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Discussione: Norberto Bobbio - Scritti e pensieri sul socialismo

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    Predefinito Norberto Bobbio - Scritti e pensieri sul socialismo

    “Un partito socialista ha bisogno per sopravvivere e per guardare con fiducia il proprio avvenire, di grandi ideali. Ma non ha bisogno di inventare nulla. Ha bisogno soltanto di restare fedele alla propria storia”.

    Norberto Bobbio – Riformismo, socialismo, uguaglianza, “Mondoperaio”, n. 38, maggio 1985.
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  2. #2
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    Predefinito Re: Norberto Bobbio - Scritti e pensieri sul socialismo

    Democrazia e socialismo

    […] Rispetto al socialismo, nelle sue differenti versioni, l’ideale democratico rappresenta un elemento integrante e necessario, ma non costitutivo. Integrante, perché una delle mete che si sono sempre proposti i teorici del socialismo è stato il rafforzamento della base popolare dello Stato; necessario, perché senza questo rafforzamento non verrebbe mai raggiunta quella profonda trasformazione della società che i socialisti delle diverse correnti si sono sempre prospettati. Ma anche non costitutivo, perché l’essenza del socialismo è sempre stata l’idea del rivoluzionamento dei rapporti economici e non dei soli rapporti politici, dell’emancipazione sociale, come disse Marx, e non della sola emancipazione politica dell’uomo. Ciò che muta nella dottrina socialista rispetto alla dottrina liberale è il modo di intendere il processo di democratizzazione dello Stato. Nella teoria marx-engelsiana (ma non solo in questa) il suffragio universale, che per il liberalismo nel suo svolgimento storico è il punto di arrivo del processo di democratizzazione dello Stato, costituisce soltanto il punto di partenza. Oltre il suffragio universale, l’approfondimento del processo di democratizzazione da parte delle dottrine socialiste avviene in due modi: attraverso la critica della democrazia soltanto rappresentativa e la conseguente ripresa di alcuni temi della democrazia diretta, e attraverso la richiesta che la partecipazione popolare, e quindi il controllo del potere dal basso, si estenda dagli organi di decisione politica a quelli di decisione economica, da alcuni centri dell’apparato statale all’impresa, dalla società politica alla società civile, onde si è venuto parlando di democrazia economica, industriale, o, dalla forma dei nuovi organi di controllo (i cosiddetti “consigli operai”), consiliare e di passaggio dall’autogoverno all’autogestione.
    Nelle effimere istituzioni create dal popolo parigino insorto nella Comune di Parigi, Marx, com’è noto, ritenne di poter cogliere alcuni elementi di una nuova forma di democrazia che chiamò “autogoverno dei produttori”. I caratteri distintivi di questa nuova forma di Stato rispetto al regime rappresentativo sono principalmente quattro: a) mentre il regime rappresentativo è fondato sulla distinzione tra il potere legislativo e quello esecutivo, il nuovo Stato della Comune deve essere “non un organismo parlamentare, ma di lavoro, esecutivo e legislativo nello stesso tempo”; b) mentre il regime parlamentare innestato sul tronco dei vecchi stati assoluti ha lasciato sopravvivere accanto a sé organi non rappresentativi e relativamente autonomi, che sviluppatisi precedentemente all’istituzione dei parlamenti, continuano a costituire una parte essenziale dell’apparato statale, come l’esercito, la magistratura, la burocrazia, la Comune estende il sistema elettivo a tutte le branche dello Stato; c) mentre la rappresentanza nazionale caratteristica del sistema rappresentativo è contraddistinta dal divieto di mandato imperativo, la cui conseguenza è l’irrevocabilità dell’incarico per tutti il tempo della legislatura, la Comune è “composta da consiglieri municipali eletti a suffragio universale nei diversi mandamenti di Parigi, responsabili e revocabili in qualunque momento”; d) mentre il sistema parlamentare non è riuscito a distruggere l’accentramento politico ed amministrativo dei vecchi stati, anzi lo ha confermato attraverso l’istituzione di un parlamento nazionale, il nuovo Stato avrebbe dovuto decentrare al massimo le proprie funzioni in “comuni rurali”, che avrebbero inviato i loro rappresentanti ad un’assemblea nazionale, cui sarebbero state lasciate “poche ma importanti funzioni […] adempiute da funzionari comunali”.
    Traendo ispirazione dalle riflessioni di Marx sulla Comune, Lenin in Stato e rivoluzione e negli scritti e discorsi del periodo rivoluzionario enunciò le linee direttive e gettò le basi di quella nuova democrazia dei consigli, che fu al centro del dibattito fra i principali teorici del socialismo negli anni ’20, da Gramsci a Rosa Luxemburg, da Max Adler e Korsch, per finire con Anton Pannekoek, la cui opera Organizzazione rivoluzionaria e consigli operai è del 1940. Ciò che caratterizza la democrazia dei consigli rispetto alla democrazia parlamentare è il riconoscimento che nella società capitalistica è avvenuto uno spostamento dei centri di potere dagli organi tradizionali dello Stato alla grande impresa, e che pertanto il controllo che il cittadino è in grado di esercitare attraverso i canali tradizionali della democrazia soltanto politica non è sufficiente a impedire quegli abusi di potere la cui abolizione è lo scopo finale della democrazia. Il nuovo tipo di controllo non può avvenire che sui luoghi stessi della produzione, e viene esercitato non dall’astratto cittadino della democrazia formale ma dal cittadino in quanto lavoratore attraverso i consigli di fabbrica. Il consiglio di fabbrica diventa così il germe di un nuovo tipo di Stato, che è lo Stato o comunità dei lavoratori in contrapposizione allo Stato dei cittadini, attraverso un’espansione di questo tipo di organismo a tutti i luoghi della società in cui vi sono decisioni importanti da prendere. Il sistema statale nel suo complesso sarà una federazione di consigli unificati attraverso un raggruppamento ascendente di essi a vari livelli territoriali e aziendali.

    Norberto Bobbio – Dizionario di politica diretto da N. Bobbio e N. Matteucci, UTET, Torino 1976.
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    Predefinito Re: Norberto Bobbio - Scritti e pensieri sul socialismo

    Quale socialismo?

    Norberto Bobbio – “MondOperaio”, a. XXIX, n. 5, dicembre 1976, pp. 55-63

    1. Un marxismo di cattiva lega

    Per rimettere ancora una volta in discussione il vecchio problema del rapporto fra democrazia e socialismo avevo cominciato a sollevare qualche dubbio sull’opportunità di andare a cercare soluzioni valide ancor oggi nelle opere di Marx. Anzi avevo sostenuto che il ricorrere continuamente a Marx per trovare proposte politiche e istituzionali doveva essere considerato come una delle ragioni del ritardo della teoria socialista dello Stato. Dei due temi, che erano stati presentati con due interrogativi, Esiste una dottrina marxistica dello Stato? [“MondOperaio”, a. XXVIII, n. 8-9, agosto-dicembre 1975, pp. 83-91] e Quali alternative alla democrazia rappresentativa? [“MondOperaio”, a. XXVIII, n. 10, ottobre 1975, pp. 40-8], credevo fosse più provocante il primo. E invece, a giudicare dalla natura degli interventi, devo riconoscere che la maggior parte dei miei interlocutori l’ha lasciato cadere e ha preferito prendere in considerazione il secondo. Così la discussione, di cui in queste pagine cerco di trarre una prima conclusione (e che terminerò con un’altra domanda), ha avuto per oggetto non tanto la teoria marxista dello Stato quanto il nesso fra democrazia e socialismo.
    C’è un’eccezione: l’articolo, anzi la strapazzata, dell’amico Macchioro. Una strapazzata coi fiocchi. Ma con la stessa franchezza devo dire che non mi riconosco nel pupo o nel pupazzo che egli ha così severamente redarguito. Non ho mai condannato la rilettura dei testi-base (com’egli li chiama). Sono un pedante e perciò talora contestato (dai giovanotti impazienti) lettore e commentatore dei classici, e fra i classici ho sempre annoverato (contestato questa volta da molti non altrettanto giovani ma altrettanto impazienti) Carlo Marx. (Ho pubblicato anni or sono un libro intitolato Da Hobbes a Marx e ora sto pubblicando un corso sulle teorie delle forme di governo che finisce con Marx e comincia, arrossisco nel dirlo, da Platone!) Ho condannato la pigrizia mentale che fa cercare nei testi-base quello che non c’è, la scolastica marxistica, non gli egregi signori marxisti o marxisteggianti che Macchioro mi enumera (di fronte ai quali anch’io mi inchino con una rispettosa deferenza), la tendenza, così frequente nei marxisti e nei marxologi, a risolvere una difficoltà reale con una bella citazione; insomma, l’ho detto e ridetto, il principio di autorità.
    Commentando le mie affermazioni, Ferrarotti ha scritto: “C’è un processo di sacralizzazione del marxismo che di per sé costituisce la negazione dell’intento profondo di Marx” (Marx usato contro Marx, “Corriere della Sera, 1° marzo 1976). Nelle università sta dilagando un conformismo marxista di pessima lega, un vero e proprio caso di aristotelismo, che chiunque abbia a cuore le sorti di una cultura di sinistra dovrebbe avere in sospetto e denunciare energicamente. Mi viene in mente una battuta di una vecchia commedia di Bontempelli, in cui un domestico colto intrattenendo l’ospite di riguardo fa mostra della sua cultura. Riassume le vicende dell’impero romano, quindi si arresta un attimo e sospira: “Poi venne il cristianesimo”. E ammutolisce. Molti dei nostri studenti sanno la storia a quel modo: due o tre episodi dei tempi eroici… poi venne il capitalismo.
    Macchioro non se n’è accorto. Casca dalle nuvole. Mi chiede degli esempi. Gli esempi li ho fatti e non pretenda che sia tanto impertinente e petulante da rifarli. Per fortuna mi soccorre un esempio fresco fresco, una lettura fatta quando mi stavo accingendo a questa replica, e che se avessi dovuto inventarlo non avrei escogitato così perfetto. Si tratta di un saggio sulla teoria marxiana dello Stato di Etienne Balibar, recentemente pubblicato in Italia nel volume Cinque studi di materialismo storico (De Donato, Bari 1976). Da questo saggio, che è un’ennesima chiosa a quella ventina di pagine di Marx sullo Stato, in un paragrafo intitolato, si badi, Una definizione dello Stato, si legge che: “1) lo Stato = la borghesia organizzata come classe dominante; 2) lo Stato = il proletariato organizzato come classe dominante. Ovvero: lo Stato è la classe dominante stessa, in quanto organizza il suo dominio o, in altri termini, in quanto si organizza per esercitare il suo dominio” (p. 78). In questo brano di quattro righe ricorre quattro volte la parola “organizzare”. All’autore non viene neanche il sospetto che il problema dello Stato cominci proprio dal riempire quello scatolone vuoto che è il concetto di “organizzazione”. Aristotele aveva definito la politéia come “organizzazione delle cariche pubbliche”, ma poi aveva raccolto ben centocinquantotto costituzioni, perché, da buon osservatore della verità effettuale, riteneva che ogni costituzione fosse diversa dall’altra e che per dire qualche cosa di concreto sullo Stato occorresse sapere prima di tutto come i diversi stati fossero “organizzati”. Il nuovo scolastico non intende seguire la stessa strada. Anzi, a un certo punto, per allontanare il dubbio che egli si possa occupare di cose tanto volgari come le costituzioni, scrive: “Devo qui mettere in guardia il lettore: tale definizione non ha niente a che vedere con ciò che potrebbe essere l’oggetto di una pretesa ‘scienza politica marxista’, cioè una tipologia delle forme (essenzialmente giuridiche) del potere statale e dell’apparato statale, e delle loro combinazioni” (p. 92). Che nello scatolone ci sia un governo parlamentare o una dittatura militare, la monarchia assoluta o la democrazia rappresentativa, uno Stato pluralistico o monarchico, un sistema pluripartitico o monopartitico, e via enumerando, al chiosatore di una frase del Manifesto non importa nulla. Sono “forme giuridiche” e passa oltre. Ciò che l’interessa, come risulta dal seguito dell’articolo, è la distinzione fra potere statale e apparato statale che gli permetta di sostenere, sempre coi testi alla mano, che quando del potere s’impadronisce il proletariato cessa il dualismo fra potere e apparato e l’apparato viene meno via via che aumenta il potere del proletariato sullo Stato. Che nessuno si sia sinora accorto di questa stupefacente trasformazione che avvierebbe l’umanità nientemeno che a sbarazzarsi dello Stato, a fare “politica” anziché “pratica politica”, in un modo completamente nuovo, al glossatore, al “citatore”, non turba l’alto sonno nella testa. C’è scritto, dunque c’è.


    (...)
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    2. Le responsabilità della teoria

    Non vorrei passare sotto silenzio un’altra tesi di Macchioro: è la tesi secondo cui Marx non deve essere tenuto responsabile delle cattive applicazioni delle sue teorie (per esempio, dello stalinismo) non più di quel che Locke o Montesquieu o Croce siano da considerarsi responsabili delle cattive forme di Stato rappresentativo che tutti abbiamo sotto gli occhi. Mi stupisce che uno studioso così acuto e scanzonato come Macchioro non si renda conto che una tesi di questo genere conduce diritto e filato alla tesi, tanto cara agli “evasori”, della “irresponsabilità degli intellettuali”. Un intellettuale può sostenere qualsiasi cosa: è sempre innocente. Nietzsche può aver scritto geremiadi lunghe un chilometro (sommando frammenti di due o tre righe ossessivamente ripetuti) in difesa dell’istinto contro la ragione, della volontà di potenza contro l’imbelle democrazia, della morale dei padroni contro quella degli schiavi, per smascherare “la congiura universale del gregge contro tutto ciò che è pastore, animale da preda, solitario e cesareo”, ma il nazismo non c’entra. Pareto può aver biasimato e deriso la borghesia del suo tempo per non aver saputo contrapporre alla violenza rivoluzionaria la violenza controrivoluzionaria, ma il fascismo è fuori questione. Hegel può aver scritto che lo Stato è tutto e l’individuo niente (“Tutto ciò che l’uomo è, egli lo deve allo Stato: solo in esso ha la sua essenza”), ma coloro, Gentile in testa, che ne hanno fatto il precursore dello Stato etico di fascistica memoria, hanno farneticato, e il teorico dell’eticità dello Stato, soprattutto adesso che è diventato il padre di Marx, è puro siccome un angelo. Marx insieme con il suo amico Engels hanno dileggiato lo Stato rappresentativo, hanno sostenuto che tutti gli stati, per il solo fatto di essere stati, sono dittature, che il passaggio dallo Stato borghese allo Stato proletario sarà semplicemente il passaggio da una dittatura a un’altra, hanno sempre sostenuto che l’importante era che cambiasse il soggetto storico e tutto sarebbe andato per il meglio indipendentemente dalla forme (si capisce “giuridiche”) in cui il nuovo soggetto si sarebbe “organizzato”, ed ora ci permettiamo di stupirci che gli stati socialisti continuino ad essere dittature e i loro capi a proclamare di essere gli unici interpreti del marxismo-leninismo? Che Marx credesse in buona fede che la democrazia proletaria, per il solo fatto di essere proletaria, fosse più democratica della democrazia borghese, anzi fosse l’inizio di uno Stato nuovo che avrebbe avviato il processo di estinzione dello Stato, non ci esime dall’osservare che le uniche prove che egli aveva avuto a sua disposizione, le istituzioni della Comune, erano troppo labili perché ci si potesse costruire sopra una teoria, e che la storia sinora non gli ha dato ragione. E poi non è affatto vero che Locke e Montesquieu e Croce siano stati assolti. Da chi? Non certo dagli scrittori marxisti. Con le opere anti-Locke, anti-Montesquieu (ce n’è una anche di Althusser), anti-Croce, additati di volta in volta come gli ideologhi della classe borghese, o i “lacchè” della classe dominante, o i portabandiera della reazione, ci sarebbe da riempire un intero scaffale di biblioteca. Quello che è lecito ai marxisti non dovrebbe essere lecito a scrittori non marxisti nei riguardi di Marx, Engels o Lenin? Troppo comodo, invero troppo comodo, distaccare le opere dell’intelletto dalla storia che le ha generate e da quella che esse hanno contribuito anche per vie indirette a generare, e collocarle in una specie di status naturae incorruptae, in uno stato di perpetua innocenza, non macchiato dal fango della storia. Noi, piccoli, piccolissimi, siamo o non siamo responsabili di quel che scriviamo? Certo che lo siamo. E perché poi scriveremmo se non credessimo che qualcuno ci ascoltasse? Noi dunque siamo responsabili e i grandi, che hanno un uditorio ben più vasto e durevole, non lo sono?

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    3. Marxismo e scienza politica

    A dire il vero, fra gli altri interventi ce n’è almeno ancora uno che tocca il problema della critica da me mossa alla scienza politica marxista: quello di Giuseppe Vacca. Ma Vacca mi rimprovera nel suo ampio saggio, se pure garbatamente, tante cose che questo aspetto passa in seconda linea. Anche perché, più che di una critica, Vacca si preoccupa di spiegare con ragioni diverse dalle mie quali sono i motivi dei ritardi, che egli pure riconosce, della teoria politica marxista. Se mai, si pone il problema di superare questi ritardi in modo diverso da quello proposto da me. La sostanza del saggio di Vacca riguarda dunque anch’essa più il problema del nesso democrazia-socialismo che non quello del marxismo teorico, in cui mi pare che, se pure per diversi motivi, mi dia sostanzialmente ragione. Mi dà ragione sino al punto da essere assai più severo di me nei riguardi di quello che egli chiama, con una connotazione nettamente negativa, il “marxismo degli intellettuali”, e da ritenere che l’esistenza di un marxismo degl’intellettuali sia già di per se stesso un danno per il movimento operaio, indipendentemente da quello che questi intellettuali vadano sostenendo nei loro libri. Quindi mi fa osservare che la specificità del movimento operaio rispetto ai movimenti della classe borghese sta nell’aver superato la separazione fra intellettuali e masse, fra teoria e prassi, e nel fatto che per sostituire la propria egemonia e il proprio dominio a quello borghese il movimento operaio conta, non sul singolo intellettuale, ma sull’intellettuale collettivo (come sarebbe storicamente provato dall’essere i grandi intellettuali del movimento operaio, da Gramsci a Lenin, anche grandi capi politici). Prendo atto dell’osservazione, troppo importante per essere accolta o respinta su due piedi. Mi limito a far presente che il problema delle nuove istituzioni, del rapporto o del raccordo fra le vecchie istituzioni e le nuove, il problema che tutti ci assilla, e dal quale è nato questo dibattito, rimane. Vacca non vuole che si parli di modelli: io continuo a credere, con una monotonia probabilmente biasimevole, che l’antipatia per tutto ciò che sa di scienze positive dei marxisti italiani sia un’eredità, accolta senza beneficio d’inventario, dell’idealismo, di una cultura di tipo umanistico che si è separata dal grande ceppo della cultura scientifica del mondo moderno a partire da Vico. Ma sia pure, non parliamone. Non importano le parole, anche se mi viene il dubbio che nei riguardi della “modellistica” Vacca compia senza accorgersene un’opera di rimozione, ossia che egli non voglia parlare di modelli per non essere costretto a offrircene uno. A ogni modo resta il problema, sia che debba essere affrontato da intellettuali tradizionali sia che debba essere affrontato dall’intellettuale collettivo, di inserire nel programma della sinistra anche il problema delle istituzioni, cioè della “nuova” democrazia.
    A me non sembra che il saggio di Vacca ci faccia fare molti passi avanti in questa direzione. Non ho nulla in contrario ad ammettere che la scienza politica marxista sia diversa da quella di cui parlo io (anche se argomenti di questo genere mi facciano l’effetto di un modo dotto e brillante di girare l’ostacolo), ma si deve venire una buona volta al “dunque”. Dunque, che cosa ha da dire questa scienza che non sarebbe positiva, come la nostra, ma “critica”, che non è “d’impianto tipico-astraente ma storico-politico” (ah, se si rendessero uno buona volta conto molti marxisti italiani quanto questo loro antiscientismo sa d’idealismo lontano un miglio!), che cosa ha da dire, ripeto, perché questo è il tema del dibattito, sul parlamento e sulle commissioni parlamentari, sul rapporto fra parlamento e potere esecutivo, sul capo dello Stato e i suoi poteri, sullo Stato amministrativo, compresi il consiglio di Stato e la Corte dei conti, sul potere locale e sui suoi rapporti col potere centrale, sui sistemi elettorali, e via lungamente e monotonamente enumerando? Sia detto una volta per sempre che quando ho sollevato dubbi sulla dottrina dello Stato di Marx non mi sono affatto riferito alla concezione generale dello Stato e della politica (e magari anche del partito) su cui Vacca esclusivamente si sofferma. Anzi, ho detto e ripeto che la teoria generale dello Stato di Marx s’iscrive nella grande corrente del realismo politico e che è una dottrina originale perché è insieme realistica e rivoluzionaria, mentre le teorie precedenti in genere quando sono state realistiche non sono state rivoluzionarie e viceversa. (Un’osservazione questa su cui avrei desiderato che alcuni dei miei ferratissimi critici esprimessero la loro opinione.) Mi sono riferito al problema delle istituzioni, cioè al problema su cui lo stesso Marx aveva dato alcune indicazioni nella pagine sulla Comune che da un secolo i marxisti spremono e rispremono per trarne un succo vitale. Orbene, sul problema delle istituzioni Vacca non dice nulla. Anzi, sembra che tutto il suo discorso sia rivolto a dimostrare che la scienza politica marxista non si occupa si queste basse e futili cose, di cui si occupano coloro che perdono tempo con la scienza politica… tipico-astraente. Potrei rispondere, se volessi fare una battuta ad effetto: era proprio quello che volevo.

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    4. Le regole del gioco

    Ho detto all’inizio che, contrariamente alle mie aspettative, la maggior parte degli intervenuti hanno dato per scontata la polemica intorno alla scienza politica marxista e hanno concentrato il dibattito sul secondo tema, cioè sul rapporto fra democrazia e socialismo. Ho detto “contrariamente alle mie aspettative”, perché il problema è vecchio quanto il movimento operaio e da un secolo a questa parte diciamo e ridiciamo su questo tema più o meno sempre le stesse cose. Solo Claudio Signorile ha avuto la buona idea di dare una ripassata a scrittori socialisti, come Kautsky, Max Adler, Renner ecc., che avevano già detto sull’insufficienza di una teoria politica del movimento operaio e sulla necessità di riflettere con maggior ragione sul binomio democrazia-socialismo molte cose (o forse tutte) che noi andiamo riscoprendo drammaticamente in una situazione di crisi storica e della democrazia (dove ancora esiste) e del socialismo (realizzato), senza precedenti. Non faccio nessun mistero del fatto che in alcuni passi avevo riecheggiato senza citarli, anche perché erano facilmente riconoscibili, alcuni brani di Bernstein e di Kautsky, come i seguenti: “I sindacati inglesi […] hanno cominciato con la forma più elementare di autogoverno, e si sono dovuti praticamente convincere che questa forma è adatta soltanto agli organismi più elementari, alle piccolissime associazioni locali. In seguito, man mano che si sviluppavano, hanno imparato gradualmente a rinunciare a certe idee care al democratismo dottrinario (il mandato imperativo, il funzionario non retribuito, la mancanza di poteri della rappresentanza centrale) che paralizzavano il loro sviluppo proficuo e ad elaborare una democrazia efficiente con assemblee rappresentative, funzionari retribuiti e una direzione centrale munita di pieni poteri”. (E. Bernstein, I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, Laterza, Bari 1974, p. 200). Oppure: “Gli affari pubblici sono oggi troppo complicati, troppo molteplici ed estesi perché possano essere sbrigati come una occupazione accessoria da dilettanti che lavorino nei momenti di riposo […] L’idea di un governo del popolo attraverso il popolo, nel senso che gli affari pubblici debbano essere curati invece che da funzionari stipendiati da uomini che provengono dal popolo, che lavorino gratuitamente nelle ore di libertà, è un’utopia, e per di più un’utopia reazionaria e antidemocratica” (K. Kautsky, La questione agraria, Feltrinelli, Milano 1959, p. 473). Non possiamo leggere pagine come queste, e altre che si potrebbero citare, scritte tanti anni fa, senza pensare, non senza sgomento, a tutte le battaglie di carta che sono state travolte dalla bufera della storia.
    Contrario alle mie previsioni è stato anche il fatto che il consenso alle mie tesi sia stato in complesso superiore al dissenso, o per lo meno che il consenso sia stato espresso con parole più forti che il dissenso. Il che dimostra che da varie parti della sinistra storica c’è una convergenza impressionante (e nuova, direi) su alcuni punti fondamentali, non di sola tattica, ma di prospettiva. Si è dato anche il caso che uno dei miei interlocutori (Gerratana) abbia rimproverato un altro (Massimo Boffa) di… eccesso di consenso. Ci sono state, s’intende, delle critiche e guai se non ci fossero state. Ma alcune ritengo siano dovute a una interpretazione riduttiva del mio pensiero. Ragion per cui, più che di una difesa d’ufficio, del resto sempre uggiosa, mi corre l’obbligo di fare qualche precisazione.
    Che il mio discorso sulla democrazia formale come un insieme di procedure, seguito da un elenco di regole, numerate dall’uno al sei, dovesse suscitare reazioni (puramente emotive) di “rigetto”, questo sì me lo aspettavo. Ma che per dimostrare il poco conto in cui queste quisquilie dovrebbero essere tenute si giungesse a parlare di una concezione “tecnologica” della democrazia (Vacca) e si dicesse che quelle condizioni non le avevo elencate ma “snocciolate” (Macchioro) – si snocciolano, si sa, improperi, imprecazioni, bestemmie e bugie – ha superato, lo confesso, ogni mia previsione. No, non credevo che il furore antiformalistico giungesse a tanto.
    Provo a spiegarmi con qualche esempio. Tutte le persone ragionevoli, quando parlano di democrazia, intendono parlare di quel sistema in cui le decisioni collettive, cioè le decisioni che interessano tutta la collettività, vengono prese da tutti coloro che vi hanno interesse. Va bene? Ora un sistema di questo genere ha bisogno per funzionare che vengano poste e accettate di comune accordo alcune regole in base alle quali si possa considerare una decisione come decisione collettiva. In un sistema autocratico basta una regola: “Ciò che dice l’autocrate è legge”. Se il potere è diviso fra due persone, per esempio fra marito e moglie, non basta dire che è legge ciò che deliberano i due titolari del potere, ma occorre almeno una regola in più, cioè quella che stabilisce quale dei due abbia il sopravvento in caso che siano in disaccordo. Allarghiamo ancora il campo e figuriamoci un’assemblea di cinquanta persone. Che cosa si deve intendere per deliberazione delle persone riunite in assemblea, come volontà dell’assemblea? Il rispondere che decisione collettiva dell’assemblea è quella che è presa dalle cinquanta persone presenti sarebbe, nessuno ne dubita, troppo vago. L’unanimità non è probabile, ed è invece altamente presumibile che non tutti abbiano la stessa opinione. E allora? Allora bisogna concordare preventivamente se sarà considerata decisione collettiva quella presa a maggioranza, oppure in qualsiasi altro modo (purché ci sia un accordo su questo modo), e poi se il voto dovrà essere palese o segreto, ecc. Ed ora pensiamo un po’ come le cose si complicano quando si tratti di prendere democraticamente, cioè con la partecipazione di tutti coloro che vi hanno interesse, una deliberazione che riguarda non cinquanta persone ma cinquanta milioni. È evidente che non basta dire, come si dice in caso di decisione autocratica “Ciò che decide la volontà di tutti è legge”. Che cosa è la volontà di tutti? Come si manifesta? Da Rousseau in poi sappiamo che la volontà generale non è da confondere con la volontà di tutti. Ma non sapremo mai che cosa sia la volontà generale se non determineremo i modi della sua espressione, a meno che si ritenga che sia ispirata dallo Spirito santo. La concezione “tecnologica” della democrazia è tutta qui.
    Ed ora vorrei che mi si togliesse una curiosità: in che cosa consista una concezione non tecnologica. Detto questo, è inutile che mi si opponga che la democrazia formale non è che una parte della storia, che in una società capitalistica gli elettori sono formalmente eguali ma ineguali sostanzialmente. Proprio per eliminare queste disuguaglianze si pone il problema del superamento del capitalismo, cioè si pone il problema della democrazia sostanziale. Se mi fossi accontentato di quelle regole, non mi sarei cacciato in un dibattito su democrazia e socialismo.

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    5. Democrazia rappresentativa e sistema parlamentare

    Un secondo equivoco, che mi preme chiarire, riguarda la democrazia rappresentativa. Qua e là affiora il rimprovero che io abbia visto nella democrazia rappresentativa il non plus ultra delle forme di governo e che l’abbia presentata come priva di alternative (Signorile e Guiducci). Qualcuno ha anche creduto che le mie sei regole si riferissero esclusivamente alla democrazia rappresentativa, mentre io avevo posto ogni cura nell’enunciare regole che valessero tanto per la democrazia rappresentativa quanto per la democrazia diretta (si veda la regola n. 1). Mi sono limitato a dire che se per democrazia rappresentativa s’intende, come si deve intendere, che le deliberazioni collettive vengono prese non direttamente dagl’interessati ma da rappresentanti eletti, difficilmente la democrazia diretta è in grado di soppiantarla nelle grandi organizzazioni. Ho voluto sfatare la leggenda che vi siano due forme di democrazia incompatibili, e che di queste due forme di democrazia, l’una, quella rappresentativa, sia caratteristica della democrazia borghese, l’altra, quella diretta, sia caratteristica della democrazia proletaria, e che di conseguenza, da parte di chi anticipa l’immagine di una società insieme socialista e democratica, la prima sia cattiva e solo la seconda buona. Ora preciso meglio: fra democrazia diretta (fra le varie forme di democrazia diretta) e democrazia rappresentativa non c’è un taglio netto, anzi c’è un continuum, nel senso che si passa dall’una all’altra gradatamente. In fondo che cosa è la partecipazione fondata sulla delega e sulla revoca del mandato se non una forma di democrazia che non è più democrazia rappresentativa e non è ancora democrazia diretta? In questo continuum non c’è nessuna forma che sia buona in senso assoluto e nessuna che sia cattiva in senso assoluto, ma ognuna è buona o cattiva secondo i luoghi, i tempi, le materie, i soggetti ecc. A questo punto non ho alcuna esitazione ad accogliere l’avvertimento di Furio Diaz, secondo cui la storia della formazione dei governi rappresentativi è stata lunga ed accidentata, e non si può parlare della dottrina della democrazia rappresentativa come di un’unica dottrina. Riconosco di aver potuto dare l’impressione di ipostatizzare una categoria storica a molte facce, di farne quasi un’idea platonica, perché il mio intento era esclusivamente quello di mettere in guardia contro l’illusione che la democrazia rappresentativa fosse destinata a scomparire con l’avvento della democrazia diretta. Così non ho nulla da obiettare contro la giusta requisitoria che lo stesso Diaz muove contro il modo scorretto con cui funziona la democrazia rappresentativa nel nostro Paese. Ma non sarà per avventura che funzioni così male perché è molto meno democrazia e molto meno rappresentativa di quel che pretenda di essere?
    Ma forse è venuto il momento di fare un’ulteriore distinzione. Intendo la distinzione fra democrazia rappresentativa e sistema parlamentare. Il concetto di sistema parlamentare è un concetto che sta a un terzo livello più basso di astrazione rispetto al concetto di democrazia formale (che comprende tanto la democrazia diretta quanto la rappresentativa) e al concetto di democrazia rappresentativa, di cui il sistema parlamentare italiano è una delle forme storiche possibili (un’altra forma, per esempio, è il sistema presidenziale). Ho l’impressione che alcuni dei miei critici, rimproverandomi la ristrettezza e la rigidità della mia difesa della democrazia rappresentativa, abbiano avuto in mente il sistema parlamentare, e addirittura quel cattivo sistema parlamentare che è il sistema italiano dell’anno 1976, che non riesce neppure a portare a compimento le sue legislature (come la donna inferma che è costretta a interrompere la gravidanza prima del parto). Ripeto: il sistema parlamentare è una delle forme in cui si è data storicamente pratica attuazione a quell’insieme di procedure che consentono di prendere deliberazioni collettive mediante rappresentanti eletti. Ma gli spazi che questo metodo è riuscito ad occupare in una società articolata e multiforme come quella dei nostri paesi sono molto pochi rispetto a quelli occupati da organizzazioni in cui le decisioni vengono prese autocraticamente. Si pensi alla famiglia, alle chiese in genere, alla scuola, all’esercito, alla fabbrica. È noto il detto: il dispotismo è antico, la democrazia è moderna. Se ne potrebbe formulare un altro: anche in una società democratica il potere autocratico è molto più diffuso che il potere democratico. Con questo non voglio dire che il metodo democratico sia applicabile dappertutto, ovunque si trovino individui raggruppati e organizzati. Dico soltanto che ciò che noi chiamiamo sistema parlamentare ne occupa soltanto una piccola parte. È significativo che le richieste di maggiore democrazia che oggi vengono fatte dai più diversi movimenti vadano tutte nel senso di promuovere l’occupazione di spazi riservati sinora all’esercizio di un potere autocratico. Queste richieste caratterizzano il processo di democratizzazione al tempo presente e lo distinguono da quello che s’intendeva per processo di democratizzazione sino a ieri. Generalmente, quando si parla di processo di espansione della democrazia si pensa all’estensione del suffragio. La storia dello sviluppo della democrazia in un determinato paese viene fatta coincidere con le varie tappe attraverso cui è passato l’allargamento dei diritti politici. Mi pare non si noti abbastanza che oggi quando si parla di sviluppo della democrazia s’intende parlare di altro, cioè dell’estensione della partecipazione alle decisioni collettive in sedi diverse da quella strettamente politica. Raggiunta la meta del suffragio universale (oltre al voto ai diciottenni è difficile che su questa strada vi siano altre tappe), il problema attuale dello sviluppo democratico non può più riguardare il “chi” vota, ma riguarda il “dove” si vota. Inutile dire che in questo campo le tappe da percorrere sono ancora molte. E che altro è la democrazia dei consigli se non l’estensione del metodo democratico, cioè del potere dal basso, della partecipazione alla decisione di chi vi ha interesse, del controllo popolare, alla fabbrica, e in genere ai luoghi in cui si fanno le scelte di natura economica?

    (...)
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  8. #8
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    6. La democrazia difficile

    Non avevo previsto che il tema più dibattuto sarebbe stato quello dei “paradossi” della democrazia. E invece è il tema in cui vi è stato il maggior numero d’interventi. Ricordo Gerratana, Vacca, Ingrao, e soprattutto Guiducci. Ho l’impressione che coloro che sono intervenuti su questo argomento abbiano creduto che io volessi mostrare l’impossibilità della democrazia in una società di grandi dimensioni (primo paradosso), con apparati burocratici sempre più grandi e sempre più estesi (secondo paradosso), in cui sono necessarie decisioni sempre più tecniche e quindi sempre più riservate agli addetti ai lavori (terzo paradosso), e in cui si sviluppano tendenze al livellamento e alla massificazione (quarto paradosso). E si sono preoccupati di addurre prove del contrario (anche se alcune di queste prove sono fondate più su quel che si spera che debba accadere che non su quello che accade veramente), quasi che io avessi affermato che la “gabbia di acciaio” di cui parlava Max Weber è compiuta, noi ci siamo dentro come uccelli addomesticati in cattività, e non c’è più niente da fare. Illustrando quei paradossi non mi ero affatto aspettato che i lettori restassero a bocca aperta e scotendo il capo mormorassero: “Se Bobbio ha ragione, la democrazia è un’illusione”. Mi aspettavo proprio quello che è avvenuto, cioè che mi criticassero e adducessero argomenti contrari. Il mio proposito era semplicemente quello di mostrare le difficoltà cui va incontro il processo di democratizzazione in corso (e che, come la nostra stessa esperienza storica ci ha confermato, non è irreversibile), di confutare, non la democrazia, ma la faciloneria. Sono quindi grato a coloro, soprattutto a Guiducci, che senza cadere nella facile contrapposizione fra il pessimista che vede tutto nero e l’ottimista che vede tutto rosa hanno prospettato vie d’uscita, e ci hanno fatto capire che ci sono, a loro parere, condizioni storiche altrettanto obiettive quanto quelle indicate da me che possono far presagire una tendenza contraria, lo scioglimento se pure graduale di qualcuno di quei nodi. Non mi pronuncio. Aspetto.
    Chi è abituato, quasi per obbligo professionale, ad aver a che fare con le grandi dimensioni storiche, e ha appreso che la storia non è cominciata dal ’68, e neppure dal ’45, e neppure dal 1917, sa che il cammino della storia è pieno di asperità, ed è dominato, come mi è accaduto di dire una volta, più che dall’astuzia della ragione, che porta a buon fine le cause cattive, dalla malignità della non ragione che perverte anche le azioni più generose. Rileggiamo la pagina stupenda e notissima della Scienza Nuova in cui Vico dice che la storia nasce da una mente diversa superiore ai fini particolari degli individui per cui dal male nasce il bene, dalla libidine bestiale la castità dei matrimoni, dallo smoderato imperio dei padri sopra i famoli le città, dalla violenza dei patrizi sui plebei il governo popolare. Non si potrebbe sostenere con egual copia di argomenti la tesi opposta, ossia che dal bene nasce il male, dalla presa della Bastiglia il Terrore, dall’esaltante Rivoluzione d’ottobre uno dei regimi più sanguinari della storia? E che cosa è venuto fuori dalla nostra Resistenza? (Sto scrivendo queste pagine alla vigilia del 25 aprile, nei giorni in cui la “repubblica nata dalla Resistenza”, per ripetere la formula di rito di tutte le celebrazioni, sembra sommersa dagli scandali).
    Lungi da me l’idea e la presunzione di erigere così alla buona il castelluccio di una filosofia della storia. Intendo soltanto illustrare lo stato d’animo con cui di solito mi metto di fronte ai fasti della storia: uno stato d’animo che non è di scetticismo ma di salutare diffidenza. Accetto sempre di buon grado la lezione di coloro che forse vedono più lontano di me, eppure non resisto alla tentazione di mettere in guardia i lungimiranti contro due vizi congeniti a ogni forma di partecipazione democratica, di cui mi pare si sia parlato troppo poco: l’apatia politica e la manipolazione del consenso, ovvero la partecipazione manchevole e la partecipazione distorta. Sono due vizi che accompagnano il processo di democratizzazione indipendentemente dalle difficoltà d’altro ordine che incontra sul cammino. Nei grandi numeri forse il vizio più facile è il primo, nei piccoli il secondo. Proprio sulla base di Guiducci, che parla insistentemente di “piccoli sistemi autogestiti”, ritengo che sarebbe di estremo interesse, se non è già stato fatto, promuovere ricerche sul campo nei luoghi in cui ha avuto inizio qualche esperienza di democrazia capillare, per verificare il funzionamento effettivo della pratica democratica, per vedere se la democrazia sia, oltre che un ideale proclamato da tutti, anche una pratica, e qual divario vi sia eventualmente fra la pratica e gli obiettivi che l’autogestione dovrebbe raggiungere. Molte ricerche sulla partecipazione si fermano al processo elettorale e alla formazione del corpo deliberante. Si tratta di sapere meglio che cosa avvenga dopo, specie riguardo alla frequenza e al modo con cui vengono prese le deliberazioni.
    Le osservazioni che precedono mi sono sembrate opportune per avviare il discorso su democrazia e socialismo partendo da un certo numero di concetti chiari e distinti. Con questo il vero problema, che è quello di indicare quale sia la via da percorrere per giungere al socialismo attraverso la democrazia, è appena cominciato. Mi pare utile riportare alcune formule avanzate dai miei interlocutori per mostrare quale sia lo status quaestionis. Cerroni parla di un modello di Stato “nel quale il passaggio all’autogoverno integrale dei lavoratori si basi sull’espansione della democrazia politica”, prospetta la “socializzazione del potere”, e, dopo aver osservato che il mio dilemma o democrazia senza socialismo o socialismo senza democrazia è troppo rigido (ma non vorrei essere frainteso: il mio dilemma è una constatazione di fatto non è l’enunciazione di una contraddizione logica, onde il “terzo” non è “escluso”), afferma che la democrazia spinge al socialismo e il socialismo alla democrazia. Occhetto propone la formula della combinazione della democrazia rappresentativa con la democrazia diretta, che chiama “democrazia mista” (ma anche Occhetto pensa, mi pare, che con la mia constatazione di fatto circa le democrazie capitalistiche e i socialismi non democratici abbia voluto dire che la democrazia non può esistere che in un regime capitalistico, mentre il mio intento era proprio quello di provocare una diversa risposta); quindi, richiamando l’espressione di Togliatti “democrazia aperta al socialismo”, considera il socialismo come il movimento storico in cui i valori di libertà da formali diventano reali. Ingrao, che solleva molti dubbi sulla sufficienza della democrazia soltanto formale (dubbi che io condivido), vede “negli organismi di base come un faccia, una componente condizionante della democrazia rappresentativa” e propone questa formula: si tratta di “misurarsi sino in fondo con la costruzione di una democrazia capace di cambiare il regime sociale”.
    Queste ed altre proposizioni che si vanno enunciando in questi tempi nel dibattito della sinistra storica italiana (e non soltanto italiana) si prestano ad un primo chiarimento: il rapporto fra democrazia e socialismo è configurato come un rapporto fra mezzo e fine, dove la democrazia svolge la parte del mezzo e il socialismo del fine. È come se si dicesse: il socialismo non può e non deve essere raggiunto se non attraverso la democrazia. Oppure: la democrazia è l’unico mezzo possibile o lecito per giungere ad una società socialista. Questo chiarimento non è ozioso, anzitutto perché si potrebbe sostenere il contrario, e cioè che il socialismo è il mezzo e la democrazia è il fine, come chi dicesse che la democrazia reale o integrale può essere realizzata soltanto attraverso una riforma socialista della società; in secondo luogo perché, se si è d’accordo sul fatto che la disputa attuale verte soprattutto sulla “via” al socialismo e questa via è la democrazia, non si può non convenire anche che il significato prevalente di “democrazia”, nel binomio democrazia-socialismo, è quello di democrazia come metodo (come “via” appunto), e quindi si mostra l’importanza, se non m’inganno, di quegli aspetti formali su cui mi sono soffermato con insistenza che ad alcuno è apparsa eccessiva nei miei articoli.
    Ma, una volta chiarito il primo termine del binomio, bisogna riconoscere che non è altrettanto chiaro il secondo. Siamo proprio sicuri d’intendere “socialismo” tutti quanti allo stesso modo? Eppure è evidente che, se il dibattito attuale è fatto per capirsi e non per gettarsi reciprocamente fumo negli occhi, l’intendersi sul significato del secondo termine non è meno importante che l’intendersi sul primo. Anzi, in un certo senso, è ancora più importante. Coloro che sostengono la via democratica al socialismo la sostengono perché la ritengono un mezzo adeguato allo scopo. Benissimo: ma qual è lo scopo? La mia impressione è che ci muoviamo in questa discussione come se fra di noi fosse pacifico il significato di socialismo. Ma è proprio vero? Per secoli scuole filosofiche opposte si sono combattute perché ognuno aveva la propria ricetta da proporre per raggiungere la felicità. Ma che cosa è la felicità? Non vien fatto di pensare che le ricette fossero tanto diverse perché ogni scuola o setta intendeva la felicità a suo modo? Mi pare che qualcosa di analogo avvenga nella disputa intorno al socialismo come fine desiderabile. Non ho fatto l’esempio della felicità a caso. Il socialismo è come la felicità: tutti lo vogliono perché ognuno lo può foggiare secondo i propri desideri.

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    7. Una domanda inquietante

    Mi rendo conto che il problema è enorme. Ma mi limito a fare una domanda: non potrebbe darsi che coloro che hanno sostenuto o continuano a sostenere la tesi opposta a quella prevalente nel nostro dibattito, cioè la tesi secondo cui democrazia e socialismo sarebbero incompatibili, perché il socialismo non può essere realizzato se non attraverso un regime di dittatura (non permanente ma neppure tanto breve), sia per ragioni interne sia per ragioni internazionali, lo facciano non perché non approvano il mezzo in se stesso ma perché hanno un’idea diversa del fine? Siamo proprio sicuri che fra coloro che sostengono la via democratica e coloro che l’osteggiano sia cambiato non soltanto il giudizio sul mezzo ma anche il giudizio sul fine? che nel passaggio dal giudizio negativo sul mezzo democratico al giudizio positivo non si sia modificato surrettiziamente anche l’obiettivo finale? In altre parole: l’obiettivo finale di chi ritiene che il socialismo non possa essere raggiunto se non con la distruzione violenta dello Stato borghese attraverso un processo rivoluzionario di lunga durata, e di chi ritiene al contrario che possa essere raggiunto gradualmente attraverso l’accorto uso degli istituti democratici, è veramente lo stesso? Dato lo strettissimo nesso esistente fra i mezzi e i fini, tanto che non c’è fine che sia totalmente indifferente al mezzo e non c’è mezzo che non incida sul fine, non può darsi che il mutamento del mezzo abbia qualche effetto sul mutamento del fine, magari inconsapevolmente? In parole povere, che il socialismo di cui parlano i fautori della via democratica non sia più la stessa cosa del socialismo di cui parlano i fautori dell’altra via? Insomma, quando si contrappone la via democratica verso il socialismo alla via non democratica, ciò che cambia è soltanto il giudizio sul mezzo o anche la visione del fine?
    Non ho nessuna risposta precisa da dare a questa domanda. L’importanza di una domanda come questa, del resto, non sta nella risposta ma proprio nella sua formulazione, cioè nel rilevare che esiste un problema là dove si crede o si finge di credere che non vi sia. Che l’idea del socialismo abbia dato luogo nel corso di un secolo alle più diverse definizioni, è ben noto. Ma oggi la disparità di opinioni su ciò che dovrebbe intendersi per socialismo, o meglio per società socialista, è arrivata a tal punto che, di fronte a quello che si è proclamato e continua a proclamarsi ed è stato salutato da generazioni di rivoluzionari come il primo Stato socialista del mondo, esiste il più completo disaccordo proprio sulla risposta da dare a questa domanda: se sia veramente uno Stato socialista. Possibile? Eppure è proprio così. Anche il critico più benevolo dell’Unione Sovietica, anche il non-nemico, forse anche l’amico, posto di fronte alla domanda: “È l’Unione Sovietica uno Stato socialista?”, tentenna, esita a dare una risposta perentoria, preferisce rispondere con dei “se” e dei “ma”. Non si compromette. Il che non accade a chi debba rispondere, amico o nemico che sia, alla domanda se gli Stati Uniti o la Svizzera siano uno Stato capitalistico. Questa incertezza prova una cosa sola: che non c’è accordo su che cosa debba intendersi per socialismo, non c’è accordo su ciò che sia da considerarsi l’elemento che dovrebbe servire da criterio di distinzione fra ciò che è un regime socialista e ciò che non lo è.
    In una discussione di questo genere, oltre tutto, avviene qualcosa di ancora più interessante. Per la maggior parte della sinistra europea, nel linguaggio del Terzo mondo, “socialismo” ha una connotazione positiva. Ma per la destra, in generale per tutta la tradizione del pensiero liberale, che vede nella richiesta di socialismo soltanto una delle cause del potenziamento della macchina dello Stato (tanto più inefficiente quanto più grande) e dell’ipertrofia burocratica, ha una connotazione negativa. Nella discussione intorno al socialismo nell’Unione Sovietica (e in altri stati socialisti) avviene questa curiosa inversione delle parti: coloro che vogliono salvaguardare un’immagine positiva del socialismo tendono a sostenere che l’Unione Sovietica non è uno Stato socialista, o per lo meno che rappresenta un socialismo non compiuto, anzi deviato, anzi degenerato; coloro, al contrario, che dallo Stato di quel regime vogliono trarre una conferma del loro giudizio negativo sul socialismo, tendono a sostenere la tesi opposta, cioè che l’Unione Sovietica è uno Stato socialista. Curiosa, dico, questa inversione delle parti perché sta avvenendo che gli unici a sostenere il socialismo dell’Unione Sovietica finiscono per essere i non-socialisti, cioè coloro che vogliono dimostrare, attraverso l’esempio dell’Unione Sovietica, che il socialismo è un cattivo affare. Si capisce che a questo punto ai fautori del socialismo che non vogliano lasciarsi impigliare nella rete tesa dai loro avversari non resta che una risposta: c’è socialismo e socialismo. Ma questa risposta ne trae dietro subito un’altra. Qual è allora il vostro socialismo?

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    8. Un socialismo possibile

    Non è possibile, allora, per tornare alla domanda posta poc’anzi, che il socialismo di cui parlano coloro che accettano la via democratica non sia la stessa cosa del socialismo di cui hanno parlato sinora coloro che hanno per decenni esaltato l’Unione Sovietica come il primo paese socialista? Non sarebbe il caso che cercassimo di dare una risposta a questa domanda con la massima chiarezza, per non continuare a credere di parlare della stessa cosa quando invece parliamo di cose diverse? Nel suo intervento Domenico Settembrini, riprendendo un tema da lui altre volte illustrato, mostra che c’è almeno un significato di socialismo che è incompatibile con la via democratica, ed è il socialismo inteso come la formazione dell’uomo nuovo. Altrove lo stesso Settembrini ha scritto: “Tentare di realizzare l’impossibile […] è compito che richiede nei singoli e nei grandi movimenti storici il soffocamento preventivo della ragione, l’evocazione di sempre nuovi capri espiatori cui addossare la responsabilità delle inevitabili discrepanze fra la realizzazione e le attese, l’istituzione a questi fini di un potere sacrale” (Contraddizioni e prospettive del socialismo, “Prospettive Settanta”, a. I, ottobre-dicembre 1975, p. 46). Se questo, e soltanto questo, fosse il socialismo, temo che Settembrini avrebbe ragione. Ma è questo, è proprio questo? E chi intende questo che cosa intende per “uomo nuovo”? Non vorrei sbagliare, ma nei vari interventi cui sto rispondendo l’idea dell’uomo nuovo è affiorata soltanto nella risposta di Occhetto, se pure in forma non perentoria: “Non si può continuare ad avere una concezione statica delle possibilità dell’uomo […]; occorre postulare uno sviluppo complessivo e impetuoso delle competenze onnilaterali dell’uomo”. Ma allora c’è un altro socialismo che non ha la temerarietà di guardare tanto in alto? C’è o non c’è? Io credo di sì. Per questo penso di non meritare il rimprovero che Settembrini mi muove di “santa ingenuità” per aver affermato che dove c’è democrazia non c’è socialismo e dove c’è socialismo sinora non c’è stata democrazia.
    Ma siamo poi sicuri di essere d’accordo su che cosa sia quest’altro socialismo che non ha la temerarietà di guardare troppo in alto? Vogliamo provare a dare, ciascuno, la nostra risposta? Basta porsi una simile domanda per rendersi conto della complessità dei problemi che il processo di trasformazione sociale, di cui siamo spettatori non sempre oculati e insieme autori non sempre consapevoli, ci fa trovare dinnanzi a ogni angolo della strada. Si tratta pur sempre di aprirsi il cammino fra il rifiuto delle “costruzioni chimeriche, non realizzabili che nel regno dell’utopia o in quella età dell’oro nella quale non erano affatto necessarie” (Spinoza) e l’apologia dell’esistente. La democrazia, si è detto, è una via. Ma verso dove?

    Norberto Bobbio
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