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Discussione: I templi degli Dei

  1. #101
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    Predefinito Re: I templi degli Dei

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    I sette Dei platenari rappresentati nelle formelle nel campanile di Giotto a Firenze
    Luigi Pellini: I sette Dei pagani rappresentati nel campanile di Giotto
    MERCOLEDÌ 4 MARZO 2015

    I sette Dei pagani rappresentati nel campanile di Giotto
    Le formelle romboidali del campanile di Giotto a Firenze in Santa Maria del Fiore: riferimenti pagani del cristianesimo del basso medioevo!

    Sopra le sette formelle esagonali, che rappresentano la creazione e le prime attività dell’uomo, sono collocate, entro cornici romboidali, le personificazioni dei pianeti. Tra queste la Luna, con le sembianze di una fanciulla che tiene nella mano destra una fontana ed è seduta sulle acque; Saturno, che tiene con la mano sinistra Crono, suo figlio, il tempo e nella mano destra, la ruota del tempo.



    1. Saturno, con la ruota del tempo (collaboratore)
    2. Giove, nelle vesti cristiane di un monaco con il calice e la croce, simboli della fede (collaboratore)
    3. Marte, nelle vesti di un guerriero a cavallo (collaboratore)
    4. Sole, impersonato da Apollo, giovane coronato con scettro e disco solare (collaboratore)
    5. Venere, principio universale di generazione, che sostiene con la destra una coppia di amanti (Nino Pisano)
    6. Mercurio, con il segno dei gemelli (Nino Pisano)
    7. Luna, che assisa sulle onde, allusione al suo influsso sulle acque, tiene nella mano destra una fontana (collaboratore)



    Schema formelle lato ovest

    Non serve aggigere nessuna considerazione è tutto chiaro!

    •   Alt 

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  2. #102
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    Predefinito Re: I templi degli Dei

    LE CHIESE DENTRO I TEMPLI. IL NUOVO VOLTO DEL SACRO

    Nel 313, con l’Editto di Milano, l’imperatore Costantino concesse la libertà di culto in tutto l’impero, mettendo fine a secoli di persecuzioni contro i Cristiani. Ma Roma era ancora una città prevalentemente pagana e così gli edifici funzionali alla preghiera e ai riti della nuova religione furono costruiti inizialmente in periferia. La situazione tuttavia mutò rapidamente e l’Editto di Tessalonica che nel 380 proclamò il Cristianesimo religione di Stato inaugurò il dominio del nuovo culto in un clima di rivincita nei confronti degli antichi dèi pagani.
    Le nuove chiese si ispirarono alle basiliche dell’antica Roma – grandi edifici pubblici con funzioni giudiziarie e commerciali ma non cultuali – da cui mutuarono il nome e la forma architettonica. I templi non potevano infatti servire da modello, in quanto legati a una fede proibita, che un atteggiamento superstizioso portava ormai a considerare diabolica. Si inaugurava una fase di forte ostilità, in cui la distruzione dei luoghi che avevano ospitato riti di adorazione dei “demoni” pagani era vista con favore, nel suo valore simbolico di trionfo della nuova religione.
    Solo più tardi, tra il V e il VI secolo, quando il Cristianesimo consolidò definitivamente la sua supremazia, l’avversione nei confronti degli antichi edifici, abbandonati o in rovina, residui di un’epoca ormai lontana, scemò e si diffuse la pratica di purificare i templi pagani per trasformarli in chiese cristiane.
    Molti luoghi di Roma conservano ancora le affascinanti tracce di questo momento di transizione e alcuni edifici suggestivi permettono di leggere nel proprio tessuto quelle trasformazioni architettoniche che, come uno specchio, riflettono fedelmente la fine di un’epoca e l’inizio di un mondo nuovo....
    La chiesa di San Lorenzo de’ Speziali in Miranda
    si trova nel Foro Romano, all’interno del tempio che nel 140 d.C. l’imperatore Antonino Pio fece erigere in onore della consorte Faustina e in cui fu venerato egli stesso, dopo la sua morte. Tra il VII e l’VIII secolo d.C., la cella interna fu trasformata in chiesa e dedicata a San Lorenzo, per ricordare il luogo in cui il martire venne condannato a morte. Nel 1430, Papa Martino V concesse l’edificio all’Università degli Speziali, che ne hanno ancora la giurisdizione. La denominazione “in Miranda” si riferisce alla mirabile vista sul Foro. Dell’antico tempio sono attualmente visibili le dieci colonne del portico antistante la facciata seicentesca in laterizio, opera di Orazio Torriani. L’interno, visitabile solo il giovedì, ospita celebri opere quali il Martirio di San Lorenzo di Pietro da Cortona e la Madonna col Bambino e Santi del Domenichino.
    Via in Miranda, 10
    Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma - Urp - La Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l?Area archeologica centrale di Roma
    Vicariatus Urbis

  3. #103
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    Predefinito Re: I templi degli Dei

    MARTEDÌ 27 GIUGNO 2017

    La magia dei Gonzaga
    Risultati immagini per Palazzo san sebastiano mantova sala del crogiolo




    I Gonzaga hanno legato indissolubilmente il loro nome, la loro storia e la loro fortuna alla città di cui divennero Signori da quel 16 Agosto 1328, giorno in cui il capostipite della dinastia, Luigi, con la sua astuzia e con la sua ferocia eliminò Passerino Bonaccolsi e prese possesso di Mantova.
    Mantova che da quasi duemila anni custodisce fra le sue mura la più preziosa reliquia di tutta la Cristianità: il Preziosissimo Sangue di Gesù Cristo, il Sangue del Re dei Re, il “Sang Real”,
    portato a Mantova, dalla Palestina, da Longino, il soldato romano che trafisse con la propria lancia il costato di Cristo. A seguito delle persecuzioni dei Romani lo stesso nascose nell’orto dell’ospedale per i pellegrini (ove attualmente sorge la Basilica di S. Andrea) il Sangue di Cristo, prima di essere ucciso per decapitazione il 2 dicembre del 37 d.C. Passarono diversi secoli prima che nel 804, S. Andrea, apparso in sogno ad un fedele, indicasse ove era nascosta la Reliquia; il Papa Leone III saputo della scoperta si recò a Mantova con l’ Imperatore Carlo Magno ove accertò la veridicità del ritrovamento tanto che l’Imperatore riportò con sé a Parigi una particella del Preziosissimo Sangue per collocarla nella Cappella Reale.
    Successivamente nel 923 o 924 le reliquie furono di nuovo nascoste temendo l’invasione degli Ungari e solo nel 1048, S. Andrea riapparve in sogno al mendicante tedesco Adalberto indicandogli dove ritrovare la Reliquia che era stata nascosta nell’orto di S. Andrea (nel luogo in cui era posto l’ospedale dei pellegrini, dedicato poi a S. Maddalena, era nel frattempo sorto un oratorio).
    Signori di Mantova in quel periodo erano Bonifacio di Canossa e la moglie Beatrice di Lorena, genitori di colei che sarà chiamata la vice-regina d’Italia Matilde di Canossa, i quali parteciparono al ritrovamento. Da quel momento e fino al 1848 il Preziossimo Sangue rimarrà ininterrottamente
    custodito fra le mura della chiesa di S. Andrea a Mantova.
    E i Gonzaga ? Essi probabilmente ritenevano di essere la “stirpe” destinata, per nobiltà, purezza, discendenza a custodire per diritto divino il “Sang Real”.
    Tale riconoscimento viene a mio parere “consacrato” di fronte a tutte le famiglie nobili d’Europa quando l’Imperatore Sigismondo di Lussemburgo, legato ai Cavalieri Teutonici e Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri del Dragone (si dice l’ordine cavalleresco più antico al mondo), di ritorno da Roma dove era andato per farsi cingere della corona imperiale si ferma a Mantova il 22 settembre 1433 ad investire del titolo di Marchese dell’Impero Gianfrancesco Gonzaga e per dare ai Gonzaga un nuovo stemma araldico molto interessante, come lo descrivono le cronache di allora “…li diede uno scudo con l’arma delle quattro aquile in campo bianco, distinto da una croce rossa (n.d.a.Croce rossa patente)…”. Ora, se le aquile inquartate nello stemma stanno a significare la sottomissione dei Gonzaga all’Impero , neppure il maggior esperto di araldica gonzaghesca da me interpellato ha saputo rispondere alla domanda sul significato della croce rossa patente. Tutti sanno che la croce rossa patente in campo bianco era l’emblema con il quale si riconoscevano i Templari, pertanto ritengo che l’inserimento di tale segno nello stemma araldico stesse ad indicare “a coloro che sapevano” che i Gonzaga erano legati con i discendenti dell’Ordine Templare: i cavalieri del Priorato di Sion !
    A rafforzamento di tale tesi bisogna dire che circa cento anni dopo, nel 1527, diventa Gran Maestro del Priorato di Sion (secondo quanto scritto nei “dossier segreti” custoditi nella Biblioteca Nazionale di Parigi) Ferrante Gonzaga, personaggio di primo piano nella storia italiana del Cinquecento, figlio di Isabella d’Este, la Signora del Rinascimento, che sarà Vicerè di Sicilia e poi Governatore di Milano per conto dell’Imperatore Carlo V e capitano delle sue truppe. Egli sarà anche il primo italiano ad essere insignito dell’onorificienza del Toson d’Oro.
    Successivamente un altro Gonzaga diventerà Gran Maestro dell’Ordine del Priorato di Sion:
    Luigi di Gonzaga – Nevers. Vorrei soffermarmi anche in questo caso sull’importanza dello stemma araldico di questa famiglia che era costituito, stranamente, dall’insieme degli stemmi araldici
    delle famiglie che si erano imparentate con i Nevers ed i Gonzaga( i Cleves, i La Marck, gli Artois e poi ancora Brabante, Borgogna, Rethel, Albret-Orval, Alençon, Boemia, Aragona, Bar, Sassonia, fior fiore della nobiltà europea) ed in cui erano inquartati i tre stemmi araldici che indicavano una discendenza imperiale-divina: l’Aquila di Bisanzio, la Croce di Costantinopoli e la Croce di Gerusalemme.
    Se prendiamo atto che l’araldica in quell’epoca era un “scienza esatta” e che niente veniva inserito negli stemmi senza un preciso significato, occulto o palese, possiamo capire l’importanza di quanto sopra descritto e ad ulteriore conferma di quanto detto, vorrei citare la conclusione tratta da F. Cadet de Gassicourt e dal Barone Du Roure de Pauline nel loro libro “L’ermetismo nell’arte araldica” (Ed. Arkeios): “…che, anche per tutte le armi la cui origine ci è attualmente sconosciuta, un’idea abbia per forza dovuto presiedere alla loro scelta…Partendo dunque dal principio che nel Medio Evo molti personaggi, non dei minori, fossero affiliati a sette occulte - Templari, Rosacroce, antichi massoni, ecc.- abbiamo supposto, non senza verosimiglianza, che la maggior parte dei membri di quelle società segrete abbiano nel loro blasone dei simboli che permettessero di farsi riconoscere fra di loro, senza fare scoprire ai profani ciò che doveva restare nascosto…”
    I Gonzaga, inoltre, si dichiaravano discendenti dalla stirpe merovingia. A riprova di ciò alcuni anni fa fu battuto ad un asta un gigantesco albero genealogico dei Gonzaga che iniziava indicando come capostipite addirittura Genebaldo, antenato di Meroveo fondatore della dinastia merovingia,
    appartenente alla stirpe dei Franchi Sicambri, Primo duca dei Franchi Occidentali, morto nel 356 o nel 358.E’ chiaro che il discendere dalla stirpe merovingia era importantissimo per i Gonzaga, poiché se i Merovingi discendevano direttamente dalla stirpe di Gesù Cristo ( come è anche teorizzato nel libro di Baigent, Leigh e Lincoln: “Il Santo Graal”) allora anche nelle vene dei Gonzaga scorreva il “Sang Real”,quindi si sentivano legittimati a custodire il “Preziosissimo Sangue” .
    Numerosi altri sono gli elementi di collegamento fra i Gonzaga ed il Santo Graal,basti pensare all’attrazione che essi avevano per il primo grande romanzo della cultura occidentale, quello riguardante Re Artù ed i Cavalieri della Tavola Rotonda, ove erano presenti tre temi: La Dama, il Re ed il Graal, tanto da custodire nel loro palazzo un’importante biblioteca di codici cavallereschi e di manoscritti narranti le gesta di Lancillotto, Parsifal ed i Cavalieri della Tavola Rotonda. Oppure basti osservare visitando palazzo Gonzaga a Mantova la sala detta “del Pisanello”, così chiamata dal nome dell’autore che dipinse gli affreschi e le sinopie che coprono le pareti di questo magnifico ambiente (che sembra fosse destinato in passato a sala delle riunioni dei cavalieri più importanti del ducato oppure di qualche ordine cavalleresco sconosciuto) rappresentanti alcune scene del torneo di Louverzep tratte dal romanzo “Queste du Graal”.
    L’articolo di Marcuzio Isauro “Et in Arcadia ego”, apparso sul n. 2 di questa Rivista ed in particolare il paragrafo riguardante “I Conti di Collalto”, hanno evidenziato incredibili coincidenze fra la storia dei Collalto stessi e quella dei Gonzaga, a partire dal rapporto con Sigismondo di Lussemburgo, il Toson d’Oro, i Merovingi, oltre al fatto che le famiglie strinsero anche legami di parentela nel corso dei secoli poichè Scipione I Collalto sposò Eleonora Gonzaga e una Collalto, Silvia, si unì in matrimonio con Federico Gonzaga. Ma è soprattutto quel senso di appartenenza a quelle che io chiamo “le famiglie del Graal”, la cosa che più le unisce..
    Ritengo infatti che siano esistite ed esistano tuttora in Europa, famiglie di antichissima nobiltà, legate fra di loro, oltre che da vincoli di parentela, anche da un legame fortissimo dovuto al fatto di ritenere di essere discendenti della “Stirpe Divina”, la Stirpe del “Sang Real”.
    Alberto Cavazzoli
    Articolo tratto dal numero 5 della rivista “Templari” – Edizioni Trentini
    Lo stemma araldico è tratto dal libro “Araldica Gonzaghesca” di Giancarlo Malacarne – Il Bulino Editore

    PUBBLICATO DA LUIGI PELLINI A 04:18

  4. #104
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    Predefinito Re: I templi degli Dei

    Un articolo sul Paganesimo mediterraneo apparso su Repubblica
    Perché dobbiamo imparare dagli dei
    di Maurizio Bettini - 02/04/2014

    Fonte: La Repubblica



    Il politeismo di greci e romani tollerava le religioni degli altri Così Marte e le divinità dell’Olimpo possono ancora darci lezioni
    Affermare che la religione dei Greci e dei Romani è superata corrisponde né più né meno a dichiarare che la poesia di Omero o quella di Virgilio sono superate. Affermazioni che potevano avere un senso al tempo della «querelle des anciens et des modernes», ma che difficilmente lo avrebbero oggi. In realtà, da molto si è compreso che i prodotti della cultura non si misurano sul parametro del tempo o dell’evoluzione, e questo vale anche per la religione. Sappiamo bene quanto colonialismo, quanto eurocentrismo si nascondeva dietro il paravento di certe gerarchie evolutive.
    La religione greca e romana è semplicemente un’altra religione, o meglio una religione, tanto quanto lo sono lo shintoismo o l’islam. Eppure nella percezione comune essa non è affatto considerata tale. [...] Gli dei che furono venerati e onorati da due civiltà, e che sono stati al centro di organizzazioni sociali, culturali e intellettuali molto complesse, si sono infatti ridotti a personaggi di una generica «mitologia», semplici attori di racconti fantastici. Gli esiti di questa metamorfosi, realizzatasi molti secoli fa, sono peraltro ancora ben visibili nella cultura comune (per fare un esempio, alle voci «Minerva» e «Iuno» Wikipedia recita: «divinità della mitologia romana»). Eppure già Leopardi aveva rilevato quanto vano fosse il ricorso a questa «mitologia » classica, «giacché non abbiamo noi colla letteratura ereditato eziandio la religione greca e latina ». Non diversamente, anche le antiche statue di culto si sono trasformate in generiche opere d’arte, quelle Afrodite o quei Dioniso di cui contempliamo la bellezza e talvolta ammiriamo gli autori, senza pensare però che tali immagini erano chiamate a rappresentare divinità, non personaggi del “mito”. Tutto il resto, ossia quel complesso sistema di relazioni che nel mondo greco e romano legava fra loro uomini e dei, ha assunto il ruolo di oggetto di studio - ma per la verità si è conquistato questo status faticosamente, e in modo del tutto autonomo solo a partire dal XIX secolo. In conclusione potremmo dire con Heinrich Heine che gli dèi antichi sono stati «esiliati»: ma non «nell’oscurità di templi in rovina o nell’incanto dei boschi», come quelli evocati dal poeta tedesco, ma dentro le Università e negli Istituti di ricerca. [...] Ecco dunque, in breve sintesi, le ragioni per cui l’antico politeismo non è più una fonte di ispirazione viva per la cultura moderna e contemporanea, come invece continuano a esserlo la filosofia o il teatro dei Greci e dei Romani. Con ciò non intendiamo affermare che siano mancati poeti, filosofi o scrittori moderni i quali, in qualche momento della loro vita, hanno propugnato i valori del politeismo. [...] In una lettera a Max Jacobi, Goethe dichiarava ad esempio che in quanto artista si sentiva “politeista” (così come in quanto scienziato naturale si sentiva “panteista” e in quanto persona morale “cristiano”). […] La “religione sensibile” cui dovrebbe dare alimento questo programmatico “politeismo dell’immaginazione e dell’arte” altro non è, in definitiva, se non la poesia. Ben diverso il caso di Friedrich Nietzsche, che nella sua polemica anticristiana si appellerà invece al politeismo come esercizio preliminare alla nascita dell’individualismo. «Un dio» scriveva «non era la negazione o la bestemmia di un altro dio! Qui per la prima volta furono permessi individui, qui per la prima volta si onorò il diritto degli individui. L’inventare dei, eroi, superuomini di ogni specie […] costituì l’inestimabile propedeutica alla giustificazione e dell’egoismo e della sovranità del singolo». Il politeismo come incunabolo della morale, ovviamente nel senso in cui Nietzsche la intendeva.
    Nel corso del Novecento il politeismo avrà invece una notevole vitalità in qualità di rappresentazione (o meglio, ancora una volta, in qualità di metafora) a carattere psicologico. Scriveva Carl Gustav Jung: «Ciò che noi abbiamo superato sono però soltanto i fantasmi delle parole, non i fatti psichici che furono responsabili della nascita delle divinità. Siamo ancora così posseduti dai nostri contenuti psichici autonomi come se essi fossero divinità. Ora li chiamiamo fobie, coazioni, e così via, in una parola, sintomi nevrotici. Le divinità sono diventate malattie, e Zeus non governa più l’Olimpo, ma il plesso solare». Sarà proprio da queste affermazioni di Jung (ma non forse dalla loro ironia) che prenderà dichiaratamente ispirazione il programma psicologico di James Hillman, inteso a riconoscere gli dei come essi stessi patologizzati […].
    Ricorrendo a esempi tratti perlopiù dalla religione romana, abbiamo dunque scelto di puntare su quegli aspetti del politeismo che, se trasferiti nelle nostre società, potrebbero contribuire a ridurre uno dei molti mali che continuano ad affliggerle: il conflitto religioso, e assieme ad esso quel variegato spettro di ostilità, riprovazione, indifferenza che tuttora avvolge agli occhi degli “uni” le divinità onorate dagli “altri”. [...] Marte ad esempio, che tutti conosciamo come dio della guerra, può essere invocato anche per garantire la felice riuscita delle messi o la buona salute del bestiame. A prima vista queste diverse attribuzioni sconcertano - perché mischiare guerra, fertilità dei campi e salute dei buoi? Il fatto è che questi momenti sono accomunati da uno stesso tratto: il pericolo. Pericoli della guerra, quando si va in battaglia, pericoli delle calamità atmosferiche, quando le messi stanno crescendo, pericoli della selva, quando il bestiame va in pastura. Ecco che in tutti questi casi è chiamato a intervenire lo stesso dio, il bellicoso Marte. Tornare a tessere questa antica rete, segmentando e ricomponendo la realtà secondo le linee indicate dalle religioni classiche, offre uno stimolo prezioso per chiunque abbia voglia di pensare il mondo in modo diverso da come normalmente ci viene presentato.


    Luigi Pellini: Un articolo sul Paganesimo mediterraneo apparso su Repubblica

  5. #105
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    Predefinito Re: I templi degli Dei

    Il momte da cui i sacerdoti etruschi interpretavano i fulmini
    Scoperto un tempio etrusco sul Monte Giovi, da lì osservavano i fulmini
    In un libro i risultati degli scavi compiuti dall’Università di Firenze: i sacerdoti guardavano il cielo per predire il futuro, ma la loro religione è ancora un mistero
    Risultati immagini per Monte Giovi tempio dedicato a giove
    Monte Giovi

    Luigi Pellini: Il monte da cui i sacerdoti etruschi interpretavano i fulmini

  6. #106
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    Predefinito Re: I templi degli Dei

    Chiesa di Santa Sofia a Padova costruita sopra un tempio pagano, probabilmente dedicato a Mitra





    All’interno della chiesa nei sotterranei i trova una cripta con costruzione delle strutture arcaiche.
    La sua origine è ancora prima alla Chiesa Cattolica Romana.
    Vicino alla chiesa passa il fiume Bacchiglione e sembra che questo grande tempio esistente prima della chiesa di Santa Sofia si collegasse con un altro tempio antico che si supponga si trovasse al di là del fiume.
    Questo collegamento era stato fatto con una galleria sotterranea che collegava i due siti.

    Nella Basilica di San Marco a Venezia esiste una cripta molto assomigliante nella forma e nelle dimensioni alla cripta della Chiesa di Santa Sofia.
    La cripta è stata rinvenuta negli anni ’50, mentre la la basilica di San Marco risale alla data del 1063.

    Tutte le nicchie semicircolari fatte con dei mattoni con la tecnica a spina di pesce, testimoniano che le maestranze e le persone che hanno costruito questo tempio siano state di origine veneziana.
    Questa grande chiesa fu costruita nel XII secolo sulle rovine di un tempio pagano probabilmente dedicato al culto del dio Mitra. La trasformazione da tempio pagano a tempio di culto cristiano sembra sia stata fatta ad opera di San Prosdocimo, in epoca paleocristiana.
    San Prosdocimo di Padova, fu discepolo di San Pietro apostolo e da lui consacrato vescovo. Visse nel I secolo. San Prosdocimo fu l’evangelizzatore del Veneto. Morì in tarda età a Padova vicino all’anno 100. Le sue spoglie sono venerate nel sacello a lui dedicato, una delle più antiche costruzioni della città. San Prosdocimo è patrono di Padova insieme ai santi Antonio, Giustina e Daniele.
    L’attuale edificio in pietre, di stile romanico, venne costruito tra il 1106 e il 1127 e si evidenzia dalla visione della facciata inclinata (dovuta a un cedimento delle fondamenta).
    La chiesa all’interno è suddivisa in tre navate, si nota molto bene il recupero dei materiali da costruzione di origine romani, sistema diffusissimo al tempo della costruzione.
    Ad operare in questa chiesa venne anche il Mantegna arrivato negli anni 1448-1450,
    dopo aver operato anche nella basilica di S.Antonio.
    Inizialmente si appoggiava al collega Pizzolo che, come Mantenga aveva frequentato

    https://padova.wordpress.com/2008/08/22/la-chiesa-di-santa-sofia-a-padova/


  7. #107
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    Predefinito Re: I templi degli Dei

    Le origini pagane della Trinità Cattolica



    La dottrina della trinità non è biblica e non è insegnata nelle Scritture ebraiche (Antico Testamento).

    Gli Ebrei e i primi cristiani non conoscevano alcuna trinità, la dottrina trinitariana è nata solo dopo il Concilio di Nicea del 325 D.C. prima nessun cristiano conosceva tale dogma tantomeno gli apostoli.A questo aggiungiamo il fatto che il termine Trinità sia totalmente assente nella Bibbia,sottolineando come,invece,questo fosse caro a tutte le civiltà pagane.La trinità è una dottrina e una parola molto cara ai pagani e alle religione pagane da quella egiziana a quella buddista,passando per la fenicia e la babilonese.In basso potete vedere alcune raffigurazioni di trinità pagane:



    La trinità egizia: Iside Osiride Orus


    La trinità capitolina Giove giunone Minerva

    Trinità induista ovvero la Trimurti: Sarasvati, Lakshmi e Parvati

    Trinità babilonese: Marduk, Ishtar e Nabu




 

 
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