User Tag List

Pagina 6 di 7 PrimaPrima ... 567 UltimaUltima
Risultati da 51 a 60 di 64
Like Tree4Likes

Discussione: Norberto Bobbio - Scritti e pensieri sul socialismo

  1. #51
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma - Sicilia
    Messaggi
    12,096
    Mentioned
    28 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito Ma che cosa è questo socialismo?

    Lenin era marxista?



    Da N. Bobbio, “Le ideologie e il potere in crisi. Pluralismo, democrazia, socialismo, comunismo, terza via e terza forza”, Le Monnier, Firenze 1981.




    Leggendo i resoconti del convegno organizzato dal Manifesto a Venezia su “Potere e repressione nelle società postrivoluzionarie” e partecipando al dibattito promosso dalla Biennale sul “Dissenso culturale”, mi sono convinto che la discussione che si svolge oggi nell’ambito della sinistra storica e non storica a distanza di sessant’anni dalla rivoluzione d’ottobre non è molto diversa da quella che si svolse sessant’anni fa quando la rivoluzione era ancora in corso. Con questa differenza: le critiche che allora si muovevano al modo con cui era stata condotta la rivoluzione dai bolscevichi e ai risultati che ne erano seguiti provenivano dai nemici del “leninismo”; ora invece le stesse critiche provengono spesso da leninisti (o anche marxisti) delusi e pentiti.

    Fra i vari argomenti che sono stati addotti pro e contro la rivoluzione sovietica hanno avuto particolare rilievo gli argomenti dottrinali. Chiamo “dottrinali” gli argomenti fondati sulla connessione fra la “pratica” della rivoluzione e la “teoria” del marxismo, o che, in altre parole, mirano a provocare un giudizio positivo o negativo sulla rivoluzione in base alla maggiore o minore corrispondenza della rivoluzione alla dottrina marxista elevata a teoria autentica della rivoluzione proletaria e socialista.

    Tanto prepotente era stata l’influenza del pensiero di Marx sulla formazione dell’ideologia di alcuni partiti socialisti europei (e certamente di quello italiano in cui si dichiaravano marxisti tanto i massimalisti quanto i riformisti, e andavano a gara, gli uni e gli altri, a chi possedesse le chiavi dell’interpretazione più corretta del pensiero di Marx) che buona parte della discussione sulla rivoluzione d’ottobre si svolse intorno a una domanda di questo genere: la rivoluzione sovietica è una rivoluzione marxista?

    E poiché la rivoluzione d’ottobre era la rivoluzione dei bolscevichi e i bolscevichi erano impersonati da Lenin, la stessa domanda veniva formulata più brevemente così: “Il leninismo è marxismo?”. Ferma restando l’accettazione del marxismo, come punto di partenza che nessuna delle due parti riteneva di poter mettere in discussione, il giudizio positivo o negativo sulla rivoluzione, ovvero sull’azione di Lenin, veniva dato in base alla conformità o meno dell’azione di Lenin ai canoni del marxismo.

    Per spiegarmi col minor numero di parole, Marx aveva detto in un celebre passo della prefazione alla Critica dell’economia politica, tante volte citato anche da Gramsci nei suoi quaderni del carcere, che una formazione sociale non può venir meno sino a che non abbia sviluppato tutte le sue forze produttive. Per coloro che volevano attenersi rigorosamente alla lettera dei testi marxiani, questo passo significava che, essendo la Russia una società in gran parte precapitalistica, non poteva giungere al socialismo senza passare attraverso la fase dello sviluppo del capitalismo, e che pertanto una rivoluzione socialista, come era quella cui miravano i bolscevichi, era “prematura”. Essendo prematura non poteva riuscire; o poteva riuscire soltanto “accelerando il ritmo della storia”, come si diceva, attraverso l’uso della violenza e del terrore. Ma la nuova società non sarebbe stata irrimediabilmente segnata dai mezzi coi quali era stata perseguita?

    Non m’importa per ora sapere che cosa avesse detto realmente Marx. Quando per dimostrare una tesi si ricorre al principio di autorità, cioè all’esegesi di testi considerati come la fonte e il criterio della verità, si dovrebbe sapere in anticipo che si trovano sempre due testi, oppure un testo interpretabile in due modi, che permettono di dar ragione tanto a chi sostiene una tesi quanto a chi sostiene la tesi opposta. M’interessa far notare come questo tipo di argomentazione sia stato addotto nella disputa sulla rivoluzione sovietica sin dalle origini, mentre non mi risulta sia stato utilizzato con la stessa pedanteria nella discussione intorno alla rivoluzione francese. Per trovare un altro periodo storico altrettanto ricco di diatribe infarcite di argomenti testuali, bisogna risalire alle guerre di religione quando non si poteva sostenere una tesi politica senza che fosse confortata da uno o più versetti del Vecchio o del Nuovo Testamento.

    M’interessa questa stretta connessione fra marxismo e rivoluzione socialista perché spiega in parte il dibattito attuale sul marxismo, che è uno dei temi fondamentali su cui si esercita il “dissenso”. Si tratta, a ben guardare, dello stesso dibattito di sessant’anni fa se pure coi termini invertiti. Allora si faceva dipendere il giudizio sulla rivoluzione dal giudizio sul marxismo. Oggi molti giudizi sul marxismo dipendono dal giudizio che si dà sulla rivoluzione. Allora vi era chi sosteneva essere la rivoluzione una cattiva rivoluzione perché non era stata fatta rispettando le leggi ferree stabilite da Marx; oggi sono molti a sostenere all’inverso che il marxismo è una cattiva filosofia perché la rivoluzione socialista è fallita e i paesi socialisti non sono affatto socialisti.

    Esemplare il caso di Althusser, il più raffinato e lambiccato teorico del marxismo in quest’ultimo decennio, il quale avrebbe dichiarato a Venezia nel corso del dibattito sul dissenso, e quindi sulle malefatte dello Stato sovietico, che il marxismo è in crisi. Mi pare evidente che se un marxista denuncia la crisi del marxismo in base allo stato attuale dell’Unione Sovietica, se ne deve dedurre che questi ritiene che una delle cause della degenerazione del primo Stato socialista della storia sia da ricercare nella sua fonte ispiratrice, nel marxismo. Che poi il più grande teorico del marxismo contemporaneo scopra con sessant’anni di ritardo alcune verità note alla pubblicistica politica sin dagli anni della “grande paura” può soltanto indurci a richiamare alla mente, senza alcuna malizia e con molta umiltà, il titolo di un noto libro di Marx: Miseria della filosofia.

    Incidentalmente osservo come sia avvenuto rapidamente in seno alla sinistra marxista un processo di regressione della famosa linea Marx-Lenin-Stalin. Dopo il XX congresso è stato decapitato Stalin, e la linea è stata accorciata ai due fondatori, Marx e Lenin. Poi si è cominciato a mettere in dubbio che Stalin fosse davvero, per esprimermi filosoficamente, causa sui, e a mettere in questione la personalità e la politica di Lenin. A giudicare da tanti scritti, apparsi anche in occasione del sessantesimo anniversario della rivoluzione, ora si sta procedendo alla decapitazione di Lenin. Ma se Lenin non fosse stato altro che un interprete fedele di Marx? Le dichiarazioni di Althusser non potrebbero essere interpretate nel senso che sia cominciata la decapitazione anche di Marx? E allora la rivoluzione d’ottobre sarebbe stata una rivoluzione senza testa o con una testa diversa da quella che le è stata da tanto tempo e con tanta insistenza attribuita?

    Non ho bisogno di dire che il problema se la rivoluzione sovietica sia stata una rivoluzione marxista (o marxista-leninista) oppure se soltanto lo stalinismo o anche il leninismo o anche il marxismo siano responsabili dello stato attuale dell’Unione Sovietica che quasi tutti in Occidente considerano uno Stato socialista abortito o non mai nato, è un problema mal posto, la cui soluzione non è possibile e se anche fosse possibile non condurrebbe molto lontano. In una intervista al Corriere della Sera Kolakowski, che con la sua relazione ha dato inizio ai lavori della Biennale del dissenso, ha detto: “…la mancanza di fedeltà a Marx non m’interessa affatto… Trovo penoso questo sforzo di dimostrare che non ci sarebbero state le società totalitarie se si fosse bene interpretato Marx”. Resta però a domandarsi perché nei riguardi della rivoluzione sovietica sia stato posto allora, sessant’anni fa, e venga posto tuttora, questo problema inutile e insolubile della fedeltà a Marx, che ha fatto dire con altrettanta sicurezza, allora, che la rivoluzione sovietica non era una rivoluzione socialista perché aveva male interpretato Marx, ed ora che il marxismo è sbagliato perché l’Unione Sovietica non è uno Stato socialista.

    È una domanda alla quale non mi pare sia stata posta sufficiente attenzione anche nei recenti dibattiti. Eppure la questione del dissenso vi è strettamente connessa. Una volta considerato un grandioso avvenimento storico, qual è una rivoluzione che ha sconvolto il mondo, come l’attuazione di una dottrina, che comprende una teoria politica, un’etica e una filosofia della storia, o, per esprimermi in termini hegeliani, come l’incarnazione di un’Idea, era naturale che il mondo fosse diviso in ortodossi ed eretici. E in un universo in cui non ci sono che ortodossi ed eretici. E in un universo in cui non vi sono che ortodossi ed eretici, il dissenziente non è un diversamente pensante, che ha il diritto di pensare in modo diverso per la semplice ragione che in una materia opinabile come la politica non esiste un unico modo di pensare, ma un nemico da abbattere, o, in tempi di minor rigore, un non pensante (un povero folle).


    Norberto Bobbio, 23 novembre 1977



    https://www.facebook.com/notes/norbe...36200469756698
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #52
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma - Sicilia
    Messaggi
    12,096
    Mentioned
    28 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito Ma che cosa è questo socialismo?

    Ma quale socialismo?



    Da N. Bobbio, “Le ideologie e il potere in crisi. Pluralismo, democrazia, socialismo, comunismo, terza via e terza forza”, Le Monnier, Firenze 1981.


    Tutti sanno quale importanza abbiano avuto nella storia ormai secolare dei partiti socialisti i “programmi”, se non altro perché uno dei più celebri scritti di Marx è intitolato Critica al programma di Gotha, e quale parte abbia avuto all’interno di questi partiti la distinzione fra programma massimo e programma minimo. Ora che la parola “programma” è stata degradata a designare una proposta politica immediata – chi non ha sentito parlare in questi giorni di “programma di governo”? -, i partiti della sinistra fanno non programmi ma progetti: non sono molti mesi che il partito comunista ha lanciato il progetto a medio termine (programma minimo?) ed è di questi giorni che il partito socialista ha presentato una bozza di progetto per l’alternativa socialista (programma massimo?), salvo poi a tornare l’uno e l’altro al programma quando si propongono di delineare una politica di governo (penso al “programma comune” delle sinistre francesi del 1972).

    Per chi non l’avesse letto, questo progetto del partito socialista, pubblicato dall’Avanti! del 29 gennaio in 14 fittissime pagine, non è un opuscolo da sfogliare a tempo perso come si sfoglia un giornale, ma un vero e proprio trattatello da leggere ed eventualmente da rileggere, possibilmente seduti a tavolino con una matita in mano. E non è venuto fuori dal mattino alla sera: è il risultato di una lunga serie di discussioni fra intellettuali socialisti – economisti, giuristi, sociologi, politici e politologi -, iniziate da qualche anno, almeno da quando, considerato concluso l’esperimento del centro-sinistra, si è aperta con sempre maggiore evidenza la prospettiva dell’alternativa di sinistra, non senza un influsso del risorto e rinnovato partito socialista francese.

    I lavori preparatori del progetto sono da cercare nel seminario di studi svoltosi a Trevi il 3 e 4 ottobre scorsi. Ma il precedente storico più diretto è costituito dal volumetto Progetto socialista (Laterza, Bari, 1976), pubblicato a cura dell’Associazione per il progetto socialista, saggio introduttivo di Giorgio Ruffolo, e altri scritti di Franco Momigliano, Luciano Cafagna, Giuliano Amato, Francesco Alberoni, Corrado Serra, Roberto Guiducci, Altiero Spinelli. A questo si può affiancare utilmente la raccolta delle relazioni e dei dibattiti svoltisi dal Club Turati di Torino nella primavera del 1976, ora pubblicati col titolo Organizzazione dello Stato e democrazia (Franco Angeli, Milano, 1977). Da tenere a ogni modo presenti anche i due volumetti pubblicati a cura dell’ARA (Azione e ricerca per l’alternativa): Per l’alternativa. Dal partito del mutamento al progetto socialista (Feltrinelli, Milano, 1975) e Dal centro-sinistra all’alternativa (Feltrinelli, Milano, 1976).

    Il progetto non è, dicevo, un programma, ma non è neppure, volendomi riferire a un tipo di messaggio che il movimento operaio ha ben conosciuto, un manifesto: non ne ha l’accento profetico, né il tono perentorio, né la forza suggestiva. È un discorso ragionato, articolato, dottrinale, insieme analisi e diagnosi, critica del presente e abbozzo di una società futura: procede, attraverso l’analisi della crisi del capitalismo nelle società capitalistiche avanzate, in Europa e in Italia, e attraverso la critica del socialismo realizzato, alla delineazione di un possibile sviluppo della società socialistica mediante la democrazia, quindi dalla definizione del fine alla proposta delle nuove strutture economiche e politiche, dall’indicazione di un piano a breve scadenza per la soluzione della crisi attuale alla proposta di una strategia politica di alleanze per attuare gradualmente le riforme necessarie. È una summula delle idee che circolano oggi sempre più insistentemente nell’area del socialismo democratico: come tale, può servire da memento e da stimolo, da sintesi teorica e da piano di lavoro, come indicatore dello stato della questione e punto di riferimento per le future discussioni. Come tutte le summulae, anche questa stringe un’amplissima materia in uno spazio relativamente breve, e potrebbe prestarsi all’accusa di avere messo troppa carne al fuoco, e quindi che alcune parti non sono ben cotte e altre sono un po’ bruciacchiate.

    Non potendo esaminare il progetto delle sue singole parti, mi limito a dire che esso può essere considerato nel suo insieme come un tentativo di dare una risposta alla domanda sempre più difficile: quale socialismo? Sino a che il socialismo era un ideale, fosse un’utopia o avesse la pretesa di essere una scienza (una scienza di quello che doveva avvenire e che non era ancora avvenuto), la risposta era relativamente facile: pur nelle sue innumerevoli variazioni il socialismo era la proposta di trasformare le società storiche incardinate sulla proprietà privata dei mezzi di produzione in una nuova società, sino allora soltanto immaginata da poeti o ideata da filosofi, in cui i mezzi di produzione sarebbero diventati proprietà collettiva. La risposta si è fatta sempre più difficile da quando si sono venuti formando in quasi tutti i paesi del mondo movimenti per l’attuazione di una società socialista e da quando in una grande parte del mondo una società socialista o che pretende di essere tale è stata in tutto o in parte attuata conformemente all’idea di socialismo e dei mezzi per attuarlo che era ricavabile dalla critica serrata del capitalismo di Marx e di Engels, di cui i grandi capi storici delle rivoluzioni socialiste, Lenin e Mao, si sono considerati in varia guisa discepoli e continuatori.

    La risposta è diventata sempre più difficile perché delle due vie verso il socialismo che hanno caratterizzato e continuano a caratterizzare la lotta dei partiti operai in Europa e fuori d’Europa, la via del partiti socialdemocratici e quella dei partiti comunisti (prima della nascita dell’eurocomunismo), la prima conduce o sembra condurre a società di capitalismo corretto più che a società socialistiche, la seconda a società che vengono considerate socialistiche dagli avversari e non da coloro che credono vera società socialistica quella in cui il libero sviluppo di ciascuno sia la condizione del libero sviluppo di tutti. In altre parole, la risposta era facile sino a che il socialismo era un’ipotesi, anche se non erano mancati coloro che avevano detto e ripetuto che il socialismo era o impossibile o indesiderabile. È diventata difficile da quando l’ipotesi è stata sottoposta alla severa verifica storica, e la storia ha dimostrato, almeno sino ad ora, che attraverso la via delle socialdemocrazie il socialismo è impossibile e attraverso quella dei partiti leninisti è indesiderabile.

    Se dovessi spiegare sinteticamente in qual modo coloro che, come gli autori del progetto, ripropongono il problema del socialismo cercando di andare al di là del dilemma “o Stato assistenziale o Stato comunista”, direi che essi compiono soprattutto due operazioni: fanno un passo indietro rispetto al secondo e un passo avanti rispetto al primo.

    Il passo indietro rispetto al socialismo realizzato consiste nel recupero di alcuni princìpi della tradizione liberale (il che comporta la non completa identificazione fra liberalismo e capitalismo), considerati come conquiste irreversibili del progresso civile. Ne enumero alcuni: sul piano dei princìpi primi, una concezione conflittualistica della democrazia contrapposta alla concezione organica della società, con la conseguente dichiarazione di fiducia nell’individuo e nelle sue capacità; sul piano delle istituzioni, il pluralismo politico e culturale, rivendicato contro ogni forma dichiarata o mascherata di monolitismo, e quindi la considerazione del dissenso non come manifestazione patologica del corpo sociale ma come sua funzione essenziale e vitale; in sede economica, il riconoscimento del mercato, se pure non come “meccanismo fondamentale per l’allocazione delle risorse, ma come ausiliario per la verifica delle scelte”, e quindi l’affermazione che l’impresa privata non è incompatibile coi fini che si prefigge una società socialistica (mentre è incompatibile la nazionalizzazione, questa pupilla degli occhi del socialismo tradizionale, quando implichi il pericolo della burocratizzazione).

    Il passo avanti rispetto alla pratica delle socialdemocrazie consiste nell’allargamento della partecipazione oltre i confini dello Stato parlamentare, attraverso l’estensione del metodo democratico a sedi diverse da quelle tradizionali, esperimenti di democrazia diretta, nuove forme di democrazia industriale, insomma attraverso tutte quelle forme di “socializzazione del potere” (ormai questa è diventata un’espressione chiave di un modello di società che ritiene non più sufficiente la socializzazione dei mezzi di produzione) che permettano un controllo dal basso della direzione pubblica dell’economia o, con altra formula, l’instaurazione di un sistema di “programmazione decentrata e partecipata”.

    Inutile aggiungere che una società di questo genere, si chiami poi socialistica o no (il nome non importa), che per eliminare la cosiddetta anarchia capitalistica, si proponga di dirigere l’economia attraverso la pianificazione e nello stesso tempo per eliminare gli abusi di potere connessi a ogni attribuzione di maggiori compiti allo Stato si proponga di allargare il controllo democratico, che, in una parola, voglia insieme socializzare il potere senza indebolirlo e accrescere l’efficienza del sistema senza diminuire, anzi aumentando, gli spazi di libertà, nessuno sinora l’ha mai vista.



    Norberto Bobbio, 26 febbraio 1978







    https://www.facebook.com/notes/norbe...37829282927150
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  3. #53
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma - Sicilia
    Messaggi
    12,096
    Mentioned
    28 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito Re: Norberto Bobbio - Scritti e pensieri sul socialismo

    Una società mai vista?



    Da N. Bobbio, “Le ideologie e il potere in crisi. Pluralismo, democrazia, socialismo, comunismo, terza via e terza forza”, Le Monnier, Firenze 1981.



    Ho finito l’articolo precedente, sul progetto di alternativa socialista (Ma quale socialismo?, apparso su questo giornale il 26 febbraio), dicendo che una società come quella descritta e auspicata dal progetto nessuno l’aveva mai vista. Non volevo affatto dire, come alcuno ha potuto credere e mi ha rimproverato, che non si dovesse fare ogni sforzo per andarla a vedere. Tanto più che dall’articolo è stata tagliata l’ultima frase che diceva: “Ma in tempo di sfide come il nostro non è forse il caso di dire, invertendo il detto comune: ‘Chi non vedrà non vivrà?’”. Questa frase è parsa sibillina. E allora mi spiego.

    Il detto comune ‘chi vivrà vedrà’, esprime un atteggiamento passivo, di rassegnazione, in fondo d’incredulità. È come dire: “Se ne sono viste tante, e si potrà vedere anche di meglio ma nulla esclude che si vada incontro al peggio. Può darsi abbiate ragione voi. Ma intanto stiamo a vedere”. Invertirla significa esprimere la convinzione che il vedere non viene dopo il vivere ma al contrario il vivere dipende dal vedere (cioè dal capire). È vero che sino ad ora una società in cui il massimo di autonomia individuale sia compatibile con il massimo di direzione unitaria non è mai esistita. Ma la prima domanda da farsi è per quale ragione. Perché non è possibile, o perché non è mai stata chiaramente concepita (ecco che cosa s’intende per andarla a vedere), e pur essendo stata ideata sulla carta non è mai venuto il momento per attuarla? Ecco allora che dicendo “Chi non vedrà non vivrà”, ho voluto semplicemente dire che il momento è venuto, tanto che ciò che sinora era parso impossibile è diventato necessario.

    Sia ben chiaro, l’incompatibilità non è nelle formule ma nelle cose stesse, ossia nel fatto che lo sviluppo delle società complesse ed economicamente avanzate è stato caratterizzato da due processi contrastanti: dal processo di estensione dei diritti politici sino al suffragio universale che ha accresciuto la partecipazione diretta o indiretta dei cittadini alla vita politica e amministrativa della nazione, ha favorito la formazione dei partiti di massa, in breve ha provocato spinte sempre più forti ad estendere la sfera delle istituzioni rette secondo il principio del potere dal basso o ascendente, e, all’opposto, dal processo di accrescimento dell’apparato statale, dello Stato cosiddetto dei servizi, che ha allargato enormemente la sfera delle istituzioni rette secondo il principio del potere dall’alto o discendente. Chi si è soffermato soltanto sul primo processo interpreta lo sviluppo dello Stato contemporaneo come l’effetto della conquista della cittadella del potere politico da parte della società civile, di una trasformazione tanto radicale dei tradizionali rapporti fra società e Stato da portare a poco a poco alla dissoluzione dello Stato e chi sa alla sua estinzione. Chi si sofferma soltanto sul secondo ritiene che si stia generalizzando quel processo di “statalizzazione” che si credeva proprio degli Stati totalitari (cioè di una forma patologica di organizzazione politica), un processo che è destinato a condurre poco alla volta lo Stato ad occupare tutta intera, senza residui, la società, e quindi in definitiva sopprimere la società civile.

    Inutile dire che tanto l’analisi dell’uno quanto quella dell’altro sono unilaterali. Entrambi hanno ragione in quello che affermano e torto in quello che negano. I due processi, che chiamerò di democratizzazione della società e di burocratizzazione dello Stato, cono contemporanei, interdipendenti, e sino a prova contraria irreversibili. Contemporanei, l’ho già detto; ma quel che è più, sono interdipendenti: lo Stato dei servizi (in Italia a dire il vero sarebbe meglio parlare di Stato dei disservizi), comunque lo si interpreti, lo si interpreti pure, come fanno i neo-marxisti, come un insieme di servizi resi allo sviluppo del capitalismo, o, come si dice, alla “valorizzazione del capitale”, come la forma propria del cosiddetto “Stato del capitale”, è il prodotto, da accogliere o da respingere secondo i diversi punti di vista, dell’influenza che, attraverso il suffragio universale prima e la costituzione dei partiti organizzati poi, masse sempre più grandi di individui hanno potuto esercitare sulla classe governante per ottenere istruzione, assistenza, protezione. L’ideale dello Stato garantista era l’ideale dello Stato il cui unico “servizio” era di permettere il libero gioco degl’interessi e il libero contrasto delle idee. Oggi quando si parla di individui o di gruppi “non garantiti”, se ne parla in tutt’altro senso, non certo nel senso dello Stato liberale, ma nel senso di uno Stato la cui funzione è quella non soltanto di non impedire le varie forme di libertà negativa, in cui consiste la cosiddetta “libertà dei moderni”, ma anche quella di assicurare un minimo d’istruzione, un posto di lavoro, una pensione per la vecchiaia ecc. Il non garantito di ieri era l’escluso dai diritti civili e politici, per esempio, chi non aveva diritto di voto, e quindi non poteva far sentire la sua voce. Il non garantito di oggi è, invece, per fare l’esempio più calzante, il disoccupato, colui che vanta un diritto ulteriore oltre quello del voto, un diritto che richiede per l’appunto l’intervento attivo dello Stato e pertanto necessariamente l’aumento degli apparati. Drasticamente: più democrazia ha comportato sinora più burocrazia.

    Quando dico infine che i due processi sono irreversibili non voglio dire che non possano essere interrotti, e neppure che sinora siano proceduti di pari passo e debbano procedere in questo modo anche in avvenire. Voglio dire più semplicemente che ritengo poco probabile una inversione di rotta, come potrebbe essere quella che portasse, in un senso, alla privatizzazione del pubblico, e nel senso opposto, alla restrizione dei diritti civili e politici, o con altre parole, da un lato allo smantellamento dello Stato per ridare più libertà, e dall’altro alla limitazione delle libertà politiche per rendere più sicura e più efficace l’azione dello Stato.

    La mia conclusione è che dobbiamo rassegnarci a convivere con queste due tendenze di fondo della società contemporanea, che potremmo chiamare una sempre più estesa socializzazione del potere (in cui consiste alla fine la democrazia integrale) e una sempre più estesa statalizzazione delle funzioni essenziali alla sopravvivenza e allo sviluppo della società, dove la prima è il solo antidoto alla seconda. Non è una novità. Tutta la storia umana è un continuo movimento di spinte e di controspinte, e sembra fatta apposta per dar ragione a coloro che non intendono interpretarla secondo la logica della contraddizione o del terzo escluso, così cara agli ideologi del “socialismo o barbarie” o, viceversa, del “capitalismo o gulag”. Il principio della Storia è al contrario il principio del “terzo incluso”, che può essere interpretato secondo i gusti, se pure con formule approssimative e insoddisfacenti, o come sintesi degli opposti, ove il “terzo” include i primi due momenti, o come medietà fra i due estremi, in cui gli altri due momenti sono dal “terzo” esclusi, o più alla buona come compromesso, dove il “terzo” è qualche cosa che tiene un po’ dell’uno e un po’ dell’altro (sì, la storia procede per compromessi anche se non tutti i compromessi sono storici).

    Per fare un esempio classico, nella lotta secolare per la supremazia del re o del Parlamento sembrava impossibile a coloro che intendevano elaborare una teoria perfettamente razionale dello Stato che il potere sovrano, se doveva veramente essere sovrano, potesse essere diviso. E invece venne fuori quella sintesi, o meno nobilmente quella cosa né carne né pesce, o più volgarmente quel compromesso, che fu la monarchia costituzionale, la quale durò nel tempo ed ebbe la sua funzione storica più da nessuno contestata.

    Oggi ci troviamo di fronte a una contraddizione altrettanto clamorosa. E probabilmente la storia è destinata a smentire tanto chi ritiene che lo sviluppo indefinito della democrazia porti alla estinzione dello Stato quanto coloro per i quali lo sviluppo indefinito dello Stato porti alla scomparsa della libertà, insomma coloro che pretendono dalla storia umana, che è storia di esseri finiti e contraddittori, soluzioni assolute. Certo, per chi crede nelle soluzioni assolute, le tendenze contraddittorie si elidono o si debbono elidere a vicenda. Chi crede invece più utilmente applicabile alle vicende umane la logica del terzo incluso, pensa che le tendenze contrastanti siano inevitabili e il miglior partito sia sempre quello di trovare fra l’una e l’altra una via d’uscita.



    Norberto Bobbio, 11 marzo 1978





    https://www.facebook.com/notes/norbe...38702442839834
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  4. #54
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma - Sicilia
    Messaggi
    12,096
    Mentioned
    28 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito Ma che cosa è questo socialismo?

    L’Unione Sovietica è un Paese socialista?


    Da N. Bobbio, “Le ideologie e il potere in crisi. Pluralismo, democrazia, socialismo, comunismo, terza via e terza forza”, Le Monnier, Firenze 1981.



    Mi stupisce come ci si possa appassionare per una questione di parole, com’è quella che divide la sinistra italiana, e non soltanto italiana, se l’Unione Sovietica sia un Paese socialista o no. La risposta infatti dipende da che cosa s’intende per socialismo. E siccome il socialismo può essere inteso in diversi modi e in genere lo intendono in modo diverso coloro che discettano sul socialismo nell’Unione Sovietica, i contendenti possono essere di parere contrario ed avere ciascuno, dal proprio punto di vista, ragione.

    Semplificando, il socialismo può essere definito, come ogni altri dottrina politica, mettendo l’accento più sui mezzi che sul fine o viceversa. Se si mette l’accento sui mezzi, si dirà, come del resto è sempre stato detto, che una società socialistica è caratterizzata rispetto alla società capitalistica dalla collettivizzazione dei mezzi di produzione. Accettata questa definizione, è difficile negare che l’Unione Sovietica sia un Paese socialista.

    Se invece si mette l’accento sul fine, si dirà piuttosto che una società per avere il diritto di chiamarsi socialista deve attuare, rispetto alle società capitalistiche, un maggior controllo da parte dei cittadini dell’uso delle risorse, e la piena libertà dello sfruttamento economico. Partendo da questa definizione, mi pare altrettanto difficile affermare che l’Unione Sovietica sia un Paese socialista.

    Ingenuo pensare che una soluzione possa essere trovata attraverso la scoperta dell’unica possibile definizione di socialismo, oppure attraverso l’argomento, che ogni disputante sottintende, secondo cui la propria definizione è migliore di quella dell’altro.

    Ingenuo, perché il socialismo non è una cosa determinata come una rosa o un orologio ma è un sistema complesso di idee cui hanno messo mano pensatori diversi e spesso in contrasto fra loro, e di cui nessuno può essere considerato l’interprete autentico e indiscutibile; e perché, per poter dire che una definizione è migliore di un’altra, occorre avere un’idea precostituita di socialismo e pertanto l’assunto è contraddittorio.

    Oltre che ingenuo, perfettamente inutile perché generalmente, proprio in una disputa così emotivamente impegnata, com’è quella sul socialismo dei Paesi cosiddetti socialisti, ciascuno sceglie la definizione che esalta come unica o propone come migliore assumendo in anticipo, naturalmente senza dirlo apertamente, il giudizio positivo o negativo che ha già dato su quei Paesi.

    State certi che se uno intende dare un giudizio positivo sull’Unione Sovietica, limiterà la sua definizione all’enunciazione dei mezzi, sottolineerà l’importanza della collettivizzazione, e si riterrà quindi autorizzato a sostenere che quel Paese, rispetto alla base economica, ciò che conta principalmente dal punto di vista di una corretta analisi marxistica, è il paese del socialismo.

    Se un altro invece intende dare un giudizio negativo insisterà soprattutto sul fine, la liberazione dell’uomo e tutte le altre belle cose che a parole sono facili a dirsi ma nei fatti difficili da attuare, e naturalmente si stupirà che si possa considerare patria del socialismo un Paese in cui la maggior parte dei cittadini non sono stati “liberati”, e a ogni modo sono meno liberi, rispetto a un certo numero di libertà nient’affatto disprezzabili, che i cittadini di un Paese capitalistico.

    Esempio del primo modo di argomentare è generalmente quello che nostri comunisti, i quali hanno adottato, almeno sino ad ora, cioè sino alla prossima evoluzione, la tesi che l’Unione Sovietica è un Paese economicamente socialista con elementi illiberali nel sistema politico. Esempio del secondo è quello di tutti coloro, socialisti e nuova sinistra, che vanno ripetendo da tempo, e lo hanno ripetuto variamente in occasione dei recenti processi ai dissidenti, che non ci può essere socialismo dove non c’è libertà. Si sarebbe tentati di chiedere: “Ma chi ve l’ha detto?”. E infatti la liberazione di cui parlano le varie teorie socialiste non ha niente a che vedere con la libertà del dissenso, che è in gioco in questi processi. Anzi, uno degli argomenti canonici nelle apologie del socialismo è che in una società socialistica la libertà del dissenso non sarà più richiesta perché non ci sarà più ragione di dissentire. La dottrina che ha proclamato la libertà del dissenso si chiama, sino a prova contraria, liberalismo.

    Che il socialismo si sposi col liberalismo è auspicabile. Ma, sia ben chiaro, è un matrimonio, non è un rapporto di parentela. I difensori dell’Unione Sovietica, Paese socialista, possono sempre sostenere che la libertà del dissenso non vi è riconosciuta non perché sia un Paese socialista ma perché il socialismo, nella sua versione marxista-leninista, è assunto come un dogma che non si può discutere, è diventato la religione di Stato.

    Se invece del marxismo-leninismo la dottrina ufficiale fosse, che so io, il buddismo, le conseguenze rispetto alla libertà del dissenso sarebbero le stesse. Tra parentesi l’unica ideologia che non può essere assunta a religione di Stato è il liberalismo perché il liberalismo consiste proprio nel rifiutare allo Stato il diritto di avere una sua religione. Insomma, se vuoi fare entrare nella definizione di socialismo anche la libertà del dissenso, sei padrone di farlo. Ma se non ce la metti, padrone lo stesso.

    Con questo non voglio dire che socialismo sia una scatola vuota riempibile di qualsiasi contenuto, e lo si possa definire come si vuole. Dico soltanto che, come la maggior parte degli “ismi”, si pensi a razionalismo e irrazionalismo, a idealismo e realismo, a illuminismo e romanticismo, si può definire, ed è stato di fatto definito, in modi molto diversi, e tutti quanti legittimi tanto da autorizzare due contendenti convinti della bontà del socialismo a sostenere, l’uno, che il regime dell’Unione Sovietica non è socialista e quindi è da condannare, l’altro che non è da condannare, anche se non è da prendere a modello, perché almeno in parte, e nella parte essenziale, socialista.

    In questo senso ho detto che la discussione così inutilmente fervida da decenni fra ideologi delle diverse sponde della sinistra, e particolarmente inaspritasi in questi ultimi tempi, è vacua e inconcludente. Ripeto: se l’Unione Sovietica sia o non sia un Paese socialista dipende da che cosa ciascuno intende per socialismo e che cosa ciascuno intende per socialismo dipende non da una illuminazione superiore privilegiata ed esclusiva ma unicamente dal giudizio positivo o negativo che si vuol dare di quel regime.

    Tutto questo vale, beninteso, per coloro che sono convinti della bontà del socialismo. Per coloro che al contrario danno del socialismo un giudizio negativo, il problema è presto risolto. L’Unione Sovietica è un Paese socialista? Tanto peggio per il socialismo. Ma anche “socialismo”, come tutte le parole del linguaggio politico, viene usato nel discorso comune più per l’emozione che suscita nell’ascoltatore che non per il suo significato, tanto è vero che può essere pronunciato con lo stesso effetto di fronte a diversi uditori o chi sa forse di fronte allo stesso uditorio da oratori che gli attribuiscono un significato diverso. Chi termina un discorso con un “Viva il socialismo!” sa di poter ottenere un caloroso applauso dal pubblico indipendentemente dal fatto che quella parola evochi in lui l’immagine, poniamo, di Turati, e negli ascoltatori, quella di Lenin, e perché no?, quella di Stalin.

    Soltanto se ci rendiamo conto del forte valore emotivo della parola, possiamo spiegarci l’accanimento con cui la discussione pro e contro l’Unione Sovietica, invece di imboccare l’unica strada giusta, che sarebbe quella di confrontare, cifre alla mano, lo sviluppo industriale, tecnico, economico, in una parola civile dei Paesi che si proclamano socialisti, e quello dei Paesi capitalistici, si perda nella vana ricerca di una risposta alla domanda: “Sono quei Paesi veramente socialisti?”.
    Insomma solo rendendoci conto che una parola come “socialismo” provoca ed evoca più di quel che descriva, possiamo spiegarci la persistenza di una controversia puramente nominalistica, che non può avere alcuna soluzione, e se anche alla fine l’avesse vorrebbe dire non già che i disputanti abbiano raggiunto una conoscenza più approfondita dell’Unione Sovietica e dei Paesi che la imitano (o sono costretti ad imitarla), ma semplicemente che si sono messi d’accordo su una unica definizione di socialismo.

    Non nego che un risultato di questo genere abbia la sua importanza. Nego che porti molto lontano nella comprensione di quei regimi.


    Norberto Bobbio, 10 settembre 1978



    https://www.facebook.com/notes/norbe...44000695643342
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  5. #55
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma - Sicilia
    Messaggi
    12,096
    Mentioned
    28 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito Ma che cosa è questo socialismo?

    I parenti difficili


    Da N. Bobbio, “Le ideologie e il potere in crisi. Pluralismo, democrazia, socialismo, comunismo, terza via e terza forza”, Le Monnier, Firenze 1981.



    L’unità delle sinistre di cui si ricomincia a parlare è un problema ricorrente, ed è un problema ricorrente perché le sinistre non sono state mai o quasi mai unite. Molto meno unite che le destre, almeno in Italia. Dalla Destra storica al fascismo, dall’età giolittiana all’età democristiana, la classe dominante è sempre riuscita a costituire, per usare una nota espressione gramsciana, un “blocco storico”, la sinistra, mai. La destra ha sempre trovato buone ragioni per restare unita, nonostante le divisioni profonde storiche e politiche (basti pensare alla “questione cattolica”). Le sinistre hanno sempre trovato buone ragioni per restare divise, nonostante la proclamata unità (la parola “unità” è tipica del gergo di sinistra).

    Il secolo trascorso dalla nascita dei partiti operai si può dividere in quattro grandi tappe. Tutte queste tappe sono state contrassegnate da contrasti che hanno contrapposto i contendenti non come parti di uno stesso schieramento ma come nemici irrinunciabili. Al momento della formazione dei primi partiti socialisti, il campo di battaglia (questa espressione del linguaggio militare non è affatto fuori luogo) si scinde fra marxisti e anarchici; nell’età della Seconda Internazionale, tra revisionisti e ortodossi, o, che è lo stesso, fra riformisti e rivoluzionari; negli anni del primo dopoguerra, scoppiata la rivoluzione in Russia, tra menscevichi e bolscevichi, o tra antileninisti e leninisti, fra coloro che continuano a mantener fede ai princìpi della democrazia e i fautori della dittatura del proletariato intesa come dittatura della sua avanguardia; infine, nel secondo dopoguerra, con particolare riguardo all’Italia, fra socialisti (o socialdemocratici) e comunisti, cioè fra una sinistra che si considera inserita nella tradizione della democrazia occidentale (che è poi l’unica democrazia, per quanto imperfetta, che sia mai esistita) e una sinistra che ha accettato come svolta storica decisiva la Rivoluzione d’Ottobre.

    Non si tratta di scaramucce di poco conto, ma di una vera e propria guerra senza esclusione di colpi (parlo, si capisce, di una guerra ideologica dove i “colpi” sono invettive, contumelie, calunnie, insinuazioni, ingiurie ed altrettali assalti verbali). Chiunque abbia avuto una qualche familiarità con la letteratura della sinistra non può non essere stato sconvolto dalla enormità delle accuse che si sono lanciati i rappresentanti delle diverse correnti nelle più diverse occasioni. Accuse di tradimento, da un lato, degli ideali rivoluzionari, dall’altro, degli ideali umanitari.

    Quando si parla di unità delle sinistre, dunque, non bisogna nascondersi che la disunione viene da lontano, ed è diventata particolarmente profonda dopo la rivoluzione sovietica. Il che spiega fra l’altro perché attualmente sia più drammatica nei Paesi in cui vi è un forte partito comunista, come in Italia. Tanto profonda, tanto drammatica, da indurre ogni persona ragionevole a bandire l’illusione che basti un incontro al vertice fra i due segretari dei partiti della cosiddetta sinistra storica per risolverlo, anche se un incontro è sempre meglio che lo scontro.

    Eppure il problema dell’unità non solo tattica, ma strategica, non solo strategica ma ideale, della sinistra è fondamentale per lo sviluppo della democrazia in Italia. Sulla base dell’esperienza storica continuo a essere convinto che le migliori democrazie siano quelle in cui i partiti si alternano al governo e all’opposizione. Del resto, una delle regole fondamentali della democrazia è che governa chi ha la maggioranza. Si tratta come ognun vede di una regola puramente formale, in base alla quale nessun partito ha il diritto di governare in quanto tale – a differenza di quello che accade dell’Unione Sovietica in cui un partito specificatamente nominato, il partito comunista, è designato dalla Costituzione (art. 6) come “il nucleo del sistema politico” -, ma ogni partito acquista il diritto di governare se si verifica la condizione prevista. La regola in base alla quale un partito non ha il diritto di governare in quanto tale ma lo acquista soltanto in quanto ottiene la maggioranza dei voti è fondamentale per lo sviluppo della democrazia proprio perché permette governi alternativi, e consente a un partito di esercitarsi nei due ruoli del governo e dell’opposizione.

    Un argomento banale ma inconfutabile (talora bisogna pure avere il coraggio di essere banali di fronte ai ragionamenti troppo sottili degli oratori politici): se ci fosse stato un unico partito di sinistra in Italia, nelle prime elezioni dopo la caduta del fascismo (2 giugno 1946), la maggioranza relativa, e quindi la prerogativa, secondo una prassi costituzionale consolidata, di formare il governo, sarebbe toccata a questo partito e non alla democrazia cristiana. Nelle ultime elezioni i voti del partito comunista sommati con quelli del partito socialista, per non parlare di altre frange di sinistra, hanno superato quelli della democrazia cristiana. E anche in questo caso il diritto di formare il governo sarebbe spettato alla sinistra.

    Che cosa voglio concludere? Una cosa molto semplice: che la ragione principale del predominio democristiano è la divisione della sinistra, o, per dirlo con parole ancora più elementari, mentre il partito degl’interessi costituiti è uno solo, i partiti degl’interessi emergenti sono stati sinora due o più di due. Una constatazione non è una soluzione, d’accordo. Ma non c’è soluzione, posto che la si voglia veramente, che non passi attraverso questa constatazione. Se non altro la constatazione richiede una spiegazione, e l’unità delle sinistre non farà un passo avanti sino a che non sarà data una risposta chiara, non evasiva, non truccata, non ideologicamente deformata, alla domanda: quali sono le ragioni reali di questa perpetua divisione?

    Inutile pensare che si possa superare la disunione con accorgimenti tattici, con il simulare accordi apparenti e col dissimulare disaccordi reali, e senza essere andati sino in fondo nella ricerca delle cause che l’hanno determinata, e non solo da questi ultimi anni in poi, perché, lo ripeto, la lacerazione all’interno dei partiti, dei gruppi, delle sette, che si sono sinora divisi la rappresentanza della classe operaia, è un dato storico permanente. L’unico modo per superare questa antica lacerazione e il continuo pullulare di scissioni all’interno della sinistra (nelle ultime elezioni addirittura tre liste alla sinistra del partito comunista), è di rendersi conto della cause che le hanno determinate e continuano a determinarle. Mi domando come si possa giungere a una reale e stabile unità delle sinistre senza aver capito quali sono le ragioni profonde che la impediscono. Al di fuori di un’analisi spregiudicata, anche spietata, della loro storia, non c’è per le sinistre storiche e non storiche altra possibilità che quella della rissa perpetua o dei trattati di carta.

    Si potrebbe facilmente anche scoprire che molti argomenti che ciascuno continua a portarsi dietro e a custodire nella cassetta degli oggetti preziosi sono diventati di fronte ai problemi del nostro tempo fragili o inconsistenti, da buttar via come una moneta svalutata.

    Intanto ancora una constatazione s’impone (una constatazione, non una spiegazione!): in generale i soli Paesi in cui la sinistra è rimasta più unita ed essendo rimasta più unita è riuscita ad avere quella maggioranza di governo che le varie e multiformi sinistre italiane non hanno mai avuta, sono i Paesi in cui la tradizione del partito socialista democratico non è mai venuta meno, e il partito socialista, non quello comunista, costituisce la forza trainante dell’intera sinistra.


    Norberto Bobbio, 30 settembre 1979


    https://www.facebook.com/notes/norbe...44463665597045
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  6. #56
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma - Sicilia
    Messaggi
    12,096
    Mentioned
    28 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito Ma che cosa è questo socialismo?

    L’intellettuale disobbediente

    Da N. Bobbio, “Le ideologie e il potere in crisi. Pluralismo, democrazia, socialismo, comunismo, terza via e terza forza”, Le Monnier, Firenze 1981.



    Un documento di intellettuali socialisti, cui io stesso ho aderito, pubblicato sull’Avanti! del 21 ottobre, e commentato su questo giornale il 23, con il titolo Intellettuali irrequieti del PSI, ripropone il problema sempre vivo perché insolubile (intendo insolubile con un taglio netto) del rapporto fra intellettuali e politici o, più propriamente, fra intellettuali e partiti. Il problema è tanto più attuale in quanto, come è stato già notato, anche in seno allo stesso partito comunista italiano, all’interno del partito, che si è fatto banditore della dottrina dell’intellettuale organico, alcuni noti uomini di cultura vanno manifestando liberamente opinioni diverse da quelle ufficiali riguardo, per esempio, all’organizzazione interna del partito, cioè al cosiddetto centralismo democratico, oppure alla durezza dimostrata dal partito nel condannare indiscriminatamente tutte le frange della sinistra extraparlamentare. Del resto una prova drammatica del difficile rapporto fra intellettuali e potere ci è offerta ormai quasi tutti i giorni dai casi sempre più frequenti e sempre più clamorosi di dissenso nei Paesi socialisti, dove i dissenzienti sono uomini di studio, scienziati, scrittori, artisti, nel significato più rigoroso del termine, “intellettuali”.

    Per quanto gli uni cerchino abitualmente di dare la colpa del dissidio agli altri, il dissidio è radicato nella natura stessa dei compiti e delle responsabilità di ciascuna delle due parti, ed è l’espressione nientemeno del diverso piano su cui si pongono la teoria e la prassi, il pensiero e l’azione. È vero che non c’è azione politica seria che non sia guidata da qualche idea direttiva, ma è anche vero che non c’è costruzione teorica che possa essere immediatamente applicata nella pratica. Lo sapeva anche Plutarco (cito di proposito uno scritto di circa duemila anni fa per tutti coloro che credono il mondo sia nato ieri), il quale nella Vita di Pericle scrive: “Secondo me la vita di un filosofo dedito alla speculazione e di un uomo politico non sono la stessa cosa. Il filosofo muove la sua mente verso nobili fini, senza bisogno, per far ciò, di strumenti e materiali esterni; invece l’uomo politico deve mettere la propria vita a contatto con le basse esigenze dell’uomo comune”.
    Proprio perché il dissidio è profondo vani sono sempre apparsi i vagheggiamenti sublimi di repubbliche di dotti, o, velleitari, nella nostra storia più recente, i tentativi di dar vita al “partito degli intellettuali” (come fu il Partito d’Azione). D’altra parte, l’impegno totale dell’intellettuale nella politica di un partito ha sempre dato luogo all’accusa ricorrente (e non infondata) di “tradimento dei chierici”.

    Nella sua storia quasi centenaria il partito socialista italiano è sempre stato sensibile al problema degli intellettuali, anche perché ha esercitato su di essi una particolare attrazione. Alla fine del secolo scorso ci fu, proprio a Torino, un “socialismo dei professori”. Oggi, pur non avendo dati alla mano, ho l’impressione che fra i nostri partiti il socialista sia quello che di professori annovera nelle sue stesse file o nelle immediate adiacenze lo stuolo più numeroso, anche se poco organico e poco organizzato, e anche se la loro influenza politica è inversamente proporzionale al loro numero. Professori universitari sono quasi tutti i firmatari del documento. Ho avuto più volte occasione di dire che il partito socialista è particolarmente adatto a stabilire rapporti di buon vicinato con gli intellettuali non solo perché ha una lunga tradizione di politici, a cominciare da Turati, che sono stati degli intellettuali, ma anche perché è stato lungo tutta la sua storia un partito aperto, più spregiudicato del partito comunista rispetto ai sacri testi, meno addottrinato, meno legato a un sistema di pensiero da cui non ci si può tanto facilmente svincolare senza correre il rischio di essere accusati di “deviazionismo”.

    Considero uno dei maggiori contributi che i “professori” abbiano dato alla storia del partito in questi anni la elaborazione del “progetto socialista” che trasse origine dall’esigenza espressa dal nuovo segretario del partito al Comitato centrale del novembre 1976, di “avere una visione d’insieme, connessa ai princìpi ed ai valori tradizionalmente espressi dal socialismo italiano”. Commentandolo su questo giornale (il 28 febbraio 1978) lo definivo una specie di somma “delle idee che circolano oggi sempre più insistentemente nell’area del socialismo democratico”. Il suo scopo era, oltre quello di tracciare una linea d’azione a lunga scadenza, di contribuire a rafforzare l’unità e l’autonomia di un partito, che era stato a lungo diviso in correnti spesso rissose, sempre laceranti, e quindi non unitario, e oscillante secondo i tempi e gli umori ora verso il frontismo ora verso l’alleanza organica con la democrazia cristiana, e quindi non autonomo.

    L’immagine che emerge nettamente dal progetto è quella di un partito che potrebbe essere definito della “sinistra alternativa”, cioè di un partito che, essendo per tradizione e per vocazione un partito di sinistra, non può essere se non per ragioni tattiche e contingenti un partito di terza forza o intermedio e quindi collaterale alle due grandi forze contrapposte in campo, e ponendosi come alternativo, è chiamato ad indicare all’intero schieramento della sinistra l’unica strada possibile di una ricomposizione dopo il riconosciuto e dichiarato fallimento dei regimi di socialismo reale, di una ricomposizione che può essere attuata solo partendo dai princìpi e dalle esperienze del socialismo democratico europeo.

    Il richiamo al progetto contenuto nel “documento degl’intellettuali” ha il significato di un invito a non dimenticare l’ispirazione ideale da cui i partiti socialisti sono nati, spenta la quale, la lotta politica si trasforma in giochi di potere di cui il pubblico è sazio, si immeschinisce nella pratica giorno per giorno, che aggrava i problemi anziché risolverli, e si esaurisce in difficili calcoli elettorali che si dimostrano alla prova dei fatti generalmente sbagliati.

    Senza un’ispirazione ideale non si fanno riforme né grandi né piccole. Cambiate pure le istituzioni ma lasciatele in balìa delle stesse passioni e degli stessi interessi. Il Paese sarà sconvolto ma non trasformato. Gli uomini possono cambiare le istituzioni, non le istituzioni gli uomini. L’unica riforma che la gente comune saluterebbe con gioia è una riforma morale, o, se non vogliamo usare parole grosse, una riforma del costume. Ma per riforme di questo genere l’ingegneria costituzionale non serve. Anzi, da un punto di vista ingegneresco, nel senso deteriore di ingegnosità nel costruire sempre nuove formule per governare (sempre peggio), la nostra politica è un capolavoro. Ma sono tutte costruzioni di carta.

    L’unica costruzione che sinora ha restituito al tempo, anche perché, vera e propria fabbrica del duomo, è stata costruita pezzo per pezzo (e non è ancora finita), è la Costituzione. Prima che venga toccata o ritoccata, vorremmo vedere in giro minor corruzione e maggior senso di responsabilità, un’ansia più diffusa di giovare al paese anziché al proprio partito o alla propria fazione, una forte volontà di dar vita a combinazioni meno labili e meno impotenti.

    Ma se tutto questo si avverasse, ci sarebbe proprio bisogno di cambiare la Costituzione?


    Norberto Bobbio, 28 ottobre 1979



    https://www.facebook.com/notes/norbe...46586565384755
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  7. #57
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma - Sicilia
    Messaggi
    12,096
    Mentioned
    28 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito Ma che cosa è questo socialismo?

    Le libertà sono solidali


    Da N. Bobbio, “Le ideologie e il potere in crisi. Pluralismo, democrazia, socialismo, comunismo, terza via e terza forza”, Le Monnier, Firenze 1981.


    Dopo i fatti di Polonia, del socialismo reale si possono dare due diverse interpretazioni. La prima, più comune: il socialismo reale è in quanto socialismo (non in quanto reale) una mostruosa menzogna. Il principale argomento in favore di questa interpretazione è irresistibile: se socialismo vuol dire, idealmente, emancipazione della classe operaia, praticamente, dittatura del proletariato, non si capisce con quale diritto possano chiamarsi socialisti regimi in cui sino ad ora i movimenti di resistenza e di rivolta (quei pochi che la ferrea disciplina comunista consente) sono nati in seno alla classe operaia. Questo argomento è tanto forte che al socialismo reale come stato della classe operaia non crede più nessuno. Non ci crede la stragrande maggioranza dei sudditi di quei regimi. Non ci credono i cittadini degli Stati democratici, nella quasi totalità. Non ci crede neppure ormai, bisogna dirlo chiaramente, neppure il partito comunista italiano. Per questo, la menzogna, oltre ad essere mostruosa, è anche, da parte dei dirigenti dei partiti comunisti al potere, spudorata.

    La seconda interpretazione è più radicale e per questo meno diffusa: ma proprio perché più radicale dovrebbe essere presa sul serio più di quel che si sia fatto sinora. Il socialismo reale non è affatto una menzogna. È la necessaria conseguenza di una determinata concezione della società e dello Stato, dell’economia e della politica, della idea, vecchia quanto la storia umana, che tutti i malanni di cui soffrono le società evolute derivino dal possesso individuale dei beni e che l’avvento del regno della felicità dipenda dalla soppressione della proprietà individuale e dall’instaurazione di un regime economico fondato esclusivamente sulla proprietà collettiva. Se per società socialista s’intende (e perché non si dovrebbe intendere?) una società in cui sia stato fatto il tentativo di attuare l’ideale, esaltato dagli utopisti (in buona fede) di tutti i tempi, della trasformazione radicale dei rapporti di proprietà, ebbene lo Stato sovietico e tutti gli Stati in cui il partito comunista sovietico ha imposto la sua dottrina sono stati socialisti. Secondo questa interpretazione il socialismo non è una menzogna, è un errore (nel migliore dei casi è stata un’illusione).

    Non già che questo errore non fosse stato previsto. Che la trasformazione dei rapporti di proprietà senza un’adeguata riforma politica, che la socializzazione dei mezzi di produzione senza una corrispondente socializzazione del potere politico avrebbe condotto al dispotismo di Stato, al potere incontrollato di una burocrazia irresponsabile, era stato previsto infinite volte, dagli anarchici, dai socialisti libertari, dagli scrittori liberali di tutte le tendenze, ben prima della Rivoluzione d’Ottobre. Dopo la rivoluzione, la stessa tesi è stata ripresa, a ragion veduta, e sulla base di fatti concreti e non soltanto di ragionamenti astratti, da tutti i dissidenti di quei regimi. Chi volesse raccogliere una documentazione sulla tesi dell’equivalenza socialismo = dispotismo, socialismo = burocratizzazione, socialismo = potere monolitico, non avrebbe che l’imbarazzo della scelta. C’è da stupirsi dello stupore di tutti coloro che in questi anni si sono andati a poco a poco accorgendo che i regimi socialisti sono regimi irrimediabilmente illiberali. Verrebbe voglia di dir loro in faccia con forza: “Ma come, non lo sapevate?”. Ma davvero c’era qualcuno che non sapeva ancora che la concentrazione del potere economico e del potere politico, inevitabile per instaurare il socialismo inteso come collettivizzazione dei mezzi di produzione, avrebbe condotto fatalmente allo Stato-tutto, cioè allo Stato totalitario? “E come – si potrebbe continuare – volevate il socialismo, e per giunta anche la libertà?”.

    So bene che una domanda di questo genere può essere considerata maligna. Ma è proprio a questa domanda che la sinistra europea, e naturalmente quella italiana, deve rispondere. Non dico che tentativi di rispondere specie in questi ultimi tempi non siano stati fatti. Ma, siamo sinceri, rispetto al problema di coniugare il socialismo, inteso per quel che deve essere inteso come difesa dei deboli contro i forti, lotta contro i privilegi, eguagliamento delle fortune, con la libertà, questi tentativi sono miagolii, soprattutto se paragonati al ruggito del leone di chi continua a dire, e ha ripetutamente detto agli operai polacchi: “Il socialismo sono io e guai a chi lo tocca”.

    Socialismo e libertà. Questo è il problema. Problema non risolto perché per i più avveduti era scontato che, essendo libertà (individuale) ed eguaglianza (sociale) valori incompatibili, come del resto tutti i valori assoluti, il socialismo avrebbe potuto dare più eguaglianza soltanto concedendo meno libertà. Con questo non voglio dire che socialismo e libertà siano incompatibili. Voglio dire che quel socialismo, l’unico socialismo che la storia dell’umanità abbia sinora conosciuto, sia giusto o ingiusto chiamarlo così, è con la libertà incompatibile. E se si continua a credere che la libertà nelle sue diverse forme, sia come libertà degli individui contro lo strapotere dello Stato sia come autodeterminazione, debba considerarsi un bene, quel socialismo che ha portato a quelle conseguenze, a conseguenze che, come ormai diventa sempre più chiaro, erano implicite nelle sue premesse, deve essere ormai condannato senza concedergli altre prove d’appello.

    Come l’hanno condannato gli operai polacchi. Gli operai, dico, non il pingue tronfio borghese con il sigaro in bocca e il ciondolo sulla pancia delle caricature sovversive del primo dopoguerra. Una condanna esemplare perché è stata fatta in nome della libertà, sì certo anche per difendere il proprio salario, ma in prima ed ultima istanza per chiedere più libertà. (E si badi che è stata proprio questa richiesta di maggiore libertà che ha fatto ancora dire ai più ortodossi, se pure sinora a fior di labbra, che c’erano fra le richieste degli operai polacchi richieste non socialiste!).

    Torno alle due interpretazioni del socialismo reale da cui son partito. Se si ritiene, accettando la seconda, che il socialismo reale sia da rifiutare non in quanto menzogna ma perché è quello che è e non poteva essere altrimenti, il problema proposto dalla rivolta polacca diventa molto più complesso e la sua soluzione, sfortunatamente, molto più incerta. Non si tratta infatti di smascherare il potere, ma di cambiarlo. La libertà sindacale non è che un inizio, una splendida aurora da cui non si può ancora antivedere il meriggio. Come può sopravvivere la libertà sindacale se non è accompagnata dalla libertà politica? il libero sindacato senza il libero partito? e il libero partito in un sistema non pluralistico (e già su Rinascita Augusto Guerra mette in discussione il concetto stesso di Stato-partito)? E come può svolgersi un sistema politico pluralistico senza libere elezioni, e libere elezioni senza libera stampa? E se in libere elezioni il partito dominante ottenesse una piccola percentuale di voti favorevoli, come non è difficile da prevedere?

    Non continuo perché non voglio essere accusato di fare esercizi in questo momento inopportuni di futurologia. Ma piaccia o non piaccia la logica della democrazia è questa. Tutte le libertà sono solidali: una tira l’altra, una non può stare senza l’altra. Per questo, la posta in gioco in questa straordinaria stagione della storia del popolo polacco è grande. Ma proprio perché è grande, forse troppo grande, seguiamo gli avvenimenti, pur non frenando l’ammirazione per i protagonisti, trepidando.

    Le tappe della libertà sono come anelli di una catena. E la catena è lunga. Se si romperà e a che punto, non siamo ancora in grado di prevedere.


    Norberto Bobbio, 3 settembre 1980


    https://www.facebook.com/notes/norbe...48842578492487
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  8. #58
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma - Sicilia
    Messaggi
    12,096
    Mentioned
    28 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito Re: Norberto Bobbio - Scritti e pensieri sul socialismo

    Riformismo, socialismo, uguaglianza (1985)





    “Mondoperaio”, a. XXXVIII, n. 5, maggio 1985, pp. 64-71. Relazione al convegno di “Mondoperaio”, Bologna, 22-24 febbraio 1980, sul tema “Quale riformismo”.


    Approfitto del fatto che mi è stato assegnato il compito di presentare una relazione introduttiva al convegno per fare un discorso analitico e non propositivo, voglio dire di più di analisi concettuale e di chiarimento del contesto in cui il concetto di riformismo s’iscrive che di proposta politica. Alla proposta politica saranno dedicate le altre tornate.
    Prima di rispondere alla domanda che mi è stata posta, “perché siamo riformisti”, mi pare si debba rispondere a una domanda pregiudiziale: in che senso di riformismo possiamo dirci riformisti. Questa domanda pregiudiziale nasce prima di tutto dall’osservazione che anche “riformismo”, come tutti gli “ismi” politici (e filosofici), è un termine dai mille significati; in secondo luogo, e soprattutto, dalla constatazione che, pur nell’ambito della medesima tradizione, che è quella del pensiero e della prassi socialista, il riformismo di cui parliamo oggi non è probabilmente quello di cui parlavano i nostri padri.
    Mi riferisco, naturalmente, al riformismo socialista, che è quello che c’interessa. Ogni secolo ha avuto i suoi riformatori, religiosi, politici, economici. Il concetto di riforma è entrato prepotentemente nella storia europea nella sua dimensione religiosa, prima ancora che nella sua dimensione politica. I princìpi riformatori del Settecento furono fautori di riforme politiche ma erano riforme che venivano imposte dall’alto. Quando noi parliamo di riformismo ci riferiamo a riforme politiche o economiche o sociali, non comunque religiose, e diamo per sottinteso che si tratti di riforme provenienti dal basso.
    Il riformismo socialista ha preso l’avvio e ha derivato il proprio significato storico dalla contrapposizione alla tradizione rivoluzionaria del movimento operaio. Affinché diventasse chiara questa contrapposizione occorreva che fosse penetrata nella coscienza europea l’idea di rivoluzione, intesa come rottura violenta e benefica di un ordine precedente, idea che non era emersa con nettezza prima della rivoluzione francese. La tradizione rivoluzionaria del movimento operaio si è identificata in gran parte ma non esclusivamente con la storia del marxismo, o per lo meno con la interpretazione più diffusa e forse anche più conseguente del pensiero di Marx, in un primo tempo, col leninismo in un secondo tempo. Ho detto “non esclusivamente” perché c’è pur stato un marxismo riformista, anche se bisogna riconoscere che l’apertura della via riformistica ha spesso avuto per conseguenza il graduale abbandono delle premesse marxiste. A ogni modo, se di un marxismo riformista è lecito parlare, leninismo e riformismo sono due termini fra di loro inconiugabili: parlare di leninismo riformista sarebbe come parlare di un circolo quadrato. Chi ritiene che il leninismo sia la naturale conseguenza, in sede pratica e non soltanto teorica, del marxismo, è fuori dalla logica e dalla pratica del riformismo.
    Tra tutte le distinzioni di dottrine, o di correnti e di pratiche che si possono fare entro la storia del movimento operaio, quella storicamente più incisiva e più risolutiva, la distinzione che tutte le altre ingloba, è appunto la distinzione fra l’ala riformista e l’ala rivoluzionaria, anche se in concreto la distinzione non è così netta, perché i rivoluzionari hanno spesso accettato, se non altro come fase preliminare, la fase delle riforme e i riformisti non hanno mai escluso del tutto in ultima istanza lo sbocco rivoluzionario. La ragione per cui si può coniugare senza contraddirsi il concetto di riforma con quello di rivoluzione dipende dal fatto che per “rivoluzione” s’intendono, sia nel linguaggio comune sia nel linguaggio più tecnico delle scienze sociali, due cose diverse. S’intende tanto la causa, la rottura violenta di un ordine costituito, quanto l’effetto, la trasformazione radicale di un determinato assetto sociale. Non è detto che la rivoluzione come causa abbia la rivoluzione come effetto. Così come non è detto che la rivoluzione come effetto sia prodotta da una rivoluzione come causa. I riformatori hanno sempre avuto la convinzione (o l’illusione) che un processo prolungato di riforme fosse in grado di evitare la rivoluzione, hanno in altre parole creduto che si potesse avere la rivoluzione come effetto senza ricorrere alla rivoluzione come causa.
    La distinzione fra l’ala riformistica e l’ala rivoluzionaria del movimento operaio è stata indubbiamente rilevante nella storia passata. Ma è altrettanto rilevante anche oggi? Il criterio di distinzione tra riformisti e rivoluzionari è da ricercare, come si sa, non tanto nei contenuti, nei programmi, e meno ancora nei fini ultimi (anche i riformisti hanno sempre ritenuto che il fine ultimo del movimento fosse il socialismo, cioè una forma di società radicalmente diversa da quella dominata dall’economia capitalistica) quanto nella strategia. Rispetto alla strategia queste due ali hanno sempre rappresentato una vera e propria alternativa, che si può riassumere in queste due antitesi: legalità-violenza, gradualità-globalità (rispetto ai risultati)[1].

    (...)



    [1] Mi permetto di rinviare al mio scritto Riforme e rivoluzione, in Il mondo contemporaneo, vol. IX, Politica e società, t. II, La Nuova Italia, Firenze 1979, pp. 144-59.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  9. #59
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma - Sicilia
    Messaggi
    12,096
    Mentioned
    28 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito Riformismo, socialismo, uguaglianza (1985)

    Ora questa alternativa è, nei partiti della sinistra europea, inesistente. Non è detto che sia del tutto scomparsa, ma le frange rivoluzionarie dei paesi democratici sono sempre più gruppi marginali, che hanno così scarsa rilevanza politica da non poter più essere considerati come una vera e propria alternativa. (La sinistra estrema oggi si è rifugiata o nel terrorismo, che è l’espressione di un rivoluzionarismo esasperato e disperato, e almeno sino ad oggi improduttivo, oppure nel suo contrario, vale a dire nel pacifismo, anch’esso politicamente, almeno sino ad ora, improduttivo, e nell’ecologismo, in parte controrivoluzionario, dei verdi). Scomparsa la contrapposizione, o ridotta ai minimi termini, tra riformatori e rivoluzionari, il riformismo non può più essere definito in funzione del suo opposto. Ma se non può più essere definito in funzione del suo opposto, perché l’opposto è venuto meno, deve essere ridefinito, cioè deve essere definito e quindi compreso, se si vuol comprenderlo, in altro modo. Quale? Ecco la prima domanda che in un discorso analitico occorre porsi, per evitare di giungere alla conclusione che, essendo venuto meno uno dei corni dell’antitesi, debba venir meno necessariamente anche l’altro.
    Sul venir meno della tradizione alternativa nei regimi democratici consolidati, ed io m’illudo che il nostro appartenga a questa categoria, occorre spendere qualche parola, anzitutto per suffragare con dati di fatto la stessa affermazione, in secondo luogo per cercare di capire perché si sia esteso l’arco di consenso alle idee e alla prassi riformistiche e si sia andata al contrario sempre più restringendo l’area delle idee e della prassi rivoluzionarie.
    Per quel che riguarda i dati di fatto, una prima constatazione s’impone: il riferimento al leninismo, che era obbligatorio sino a che il nome ufficiale della dottrina dei partiti comunisti era “marxismo-leninismo”, è scomparso dalle dichiarazioni del Partito comunista italiano e dai discorsi dei suoi dirigenti. Per converso, sono aumentate in questi ultimi anni, da parte degli stessi dirigenti, professioni di fede democratica e conseguentemente riformistica. In una intervista all’ “Espresso” del 16 dicembre, Lama esprime la propria adesione puramente e semplicemente a una politica social-democratica, affermando fra l’altro: “Se si vuole affermare il proprio ruolo di forza riformista – sì, riformista – bisogna mettere nel proprio programma i contenuti della riforma e fare la battaglia”. In un dibattito su “MondOperaio”, intitolato, guarda caso, Quale riformismo?, sul numero terzo dell’anno scorso, Napolitano afferma che “la vecchia contrapposizione tra riformisti e rivoluzionari non ha più senso attuale nella sinistra italiana, se guardiamo ai due partiti storici”. Ancor più recentemente, in una intervista sul “Corriere della Sera” dell’11 febbraio, afferma che l’approdo del Pci è il grande riformismo europeo. Ho qui sott’occhio una relazione dattiloscritta di Gianfranco Pasquino, intitolata Difficoltà e opportunità: i nuovi compiti di un partito riformatore[1]. Il partito riformatore, cui l’autore si riferisce, è naturalmente il Pci. Riformatore non è riformista, d’accordo. Ma non giochiamo con le parole, anche se le parole nel linguaggio politico non sono pietre ma, spesso, bolle di sapone.
    Se poi, al di là di queste prove di fatto, si vuol prendere in considerazione la ragione per cui vi fu un tempo che il riformismo aveva in genere nella sinistra una cattiva stampa e veniva equiparato a opportunismo, ed ora, nei nostri paesi, ha una cattiva stampa il rivoluzionarismo, tacciato di estremismo velleitario, irrealistico, catastrofico, inconcludente, è proprio dalla natura e dalle condizioni stesse di sviluppo della democrazia, e dalle condizioni intrinseche a una società democratica, che dobbiamo prendere le mosse. Naturalmente dobbiamo prima metterci d’accordo sul significato da dare a “democrazia”. Ma ormai credo che, a differenza di quel che avveniva non molti anni fa quando la parola “democrazia” era un vaso vuoto che ciascuno riempiva come voleva, nel dibattito attuale ci sia un certo consenso, non importa se implicito o esplicito, sull’accettazione di quella che io ho chiamato la definizione minima di democrazia, sulla democrazia intesa come un insieme di regole del gioco, su una concezione procedurale di democrazia (e non sostanziale)[2]. Non dico di essere del tutto tranquillo su questo riconoscimento. Mi danno da pensare alcune recenti polemiche come quella rovente, all’interno del fronte comunista, tra Tronti e Veca, anche se una polemica di questo genere sarebbe stata soltanto alcuni anni fa impensabile. Mi dà da pensare un’uscita come quella di Asor Rosa su “Repubblica”, quando parla di quella “idiozia” del contrattualismo. Ahi, ahi! l’idea del contratto sociale, vale a dire l’idea che il diritto di comandare e di farsi obbedire è legittimo solo quando è fondato su una delega da parte dei destinatari del comando è l’abc della democrazia moderna. Se il contrattualismo è un’idiozia, la democrazia è il più idiota regime del mondo. (Il contrattualismo come idiozia fa il paio con il famigerato “cretinismo parlamentare”, che ebbe effetti nefasti anche sul modo di pensare e di agire della sinistra).

    (...)



    [1] Dello stesso Pasquino ho tenuto presente anche Varianti del riformismo, in “Materiali di ricerca dell’Istituto Cattaneo”, n. 7, Bologna 1984.

    [2] Mi riferisco in modo particolare al volumetto Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1984, pp. 4-7.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  10. #60
    Partito d'Azione
    Data Registrazione
    22 Apr 2007
    Località
    Roma - Sicilia
    Messaggi
    12,096
    Mentioned
    28 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito Riformismo, socialismo, uguaglianza (1985)

    Dalla democrazia dobbiamo prendere le mosse perché non si può accettare la democrazia, anche nel suo significato minimo (minimo ma non per questo povero), senza accettare una ben precisa concezione della società e della storia che è assolutamente incompatibile con ogni progetto di trasformazione radicale della società e con ogni visione finalistica e totalizzante del corso storico, progetto e visione che sono propri del rivoluzionario. Il pensiero rivoluzionario è intrinsecamente legato all’idea di un’età di lunga e inarrestabile decadenza che non può essere riscattata se non da un rovesciamento totale nella direzione del corso storico. (Da questo punto di vista il rivoluzionario e il controrivoluzionario hanno la stessa concezione della storia, ed è perciò che spesso gli estremi si toccano; con la differenza che per il controrivoluzionario il capovolgimento consiste in un salto verso l’avvenire ignoto ma certo). Tutt’al contrario la democrazia moderna, la quale è nata dal processo di emancipazione della società civile dallo stato come sistema di dominio, ed è stata continuamente guidata dalla convinzione di fondo secondo cui, per usare la famosa espressione di Thomas Paine, la società è buona e lo stato è cattivo, e pertanto la società deve essere lasciata libera di espandersi e lo stato ha il compito limitato (limitato ma essenziale) di regolarne il movimento. Accettare la democrazia allora significa accettare: a) il pluralismo dei gruppi, al limite considerando lo stato come uno dei gruppi il cui compito è quello di mediare i conflitti fra i gruppi parziali, di assidersi come arbitro tra di loro, e talora addirittura come una parte o controparte nella contrattazione fra gruppi; b) il conflitto fra individui e fra gruppi non solo come ineliminabile ma addirittura come fattore di progresso e quindi benefico; c) attraverso la pluralità dei gruppi e il loro permanente conflitto, l’espandersi della domanda sociale cui il governo deve dare una risposta sotto forma di decisioni collettive vincolanti. Ammettere queste caratteristiche della società democratica vuol dire ammettere che la società democratica è in continua trasformazione, anche indipendentemente, al di sotto o al di sopra, del sistema politico. La democrazia è dinamica, il dispotismo è statico. Tanto è vero che in questi quarant’anni di democrazia reale, anche se imperfettissima, il nostro paese ha conosciuto e continua a conoscere la più grande trasformazione della sua storia, una trasformazione che fra l’altro è avvenuta durante l’egemonia di un partito che non ha mai scritto sul suo frontone la parola “riformismo”, e senza un processo rivoluzionario (qui intendo “rivoluzione” come causa), anzi attraverso il rispetto più o meno costante, con qualche scivolone, ma almeno sinora non mortale, delle regole fondamentali di una democrazia liberale.
    Una seconda ragione del venir meno del fascino della rivoluzione sta in questa duplice constatazione: da un lato, le grandi rivoluzioni (qui intendo la rivoluzione come effetto) che hanno trasformato profondamente la società moderna e ci spingono volenti o nolenti verso una nuova fase di sviluppo storico che ha già ricevuto il nome suggestivo ancorché del tutto vacuo di post-moderno, dalla rivoluzione industriale a quella attuale tecnologica, non sono state rivoluzioni politiche nel senso proprio della parola; d’altro canto, la grande rivoluzione politica del nostro tempo, la rivoluzione russa ha, sì, trasformato profondamente un immenso paese e lo ha fatto diventare l’altra grande potenza da cui dipende nel bene e nel male il nostro destino di pigmei nella terra dei giganti, ma ha dato origine a un sistema politico e sociale che nessuno al di qua della cortina di ferro (e ho ragione di credere pochi anche al di là) è disposto ad accettare come un modello, per non parlare della rivoluzione cinese che sta attraversando un periodo di revisione dei propri principi ispiratori (un autentico Termidoro), quasi a dimostrare che là dove il passaggio da una fase all’altra di una società è avvenuto attraverso un processo rivoluzionario, guai se questo processo, che è di per se stesso un processo accelerato, si blocca e non consente il normale funzionamento dei meccanismi di sviluppo della società sottostante allo stato. L’ideale della rivoluzione permanente, che pure ha sempre ispirato i grandi rivoluzionari, è stato smentito dalla storia di tutte le rivoluzioni, sia nel senso del cambiamento della classe dirigente che ha divorato se stessa e ha perpetuato il proprio dominio, sia nel senso di un processo di cambiamento continuo (una rivoluzione dopo l’altra). La riforma permanente è un ideale ragionevole. La rivoluzione permanente, no. A ben guardare, del resto, la stragrande maggioranza di quelle che sono state chiamate rivoluzioni del nostro tempo sono state accompagnate e condizionate da guerre di liberazione nazionale, sono in altre parole rivoluzioni che si sono risolte in guerre d’indipendenza, fenomeno ben diverso, sia per il suo significato storico sia per i suoi difetti, dalle rivoluzioni politiche. (La Resistenza in Italia è stata insieme una guerra d’indipendenza nazionale e un movimento politico complessivamente più di restaurazione del precedente assetto costituzionale che non di rivoluzione).
    A questo punto, fatta la constatazione che la democrazia intesa come un insieme di regole del gioco che debbono servire a risolvere i conflitti pacificamente esclude la rottura rivoluzionaria, e quindi ha già sconfitto uno dei tradizionali nemici del riformismo senza bisogno di combatterlo, ci si trova di fronte a un’ulteriore domanda, se una società democratica in continua trasformazione, se pure graduale, per effetto della libertà di cui godono i suoi soggetti principali, i singoli individui e i gruppi d’interesse, spesso ad onta, stavo per dire a insaputa, del potere politico, non metta in difficoltà anche una politica riformatrice così com’è stata intesa dal riformismo tradizionale (sia di quello che propugna le riforme dall’alto sia di quello che le fa avanzare dal basso). Il riformismo socialista ha condiviso con il movimento rivoluzionario una certa sopravalutazione dell’elemento politico sul sociale, la convinzione che l’azione politica sia il massimo fattore del cambiamento sociale. Siamo ancora sicuri che azione politica e cambiamento sociale siano strettamente connessi l’uno con l’altro e che il secondo dipenda esclusivamente dal primo?


    (...)
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 
Pagina 6 di 7 PrimaPrima ... 567 UltimaUltima
Correlati:

Discussioni Simili

  1. Norberto Bobbio - Scritti e pensieri sul socialismo
    Di Gian_Maria nel forum Comunismo e Socialismo Libertario
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 13-01-16, 02:07
  2. Norberto Bobbio: liberalismo e socialismo in Carlo Rosselli
    Di Frescobaldi nel forum Comunismo e Socialismo Libertario
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 04-08-15, 06:35
  3. ADDIO A NORBERTO BOBBIO
    Di Lollo87Lp nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 10-01-04, 06:11
  4. E' morto Norberto Bobbio
    Di benfy nel forum Repubblicani
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 09-01-04, 21:13
  5. il camerata Norberto Bobbio
    Di Felix (POL) nel forum Storia
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 15-06-03, 11:45

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
Clicca per votare
Single Sign On provided by vBSSO

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225