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  1. #21
    Partito d'Azione
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    Predefinito Questione socialista e questione comunista (1976)

    4. Un sistema politico anomalo

    L’atipicità del Partito socialista sia rispetto alla dimensione sia rispetto alla funzione è certamente uno degli elementi dell’atipicità del sistema politica italiano. Non è il solo, ma fra i caratteri che fanno considerare il nostro sistema un sistema atipico vi è anche senza dubbio la natura e la funzione del nostro Partito socialista. Se benissimo che vi sono alcuni osservatori, si fregino o non del nome di “politologi” (ma francamente non mi è stato dato di rilevare una grande differenza fra le osservazioni dei politologi e quelle dell’uomo della strada, che è oggi colui che scrive le lettere ai giornali), i quali contestano lo stesso concetto di sistema anomalo, e sostengono che i sistemi politici sono quello che sono, e che per stabilire se un sistema sia anomalo o non occorre fare riferimento a un modello ideale che non esiste in nessun luogo. So anche che altri osservatori, pur ammettendo l’esistenza di sistemi anomali, come sarebbe stato il nostro sino a poco tempo fa, vedono nella tendenza constante alla formazione di due grandi partiti la normalizzazione del sistema, e quindi la fine della sua ingloriosa e fastidiosa atipicità. Ma sono entrambe affermazioni che non possono essere lasciate passare senza qualche commento.
    Prima di tutto non è vero che non si possa parlare di sistemi anomali senza fare riferimento a tipi ideali. L’anomalia di un sistema politico è un carattere interno al sistema, cioè è un carattere che viene commisurato alla maggiore o minore capacità del sistema di svolgere la funzione che gli è propria. In altre parole la normalità o l’anomalia di un sistema politico è perfettamente rilevabile in base alla sua funzionalità e non c’è affatto bisogno di confrontarlo con un modello ideale. Ora, una delle principali funzioni di un sistema politico polipartitico è di permettere la formazione di governi omogenei, cioè di governi che siano capaci di esprimere per un certo periodo un indirizzo politico (il periodo di tempo previsto è generalmente quello di una legislatura). In un sistema monopartitico il problema è presto risolto, anzi, in un certo senso non esiste neppure. Non c’è dubbio che fra tanti difetti il sistema monopartitico ha il vantaggio dell’omogeneità dell’indirizzo politico. Il problema del governo omogeneo è il problema di fondo cui si trovano di fronte i sistemi polipartitici. Per formare un governo omogeneo in un sistema polipartitico non vi sono che tre possibilità, o un governo di destra o un governo di sinistra o un governo di centro. Nei sistemi bipartitici, beninteso di bipartitismo perfetto, il problema si risolve facilmente: esso non presenta che due possibilità di formazione di un governo ed entrambe, tanto il governo di destra quanto il governo di sinistra, sono governi omogenei. Le cose si complicano nei sistemi multipartitici, perché per formare un governo occorre dar vita ad una coalizione. Ma nei sistemi multipartitici non polarizzati sono possibili coalizioni omogenee tanto alla sinistra quanto alla destra quanto al centro. I sistemi multipartitici hanno su quelli bipartitici il vantaggio di permettere la formazione, oltre che di un governo di destra o uno di sinistra, anche un governo di centro.
    Ebbene, il nostro sistema, come si è venuto configurando in questi anni, è diventato sempre più un sistema in cui non sono possibili, sono sempre meno possibili, governi omogenei. Sin dall’inizio non vi è mai stata la possibilità di un governo o della sola destra o della sola sinistra. Gli unici governi che abbiano avuto una certa omogeneità sono stati governi di centro, se pur dominati da un partito egemone, di centro-destra, come la Democrazia cristiana. Il nostro sistema è stato definito, com’è noto, un sistema di bipartitismo imperfetto: desidero precisare che la sua imperfezione non deriva soltanto dal fatto che uno dei due partiti maggiori è sempre al governo e l’altro è sempre all’opposizione, ma anche dal fatto che le uniche coalizioni possibili sono sempre state soltanto coalizioni di centro, mentre una delle caratteristiche di un sistema bipartitico è quella di avere una sinistra o una destra e di non avere un centro. (Il sistema bipartitico si regge sulla logica del tertium non datur, mentre il nostro sistema si è retto almeno sino ad ora sulla logica che solo il “tertium” si dà). Ma via via che il sistema evolveva dai governi di centro ai governi di centro-sinistra veniva bruciando a poco a poco la possibilità di governi omogenei centristi. Che il connubio del Partito democristiano col Partito socialista sia stato un fatto storico di grande portata, per la sopravvivenza e anche, bisogna pur riconoscerlo, per il graduale perfezionamento del nostro sistema democratico, credo nessuno oggi voglia e possa mettere in dubbio. Ma è altrettanto indubitabile che il difetto del centro-sinistra è stata la eterogeneità della composizione, sia rispetto agli obiettivi di fondo, che non potevano essere più, a quindici anni dalla Costituzione, quelli del mero consolidamento delle istituzioni in cui i partiti delle prime coalizioni potevano essere sostanzialmente d’accordo, ma dovevano essere quelli di un salto di qualità nella realizzazione della democrazia sociale in cui un partito della conservazione e un partito socialista non potevano essere se non in disaccordo, e finirono troppo spesso, contrapponendosi, nel neutralizzarsi a vicenda. La storia del centro-sinistra è stata in gran parte una storia di buone intenzioni e di decisioni non prese. Eppure, nonostante tutto, il centro-sinistra era ancora una coalizione centrista. Oggi anche questa possibilità è sfumata. Oggi la coalizione di centro-sinistra è ancora numericamente possibile, ma è diventata politicamente sempre più improbabile, perché l’asse della Democrazia cristiana si è spostato a destra, la forza elettorale del Partito comunista è enormemente aumentata, e pertanto una coalizione che avesse alla sua destra il sette per cento dei voti e alla sua sinistra più del trentacinque per cento non si potrebbe più chiamare, con tutta la buona volontà, una coalizione di centro-sinistra (se queste parole “centro” “sinistra” “destra” debbono ancora avere un senso).

    (...)
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    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  2. #22
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    Predefinito Questione socialista e questione comunista (1976)

    5. I pericoli della grande coalizione

    E allora, venendo alla seconda osservazione fatta da più parti all’indomani delle elezioni, secondo cui il nostro sistema politico si sarebbe avvicinato al modello bipartitico, bisogna rispondere, come del resto alcuni hanno già risposto, che non è affatto vero, e che il nostro bipartitismo è più imperfetto che mai. Non ho niente da eccepire a quello che ha scritto Vitilio Masiello sull’ “Unità” del 6 luglio in un articolo intitolato, con un’espressione di per se stessa eloquente, Bipartitismo illusorio. Illusorio è un bipartitismo in cui vi sono due grossi partiti ma entrambi sono ben lungi dall’essere maggioritari, e quindi nessuno può governare da solo. Così mi pare perfettamente lecito dire, come ha scritto Alberto Ronchey sul “Corriere della Sera” dell’11 luglio, che in genere è un partito a vincere le elezioni mentre nelle elezioni del 20 giugno hanno vinto in due e nessuno ha la maggioranza (I comunisti dopo il 20 giugno): è nella natura stessa del sistema bipartitico che uno dei due partiti vince e l’altro perde; quando vincono tutti e due, e nessuno può governare da solo è come se perdessero tutti e due e il bipartitismo non solo è imperfetto, non solo è illusorio, ma diventa da modello positivo un modello negativo. Se è imperfetto il bipartitismo quando uno dei due partiti è sempre al governo e l’altro è sempre all’opposizione e non c’è alternativa, è più che imperfetto il bipartitismo in cui i due partiti sono costretti, in mancanza di un’alternativa di destra, di un’alternativa di sinistra e di un’alternativa di centro, a stare insieme in una grande coalizione, che rappresenta di tutte le formazioni possibili in un sistema pluripartitico la formazione più eterogenea. Che i comunisti, che da tempo hanno proposto la grande coalizione sotto specie di compromesso storico, possano essere soddisfatti dal risultato delle elezioni che hanno assecondato il loro progetto, non deve sorprenderci. Ciò non toglie che sia perfettamente lecito all’osservatore neutrale che vede come funzionano gli altri sistemi politici delle democrazie europee avanzare il dubbio che un sistema come quello italiano, in cui sembra che l’unica soluzione possibile per formare un governo stabile sia quello di mettere insieme il diavolo e l’acqua santa, sia un sistema normale.
    Mi si può obiettare che il diavolo non è più il diavolo e l’acqua non è più santa; e che quindi la coalizione che vent’anni fa sarebbe stata impensabile oggi è diventata possibile e produttiva. Resta il fatto che un sistema che funziona a grande coalizione è un sistema senza opposizione e un sistema democratico senza opposizione è un sistema che manca di un suo requisito essenziale, di un requisito che può venir meno in circostanze eccezionali, e può essere quindi il risultato di un compromesso temporaneo, ma non può essere il risultato di un compromesso storico (“storico” in questo contesto non può significare che di lunga durata) senza mutare radicalmente i connotati del sistema. Il vizio fondamentale, dal punto di vista del funzionamento di un sistema politico democratico, del progetto “compromesso storico” è tutto qui: nell’essere il progetto di un governo a lunga durata (se fosse di breve durata il compromesso non sarebbe “storico”) senza opposizione. Il fatto che i comunisti siano totalmente insensibili a un’obiezione di questo genere, mi preoccupa. Posso capire che un grande partito che è rimasto per tanto tempo all’opposizione desideri andare al governo. Mi stupisce che consideri perfettamente naturale dar vita a un governo di grande coalizione, cioè senza opposizione, per un periodo di tempo indeterminato, e non quindi soltanto per lo stato di emergenza, e non si renda conto o non voglia rendersi conto che un progetto di questo genere è già di per se stesso un mutamento di sistema.

    (...)
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  3. #23
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    Predefinito Questione socialista e questione comunista (1976)

    6. Il revisionismo del Pci

    Tornando al partito socialista, la gravità della situazione non sta, come dicevo, nel fatto che sia rimasto al punto di partenza, ma che sia rimasto fermo nel momento in cui il Partito comunista ha fatto grandi balzi in avanti. L’ha detto molto bene e autorevolmente De Martino al Comitato centrale quando ha affermato che l’ondata popolare verso sinistra che si era annunciata nelle elezioni del 15 giugno 1975 è passata sopra la nostra testa, e quindi ha precisato che mentre nel 1948 era stata battuta l’intera sinistra, nel 1976 “si è grandemente rafforzato un solo polo di attrazione della parte progressista del paese, il Partito comunista, come autentico antagonista della Dc, mentre quello socialista è rimasto immobile e fermo, incapace di attrazione e movimento”. Per misurare tutta la gravità della situazione peraltro bisogna fare un’ulteriore osservazione, e cioè che il Partito comunista è avanzato con un programma sostanzialmente socialista. Personalmente sono convinto che molti che oggi votano comunista sono dei socialisti nel senso tradizionale della parola, cioè persone che hanno messo in soffitta la dittatura del proletariato molto prima che Marchais lo facesse in un documento ufficiale. Ciò che ha sempre costituito la linea di demarcazione fra i partiti socialisti tradizionali e i partiti comunisti è il leninismo (lasciamo pure stare lo stalinismo che è stato già da tempo espunto dalla dottrina). Mi piacerebbe sapere quanti di coloro che votano comunista sarebbero disposti a farsi chiamare leninisti. Da quel poco che ognuno di noi può sapere parlando con amici e compagni di lavoro, io ho ricavato l’impressione che molti di coloro che hanno votato in queste ultime elezioni comunista lo hanno fatto con motivazioni che direi in largo senso socialiste, direi addirittura, nel senso buono della parola, socialdemocratiche.
    Sul fatto che il Partito comunista italiano abbia accolto la maggior parte dei principi che sono il patrimonio storico del socialismo democratico, a me pare non si possano sollevare, allo stato attuale del dibattito storico in Italia, seri dubbi. Per quel che valga adduco una prova che mi tocca da vicino. Mi è accaduto di avere con amici intellettuali comunisti due discussioni sui problemi della libertà, della democrazia e del socialismo a distanza di venti anni. Può darsi che anche le mie posizioni non siano rimaste ferme, ma è certo che quelle dei comunisti sono cambiate. Nel dibattito di allora ognuno rimase sulle proprie posizioni. Nel dibattito di oggi le distanze si sono talmente ravvicinate che un vero e proprio dibattito non c’è stato. Non spetta a me il dire chi abbia fatto i passi più lunghi per compiere la marcia di avvicinamento. Ma quando un uomo come Cerroni, della cui intransigenza marxista e della cui fedeltà al Partito comunista nessuno può dubitare, scrive: “Occorre, in primo luogo ricordare che, se la dittatura borghese può esercitarsi in differenti forme politiche, persino con la repubblica democratica e la democrazia politica, ciò significa che la dittatura di classe di cui si parla non definisce una particolare forma di governo, bensì un assetto socio-economico. Se ne deduce che, dunque, anche la dittatura del proletariato, intesa come assetto socio-economico, può esercitarsi in differenti forme politiche, non esclusa, in linea di principio, la democrazia politica”, e ancora: “Ogni altra soluzione che – in omaggio all’astratta critica del formalismo delle libertà politiche e dei diritti – proclamasse la fine di ogni garantismo si risolverebbe nella instaurazione di un socialismo con forze politiche elitarie e autoritarie”; ripeto, quando un uomo come Cerroni scrive queste cose, ogni commento su chi abbia fatto i passi più lunghi dagli anni cinquanta ad oggi è superfluo e ognuno può giudicare da sé[1].
    Non è tutto oro quello che luce: c’è quel “persino” che è un capolavoro di difesa preventiva contro eventuali attacchi di chi non abbia compiuto ancora passi così lunghi. Se un “persino” ha senso, lo ha quando sia riferito ai regimi fascisti e non a quelli democratici. E poi c’è un “in linea di principio” che dice e non dice, e lascia aperte non so quante finestre all’entrata violenta di tutti i fatti perversi che travolgono i buoni principi. A ogni modo, l’ammissione che per dittatura del proletariato debba intendersi il dominio di una classe e non questa particolare forma di governo che si suole chiamare dittatura in contrapposizione a democrazia, non deve essere sottovalutata. Sinora in tutti i paesi in cui sono stati instaurati regimi comunisti la dittatura del proletariato è stata intesa nel senso opposto a quello in cui la intende Cerroni, cioè non come dittatura socio-economica, ma come dittatura politica tout court, cioè come governo autocratico.
    Vi confesso che, di tutte le tesi oggi introdotte dai comunisti nel loro programma e addirittura nella loro dottrina, quella che costituisce a mio parere la novità più sconcertante rispetto alla tradizione marxista-leninista, di cui il Partito comunista si ritiene e si fa ritenere l’erede (almeno sino a un’aperta sconfessione che sinora non è venuta e che non verrà), è il pluralismo. Nella storia delle idee politiche e sociali dell’Ottocento vi sono tre grandi tradizioni di pensiero pluralistico, e sono tutte tradizioni che sono totalmente estranee al pensiero marxista e leninista. Mi pare sia stato Luciano Gruppi a dire che il pluralismo è concetto che i comunisti hanno desunto e recepito dalla dottrina cattolica o per meglio dire del cristianesimo sociale. Il che è verissimo: furono i giovani dottori della Democrazia cristiana a parlare di concezione pluralistica della società e del diritto nei primi grandi dibattiti sui principi all’Assemblea costituente (ricordo la battuta di Togliatti che, dopo aver ascoltato un discorso di La Pira, disse che gli era parso di essere tornato all’università al corso di filosofia del diritto). Ma è vero soltanto in parte. Per lo meno sin dalla scoperta che Tocqueville fece della multiformità e della vivacità dell’associazionismo americano, il pluralismo è diventato l’ideologia americana per eccellenza, l’elemento caratteristico del cosiddetto “american way of life”. Sulla società americana come società pluralistica sono state scritte (pro e contro) intere biblioteche. So benissimo che questi ismi politici possono essere intesi nei modi più diversi. Ma sino ad oggi il significato più frequente e più diffuso di pluralismo è quello che gli viene dagli Stati Uniti. Il terzo pluralismo, non meno importante degli altri due, e non meno estraneo alla tradizione del pensiero marxista e leninista, è quello di tutte le varie forme di socialismo, cui i marxisti hanno sempre voltato sdegnosamente le spalle, dal socialismo proudhoniano e libertario al socialismo fabiano, e che si sono sempre contrapposti al socialismo marxista. Non ho nulla in contrario a che il Partito comunista si dichiari pluralista. Faccio osservare che il pluralismo, da qualunque parte lo si prenda, è un corpo talmente estraneo alla tradizione marxista-leninista che non lo si può introdurre senza provocare uno scompaginamento in tutta la dottrina. A meno che anche il pluralismo non faccia parte della nuova dottrina come pur i comunisti italiani parrebbero suggerire, ma sia un elemento della tattica politica. È chiaro che una cosa di questo genere nessuno può saperla in anticipo. Tanto meno la sanno o la vogliono sapere coloro che votano comunista, tra le altre ragioni, perché è un partito che si presenta come un partito pluralista.

    (...)




    [1] Queste frasi di Cerroni si possono ora leggere nel volume Il marxismo e lo stato, nella serie dei “Quaderni di MondOperaio”, 1976, n. 4, pp. 43 e 44.
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  4. #24
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    Predefinito Questione socialista e questione comunista (1976)

    7. Socialisti e comunisti

    Non ho mai creduto che vi sia lo spazio politico per tanti socialismi diversi. Le grandi correnti storiche del socialismo sono due, quella rivoluzionaria e quella riformistica. Dove i socialismi sono tre, quattro, cinque, come è accaduto in Italia, è segno che alla grande divisione storica si sovrappongono divisioni personali, regionali, passionali, che non hanno nulla a che vedere con la politica a lunga scadenza, che dovrebbe essere lo scopo di un partito. Non parlo poi per carità di patria delle correnti nell’ambito di un singolo partito che possono corrispondere a interessi di parte ma non aiutano a fare avanzare di un passo il movimento operaio. Non credo neppure che socialismo rivoluzionario e socialismo riformista siano incompatibili in senso assoluto. Vi sono periodi storici, tradizioni culturali, condizioni sociali e politiche, composizioni di classi, che favoriscono il socialismo democratico a scapito di quello rivoluzionario. I comunisti, come del resto anche i socialisti (prima di loro), hanno capito che nei paesi dell’Europa occidentale specie dopo la catastrofe di quelle pseudo-rivoluzioni che sono stati i fascismi, l’unico socialismo possibile è quello democratico. Di qua l’eurocomunismo. Del resto, se facciamo un esame storico retrospettivo, ci accorgiamo che non è vero che i partiti socialisti siano per natura, quasi per essenza, democratici e gradualisti. Per un qualsiasi partito socialista vale che, se davvero crede che il socialismo sia una trasformazione radicale della società, democratici non si nasce, ma si diventa? Si diventa, tenuto conto delle circostanze storiche in cui si è costretti a lottare, degli strumenti di lotta che il sistema sociale e politico mette a nostra disposizione, della tradizione politica e culturale del paese e via dicendo.
    Dubito, per fare un esempio che ci tocca da vicino, che il Partito socialista fosse così democratico come oggi crede di essere quando rinacque dopo il fascismo. Il primo documento del partito risorto, la Dichiarazione politica del Partito socialista italiano di unità proletaria del 25 agosto 1943, che molti di voi ricorderanno, iniziava con un paragrafo che propugnava il passaggio dalla rivoluzione di palazzo alla rivoluzione popolare e indicava come obiettivo principale del risorto partito la lotta per la “Repubblica socialista dei lavoratori”. Parlando dei rapporti col Partito comunista, col quale affermava di avere una fondamentale unità di dottrina e di “fine”, dichiarava: “Consapevole della forza irresistibile che la classe lavoratrice trarrà dalla sua unione, il Psi intende realizzare la fusione dei socialisti e dei comunisti in un unico partito”. Se seguissimo passo passo le successive dichiarazioni dei Congressi socialisti, e sarebbe un lavoro da fare, ci accorgeremmo che è avvenuto un graduale processo di socialdemocratizzazione e di progressiva separazione dal Partito comunista (sino a che esso… ci ha raggiunto). Certo è che se mettiamo a confronto la Dichiarazione del 1943 e la Carta dell’unificazione di ventitré anni dopo ci pare di travedere. Leggiamo: “Si pone nel nostro paese più che altrove un problema del comunismo. Nei suoi confronti esiste per i socialisti una frontiera rigorosa ideale e politica, che scaturisce dal principio che non vi è socialismo senza organizzazione democratica del partito, della società, dello stato. Il dato sempre emergente nel pensiero e nell’azione del gruppo dirigente comunista italiano rimane la identificazione acritica con un modello di esercizio del potere che manca di validità per popoli e nazioni dove il pluralismo [proprio così, il pluralismo!] della vita democratica e civile ha radici profonde nella storia e nel costume e costituisce una fattore di civiltà alla cui conquista il movimento socialista ha dato un contributo essenziale in un secolo di lotte. In tali condizioni non è possibile una lotta comune per il potere dei socialisti coi comunisti”. Non sono passati molti anni e sono venuti gli equilibri più avanzati, la non preclusione a sinistra e l’alternativa di sinistra. La “frontiera rigorosa ideale e politica” era stata superata. Ma chi aveva maggiormente contribuito a infrangerla? È un fatto che oggi nessuno potrebbe più scrivere che “il dato sempre emergente nel pensiero e nell’azione del gruppo dirigente comunista rimane la identificazione acritica ecc. ecc.”. Non nego che nella corsa ad ostacoli verso la democratizzazione integrale del programma socialista noi abbiamo preceduto i comunisti. Ma è indubbio che essi ci hanno raggiunti e forse superati.
    Nella storia dei rapporti fra i due partiti vi è stato un periodo di collaborazione che corrisponde più o meno agli anni dei governi centristi, un periodo di non collaborazione che corrisponde agli anni del centro-sinistra, infine un nuovo periodo di ritentata collaborazione che corrisponde alla crisi del centro-sinistra e al fallimento dell’unificazione (la quale era nata dall’illusione di potere eternizzare il centro-sinistra, di fare del centro-sinistra un compromesso storico). I due partiti si sono prima avvicinati, poi separati, poi di nuovo avvicinati, con la differenza che il primo avvicinamento era avvenuto all’insegna della rivoluzione, il secondo all’insegna delle riforme. Dei tre periodi quello in cui il Partito socialista è stato più forte è stato quello in cui ha potuto, aiutato anche da circostanze storiche particolarmente favorevoli, mantenere le distanze dal Partito comunista. Credo che i socialisti siano più che convinti che il loro spazio politico è tanto più grande quanto meno hanno a ridosso i fratelli nemici. Ma come si fa a mantenere la distanza quando l’altro ti si avvicina e tu rimani fermo? Anzi quando l’altro si avvicina perché tu lo chiami e dici che non puoi fare nulla senza di lui?
    In altre parole, per il Partito socialista esiste una questione comunista in quanto la forza del partito è direttamente proporzionale alla differenziazione che esso riesce a mantenere rispetto al Partito comunista. Il 1948 e il 1976 insegnino. Ma fra l’una e l’altra data c’è una grossa differenza: che l’avvicinamento nel 1948 è stato semplicemente un errore che si poteva evitare. I socialisti avevano preso nette posizioni di distacco nei confronti dei comunisti sia rispetto al problema istituzionale sia rispetto al problema dei rapporti fra stato e Chiesa. E poi, pur contando nel suo seno degli stalinisti, per lo meno delle persone che fra Stati Uniti e Unione Sovietica avevano scelto la seconda, non era un partito stalinista, com’era invece, rigidamente, irremovibilmente, il Partito comunista. Nel 1976, invece, l’avvicinamento ai comunisti è stata una necessità che, dopo la più volte ripetuta disponibilità del Partito comunista al compromesso storico, cioè al nuovo centro-sinistra coi comunisti in aggiunta ai socialisti, il partito ha dovuto subire. Il problema della distinzione critica (non puramente tattica o strategica) dal Partito comunista, del non-comunismo (che è cosa ben diversa dall’anticomunismo che accomuna i democristiani e i socialdemocratici), è per il Partito socialista un problema fondamentale. Ma bisogna riconoscere che la soluzione di questo problema diventa nelle condizioni presenti, nell’area di quel comunismo aggiornato (forse si potrebbe dire stravolto o capovolto) che è l’eurocomunismo, di cui fra l’altro l’italocomunismo è il portabandiera, sempre più difficile.

    (...)
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  5. #25
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    Predefinito Questione socialista e questione comunista (1976)

    8. La legge ferrea delle oligarchie

    Anche a costo di apparire di far la parte dell’avvocato del diavolo, non mi pare si possa porre la “questione comunista”, come molti superficialmente fanno, soltanto in termini di credibilità. Sarebbe come dire che vi sono due partiti socialisti e democratici, con la differenza che uno è credibile e l’altro no. Mi piacerebbe sapere quale sia il criterio politico, sottolineo “politico”, per distinguere il credibile dal non credibile. Si risponde, metterli alla prova. Mi viene in mente il vecchio modulo della favola del principe che per penetrare nel palazzo incantato dove dorme la bella che lo aspetta deve superare tre prove: guadare un fiume in piena (che nel nostro caso è un’allusione al passaggio dal campo dei paesi socialisti a quelli della Nato); abbattere il drago che sbarra la porta del palazzo (qui l’allusione all’Unione Sovietica è evidente); risolvere un enigma (credo si tratti dell’indovinello come si faccia a instaurare il socialismo attraverso la via democratica, indovinello che a mio giudizio nessuno ha ancora risolto). Chiediamo pur le prove: le daranno. Perché non dovrebbero darle? Le daranno come le hanno date in questi trent’anni. Le daranno sino a quando… non saremo più in grado di chiedergliele, se davvero fossero in mala fede. (Oltretutto, quanto più uno è in malafede tanto più dà tutte le prove che gli si chiedono). Il problema deve essere invertito: non si tratta di chiedere delle prove agli altri ma di richiederle soprattutto a noi stessi, cioè di darle. Voglio dire che il problema fondamentale di una democrazia durevole è quello di essere tanto salda nelle sue istituzioni, tanto radicata nelle convinzioni dei suoi cittadini, tanto duttile nei suoi movimenti, tanto abile nelle sue operazioni, tanto tempestiva nelle sue deliberazioni, tanto precisa e rapida nell’esecuzione delle decisioni, da scoraggiare ogni tentativo di sovvertirla. Purtroppo la nostra democrazia è ben lungi dal corrispondere a questo modello. Ma se non corrisponde a questo modello è perché tutti quanti insieme non abbiamo superato tutte le prove. Ricordo il libro del vecchio e saggio Benda, tradotto subito dopo la guerra: Le democrazie alla prova. Alla prova di che cosa? Alla prova dei problemi enormi del dopoguerra. Vincere questa prova è stato il nostro principale impegno di allora. Deve essere anche l’impegno di ora, giacché i problemi da affrontare sono non meno gravi. Ma appunto è ancora un problema ed è, sia chiaro, un problema di tutti, e non soltanto dei comunisti.
    Semmai, per i comunisti il problema è più profondo, e oso dire più drammatico, è quello della coerenza. All’interlocutore comunista dobbiamo domandare, non in modo provocatorio ma quasi starei per dire liberatorio, come ritenga di conciliare la dottrina nuova con i principi da cui è sorto e per cui ha lottato un intero periodo storico, in una certa direzione e in un certo campo di battaglia; di spiegarci perché, rebus sic stantibus, il paese guida non è più guida, di spiegarci non perché ci sia stato Stalin ma perché ci sia stato lo stalinismo, perché anche nell’esame retrospettivo della loro storia accolgano ora tante tesi interpretative che allora sarebbero state dette sprezzantemente “socialdemocratiche” (se non addirittura “socialfasciste”); perché senza batter ciglio oggi dicano tante cose che fanno a pugni con un corpo di dottrine che sono state per anni il loro patrimonio culturale e ideologico, e mediante il quale alle loro origini si sono prepotentemente contrapposti ai partiti socialisti tradizionali. Dobbiamo domandare e capire se questo patrimonio lo abbiano ripudiato, o lo abbiano soltanto accantonato per utilizzarlo in occasione più propizia. Ma questa più matura comprensione non può venire che da una nostra continua e incalzante sollecitazione: non abbiamo dimenticato e non possiamo dimenticare che cosa abbia rappresentato (e che cosa rappresenti ancora) così nel bene come nel male il movimento comunista nella storia del mondo in questi ultimi cinquant’anni.
    L’altro argomento che si suole ripetere quando si vuol mettere in rilievo un motivo di distacco dal Partito comunista è quello dell’autoritarismo. Com’è possibile, ci si domanda, che un partito sia pluralista, rispetto al modello di società cui tende, se è centralistico, unanimistico, monolitico, al suo interno? Come può essere, in parole più semplici, democratico verso l’esterno se non è democratico all’interno? Anche in questo caso, permettetemi di fare la parte dell’avvocato del diavolo. L’obiezione sarebbe più valida se gli altri partiti fossero in fatto di democrazia interna senza peccato. Sulla democrazia interna dei partiti che dicono di essere democratici bisogna eliminare molti luoghi comuni, soprattutto bisogna chiarire un malinteso. Stando al significato corrente e tecnico di democrazia, cioè al significato di democrazia intesa come partecipazione e quindi come l’opposto di autocrazia, ho il vago sospetto che nessun partito sia democratico. Credo che dal tempo in cui Roberto Michels scrisse la sua sociologia del partito politico e scoprì la legge ferrea dell’oligarchia, le cose non siano molto cambiate. Forse sono anche peggiorate. Ciò che si chiama democrazia in un partito è puramente e semplicemente la non monolicità dell’oligarchia, cioè la frantumazione, il frazionamento della classe dirigente, il fatto che all’interno del gruppo oligarchico vi siano sottogruppi in lotta fra loro, qualche volta anche accanita, per la supremazia nella direzione del partito. Non ho bisogno di fare esempi: li abbiamo tutti i giorni sott’occhio. Il Partito socialista e il Partito democristiano si considerano democratici non perché non siano oligarchici, ma perché non vi è un solo gruppo oligarchico dominante ma vi sono i vari gruppi tutti egualmente oligarchici in discordia fra loro. Ora la democrazia tanto nel suo significato tocquevilliano quanto nel suo significato rousseauiano è l’antitesi del governo oligarchico, mentre la cosiddetta democrazia dei partiti ne è la degenerazione. Non nego che il Partito comunista sia un partito oligarchico. Nego che si possa chiamare democrazia la degenerazione di un potere oligarchico. (Per non lasciarmi andare a valutazioni personali che potrebbero sembrare dettate da scarsa conoscenza di quel che accade all’interno del palazzo, cito ciò che ha detto un autorevole membro del partito nel suo intervento al Comitato centrale: “Chi non sa che la gestione del partito è di fatto esercitata da una ristretta oligarchia di capi-corrente e loro luogotenenti? Quel governo oligarchico – frutto non di prevaricazioni personali ma del regime delle correnti degenerate in gruppi di potere […] – non ha nemmeno i vantaggi dell’efficienza e dell’autorità”).

    (...)
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  6. #26
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    9. Il principe di Gramsci

    Credo che la differenza fra il comunista e il socialista (e qui intendo per socialista colui che pur non facendo dell’anticomunismo, pur essendo disposto a collaborare in determinate situazioni storiche coi comunisti, resta in quella che abbiamo convenuto di chiamare “area socialista”), debba essere cercata ad un livello più profondo. Credo che vada riportata a una differenza, probabilmente insuperabile, di visione dell’uomo, della sua storia, del suo avvenire. Si può parlare di una differenza filosofica, purché si intenda per filosofia anche la filosofia inconsapevole che si esprime nel senso comune. Che questa differenza profonda vi sia lo riconoscono del resto gli stessi comunisti. Leggo sull’ “Unità” del 15 luglio: “Il Psi rappresenta ancora oggi una storia e una tradizione che sono diverse da quelle del Pci. Anche quelle che comunemente vengono definite tradizioni libertarie, una diversa concezione della democrazia interna, sono tutte cose che non possono essere dimenticate, che danno del Psi una immagine peculiare (nessuno chiede più “garanzie democratiche” al Psi), una certa capacità di attrazione in ambienti radicali e della stessa sinistra extraparlamentare; ma soprattutto sono cose che possono contribuire ad arricchire la ricerca della via democratica al socialismo e la stessa costruzione del socialismo nella libertà”[1].
    Per caratterizzare questa differenza in una parola, parlerei di una concezione laica della storia contrapposta a una concezione totalizzante, dove per concezione laica s’intende che la storia non soltanto è fatta dagli uomini ma per essere realmente umanizzata non deve essere concepita come fatta da uomini che si credono in possesso, come dèi, di una verità assoluta da imporre anche ai recalcitranti, dove non vi è più posto per i principi né per il vecchio principe cui Machiavelli aveva affidato il compito di liberare l’Italia dal “barbaro dominio”, né per il nuovo principe cui Gramsci affidava il compito di trasformare la società. Elementi di questa concezione sono il senso dell’enorme complessità della storia, donde il rifiuto dell’utopia puramente consolatoria (non c’è manifestazione più tragica di disperazione che l’affidarsi a una speranza illusoria); la convinzione che una volta entrato nella storia del mondo, non ho bisogno di dire attraverso quante lagrime e quanto sangue, il principio della libertà – intendo della libertà degli individui e dei gruppi -, ogni tentativo di soffocarlo è un ritorno indietro; l’idea del conflitto come molla della storia, il senso della molteplicità delle opinioni, cui unico rimedio è la tolleranza e la sostituzione del metodo della persuasione a quello della violenza; la convinzione che non vi sono soluzioni definitive, e che bisogna fare un passo per volta e non avere mai la pretesa di ricominciare da capo, quantunque occorra essere sempre pronti per tornare indietro; la raffigurazione della storia come di un’immensa foresta in cui non vi è alcuna strada tracciata in anticipo, e in cui non sappiamo neppure se vi sia, come in un labirinto, una via d’uscita (coloro che sono sicuri che vi sia una via d’uscita finiscono per trovarla anche quando non c’è, ed è così difficile farli tornare indietro!).

    (...)



    [1] V. Calonaci – U. Pasqualetti, Una logica da rifiutare, in “l’Unità”, 15 luglio 1976.
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  7. #27
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    Predefinito Questione socialista e questione comunista (1976)

    10. Conclusione

    Purtroppo un partito non vive di sola tradizione e di sola ideologia. Le tradizioni, come i patrimoni, se non sono bene amministrati, si consumano. Le ideologie sono evanescenti e si formano e si sformano come le nuvole in una giornata di vento. Un partito è fatto soprattutto di due cose: di organizzazione e di passione ideale. Quando non c’è la passione ideale basta l’organizzazione. Ma quando non c’è l’organizzazione non basta la passione ideale. Figuratevi un po’ quando non c’è né l’una né l’altra, oppure quando l’una e l’altra sono scisse in tal modo che molti di coloro che sono animati da spinte morali a occuparsi di politica si tengono lontani, per un malinteso spirito di purezza ideologica, dall’organizzazione, e fra coloro che bene o male sovrintendono all’organizzazione vi è chi è dominato da un’unica prepotente passione, la passione del potere.
    Parliamoci chiaro: oggi non esiste tanto una questione socialista quanto una questione del partito socialista. Di fronte a questa questione io credo di rappresentare il punto di vista di coloro, e sono molti, che hanno più dubbi che certezze, vedono più ombre che luci, non credono che la crisi del partito sia una crisi momentanea, ma credono anzi sia una crisi storica che proprio perché tale non si risolve dall’oggi al domani. L’unico segno che mi permetto di considerare positivo è che nonostante tutto costoro continuano a preoccuparsi del destino del Partito socialista e non si rassegnano a considerarlo un cadavere da seppellire, perché, una volta sepolto, si sentirebbero orfani e derelitti. Costoro non sono profeti, e potrebbero ripetere con Hegel “il filosofo non s’intende di profezie” (personalmente mi astengo dal dare pubbliche profezie, perché quelle poche, private, che mi concedo, sono sempre sbagliate). Non sono profeti, ma hanno cercato di far tesoro della lezione della storia tanto da essersi fatta l’idea – un’idea vaga e approssimativa, ma persistente tenace e ostinata – che in una società civile complessa come quella italiana, pluralistica di fatto, non perché l’abbia così definita questo o quel partito, l’evoluzione della nostra democrazia in cui fermamente crediamo, non può essere affidata all’incontro-scontro dei due colossi perché ne andrebbe proprio di quel pluralismo di cui entrambi si fanno fervidi e ansiosi protettori. Deve essere continuamente sorvegliata, controllata, corretta da altre forze in campo, di cui non importa tanto la grandezza – è meglio che i socialisti non si facciano l’illusione che sarebbe deleteria di diventare un grande partito - , quanto il rigore; non conta tanto il numero dei posti – in fondo in fondo i socialisti di posti ne hanno abbastanza – quanto la chiarezza delle idee; ci si deve preoccupare non tanto della collocazione – la collocazione non può essere che quella che è, la più difficile di tutte le collocazioni, perché nel momento in cui il partito sfugge all’abbraccio mortale della Democrazia cristiana cade inevitabilmente nell’abbraccio mortale del Partito comunista – quanto del programma.
    Mi rendo perfettamente conto che rigore e chiarezza d’idee e programma sono cose difficili. Ma ho ragione di credere che, se il partito non si pone queste mete e non supera queste difficoltà, è destinato a una decadenza che potrebbe anche essere rapida, a uscire di scena come quei personaggi secondari che scompaiono al primo o al secondo atto, quando il dramma è appena cominciato.

    Norberto Bobbio
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  8. #28
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    Predefinito Re: Norberto Bobbio - Scritti e pensieri sul socialismo



    Marxismo e socialismo (1978)



    “MondOperaio”, a. 31, n. 5, maggio 1978, pp. 61-9.


    Intervento nel dibattito sul progetto socialista.



    Uno dei rimproveri che è stato mosso al progetto socialista, anche all’interno dello stesso Partito, è di essere poco marxista o di non esserlo affatto. Così la discussione intorno al progetto è stata un’ennesima occasione per accendere una nuova discussione intorno alla vitalità, continuità, attualità, perennità, validità ecc. del marxismo. Siccome non posso nascondere i miei dubbi sulla opportunità e sulla fecondità di un dibattito impostato in questo modo, mi permetto di fare alcune osservazioni senz’altra pretesa che quella di portare un po’ d’acqua al mulino comune.
    Per dichiarare subito il punto di partenza da cui muovono queste osservazioni, e quindi per non nascondere i loro limiti di fronte a coloro che muovono da un punto di vista diverso, premetto che si tratta di osservazioni di uno che non si considera marxista, almeno nel senso in cui di solito s’intende questa parola, e neppure un marxologo, se per “marxologo” s’intende uno che abbia fatto delle opere di Marx il principale oggetto dei propri studi. Ho letto e riletto Marx, specie le opere storiche e filosofiche, come si legge un classico, come ho letto Platone e Aristotele, Hobbes e Rousseau, Kant e Hegel, o, per venire ai giorni nostri, Pareto e Weber. Non sono marxista come non sono platonico o aristotelico, kantiano o hegeliano. Ho subito il fascino dell’opera di Marx, specie negli anni della liberazione e della ricostruzione, quando tradussi e presentai i Manoscritti economico-filosofici del 1844. Ma non posso passar sotto silenzio che negli stessi anni introdussi la prima traduzione integrale del De cive di Hobbes, di un autore la cui importanza decisiva nella storia del pensiero politico, o meglio nella riflessione sulla nascita dello stato moderno, non era allora riconosciuta come è unanimemente riconosciuta ora. Credo mi abbia attratto nell’uno e nell’altro l’atteggiamento realistico, spregiudicato, disincantato ma non indifferente, di fronte alla crudeltà della storia, alla durezza delle condizioni obiettive che gli uomini devono fronteggiare per sopravvivere, alla necessaria spietatezza dei rimedi che occorrono per non soccombere. Pur essendo consapevole di addurre una ragione psicologica e quindi fragilissima, devo aggiungere che il fascino che Marx ha esercitato su di me per la forza della sua critica delle cose è stato attenuato e talora rovesciato in una sorta di invincibile avversione per l’intolleranza, la maniera sprezzante, sferzante e feroce di cui l’autore della ideologia tedesca e della Sacra famiglia, con il suo fedele amico Engels, ha dato tante prove nella critica degli uomini. A ogni modo non ho mai dubitato che Marx sia un grande pensatore, dal cui pensiero nessuno il cui giudizio non sia ottenebrato da partito preso può prescindere.
    Dico questo non per fare della facile autobiografia che non interessa a nessuno, ma unicamente per spiegare il punto di vista da cui mi metto, che non è quello solito e francamente uggioso delle dispute fra marxisti e non marxisti, cioè fra due partiti presi, e neppure quello dei convertiti (genere che si va diffondendo), cioè di coloro che, essendo stati marxisti e ora non essendolo più, erano tanto puntigliosamente marxofili prima quanto sono puntigliosamente marxofobi ora. Solo coloro che si sono inginocchiati di fronte a un idolo sentono il bisogno di abbatterlo quando si alzano in piedi. Chi non ha mai sventolato il vessillo con su scritto “Tutto in Marx, nulla fuori di Marx, nulla contro Marx”, non sente il bisogno di unirsi al coro dei sudditi ribelli.

    (...)
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  9. #29
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    Predefinito Marxismo e socialismo (1978)

    1. La dottrina e la realtà

    Ritengo che la potenza dell’ingegno di Marx stia soprattutto nella critica più che nel sistema. Ma i seguaci che hanno fatto del suo pensiero un “ismo”, contrariamente alle sue intenzioni (c’è quasi da vergognarsi a ripetere, tanto è diventata trita e banale, la frase di Marx “io non sono un marxista”), hanno dovuto preferire alla critica il sistema, che non c’era, un sistema fra l’altro che è stato ricostruito di volta in volta – non essendo mai esistito – in modo diverso. Sin dai primi anni Marx aveva espresso il proposito di dedicare la propria opera alla critica dell’economia, della politica, della morale, della religione ecc. Cominciò a sbarazzarsi della critica fatta dagli altri, e quindi si diede alla critica della critica, anzi, con quel caratteristico linguaggio a effetto che egli aveva preso dagli stessi giovani hegeliani che criticava, alla critica della critica critica. Rivolse la maggior parte delle sue energie alla critica dell’economia politica, rinviando le altre a un’epoca che non sarebbe mai più venuta, e scrisse un’opera monumentale dedicata alla critica della società capitalistica. Una delle sue preoccupazioni costanti fu la critica delle ideologie, da cui è nato addirittura un nuovo campo di ricerca, la sociologia della conoscenza.
    Ma non si tratta di misurare i meriti e i demeriti di Marx: un’operazione, oltre tutto, che non presumo di saper fare e che va anche al di là dello scopo che mi sono proposto. Si tratta ancora una volta di mettere in evidenza le conseguenze della trasformazione dell’opera di Marx in una dottrina completa o completabile, dalla quale si possano trarre per via deduttiva risposte valide per ogni sorta di problemi; da ultimo, alcuni giuristi italiani di cui conosco la serietà professionale e la sollecitudine, come avrebbero detto i nostri padri, per il pubblico bene, hanno dato vita a una rivista con il proposito di rivendicare l’importanza e l’attualità dell’opera di Marx per lo sviluppo del diritto penale, ossia di una disciplina di cui Marx non si è mai occupato[1]. Sono conseguenze, per il progresso delle scienze sociali, disastrose. Non c’è nulla che scoraggi lo sforzo della ricerca più dell’illusione di poter trarre tutte le risposte da un testo o dalla sua interpretazione.
    Mi dispiace tornare sull’argomento, ma è davvero inesauribile. Vi ritorno, perché non è stata messa nel dovuto rilievo, a mio parere, una tipica deformazione di ogni dottrinarismo che si regge sul principio di autorità e ne favorisce l’utilizzazione: quando la realtà contrasta con la dottrina, il dottrinario, piuttosto di riconoscere che la dottrina ha interpretato male la realtà, tende a dimostrare che è stata interpretata male la dottrina, e finisce per cercare la soluzione del contrasto fra dottrina e realtà non in una nuova interpretazione della realtà ma in una nuova interpretazione della dottrina. Non ho bisogno di aggiungere che operazioni di questo genere mi appaiono, per il progresso della nostra conoscenza, fatica sprecata. Eppure è da un’operazione di questo genere che nascono i diversi marxismi (su cui più oltre): la maggior parte dei diversi marxismi sono nati dalla scoperta di un problema non risolto o risolto in modo insoddisfacente da Marx. Invece di comportarsi come qualsiasi scienziato che cerca di sostituire una teoria adeguata a una teoria inadeguata, il dottrinario segue la strada inversa, quella di sostituire un’interpretazione naturalmente corretta a un’interpretazione naturalmente scorretta della dottrina. Così avviene che nella fortuna di una dottrina ci troviamo di fronte non al succedersi di una teoria a un’altra teoria, ma allo scontro di un’interpretazione del testo con un’altra interpretazione: il che può essere anche interessante ma è spesso, per l’avanzamento delle nostre conoscenze della realtà, inutile, se non addirittura ingombrante.
    Si consideri ad esempio la discussione senza fine sulla dittatura del proletariato che è stata ripresa in Francia quando, nel corso del dibattito al XXII Congresso del Pcf, si è deciso di abbandonare la nozione e di eliminarla appena possibile dallo statuto del partito. Che il problema sia nato dalla constatazione di quello che è avvenuto nell’Unione Sovietica, dove la proclamata e tanto attesa dittatura del proletariato si è trasformata nella dittatura di un partito (o addirittura della classe dirigente del partito), tutti l’hanno capito. Ora, chiunque abbia interesse a capire ulteriormente perché questo sia avvenuto e come si possa fare in modo che non avvenga in altri paesi dove il passaggio dello stato capitalistico allo stato socialista non si è ancora verificato, sarà bene che studi le varie fasi della rivoluzione, quali lotte interne ed esterne abbiano condotto i bolscevichi a prendere il potere, a prenderlo in quel modo ecc. Ecco che invece la discussione parte subito verso la interpretazione dei testi: che cosa intendeva Marx, che cosa intendeva Lenin per “dittatura del proletariato”? Non ho difficoltà ad ammettere che Marx e Lenin intendessero per dittatura del proletariato una cosa molto diversa dalla dittatura di Stalin o di Breznev, e magari anche una cosa molto bella e buona e salutare. Ma parliamoci chiaro: è una magra consolazione. Non invento un caso per dimostrare una tesi: da parte di chi difende la dittatura del proletariato ci si aspetterebbe che sostenesse non essere lo stato sovietico una dittatura, oppure essere una dittatura provvisoria, destinata a finire con la fine del periodo eccezionale dello stato di transizione; e invece no, l’argomento principe, come leggo in un libro recente, il cui autore è un marxista recidivo[2], è il tipico argomento del dottrinario: andare a vedere, citando tutti i testi necessari e qualcuno di più, che cosa aveva inteso Lenin quando aveva parlato della dittatura del proletariato, e mostrare che la intendeva in modo diverso da coloro che vorrebbero non se ne parlasse più. Dopo di che, il lettore ha pure il diritto di dire: bene bene, però non m’importa tanto quello che ha detto Lenin, quanto quello che è realmente avvenuto nel paese della rivoluzione di cui Lenin è stato il grande protagonista. Chi mi garantisce che lo stesso non avvenga in un paese in cui un partito dichiara che lo stato di transizione sarà la dittatura del proletariato? Una buona citazione di Lenin?

    (...)


    [1] Ho precisato il mio pensiero su questo punto in una lettera aperta alla direzione della suddetta rivista: “La questione critica”, a. III, 1977, 3, pp. 425-8.
    [2] Mi riferisco al libro di E. Balibar, Sulla dittatura del proletariato, Feltrinelli, Milano 1978.
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  10. #30
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    Predefinito Marxismo e socialismo (1978)

    2. Quale marxismo?

    Tornando al punto di partenza, si tratta di domandarsi che senso abbia, e in primo luogo se abbia un senso, il dare un giudizio sul progetto socialista sulla base della sua maggiore o minore (mi sia permesso questo parolone) “marxisticità”.
    Prima di tutto bisognerebbe essere d’accordo su che cosa s’intende per marxismo, ovvero se vi sono e quali sono gli elementi in base ai quali si può dire che un programma è marxistico o meno, in secondo luogo se questi elementi siano o non siano oggi accettabili. Ciò vuol dire che, affinché un progetto possa correttamente e proficuamente essere giudicato marxista, occorre in primo luogo che il criterio di giudizio sia consistente, in secondo luogo che valga la pena di adoperarlo nel caso in questione. Poniamo che un critico letterario ritenga che ogni opera di critica letteraria debba essere giudicata in base alla maggiore o minore corrispondenza alla teoria estetica di Croce. Costui dovrà anzitutto spiegare in che cosa consista la teoria estetica di Croce, distinguendola da altre teorie e da altre interpretazioni della stessa teoria, in secondo luogo dimostrare che la teoria estetica di Croce, o l’interpretazione che egli dà della medesima, sono l’unico criterio valido per giudicare della bontà o meno di una critica letteraria. Può esimersi dalla seconda dimostrazione soltanto chi operi all’interno di un universo in cui la assunzione di quel criterio piuttosto che di un altro sia considerata indiscutibile, e quindi la sua applicazione obbligatoria. È il caso del giudice in un sistema giuridico in cui al giudice viene attribuita la funzione di dichiarare il diritto, non di crearlo. In questo caso il dovere del giudice è soltanto di trovare il criterio (vulgo la disposizione legislativa) in base al quale una certa condotta deve essere giudicata, non anche quello di dimostrare la validità del criterio, perché la validità del criterio è presupposta. Mi domando – e domando a coloro che introducono il criterio del marxismo per giudicare il progetto – se il giudizio in questo caso sia paragonabile a quello del giudice o non piuttosto a quello del critico letterario crociano. A me pare che la risposta non sia dubbia: il giudizio su cui ci stiamo confrontando è assimilabile al secondo caso e non al primo. Per assimilarlo al primo bisognerebbe ammettere che non vi è socialismo al di fuori del marxismo (il che è storicamente falso) oppure che il marxismo, anche se non è la sola teoria socialista possibile, è vincolante per gli aderenti a un determinato partito socialista; il che può essere di fatto vero dal momento che non è affatto da escludere che l’obbligo di essere marxisti faccia parte della disciplina di un partito che si richiama al socialismo, ma non è di fatto vero, almeno sino a prova contraria (però questa prova dovrebbe essere fornita da coloro che sostengono il contrario), per il Partito socialista italiano.
    Poiché i problemi sono due, conviene trattarli separatamente. Comincio dal primo, cioè dall’esistenza del criterio. È il problema di che cosa s’intenda oggi per marxismo. Ho l’impressione che la risposta a questa domanda sia diventata sempre più difficile, e comunque sia molto controversa almeno per due ragioni: a) perché vi sono tanti marxismi; b) perché da più parti viene dichiarata con particolare forza, anche nell’ambito della sinistra, la crisi del marxismo. Non voglio dire che i due argomenti siano dirimenti. Voglio soltanto dire che bisogna prenderne atto e discuterli, prima di passare oltre. Non sono dirimenti, ma sono, non si può non riconoscerlo, disturbanti. Infatti se vi sono molti marxismi (e in linea di fatto questa constatazione è indiscutibile) occorre precisare, prima di assumere il marxismo come criterio di giudizio, a qualche marxismo ci si riferisce. Se è vero che c’è in atto una crisi del marxismo (anche questa affermazione in linea di fatto è vera), occorre prenderla di petto e magari rifiutarla, ma soltanto dopo averla dimostrata inconsistente. Quello che si può tranquillamente escludere è che oggi si possa far finta di niente, chiamare in causa il marxismo senza ridefinirlo, senza dichiarare di quale marxismo si voglia parlare, e pronunciare l’accusa di leso marxismo senza occuparsi delle lesioni che il marxismo ha subito in cent’anni di storia e che oggi sono più visibili che mai.
    Che oggi vi siano molti marxismi, più o meno tanti marxismi quanto marxisti, non lo mette in dubbio più nessuno. Io stesso ne ho già parlato e non è il caso di tornarci su. Il marxismo delle chiese ha ceduto il passo al marxismo delle sette e delle scuole, il quale a sua volta si scontra con il marxismo delle grandi personalità (come Ernst Bloch), irriducibili a qualsiasi chiesa o setta o scuola. Ciò su cui si deve però ancora dire qualche cosa non è che vi siano tanti marxismi ma che vi siano dottrine o sette o scuole che, pur richiamandosi al marxismo, sostengono tesi contraddittorie, talmente in contrasto fra loro da essere inconciliabili. Non dico che queste contraddizioni non siano spiegabili: sono spiegabilissime solo che si ponga mente alla complessità dell’opera di Marx, che si estende per la durata di una quarantina di anni e per migliaia e migliaia di pagine, e che prospetta, inevitabilmente, come è noto a tutti gli interpreti, soluzioni diverse rispetto al “che fare?” secondo i tempi e le circostanze. L’argomento per autorità è il più servizievole degli argomenti, come ben sanno i teologi e i giuristi che trovano sempre il testo adatto alla tesi già scoperta in antecedenza. Tanto servizievole che un disputa fondata sull’autorità di un testo finisce soltanto quando il principio di autorità si sposta dal testo all’interpretazione del testo, quando cioè una sola delle possibili interpretazioni è dichiarata autentica e ufficiale dai custodi dell’ortodossia. Tanto servizievole che, salvo il caso dell’esistenza di un interprete autorizzato e riconosciuto, come nell’ambito della Terza Internazionale era Lenin interprete di Marx, e poi Stalin interprete di Lenin, le battaglie di citazioni sono le uniche battaglie in cui non ci sono né vincitori né vinti.

    (...)
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 
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