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  1. #11
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    Predefinito Re: Norberto Bobbio - Scritti e pensieri sul socialismo

    Citazione Originariamente Scritto da Geralt di Rivia Visualizza Messaggio
    Salve a tutti, io vorrei una piccola riflessione sullo strappo di Berlinguer, per quanto Berlinguer risulti essere un uomo simpatico e persona intelligente, di sicuro superiore a molti altri politici, non pensate che rompere con l'URSS fu un grave sbaglio?
    Per rispondere a una domanda del genere io sono il meno indicato… in quanto non sono mai stato comunista… e per di più, sull’argomento in questione, la penso più o meno come Emanuele Macaluso (che comunista lo è stato eccome), il quale sostiene che il non essersi liberato definitivamente dai suoi pesanti condizionamenti internazionali ha impedito al PCI di essere una grande risorsa politica…e lo ha relegato, in pratica, ad una sorta di “impaccio” per la democrazia italiana.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  2. #12
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    Predefinito Re: Norberto Bobbio - Scritti e pensieri sul socialismo

    sarebbe forse il caso di spostare questo 3d dedicato a Bobbio alla più coerente sezione "repubblicani, socialdemocratici, progressisti"

  3. #13
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    Predefinito Re: Norberto Bobbio - Scritti e pensieri sul socialismo

    Citazione Originariamente Scritto da MaIn Visualizza Messaggio
    sarebbe forse il caso di spostare questo 3d dedicato a Bobbio alla più coerente sezione "repubblicani, socialdemocratici, progressisti"
    Stavo appunto per chiederlo... mi hai anticipato
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  4. #14
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    Predefinito Re: Norberto Bobbio - Scritti e pensieri sul socialismo

    come si può leggere, ho fatto quello che mi hanno chiesto, se ci sono problemi, ditemelo pure.

  5. #15
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    Predefinito Re: Norberto Bobbio - Scritti e pensieri sul socialismo

    Citazione Originariamente Scritto da amaryllide Visualizza Messaggio
    come si può leggere, ho fatto quello che mi hanno chiesto, se ci sono problemi, ditemelo pure.

    thanks

  6. #16
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    Predefinito Re: Norberto Bobbio - Scritti e pensieri sul socialismo

    Citazione Originariamente Scritto da amaryllide Visualizza Messaggio
    come si può leggere, ho fatto quello che mi hanno chiesto, se ci sono problemi, ditemelo pure.
    Grazie mille...
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  7. #17
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    Predefinito Re: Norberto Bobbio - Scritti e pensieri sul socialismo



    Questione socialista e questione comunista (1976)

    Norberto Bobbio - “MondOperaio”, a. 29, n. 9 settembre 1976, pp. 41-51


    Premetto che mi considero impari al compito che mi avete assegnato. Come se non bastasse una questione, la “questione socialista”, me ne avete attribuite due, la questione socialista e la “questione comunista”. La verità poi è che, se proprio vogliamo impostare la nostra discussione in termini di “questioni”, le questioni sono tre, perché la discussione sulla questione socialista per essere esauriente implica la discussione, oltreché della questione comunista, anche della questione democristiana. Ritengo inoltre che, indipendentemente dal numero delle questioni, nessuno oggi sia in grado di fare un’analisi seria, cioè tenendo conto di tutti i dati disponibili, del problema di cui ci stiamo occupando. Tanto meno io che non ho né una esperienza della vita del partito né una consuetudine di studio con la storia e la sociologia dei partiti italiani.
    Permettetemi di dirvi con molta franchezza che la crisi del Partito socialista è di tale gravità che le diagnosi affrettate non servono a nulla e, probabilmente, essendo contemporaneamente molte e disparatissime, servono soltanto ad aumentare la confusione. A mio parere la prima cosa da farsi è uno studio ampio e spregiudicato della storia del Partito socialista italiano in questi ultimi trent’anni, delle sue scelte politiche, della sua classe dirigente ecc., appoggiata a un’analisi dei risultati elettorali collegati con tutte le variabili (e sono moltissime) che possono in qualche modo fornire una spiegazione delle ragioni per cui un elettore di quel determinato momento della storia del proprio paese vota in un modo piuttosto che in un altro. L’unica cosa che sappiamo perché è di palmare evidenza, e che abbiamo ripetuto tutti quanti sino alla nausea, è che c’è stata nel nostro sistema politico una tendenza alla polarizzazione, e che non essendo il Partito socialista uno dei due poli ha visto restringersi, se pure in misura minore di altri partiti che stanno fra i due poli, il proprio spazio politico. Ma perché questa polarizzazione sia avvenuta, sia avvenuta nella maniera in cui è avvenuta, se sia destinata ad aumentare o a retrocedere ecc., è una serie di domande cui non siamo in grado di dare se non risposte approssimative, che risentono, in mancanza di dati, dei nostri umori e, poiché siamo di fronte a risultati spiacevoli, soprattutto dei nostri malumori.
    Insisto preliminarmente su questo punto perché non posso cancellare l’impressione che a causa dell’insuccesso elettorale – apparso tanto più grave quanto più inatteso, e tanto più ampio quanto più difforme dalle aspettative – vi sia stata una corse generale alle accuse, alle contro-accuse, alla invocazione di responsabilità, e alla ricerca affrettata di rimedi, che non hanno probabilmente altro fondamento che la nostra scontentezza e che pertanto servono non tanto a guarire la malattia quanto a sfogare la ansie del paziente. Il partito ha già attraversato una simile crisi di fiducia all’indomani delle elezioni del 1968. (E, volendo risalire indietro, non dimentichiamo per carità la crisi dopo le elezioni del 1948). Anche allora il contraccolpo è stato così grave (e forse più grave di quello di oggi) che ha indotto gli impazienti tessitori a distruggere in quattro e quattr’otto la tela che avevano composto con grandi speranze due anni prima. Se crisi c’è, e non si può dubitare che ci sia, nessuno si illuda di aver già capito a una mese di distanza quali ne sono state le ragioni, e quindi nessuno presuma di avere in tasca la ricetta per risolverla.
    Diciamoci una volta per sempre, e con questa battuta termino il preambolo, che la storia del partito in questi trent’anni è una storia di crisi, una storia esemplare di crisi, tanto esemplare che se uno storico maligno avesse dovuto inventarle non avrebbe saputo inventarne tante e tanto diverse le une dalle altre. La cosiddetta area socialista è stata indubbiamente il terreno più accidentato, fra quelli occupati dal sistema politico italiano: il terreno dove sono stati fatti ad ogni stagione, cioè fuori metafora, ad ogni elezione, gli elementi più spericolati, e dove quasi sempre i frutti sono stati inferiori alla semina, o per lo meno a quello che si credeva di aver seminato. Una storia movimentata di scissioni, riunificazioni, ulteriori divisioni, nuove ricuciture, di scomposizioni e di ricomposizioni, di allontanamenti e riavvicinamenti, di abbandoni e ritorni, di passaggi da destra a sinistra, da sinistra a destra, di moltiplicazione di divisioni inutili e di unificazione dei diversi incoagulabili, di divisioni quando era il momento di stare insieme e di unificazioni quando era il momento di separarsi, una storia insomma tanto movimentata, tanto tormentata, tanto complicata, che c’è semmai da stupirsi che un’area socialista non sia stata del tutto vanificata e sia nonostante tutto ancora consistente e resistente al logoramento interno ed esterno.

    (...)
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  8. #18
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    Predefinito Re: Norberto Bobbio - Scritti e pensieri sul socialismo

    1. Il trend elettorale

    Il dato di partenza su cui siamo chiamati a riflettere è uno solo ed è molto chiaro. In trent’anni, cioè del 1946 al 1976, il Partito socialista italiano si è visto dimezzare i propri voti, passando dal venti per cento delle elezioni per l’Assemblea costituente, al dieci per cento delle elezioni del 1972 e del 1976. Nello stesso tempo – ed è per questo che non si può porre la questione socialista senza porre contemporaneamente la questione comunista – il Partito comunista ha fatto il cammino inverso, cioè ha quasi raddoppiato i propri elettori, passando dal diciannove per cento del 1946 al 34 e mezzo delle ultime elezioni. (Anche tenendo conto che nel 1946 non era ancora avvenuta la prima grande scissione, e quindi calcolando nelle ultime elezioni anche i voti del Psdi, il voto complessivo socialista è sceso dal venti per cento al quattordici per cento). Questa forte diminuzione di voti è tanto più grave se si considera che contemporaneamente i voti della sinistra sono aumentati. È chiaro che il termine di raffronto dei voti socialisti è l’area della sinistra, dal momento che il Partito socialista pur facendo talora una politica di centro è per tradizione, per il programma che propone, per l’elettorato che lo sceglie, un partito di sinistra. (Faccio questa osservazione che può sembrare ovvia, perché proprio di fronte alla polarizzazione, e quindi alla tendenza bipartitica, può nascere la tentazione di trovare lo spazio del partito fra i due poli e quindi al centro). Ora, è evidente che sarebbe stato da valutare altrimenti un dimezzamento del partito in una crisi generale della sinistra rispetto alla valutazione che se ne deve dare in una situazione opposta. I conti sono presto fatti: nel 1946 la sinistra poteva contare su circa il quaranta per cento dei voti (compresi i voti dei socialdemocratici che ora non comprendiamo più nel calcolo dei voti di sinistra); nel 1976 l’area della sinistra, ivi compresi, si intende, l’estrema sinistra e il Partito radicale (e pur escludendo i socialdemocratici), si è estesa fino al quarantasette per cento dei voti.
    La conclusione che se ne deve trarre è molto grave: non solo il Partito socialista è diminuito, ma è diminuito in una fase storica della società italiana in cui c’è stato uno spostamento di voti dalla destra alla sinistra. Il che vuol dire che il Partito socialista non solo non ha contribuito a questo spostamento, ma vi ha contribuito negativamente, nel senso che lo spostamento è avvenuto anche a sue spese, e per fortuna della sinistra non soltanto a sue spese. Se la sinistra avesse dovuto seguire la tendenza al ribasso del Partito socialista saremmo diventati un paese con una sinistra debole. Al contrario, stiamo diventando un paese con una sinistra che ha fatto grandi passi e con un Partito socialista che segna il passo, cioè con un partito che stando fermo mentre tutto lo schieramento della sinistra è in movimento in realtà è come se andasse indietro.
    Per avere il quadro completo, bisogna peraltro fare altre due considerazioni che precisando i termini del problema ne riproporzionano la gravità. Il Partito socialista di cui stiamo parlando è rispetto al partito del 1946 un partito residuo, cioè è il partito che è rimasto dopo la scissione a destra del 1946 (che ha dato origine al Partito socialdemocratico) e la scissione a sinistra del 1964 (che ha dato origine al Psiup). Se dall’iniziale venti per cento togliamo il cinque-sei per cento dei socialdemocratici (il sette per cento del 1948 fu un dato eccezionale) e il tre per cento circa del Psiup, ci accorgiamo che la reale consistenza elettorale del partito residuo è stata sin dall’inizio all’incirca del dieci-undici per cento. Le due elezioni più fruttuose, che sono quelle del 1958 e del 1963, che hanno dato al partito il 14,2 e il 13, 8 per cento dei voti, sono precedenti alla scissione del Psiup. Giorgio Galli, dando una valutazione della forza elettorale del Psi nelle elezioni del 1963, scrive: “Ci sembra […] legittimo attribuire al Psiup il 3,3 per cento dei voti conseguiti dalle liste del Psi il 18 aprile 1963, assegnando quindi a tale partito, senza la sua sinistra, una percentuale del 10,5 per cento dei voti”[1]. Quale conclusione si deve trarre da questi dati? A me pare si debba trarre la conclusione che, se si considera il Partito socialista attuale, come si deve considerare realisticamente, un partito residuo, il suo elettorato, cioè l’elettorato residuo, non quello iniziale che era un elettorato che comprendeva altri due partiti, è rimasto piuttosto costante, intorno al dieci per cento dei voti, e che pertanto la punta massima raggiunta dalle elezioni regionali del 1975 ha rappresentato probabilmente non una tendenza inarrestabile all’ascesa ma una fase eccezionale di cui occorreva individuare le cause per non farsi troppe illusioni. Questo modo di guardare al problema serve a fare apparire meno grave la situazione di quel che appaia a chi si era illuso che il passaggio dal dieci per cento al dodici per cento preludesse ad un ulteriore passaggio dal dodici per cento al quattordici per cento, e non ha voluto tener conto che la forza elettorale quasi costante del partito residuo era sempre stata, una volta tolti coloro che se n’erano andati dalla porta di destra e dalla porta di sinistra, all’incirca del dieci per cento e talora (come nel ’48) e probabilmente nel 1953 (dove il partito aveva avuto il 12, 8 per cento) anche meno.
    Questa situazione può essere considerata meno grave per un altro fatto, per il fatto cioè che dei partiti costituenti all’inizio della nostra storia l’area socialista, il Partito socialista italiano, cioè il partito residuo, è l’unico che ha tenuto, mentre gli altri due hanno tenuto molto meno bene: uno di questi, il Psiup, è quasi scomparso, l’altro, il Psdi, è stato ridotto ai minimi termini. Se la situazione è apparsa, al vertice e alla base del partito, più grave, tanto grave da provocare una corsa a chi più diceva peste e corna del partito, ciò è dipeso dal divario fra i risultati e le previsioni. Ma erano fondate le previsioni? In un libro poco noto, ma da tener presente in questo dibattito, un giovane politologo, Attilio Tempestini, ha creduto di poter dimostrare attraverso un esame dei risultati elettorali del Psi e del Psdi in due decenni che entrambi i partiti conseguono risultati elettorali positivi allorché adottano una linea che li differenzia molto o discretamente dalla Dc e dal Pci, mentre conseguono risultati elettorali negativi allorché adottano una linea che li differenzia poco dalla Dc e molto dal Pci[2]. Sulla base di questi risultati, Giorgio Galli nella introduzione al libro riteneva di poter dire che se la tesi di Tempestini era giusta le elezioni del 1975 (non ancora avvenute) “dovrebbero vedere in difficoltà un Psdi che senza dubbio si differenzia moltissimo dal Pci, ma sino ad identificarsi praticamente con la Dc; mentre dovrebbero vedere avvantaggiato il Psi, che conduce una campagna elettorale fortemente differenziata dalla Dc, e che si colloca in una posizione diversa anche dal Pci, sia perché, nonostante i suoi toni, è pur sempre un partito della maggioranza di governo, sia perché prende posizione contro il cosiddetto compromesso storico”[3]. Mai previsione elettorale fu più azzeccata: e in quanto tale, fu una bella conferma della tesi di Tempestini. Non vorrei sbagliare, ma l’avventura della interruzione della legislatura e delle elezioni anticipate fu corsa sulla base di una previsione di questo genere. Ma questa volta la previsione non si è avverata. Sbagliata l’ipotesi oppure sbagliata la politica? Temo sia vero il secondo corpo del dilemma. Mentre riuscì a mantenere la distanza dalla Dc, il partito non riuscì altrettanto bene a mantenere la distanza dal Pci, non perché non lo abbia voluto, ma perché il Pci gli ha tagliato l’erba di sotto i piedi (e anche perché, diciamocelo francamente, le idee sul modo di differenziarsi da un Pci, proteso a fare la stessa politica che il Psi aveva inaugurato con il centro-sinsitra, non erano molto chiare).

    (...)


    [1] G. Galli, I partiti politici, Utet, Torino 1974, p. 404.
    [2] A. Tempestini, Il terzaforzista recidivo, Edizioni Stampatori, Torino 1975, pp. 4 e 163.
    [3] Ibid., p. IV.
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  9. #19
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    Predefinito Questione socialista e questione comunista (1976)

    2. Un declino che ha radici lontane

    La seconda considerazione che voglio fare per avere un quadro più realistico della situazione è, a mio parere, ancora più impressionante. La propongo in questa sede tanto più volentieri in quanto di solito viene taciuta. Per fare apparire più grave la sconfitta elettorale ci sono molti che tirano fuori con un sospiro le elezioni del 1946 quando il Partito socialista aveva superato il Partito comunista ed era il secondo partito dopo la Democrazia cristiana, che era arrivata al trentacinque per cento. A parte la osservazione che ho già fatta e cioè che il partito di allora era la somma ancora indistinta di tre partiti che si sarebbero distinti, cioè a parte l’osservazione che guarda avanti a quello che sarebbe avvenuto dopo, occorre guardare anche indietro, e osservare per un momento che cosa c’era stato prima del 1946. Ebbene, se si dà un’occhiata alle libere elezioni prima del fascismo (e già Giorgio Galli ha dimostrato che questo sguardo retrospettivo è necessario se si vuol capire qualche cosa del sistema politico italiano attuale), ci si rende subito conto che la situazione in cui si venne a trovare il Partito socialista non era una situazione di forza ma era una situazione di debolezza. È vero che nel 1946 il Partito socialista ebbe il venti per cento dei voti e il Partito comunista soltanto il diciannove per cento. Ma è anche vero che nel 1919, quando i comunisti non c’erano ancora, aveva ottenuto il 34, 3 per cento, e nel 1921, pur avendo avuto una diminuzione notevole, aveva mantenuto il 25, 3 per cento dei voti e i comunisti appena nati soltanto il 4.6 per cento. Beninteso, si deve tener conto del fatto che il Partito comunista nel 1921 era un partito allo stato nascente. Ma è un fatto altrettanto inconfutabile che le elezioni del 1946 paragonate a quelle del prefascismo dimostrano che il più grosso partito, che era il socialista, era in realtà un partito già declinante rispetto al passato, e il partito più piccolo, se pur di poco, era un partito, rispetto allo stesso passato, in fortissima ascesa. Discorso non diverso si deve fare confrontando i dati del Partito socialista con quelli della Democrazia cristiana. Anche questo partito, come il Partito comunista, era un partito in ascesa. Nel 1919 il Partito popolare aveva ottenuto il 20, 6 per cento dei voti, nel 1921 il 20, 9 per cento. Il trentacinque per cento delle elezioni del 1946, che può essere considerato un risultato modesto rispetto alle elezioni successive, era un enorme passo avanti rispetto alle elezioni del periodo prefascista.
    Che cosa se ne deve dedurre? A ma pare che se ne debba dedurre una conclusione ineccepibile, che il Partito socialista, nonostante il risultato brillante, era un partito in declino, e i due partiti rivali, il comunista e il democristiano, nonostante i risultati modesti rispetto alle loro fortune degli anni seguenti, erano due partiti in ascesa. Insomma, se si guarda a tutto l’arco della formazione del sistema politico italiano, e non è dubbio che il sistema politico italiano si sia formato dopo la prima guerra mondiale, come ormai molti studi hanno dimostrato, le prime elezioni del dopo-fascismo non rappresentano, come si suol dire troppo spesso con una certa sprovvedutezza, il momento della maggior fortuna del Partito socialista, ma l’inizio di un declino che appare tanto più grave se messo a confronto con la linea di tendenza all’avanzamento dei due partiti che oggi formano l’ossatura del nostro sistema.
    Le due considerazioni precedenti servono a ridurre a giuste proporzioni quella che affrettati commentatori e politici delusi chiamano la catastrofe delle elezioni del 20 giugno. L’aquilotto non ha spiccato il volo unicamente perché non era con ogni probabilità un aquilotto. Era una pernice che ha fatto un piccolo volo e poi si è riposata. Fuori di metafora, nella tipologia ben nota del Duverger, secondo cui rispetto alle dimensioni i partiti si dividono in partiti a vocazione maggioritaria, grandi, medi e piccoli, il Partito socialista, sfrondato della sua destra e della sua sinistra, attestato com’è sul dieci per cento dei voti, è un partito medio, cioè un classico partito di coalizione, sia di destra o di sinistra o di centro, sia di governo o di opposizione. Un partito a vocazione maggioritaria è un partito che governa da solo o quando è all’opposizione si prepara a diventare partito di governo. Il grande partito è il partito coalizzante. Il medio partito è, piaccia o non piaccia, il partito coalizzato, cioè il partito che non può esercitare la propria influenza se non coalizzandosi, ed essendo medio e non grande, è costretto dalla forza delle cose a dare il proprio appoggio al miglior offerente (gli offerenti sono sempre i grandi partiti).


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  10. #20
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    Predefinito Questione socialista e questione comunista (1976)

    3. Partito medio e partito intermedio

    Che il Partito socialista sia un partito medio è un semplice dato di fatto. Ma altro è il giudizio di fatto altro il giudizio sul fatto. Di un fatto, si può dare un giudizio positivo e un giudizio negativo. Ebbene, vi sono almeno due prospettive dalle quali è lecito dare di questo fatto un giudizio negativo. La prima prospettiva è quella che guarda al Partito socialista italiano qual è attualmente, rifacendone la storia; la seconda è quella che guarda al Partito socialista italiano confrontandolo coi partiti socialisti degli altri paesi. Secondo la prima prospettiva è chiaro che il Partito socialista è diventato un partito medio dopo essere stato prima del fascismo un grande partito, e forse anche un partito a vocazione maggioritaria; in altre parole, il fatto di essere un partito medio non è un fatto dirò così naturale, ma storico ed è comunque, rispetto all’origine, o al momento culminante, un fatto di decadenza, di perdita di potere originario, che implica una diversa collocazione nel sistema. Vi sono partiti medi che sono tali per vocazione e per destinazione. Per il Partito socialista italiano, per un partito di grande tradizione, per un partito che è stato il primo grande partito di massa italiano (“un partito di massa mancato”, come lo ha definito Ruffolo), per un partito che è il più vecchio partito italiano, l’essere diventato un partito medio è una diminutio capitis. Non diverso è il giudizio se ci si mette dal punto di vista internazionale. Nei paesi europei a regime democratico avanzato, in cui certo si pone l’Italia dopo il 1945, e ancor di più dopo la lenta e graduale attuazione della Costituzione per quel che riguarda l’estensione e il rafforzamento degl’istituti democratici, il Partito socialista è un grande partito, se non, come in Inghilterra e in Svezia, un partito a vocazione maggioritaria. Anzi, la presenza di un grande Partito socialista è una delle caratteristiche costanti e qualificanti delle grandi democrazie europee: anche là dove c’è un partito comunista (e qui cominciamo ad avvicinarci alla “questione comunista”), anche là dove il Partito comunista non è un piccolo o un piccolissimo partito. Nelle grandi democrazie europee il rapporto fra Partito comunista e Partito socialista è generalmente inverso a quello italiano. Anche nei paesi di democrazia emergente come la Spagna o il Portogallo, dei due partiti, quello grande è il socialista, quello medio è il comunista. Anche da questo punto di vista, dunque, il fatto di essere un partito medio è per il Partito socialista italiano un dato negativo, il che mi serve per ripetere che il giudizio sulla percentuale dei voti che il Partito socialista riesce a raccogliere nel nostro sistema non va dato di per se stesso, ma rispetto a quello che è stato lo stesso partito nel nostro sistema in altri tempi e rispetto a quello che rappresentano i partiti socialisti nei sistemi politici analoghi.
    Allora non c’è dubbio che la situazione del Partito socialista italiano è atipica. Ma è anche indubbio che questa atipicità non è, consentitemi di dirlo con la massima franchezza, il risultato improvviso, inaspettato, imprevedibile, di queste ultime elezioni, ma è un dato permanente, sinora immodificato, e quindi tanto più difficilmente modificabile, di un partito che ha avuto una vita travagliatissima, o che non ha fatto che diversi, ricomporsi e ridividersi, e la cui inferiorità rispetto al suo più grande vicino, per quanto accresciuta in queste ultime elezioni dopo il balzo in avanti del Pci, risale nientemeno che al 1948, e non è mai stata dopo di allora eliminata. In altre parole – e concludo su questo punto – il dramma del Partito socialista non è di essere un partito medio ma è di essere un partito medio che si crede di essere o pretende di essere, o spera di essere, o prevede di essere, o rimpiange di non essere, un grande partito.
    Ho detto che la caratteristica funzionale dei partiti medi è di essere partiti di coalizione, ma nello stesso tempo di avere in questa funzione una parte passiva e non attiva. Non è un caso infrequente che un partito medio possa oscillare fra due partiti maggiori, ora spostandosi a destra ora spostandosi a sinistra. Ciò che è invece (così credo, ma lo dico senza aver fatto alcuna ricerca specifica) un caso probabilmente unico è che un partito medio, come accade al Partito socialista italiano, intrattenga rapporti di alleanza contemporaneamente con tutti e due. Soprattutto dopo la istituzione delle regioni e la formazione di giunte regionali di sinistra, il Partito socialista è stato contemporaneamente al governo in sede centrale coi partiti di centro (anche se oggi continuare a chiamare la Democrazia cristiana un partito di centro è un eufemismo), in sede regionale col Partito comunista. Bisogna riconoscere che una collocazione di questo genere, che è certamente atipica, finisce per essere una delle tante ragioni dell’immagine di partito ambiguo che il Partito socialista ha finito per dare di sé all’opinione pubblica italiana, l’immagine cioè di un gruppo dirigente che per stare comunque in sella tiene il piede in due staffe. Naturalmente, si può interpretare l’ambiguità come duttilità, realismo politico, o addirittura stato di necessità. Può anche essere interpretato non come stato di suprema dipendenza, nel senso che il partito non può non dipendere ora dall’uno ora dall’altro dei due partiti dominanti, ma come stato di suprema autonomia, nel senso che, non essendo il partito legato ad alcuno schieramento, li può sciogliere di volta in volta e anche nella stessa volta tutti e due. Resta il fatto, di cui occorre avere chiara coscienza, che il Partito socialista italiano, proprio in quanto partito medio, è un partito nella migliore delle ipotesi, necessario, ma non è sufficiente (a differenza del Partito democristiano che è necessario e sufficiente e del Partito comunista che potrebbe anche essere sufficiente ma sinora non è stato considerato neanche necessario), e che, essendo un partito necessario ma non sufficiente, si viene a trovare, in qualsiasi coalizione, in una posizione subordinata a quella del partito dominante. Credo che attualmente non ci sia partito in Italia che, avendo suoi rappresentanti in tutte le giunte di sinistra e in tutte le giunte di centro-sinistra, e avendoli avuti in quasi tutti questi anni anche nel governo centrale, abbia un personale di governo altrettanto numeroso. Ma si tratta di sapere non quanti sono, ma quanto contano.
    Peraltro l’osservazione più importante da fare a questo proposito è che l’atipicità del Partito socialista italiano in quanto partito schiacciato fra due grandi partiti, di cui uno è certamente alla sua destra e l’altro è storicamente alla sua sinistra, si ripercuote nel suo ruolo che contrariamente al ruolo dei partiti socialisti europei è un ruolo di partito intermedio, e tutto sommato di centro (spetta infatti ai partiti di centro di contribuire a formare tanto coalizioni di destra quanto coalizioni di sinistra), e non di partito di sinistra. Non è detto che un partito medio rispetto alla dimensione sia anche un partito intermedio rispetto alla collocazione. Ma per quel che riguarda il Partito socialista italiano mi pare si possa dire che è insieme medio e intermedio. Ma la funzione dei partiti intermedi viene svolta di solito nei sistemi multipartitici e anche in quelli bipartitici da partiti di tipo liberale o radicale o genericamente democratico, non da partiti socialisti.

    (...)
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 
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