v - Rassegna stampa - Voglio Scendere
Ciascuno ha diritto alla propria opinione su Marcello Dell’Utri, condannato in prima istanza per concorso esterno in mafia. Io penso che frequentasse pessime compagnie, come è accaduto a parecchi palermitani e non palermitani anche molto illustri, ma che l’accusa di «concorso esterno in un’associazione» sia una buffonata antigiuridica possibile solo in un Paese in cui si è obnubilata la coscienza del diritto come forma logica. Ditemi voi: la vicinanza storica del premier al suo collaboratore Dell’Utri autorizza forse a «dire e non dire» che il fenomeno Berlusconi, fatto eminentemente politico e pubblico, dispiegatosi sotto i nostri occhi e dotato (comunque la si pensi) di profonde ragioni storiche, è in realtà un fenomeno a metà tra la politica e il crimine stragista? Possiamo, sulla base di faldoni d’archivio frammentari, di leggende giudiziarie sottotraccia, convivere inerti con l’accusa di stragismo al capo del governo? Secondo me no. Secondo me questo è il punto. E se si voglia aiutare la memoria e la storia e la politica del nostro Paese ad essere o almeno ad assomigliare a quelle di un Paese civile, bisogna piantarla di suggerire quel che non si è saputo dimostrare. Soprattutto se si rivesta il ruolo di procuratore generale antimafia.
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Ho scritto il mio articolo non basandomi su elucubrazioni, ma su parole che hanno come fondamento precisi atti giudiziari: in particolare, la richiesta di archiviazione dell’indagine su Berlusconi e Dell’Utri per le stragi a Roma, Firenze e Milano nel ‘93-‘94. Richiesta firmata da Pietro Grasso assieme a quattro magistrati, il 7 agosto 1998. Un atto giudiziario non è una ipotesi fantasiosa: è basato su elementi di giudizio e testimonianze molto circostanziati. Soprattutto, non è un’«opinione».
Giuliano Ferrara chiami pure tutto ciò mania del law and order. Per parte mia non ho nulla contro la legge e l’ordine. È la mania di chi vuol conoscere la verità. E non la fugge, solo perché a volte in un’inchiesta o in un processo mancano le prove conclusive necessarie a una condanna giudiziaria, ma ci sono tutti gli elementi sufficienti a una condanna politica. Solo anticorpi politici e civili altrettanto forti di quelli giudiziari possono garantire davvero la legge e l’ordine. I veri giustizialisti sono coloro che consegnano ai giudici il monopolio del giudizio.
Per inciso vorrei ricordare che il 26 maggio scorso Grasso parlava davanti alle vittime sopravvissute alla strage dei Georgofili (5 morti, 48 feriti) e ai loro parenti: «Persone che da sempre chiedono verità e giustizia», come ha detto il procuratore nazionale Antimafia a questo giornale. È prima di tutto a loro che dobbiamo verità, giustizia, e quella che Grasso chiama «un patrimonio della memoria collettiva definitivamente acquisito».
Barbara Spinelli
domani
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