può essere legato all’ulteriore liberalizzazione nell’uso dei contratti a termine prevista anche dal Jobs act”.

    Non è comunque solo il contratto a termine che preoccupa i curatori del rapporto. Innanzitutto, c’è l’espansione del part-time. “I contratti part-time sono più diffusi all’interno dei nuovi contratti stabili che in quelli a termine”, dove rispettivamente contano per il 40,8% e per il 35,8%, un dato che per i ricercatori dimostra la debolezza del contratto a tutele crescenti. “E cosa più importante, si nota che durante il secondo semestre 2015, l’incidenza del part-time involontario vale per il 64,6% dell’occupazione part-time nel suo totale”, aggiungono gli autori. Ma l’allarme riguarda anche i voucher. “Un altro elemento del Jobs act è l’ulteriore liberalizzazione del lavoro atipico – si legge nel rapporto Isi Growth – Tra questi, un ruolo di rilievo è giocato dai voucher. Benché questo trend non rappresenti una novità, la loro espansione non sta rallentando con il Jobs act. Durante i primi nove mesi, oltre 81 milioni di buoni lavoro sono già stati venduti, con una crescita annuale del 70%”.
    Ma il Jobs act, fanno notare gli autori, non è che l’ultima di una serie di riforme che mirano a liberalizzare il mercato del lavoro, senza tuttavia ottenere risultati significativi. “Dal 1997 – ricostruiscono gli studiosi – è stata gradualmente introdotta una costante e coerente serie di norme che hanno portato a un mercato del lavoro sempre più liberalizzato. Eppure, nonostante i licenziamenti più facili, i nuovi contratti temporanei e flessibili, gli incentivi alla contrattazione aziendale, le dinamiche dell’occupazione e della produttività non sembrano essere state rimodellate in modo rilevante durante il periodo delle riforme”. E il Jobs act, dalle prime analisi, non pare avere cambiato registro. Anzi.

    Jobs act, prima ricerca sugli effetti: "Flop nel promuovere occupazione e ridurre precariato. Aumentati gli inattivi" - Il Fatto Quotidiano
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    Predefinito Re: Il genocidio programmato del nostro popolo

    Davvero c'è da piangere per come ci siamo e ci hanno combinato.

    P.S.: Majorana, io sto thread lo metteri tra quelli in in rilievo.
    "L'odio per la propria Nazione è l'internazionalismo degli imbecilli"- Lenin
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