1. Ho riportato qui sopra tre citazioni, che pur nel contesto delle rispettive discussioni vanno secondo me a precisare un identico tema alquanto tralasciato in questa sezione - voglio parlare della felicità, e di una specifica forma di rifiuto di questa.
2. Un elemento centrale della felicità mi pare sia la riconoscenza della propria persona, del proprio valore, il che presuppone un rapporto sociale nel quale essa puo affermarsi.
Questo rapporto sociale, a sua volta, si presenta come rapporto con un mondo già determinato, cioè che ci precede ed è in misura di far valere, contro il volere del singolo, l'opinione generale. Cosi che la riconoscenza viene sempre condizionata al grado di conformità della pratica personale col sistema valoriale dominante.
3. Il sistema valoriale dominante, nel momento in cui parliamo, è per dirlo semplicemente il sistema della merce: ogni cosa, ogni sapere, ogni attività prende la forma di una merce e viene sussunta nel giro di accumulazione capitalistica.
Questo significa che chi non si mostra in grado di trasformare la propria esistenza in un affare lucroso, manca pure alle condizioni di essere riconosciuto. O certo, è possibile in qualche misura riparare su altro tipo di riconoscenze più locali - tipo essere un buon marito, un padre affettuoso, un amico leale, un collega gentile e serio, conoscere a memoria tutti i giocatori del campionato, ecc. - ma diciamo che la riconoscenza più ricercata resta quella che più somiglia alla nostra epoca scambista. In parole povere, o sei un uomo pieno di soldi, o sei un uomo da poco.
4. Tutto questo, in modo più o meno chiaro, è noto a tutti. Ora c'è un minoranza significativa di componenti della società scambista a cui tale sistema valoriale, con la conseguente distribuzione della riconoscenza, non conviene per nulla. Tra questi componenti dobbiamo contare i fascisti.
5. Il fascismo entra in contraddizione col scambismo nel punto in cui il movimento generale delle cose, anziché ubbidire alla volontà del soggetto politico (il partito, lo Stato, il duce), ubbidisce come dicevamo alla logica impersonale di accumulazione. La società sotto il capitale si muove come la marionetta sotto la mano del marionettista, ma un marionettista che in questo caso non è un soggetto umano ma un automa forte e potente soltanto della nostra forza e potenza alienata.
6. Logico quindi che il fascista, rifiutando questo marionettismo, rifiuti anche la definizione della felicità che gli è connaturata. Ma tale rifiuto, non potendosi presentarsi nella forma di una esplicita negazione del capitalismo, prende allora di mira il vecchio moralismo ipocrita di stampo cristiano, poi passato in forma laica nel discorso della sinistra sulla solidarietà, l'uguaglianza e l'universalismo.
7. Da un tale rovesciamento si giunge infine all'ulteriore malinteso: lo stesso scambismo, essendo cieco ad ogni coloritura sentimentale nei rapporti sociali - dato che conta esclusivamente il soldo - finisce per prendere, agli occhi dei nemici di questa società, una dimensione positiva proprio per questa sua spietatezza. Ci si identifica allora alla brutalità di questo mondo verso l'umanità di troppo, la sua potenza diventa in modo illusorio la nostra, si crede di cavalcare una tigre quando invece, più che mai, si è soltanto un atomo rabbioso di una grande, inerte marionetta.





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