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Discussione: La Malfa e Nenni

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    Predefinito La Malfa e Nenni



    di Leo Valiani – “Nuova Antologia”, a. 121, Fasc. 2160, Ottobre-Dicembre 1986


    Questo articolo di Leo Valiani per la “Nuova Antologia” segue il filo della relazione introduttiva tenuta da Leo Valiani, alla sala del Cenacolo della Camera dei Deputati, il 7 ottobre 1986, per il convegno dedicato congiuntamente dalla Fondazione Nenni e dall’Istituto Ugo La Malfa al tema: “Ugo La Malfa e Pietro Nenni: passato e futuro della democrazia in Italia”.


    Pietro Nenni e Ugo La Malfa si conobbero a Roma nella drammatica estate del 1943. Mussolini era stato licenziato e Badoglio, che il re aveva nominato alla testa del governo, doveva far uscire l’Italia dalla guerra disastrosamente perduta. La libertà di stampa e di riunione non era stata ripristinata, ma i partiti antifascisti ricominciavano ad operare senza essere perseguitati come sotto la dittatura fascista. Nel Comitato che, essendosi coalizzati un po’ già alla vigilia e ancor più dopo il 25 luglio, i partiti antifascisti, ricostituitisi ancora nella clandestinità, avevano formato, Nenni, tornato dal confino di polizia di Ponza, rappresentava il partito socialista, La Malfa il partito d’azione.
    L’uno e l’altro avevano in comune di essere, da sempre, militanti antifascisti e fautori convinti, accesi, della soluzione repubblicana della crisi politica aperta dalla sconfitta del regime. Il fascismo era andato nel 1922 al governo su chiamata del sovrano – che aveva rifiutato di opporre lo stato d’assedio alla marcia su Roma delle squadre fasciste – e rimase al potere per vent’anni con l’avallo dello stesso re, firmatario di tutta la legislazione liberticida e totalitaria, non escluse le leggi razziali, e delle dichiarazioni di guerra.
    Per il partito socialista e per il partito d’azione era evidente che le radici del fascismo non si sarebbero potute estirpare, neppure dopo l’auspicata disfatta della Germania nazista, che per intanto – come gli antifascisti prevedevano – si preparava ad occupare militarmente l’Italia, nel momento in cui questa avesse concluso l’armistizio con gli anglo-americani. La riconquista delle libertà democratiche non sarebbe stata salda e durevole qualora la monarchia, dietro la quale si sarebbero raggruppate tutte le forze reazionarie del paese, non fosse stata eliminata con libera decisione del popolo italiano.
    Il partito socialista e il partito d’azione si distinguevano dagli altri partiti della coalizione antifascista (alla quale lo storico partito repubblicano, ricostituitosi in ritardo, non volle prender parte, per non trovarsi insieme a partiti che potevano avere legami con la monarchia) precisamente perché della lotta per il mutamento istituzionale facevano una questione irrinunciabile di principio. Il partito comunista mirava anch’esso all’avvento della repubblica, ma non faceva una pregiudiziale. Gli altri partiti dell’alleanza antifascista – la democrazia cristiana, il partito liberale e la democrazia del lavoro (che esisteva, di fatto, solo a Roma, ma non nel resto del paese) – non si erano ancora pronunciati sulla questione istituzionale.
    Il repubblicanesimo che Nenni e La Malfa incarnavano con particolare ardore nei loro rispettivi partiti (unanimi su questo punto, al di là delle altre divergenze che li travagliavano) aveva naturalmente origini diverse e, in parte, anche prospettive diverse. Nato nel 1891, cresciuto in condizione di povertà affittiva, Nenni aveva aderito giovanissimo al partito repubblicano che nella sua terra – le Romagne – non solo aveva tradizioni rivoluzionarie mazziniane, ma continuava a propugnare una rivoluzione politica, all’occorrenza violenta, contro la permanenza della monarchia. Nenni stesso aveva attivamente partecipato, salendo sulle barricate, a questa lotta rivoluzionaria, al fianco dei socialisti di sinistra, capeggiati allora da Mussolini e dagli anarchici, nel 1911 in opposizione all’impresa libica e nel ’14 durante la settimana rossa.
    Anche l’interventismo del 1914-15, da lui condiviso al pari della grande maggioranza dei repubblicani, il servizio militare in guerra e l’antibolscevismo dell’immediato dopoguerra non attenuarono la sua dura intransigenza nei confronti della monarchia. Convertitosi al socialismo classista, Nenni aderì nel 1921, come risposta alla reazione politica e poliziesca che si serviva già del nascente fascismo, al partito socialista e, allorché esso si scisse di nuovo dell’ottobre 1922, rimase col suo tronco maggioritario, massimalista, che aveva espulso l’ala riformista colpevole di essersi pronunciata per l’ingresso in un governo democratico che – illudendosi – lo stesso Filippo Turati sperava che il re avrebbe potuto nominare per la difesa delle libertà statutarie minacciate dal fascismo.
    Non tenteremo di ricostruire tutta l’attività politica di Nenni nel partito socialista, del quale diventò uno dei capi già nel 1923, opponendosi alla progettata fusione col partito comunista, e il vero capo, dopo alterne vicende, in esilio, con la riunificazione coi riformisti, da lui auspicata sin dal ’25. Ora si può leggere utilmente la ben documentata biografia che Tamburrano ce ne ha dato. Nell’ascesa di Nenni contarono, ovviamente, soprattutto le sue doti politiche, il suo eccezionale fiuto, la sua conoscenza delle masse, le sue grandi capacità di oratore e di giornalista, il suo coraggio e la sua tenacia di combattente. Contò, altresì, la lucidità dell’analisi politica che aveva fatto del periodo 1919-24, con la critica delle occasioni mancate dal movimento operaio e dall’antifascismo.
    C’era stata, a giudizio di Nenni, una situazione rivoluzionaria nell’Italia del 1919-20, così come c’era stata in alcuni altri paesi europei, ma il partito socialista italiano aveva reso impossibile ch’essa avesse uno sbocco positivo, mettendo contro la classe operaia tutti gli altri ceti sociali – ivi compresa la grande massa, d’estrazione prevalentemente contadina o piccolo-borghese, degli ex-combattenti – spaventati dall’adozione socialista del modello sovietico di dittatura del proletariato. La via da battere sarebbe potuta essere, invece, quella di una rivoluzione democratica repubblicana, adombrata nella proposta, avanzata dalla Confederazione generale del lavoro nel ’18, di convocazione di una Costituente, alla quale molti ex-combattenti, a cominciare dai repubblicani, ma non essi soltanto, avevano guardato con simpatia. Per quella strada sembrava a Nenni che si sarebbe potuto giungere ad una rivoluzione socialista italiana diversa dall’esempio sovietico di cui cominciavano già ad essere note le conseguenze della dittatura oppressiva di un solo partito, di terrore e di miseria permanente. I massimalisti rifiutarono, però, la Costituente, reputata una soluzione borghese dacché i bolscevichi l’avevano soppressa in Russia. Alcuni dei riformisti politici, a differenza di alcuni dei riformisti del movimento sindacale o vicini ad esso, che non insistettero, comunque, nella loro proposta, erano scettici al riguardo, in partenza, non credendo alla possibilità e in fondo neanche all’importanza dell’eliminazione della monarchia. Durante la crisi provocata dall’assassinio del loro intransigente segretario, Giacomo Matteotti, nel 1924, tutti i riformisti confidarono nel re, che avrebbe dovuto licenziare il capo del governo, visibilmente corresponsabile, in qualche modo, del delitto. In verità, Nenni, direttore in quel momento, a Milano, dell’ “Avanti!”, aveva proposto nel giugno ’24 ai massimalisti e ai comunisti di fare appello ad uno sciopero generale ad oltranza, ma non era stato ascoltato. La disfatta dello sciopero generale antifascista dell’estate del ’22 pesava ancora troppo sugli stessi organizzatori e militanti operai. La mancanza di iniziativa – in tutti i campi – delle opposizioni, ritiratesi sull’Aventino, salvò il governo fascista.
    Nell’insistenza sulla necessità di imparare dagli errori e dalle carenze d’un passato recente, Nenni coglieva indubbiamente nel segno. In esilio, il partito socialista riunificato fece propria, col consenso tanto dei riformisti quanto di una parte dei massimalisti, la prospettiva d’una lotta rivoluzionaria al fascismo e dell’avvento di una repubblica democratica, che Nenni, che sin dalla sua collaborazione, nel 1926, con Carlo Rosselli, col quale diresse la rivista “Quarto Stato”, palestra di idee di rinnovamento, aveva delineato fra i primi. I socialisti rimasti attivi in Italia – dal carcerato Sandro Pertini al confinato Giuseppe Romita e al futuro carcerato Rodolfo Morandi – erano sulle medesime o analoghe posizioni.
    Per quanto acuta e chiaroveggente possa essere la sua percezione della realtà, chi si batte in una lotta senza quartiere – e questo era il caso dei fuorusciti maggiormente impegnati, fra i quali Nenni figurava in prima fila – è difficile che riesca ad evitare di essere influenzato, nella sua analisi e nelle sue previsioni, dall’andamento, per sua natura sempre pieno di sorprese, della lotta stessa e dal posto che via via vi occupa.

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    Predefinito Re: La Malfa e Nenni

    Con l’avvento al potere di Hitler nel 1933 e con la minaccia che la Germania nazista costituì ben presto sia per le democrazie, a cominciare da quella – la Francia – che dava asilo, più d’ogni altro paese, ai fuorusciti italiani, sia per l’Unione Sovietica, la situazione politica europea cambiò repentinamente. La crisi economica aveva spinto il pendolo, senza trovare serie resistenze, verso l’estrema destra in Germania. Il riarmo deciso dal governo nazista e la galvanizzazione dei movimenti parafascisti (e, ovviamente, nel 1935, l’invasione dell’Abissinia da parte delle forze armate di Mussolini) spinsero il pendolo a sinistra in Francia e in qualche altro paese, segnatamente nella Spagna in cui ferveva dal 1931 la battaglia fra la rivoluzione repubblicana e la controrivoluzione.
    All’indomani del violento tentativo, non riuscito, ma che diede luogo alla formazione d’un governo orientato in senso conservatore in luogo del precedente governo radical-socialsita, che l’estrema destra aveva compiuto a Parigi, il 6 febbraio 1934, per mettere termine al sistema democratico-parlamentare, il partito socialista francese, che aveva in Lèon Blum un capo di profondi convincimenti antifascisti e antinazisti, propose al partito comunista di affrontare insieme la minaccia. Dopo brevi esitazioni, i comunisti francesi accettarono la proposta. Il partito comunista sovietico che, attraverso la Terza Internazionale, in precedenza li aveva indotti o costretti al più rigido settarismo antisocialista, li incoraggiò adesso in una nuova virata, questa volta nel senso dell’unità di fronte per la difesa della democrazia e delle democrazie. Il governo sovietico, che aveva sottovalutato fino al ’33 la minaccia nazista, ora si rendeva conto della sua gravità e intendeva correre ai ripari attraverso la conclusione d’un patto di mutua assistenza militare con la Francia, seguito da un analogo patto con la Cecoslovacchia.
    Al patto d’unità d’azione fra il partito socialista francese e il partito comunista francese, allargato, l’anno dopo, con l’adesione del partito radicale, il tradizionale partito di governo della Francia repubblicana, nel fronte popolare, tenne dietro nello stesso 1934 la conclusione dell’unità d’azione fra il partito socialista italiano e il partito comunista italiano. Analogo svolgimento ebbe luogo in Spagna. I risultati si videro rapidamente. Dopo anni di lacerazioni, il movimento operaio ricominciò ad avanzare impetuosamente. Diviso esso era stato sconfitto, unito marciava verso la vittoria. In Francia e in Spagna, il fronte popolare vinse nel 1936 le elezioni, seguite dall’irresistibile occupazione operaia della fabbriche nel primo caso e da un movimento rivoluzionario travolgente nel secondo. Nell’emigrazione economica italiana, formata in Francia da quasi un milione di persone, soprattutto lavoratori manuali, l’unità d’azione fra socialisti e comunisti diede un grande slancio a questi due partiti.
    Per lunghi anni Nenni aveva potuto parlare solo a modeste riunioni di socialisti fuorusciti e i suoi comizi, con un pubblico di regola limitato, erano spesso violentemente disturbati dai comunisti, che gli rimproveravano di essere stato il fondatore del fascio di Bologna. Adesso poteva rivolgersi indisturbato, da quell’efficacissimo oratore che era, a molte migliaia di lavoratori. Cinquantamila d’essi presero in Francia la tessera dell’Unione Popolare Italiana, formata dai comunisti con l’adesione di alcuni socialisti, che avevano Nenni alla loro testa. L’Unione Popolare Italiana pubblicò anche un quotidiano, abbastanza diffuso, “La voce degli italiani”, che ebbe Nenni fra i suoi collaboratori. Altri socialisti, dal vecchio Modigliani che, da pacifista, paventava il bellicismo antihitleriano dei comunisti, ad Angelo Tasca, l’ex comunista, espulso dal suo partito per aver condiviso, nel 1929, le posizioni moderate di Bukharin, che ne paventava lo stalinismo, criticavano tale estensione del patto d’unità d’azione. Saragat era, viceversa, allora, vicino alle posizioni di Nenni e lo era anche l’ex segretario generale della Confederazione del lavoro, Bruno Buozzi. Alla centrale sindacale francese riunificata, la CGT, i cui effettivi si dilatarono oltre ogni speranza nel 1936-37, si iscrissero circa 130 mila lavoratori italiani emigrati.
    Nella seconda metà di luglio del ’36 in Spagna scoppiò la guerra civile, iniziata dalla sedizione militare che ben presto ebbe al suo comando supremo il generale Franco. Nella maggior parte del paese in cui la sedizione fu sconfitta dal sollevamento della masse e da alcuni reparti, specie di polizia, fedeli alla repubblica, si scatenò una rivoluzione proletaria vera e propria, sostenuta dagli anarco-sindacalisti, dai socialisti e, con alcune riserve, dai comunisti. Il generale Franco aveva la parte più agguerrita delle sue truppe – i marocchini e la legione straniera – nel Marocco spagnolo. La flotta era rimasta fedele alla repubblica, nel senso che i marinai avevano gettato in mare gli ufficiali che volevano parteggiare per la ribellione. L’aiuto dell’aviazione italiana e tedesca, deciso poco dopo da Mussolini e Hitler, per impedire la vittoria del fronte popolare, la cui estensione li preoccupava, permise a Franco di portare nella penisola iberica il suo esercito, molto meglio addestrato alla guerra delle improvvisate milizie popolari repubblicane. In aiuto della repubblica accorsero numerosi volontari di molti paesi. I primi a giungervi furono, fra gli italiani, gli anarchici, i militanti di “Giustizia e libertà”, con Carlo Rosselli, seguito dal segretario del partito repubblicano, Mario Angeloni, e Pietro Nenni. (Il socialista Ferdinando De Rosa si trovava già a Madrid, ove aveva partecipato alle grandi lotte del biennio precedente).
    Da radio Barcellona Rosselli lanciò la parola d’ordine “Oggi in Spagna, domani in Italia”. Era una previsione che si sarebbe realizzata sette anni dopo, anche se né Rosselli, fatto uccidere dal fascismo italiano nel ’37, né Angeloni e De Rosa, caduti in combattimento già nel ’36, e tanti altri antifascisti italiani, caduti successivamente, ne avrebbero visto la realizzazione. Nenni ebbe la fortuna di vederla. Da non poche testimonianze orali che ho raccolto – ricordo solo quelle di Tristano Codignola, di Pietro Ingrao e di Giuliano Vassalli – è confermato che la ripresa del proselitismo antifascista, ovviamente clandestino, in Italia, dopo anni di stasi, data dalla guerra di Spagna. Con un corpo di spedizione italiano che giunse a raggruppare quasi 80 mila legionari, la stampa fascista o fascistizzata non poteva non individuare contro chi si combatteva.
    I nemici erano dipinti come i “rossi”. Si aggiungeva che erano comunisti od anarchici, ma si dovette pure dire che a capo del governo spagnolo c’erano dei socialisti. Con la resistenza di Madrid si mise in rilievo che la capitale spagnola era difesa dalle Brigate internazionali. La sconfitta delle legioni fasciste a Guadalajara, che fece il giro di tutta la stampa mondiale, costrinse Mussolini in persona ad occuparsene in un articolo di fondo del “Popolo d’Italia”. Si venne a sapere che nelle Brigate internazionali combatteva un battaglione di volontari italiani antifascisti. Esso si intitolava a Garibaldi ed era stato organizzato dai comunisti (trapelarono i nomi di Giuseppe Di Vittorio e di Luigi Longo) con la collaborazione di Nenni e sotto il comando del repubblicano Randolfo Pacciardi.
    Nenni si trovò al centro della resistenza di Madrid. Rappresentava in Spagna l’Internazionale socialista. Il partito socialista spagnolo lo incluse nel consiglio di difesa madrileno.
    Le armi che salvarono Madrid le fornì l’Unione Sovietica. La Francia avrebbe dovuto vendere, per trattato, alla repubblica spagnola – che disponeva dell’oro necessario per pagarle – tutte le armi che essa avesse voluto acquistare. Il capo del governo francese di fronte popolare, il socialista Léon Blum, desiderava sinceramente la vittoria della Spagna antifascista. Ebbe, però, il timore che una massiccia fornitura di armi a questa avrebbe provocato la ribellione dello Stato maggiore francese, che simpatizzava piuttosto per i franchisti sarebbe stata disapprovata dal governo conservatore britannico e avrebbe potuto coinvolgere la Francia – isolata e fors’anche in preda ad una guerra civile analoga a quella spagnola – in una guerra con la Germania nazista e l’Italia fascista. Il pacifismo, che era una delle componenti principali del socialismo francese, dopo le delusioni della guerra del 1914-18, suggerì a Blum l’iniziativa diplomatica che si rivelò alla fine disastrosa: l’accordo di non-intervento, con l’impegno di non vendere armi a nessuna delle due parti in lizza in Spagna. Anche se fosse stato rispettato da tutti, quell’accordo sarebbe stato deleterio, poiché metteva sullo stesso piano un governo legittimo, uscito da libere elezioni, quale quello della repubblica spagnola era, e una ribellione di militari sediziosi che volevano abolire, come nelle regioni da essi occupate facevano spietatamente, ogni libertà politica, sindacale e intellettuale.
    Naturalmente, i governi di Mussolini ed Hitler non ebbero scrupoli a firmare l’accordo di non-intervento e a violarlo subito dopo, con massicci invii a Franco non soltanto di armi, ma altresì di soldati – soprattutto specialisti da parte tedesca – gli effettivi di intere divisioni da parte italiana. L’Unione Sovietica rispettò l’accordo di non-intervento per più di due mesi. Poi mandò ai repubblicani spagnoli armi e specialisti, e concorse al reclutamento e all’armamento delle Brigate internazionali. La Francia consentì a tale reclutamento, ma osservò l’impegno a non mandare armi in Spagna. L’osservò anche quando i sottomarini italiani e tedeschi si misero ad affondare le navi sovietiche che trasportavano armi in Spagna, rendendosi così colpevoli di pirateria.
    In Francia solo il partito comunista e una piccola frazione del partito socialista, favorevole al rafforzamento dell’unità d’azione coi comunisti, che la maggioranza dei socialisti francesi reputava ormai caduca, criticò sistematicamente la politica di non-intervento. Nei consessi dell’Internazionale socialista la criticò vigorosamente Nenni, appoggiato quasi soltanto, oltre che dagli spagnoli, dagli esuli del menscevismo russo e del partito socialista austriaco. La posizione di Nenni era, in proposito, giusta. Lo fu anche, per qualche tempo, sugli altri temi di politica internazionale sul tappeto. In polemica col pacifismo che induceva la maggioranza dei partiti dell’Internazionale socialista ad accettare la politica dei governi democratici che facevano concessioni a Hitler e a Mussolini – in ultimo con la capitolazione di Monaco del 1938, che sacrificò la Cecoslovacchia – Nenni difese coerentemente la tesi opposta: il rifiuto di ogni concessione ai governi fascista e nazista e l’alleanza dei governi democratici col governo sovietico. Non previde che nell’agosto 1939 il patto con Hitler l’avrebbe firmato proprio Stalin. Ma questo l’avevano preveduto solo in pochissimi. Figurava tra di loro un altro esule, Trotski che – calunniato e perseguitato a morte dagli staliniani che accusavano il grande compagno di Lenin nella rivoluzione e creatore dell’armata rossa di essere un traditore ed agente nazista – sin dal 1937 aveva denunciato l’orientamento di Stalin verso l’accordo con Hitler.

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    Predefinito Re: La Malfa e Nenni

    Bisogna ricostruire le cose quali furono o sono e non quali le mode intellettuali vorrebbero che fossero state o fossero. Quarant’anni fa era di moda esaltare lo stalinismo. Oggi è di moda esaltare il libertarismo. Certo, gli staliniani perseguitarono sempre e dovunque, in Spagna come altrove, dei rivoluzionari onesti e devoti, fossero trotskisti o d’altra matrice, per es. anarchici. In Catalogna assassinarono l’anarchico italiano Camillo Berneri e il capo del POUM, un partito marxista che era anti-staliniano ma non trotskista, Andrei Nin e gettarono in prigione numerosi loro compagni, sottoponendoli talvolta ad atroci sevizie. Nenni deplorò l’uccisione di Berneri, che conosceva da molti anni, ma non disapprovò la soppressione del POUM. Gli sembrava che il destino della repubblica spagnola dipendesse dalla collaborazione sempre più stretta fra socialisti e comunisti. Non tutti i socialisti spagnoli erano dello stesso parere. Non lo era più l’ex-presidente socialista del Consiglio Largo Caballero, rivelatosi, però, capo di governo inefficiente. Lo era sempre meno il socialista Indalecio Prieto, rivelatosi efficiente ministro della guerra. Lo era invece, al pari di Nenni, il nuovo energico presidente del Consiglio, Negrin.
    Per quel che io stesso, come giornalista, ho visto allora in Spagna, per quel che mi sembra risulti dalla storiografia non apologetica, ormai molto vasta, sull’argomento e, per esempio, dalle Memorias politicas y de guerra del presidente della repubblica spagnola, Manuel Azana, non sospetto di filo-comunismo, poiché alla fine dissentì fortemente dai comunisti che rifiutavano di accettare la sconfitta, devo concludere dall’erroneità della concezione e della prassi sindacalista – dico sindacalista e non solo inarco-sindacalista – nella guerra spagnola. Lo spontaneismo, le disperate iniziative dal basso, l’appello alla rivoluzione libertaria ebbero i grandi meriti del sollevamento popolare dei primi giorni contro la sedizione militare. Subito dopo, la loro permanenza diventò d’ostacolo all’organizzazione di un esercito popolare capace di affrontare quello franchista. Fu fonte di indisciplina, di impossibilità di comandi in grado di farsi obbedire sempre, di incapacità di sostenere combattimenti pesanti e prolungati, di conseguire una soddisfacente regolare produttività nelle stesse fabbriche socializzate e dirette dalle maestranze. Gli anarchici spagnoli più responsabili fecero molto per adeguarsi alle necessità obiettive del presente, ma la loro stessa ideologia li inceppava fatalmente. I socialisti erano divisi. I comunisti e i repubblicani di sinistra, ridottisi, pero, questi ultimi, ad un numero esiguo, furono quelli che interpretarono meglio le esigenze reali della creazione d’un esercito di massa regolare, unificato, disciplinato, centralizzato, guidato da comandi forti e autorevoli. Bisogna aggiungere che i comunisti stessi contraddicevano tale loro posizione con la persecuzione, o il boicottaggio, di quanti non erano d’accordo con essi.
    Nenni era d’accordo con loro. Lo fu fino alla fine, anche nel dramma finale, che vide isolati i comunisti nella loro volontà di continuare ad oltranza a Madrid una lotta già perduta. Tutto sommato, dalla guerra di Spagna Nenni uscì con una posizione forte e coerente. Cercò di restare coerente anche quando, col patto Hitler-Stalin, i comunisti (francesi, italiani e di tutti i paesi) cessarono di esserlo. Disapprovò il patto con Hitler, approvò la guerra ad Hitler che l’Inghilterra e la Francia dichiararono in difesa della Polonia, ma criticò lo scioglimento poliziesco del partito comunista francese e la persecuzione dei comunisti italiani rifugiati in Francia. Dovette lasciare la segreteria del partito socialista italiano, che disdisse l’unità d’azione coi comunisti, e si chiuse in una dignitosa attesa. L’aggressione tedesca nazista all’Unione Sovietica gli ridiede una posizione preminente fra i socialisti italiani che, sotto la guida di Saragat, al principio del ’43 (quando Nenni era già stato deportato in Italia e relegato a Ponza) firmarono a Lione, con la partecipazione di “Giustizia e Libertà”, rappresentata da Emilio Lussu, l’accordo fra i tre partiti di sinistra (il socialista, il comunista e quello d’azione) agli inizi della Resistenza in Italia.
    Il molto più durevole ripristino del patto d’unità d’azione fra il partito socialista italiano e il partito comunista italiano fu già opera di Nenni stesso. Per tutto il periodo della Resistenza, esso non ebbe oppositori aperti nel partito socialista. Saragat, Pertini e, finché non fu trucidato dai nazisti, Buozzi, l’approvarono. I giovani di “Iniziativa socialista” avrebbero voluto scavalcare i comunisti a sinistra; alcuni vecchi riformisti si tenevano su posizioni più moderate, ma nessuno chiedeva ancora – che io sappia – la fine dell’unità d’azione fra i due partiti che tornavano ad avere la loro salda base nella classe operaia e, tanto uno come l’altro, anche una crescita di consensi fra taluni strati dei ceti medi ed intellettuali.

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    Predefinito Re: La Malfa e Nenni

    A questi ceti si rivolgeva, inizialmente anch’esso con un certo successo, che gli era viceversa precluso fra gli operai ed i contadini, il partito d’azione di cui Ugo La Malfa era uno dei fondatori e fino al ritorno in Italia di Emilio Lussu (alla fine di agosto del 1943) il capo politico più autorevole. Nato nel 1903, in una famiglia siciliana di grande rettitudine e di modestissime condizioni, Ugo La Malfa, che grazie all’aiuto di un parente poté frequentare l’Università e laurearsi (a Venezia) diventò antifascista a vent’anni non ancora compiuti. Dei suoi maestri influirono molto su di lui il salveminiano Gino Luzzatto e l’ex deputato democratico, tendenzialmente repubblicano, Silvio Trentin. Questi lo portò nel 1925 nel movimento antifascista democratico-liberale di Giovanni Amendola, il quale si accorse subito delle alte doti morali, intellettuali e politiche del giovane La Malfa e lo volle includere in quella che sarebbe stata la direzione del movimento, ove esso non fosse stato stroncato dalla dittatura fascista. Gran parte dei molti intellettuali che debuttarono politicamente con Giovanni Amendola saranno poi il vanto del partito d’azione. La Malfa tenne sempre assidui contatti con essi, durante le leggi eccezionali. Li tenne egualmente con “Giustizia e Libertà”, senza aderire, però, alla sua organizzazione cospirativa. Gli sembrava che il momento dell’azione politica illegale non fosse ancora giunto.
    Quando, nel 1941, vide che esso era davvero giunto, prese, coi suoi compagni amendoliani (Adolfo Tino, Sergio Fenoaltea, Luigi Salvatorelli ed altri), con “Giustizia e Libertà” (rappresentata a Milano, ove La Malfa risiedeva, da Ferruccio Parri, Vittorio Albasini Scrosati, Mario Andreis, Alberto e Mario Damiani ed altri), col recente relativamente diffuso movimento liberal-socialista (col quale l’aveva collegato Carlo Ludovico Ragghianti) e con un gruppo di repubblicani “storici” (con Oronzo Reale in ispecie) l’iniziativa di un nuovo partito antifascista. Il nome ch’esso prese – di partito d’azione – riecheggiava quello che Mazzini aveva dato alla sua organizzazione cospirativa dopo aver superato la crisi prodotta dalla sconfitta del 1849. Partito d’azione per Mazzini significava azione rivoluzionaria nell’immediato. Significava, altresì, riaffermazione delle finalità repubblicane.
    L’intransigenza repubblicana, la pregiudiziale repubblicana c’era già, sin dalla costituzione, in “Giustizia e Libertà”, che aveva raggruppato dei socialisti il più delle volte non marxisti, dei repubblicani storici e alcuni liberali di sinistra. La Malfa aveva fatto propria l’intransigenza repubblicana anche per l’amara esperienza vissuta da Giovanni Amendola che, come capo dell’Aventino, si era fidato della lealtà del re verso lo Statuto liberale e ne era stato deluso e abbandonato alla vendetta omicida dei fascisti. Da storico, Luigi Salvatorelli rivalutava il repubblicanesimo risorgimentale di Mazzini.
    Alla base del punto d’arrivo del pensiero politico di Giovanni Amendola c’era il convincimento che il fascismo – le cui origini Salvatorelli aveva tempestivamente individuato nella rivolta dei ceti medi esaltati dal nazionalismo, esasperati dal bolscevismo operaio e decisi a farsi accettare come forza politica dirigente dal capitalismo che in precedenza li aveva ignorati o sottovalutati – aveva vinto perché lo Stato parlamentare s’era talmente indebolito, anche (ma non soltanto) a seguito dell’introduzione, voluta dai due partiti di massa, il socialista e il popolare, della rappresentanza proporzionale, fonte di governi eterogenei ed instabili, che non riusciva più a far rispettare né le proprie leggi, né l’ordine pubblico. Il vecchio liberalismo, che aveva svolto, un tempo, nell’Italia uscita dal Risorgimento, le funzioni di partito dello Stato unitario, era decaduto al punto di non osare più difenderlo dallo squadrismo fascista e aveva accettato l’avvento di Mussolini al governo. Le classi economicamente dominanti plaudivano allo schiacciamento del movimento operaio, senza capire – osservava Amendola – che esso era forza essenziale d’una società capitalistica moderna e sviluppata. Si sarebbe dovuto creare uno Stato democratico, capace di difendere le pubbliche libertà, di intervenire nella vita economica per tonificarla ed indirizzare l’impiego delle risorse a soluzione dei più assillanti problemi sociali – che Amendola ravvisava nella questione meridionale, estremamente bisognosa di un intervento statale riformatore – e di portare l’Italia fra le grandi nazioni democratiche, impegnate a progredire in una libera cooperazione internazionale.
    Questo programma amendoliano della “nuova democrazia” La Malfa lo accettava, ma lo integrava su due punti fondamentali. La monarchia italiana andava eliminata, poiché si era dimostrata incompatibile con la difesa della democrazia. A maggior ragione essa sarebbe stata incompatibile col suo ampliamento, dopo essersi compromessa durevolmente con la dittatura fascista. Lo svolgimento sociale, a partire dalla crisi economica universale, scoppiata nel 1929, esigeva che l’ormai indispensabile intervento dello Stato nell’economia, pur nel rispetto della libera iniziativa imprenditoriale, si concretizzasse in politiche di debellamento della disoccupazione e di programmazione di certe produzioni, che potevano giungere fino alla nazionalizzazione di alcuni settori, da sottrarre ai grossi monopoli privati. All’ufficio studi della Banca Commerciale Italiana, La Malfa poteva e doveva seguire – con la consultazione regolare di giornali, libri, bollettini esteri – le vicende economiche occidentali. Conosceva gli scritti di Keynes e, nelle sue linee essenziali, la politica economica di Roosevelt.
    Dopo essersi incontrato e scontrato con lui, all’indomani del suo ritorno in Italia e il suo ingresso nel partito d’azione, Emilio Lussu disse di La Malfa che il programma che questi difendeva era un programma da “New Deal”. Per Lussu, diventato socialista rivoluzionario (seppure non ancora marxista) nel corso della sua ventennale leggendaria lotta antifascista, ciò non bastava. Nel “New Deal” egli ravvisava pur sempre un programma borghese, il che esso infatti era, sol che aspramente avversato dalle fazioni reazionarie o semplicemente conservatrici della borghesia americana medesima. Il “New Deal” di La Malfa sarebbe stato anche maggiormente avversato in Italia, poiché includeva – nei 7 punti programmatici del partito d’azione, che a Lussu parevano insufficienti – la richiesta della nazionalizzazione dei complessi monopolistici industriali ed una profonda riforma agraria.
    In Italia questo programma era un programma rivoluzionario. Come fosse valido, anche a lunga scadenza, lo prova il fatto che nei giorni scorsi un socialista quale Ruffolo ha invitato le sinistre italiane a fare proprio lo spirito del “New Deal”. Ai tempi di La Malfa, esse – e non il solo Lussu – lo trovavano troppo borghese, malgrado fosse fortemente sostenuto, allora, negli Stati Uniti, dal movimento operaio, al quale il “New Deal” consentì di conoscere una crescita senza precedenti ivi. La Malfa pensava, però, che quel programma dovesse essere rivoluzionario nelle sue conseguenze, non nella sua applicazione quotidiana concreta. Questa era, in verità, la prassi di Roosevelt, riformista e gradualista. L’azione rivoluzionaria era indispensabile nella lotta al fascismo e al nazismo. Sarebbe diventata rivoluzionaria la lotta per la repubblica, se la dinastia si fosse opposta, dopo la fine della guerra, all’apertura legale della questione istituzionale, alla scelta democratica fra monarchia e repubblica. I mutamenti sociali, a giudizio di La Malfa, dovevano essere il risultato di riforme graduali, pacifiche, sia per il peso che gli Stati Uniti avrebbero esercitato nell’Europa liberata, sia perché solo in tal modo sarebbero stati accettati dai ceti medi italiani ed utilmente assorbiti dall’economica italiana.


    (...)
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    Predefinito Re: La Malfa e Nenni

    Citazione Originariamente Scritto da Frescobaldi Visualizza Messaggio
    ...ed utilmente assorbiti dall’economica italiana.

    (...)
    "dall'economia italiana".


    Spero di aver riassunto esattamente le interpretazioni che Nenni e La Malfa davano della rivoluzione antifascista, democratica, repubblicana che ai loro rispettivi partiti – e in quel momento, prima del ritorno di Togliatti in Italia, anche il partito comunista – sembrava dovesse scaturire dall’incipiente Resistenza. Erano interpretazioni finalisticamente divergenti. Per Nenni, e la maggior parte dei socialisti – per non dire dei comunisti, che richiederebbero un esame a sé – si trattava del preludio ad una rivoluzione socialista. Per La Malfa e per quanti, nel partito d’azione, condividevano le sue idee, di una rivoluzione liberale, peraltro, dati i decenni intercorsi nel frattempo, più nel senso di Roosevelt, ma con correttivi diciamo così salveminiani, che nell’originario senso gobettiano.
    Nel presente c’era una concordanza nella lotta alla monarchia, affiancata alla guerra al nazismo e al fascismo da esso ripristinato nell’Italia occupata. Con realistica valutazione delle sue possibilità potenziali, Nenni e La Malfa vollero che il comitato dei partiti antifascisti, che a Roma dall’inizio della nuova clandestinità, prese il nome di Comitato di Liberazione Nazionale, diffusosi poi in tutto il paese soggetto alla dominazione nazifascista, esigesse che alla monarchia, screditata dalla fuga del re, del capo del suo governo e degli alti comandi militari della capitale, venissero tolti tutti i poteri costituzionali, ch’essa si era dimostrata incapace di esercitare nell’interesse della nazione. Quei poteri li avrebbe dovuti assumere lo stesso Comitato di Liberazione Nazionale, che avrebbe dovuto valersene, come governo straordinario, per dirigere la Resistenza e guidare il paese, a guerra finita, alla scelta istituzionale fra monarchia e repubblica. Sostanzialmente, anche se in termini meno precisi, sui quali si poteva equivocare e che Bonomi, presidente del CLN ed il partito liberale interpretarono poi diversamente da Nenni e da La Malfa, questa richiesta fu accettata nell’ordine del giorno del 16 ottobre 1943, col quale si aprì, formalmente, la crisi istituzionale. Esso impegnava l’insieme dei partiti democratici a non accettare la preesistente legalità monarchica, violata dal fascismo, ma ripristinata il 25 luglio 1943, per cui la dinastia regnava senza dover sottoporre ad alcun verdetto il proprio diritto alla continuità regale ed il sovrano aveva il comando supremo delle forze armate e nominava il governo secondo il giudizio che egli dava alla situazione politica. Nel suo testo definitivo l’ordine del giorno del 16 ottobre 1943 fu steso da Giovanni Gronchi, che rappresentava la corrente tendenzialmente più repubblicana della democrazia cristiana. Esso fu accettato, però, da Alcide De Gasperi, che pure non aveva ancora aderito, esplicitamente, alla tesi repubblicana, che solo due anni dopo sarebbe stata adottata, in maniera definitiva, dal suo partito. La Malfa ne concluse che la repubblica poteva vincere pacificamente grazie al riconoscimento da parte della democrazia cristiana, della necessità di una libera scelta istituzionale. Per intanto, egli concordava col mantenimento dell’alleanza dei tre partiti di sinistra di dichiarato repubblicanesimo.
    Quell’alleanza – che si estese sia a tutta la Resistenza, nel Centro e nel Nord, sia ai tre partiti di sinistra nel Sud, che tennero conto del testo del CLN del 16 ottobre, recato loro da Oreste Lizzadri, al Congresso antifascista di Bari nel gennaio 1944 ed operarono concordemente nella successiva giunta di Napoli – fu rotta, nella primavera del 1944, dalla svolta di Salerno. Giunto a Napoli, Togliatti – in linea con una messaggio del governo sovietico, consegnato, mentre egli era in viaggio dall’URSS in Italia, da Gromyko al governo degli Stati Uniti, in cui si reclamava l’allargamento del governo Badoglio ai partiti antifascisti – propose subito, pubblicamente, l’ingresso nel governo esistente. Col correttivo di quanto De Nicola e Croce, grazie all’appoggio degli americani, avevano, segretamente già strappato a Vittorio Emanuele III, ossia del suo impegno a ritirarsi a vita privata e a nominare Luogotenente suo figlio, dopo la liberazione della capitale e con l’aggiunta della convocazione, a guerra finita, di un’Assemblea Costituente, i delegati dei partiti antifascisti entrarono in effetti, a Salerno, nel governo ancora presieduto da Badoglio, che nei mesi precedenti avevano costantemente rifiutato. Solo il partito d’azione si dichiarò contrario a tale svolta, ma alla fine, a Napoli, anch’esso l’accettò.
    Non l’accettò, invece, a Roma, l’esecutivo nazionale del partito d’azione e La Malfa comunicò tale rifiuto al CLN Centrale. Ebbe la solidarietà di Nenni. Al capo del partito socialista spiaceva venir meno, in tal modo, al patto d’unità d’azione col partito comunista, ma non poteva negare che – come Pertini in particolare, pure fautore dell’unità d’azione, faceva presente vigorosamente – il patto era stato ignorato proprio dall’iniziativa di Togliatti, presa senza consultazione col partito alleato. In effetti, l’unità d’azione sopravvisse a tale contrasto. Non così l’alleanza dei tre partiti di sinistra, che continuò ancora nel Nord, ma non più nella capitale.
    Alla vigilia della liberazione di Roma, nel CLN Centrale Nenni fece proprie, a nome del partito socialista, le condizioni poste da La Malfa per la partecipazione del partito d’azione al futuro governo. Erano: estromissione di Badoglio; impegno legislativo (e non solo una promessa politica, come a Salerno) di convocazione, a guerra finita, di un’Assemblea Costituente incaricata di rendere operante la scelta fra monarchia e repubblica; modifica della formula del giuramento nel senso che i ministri avrebbero giurato fedeltà non al re, ma alla nazione.
    Non è il caso di ripetere qui – se mai, dovrebbe farlo Sergio Fenoaltea, segretario del CLN Centrale, che è ormai l’unico testimone oculare di quelle storiche riunioni – come queste condizioni siano state sostanzialmente accolte con la formazione del primo governo Bonomi e col decreto legislativo del 25 giugno 1944 nel quale un giurista della levatura di Piero Calamandrei ha visto il passaggio dalla legalità monarchica alla legalità pre-costituente. Il risultato raggiunto era in funzione del peso dei CLN nella Resistenza, ma anche della cooperazione fra Nenni e La Malfa. Allorché, nel novembre dello stesso 1944, prendendo lo spunto dai dissensi sullo scabroso problema dell’epurazione dei fascisti dalle leve di comando – sostenuta dai tre partiti di sinistra, ancorché non più alleati come prima – Bonomi si dimise, probabilmente d’accordo col Luogotenente, che desiderava affermare il proprio peso nei confronti del CLN, nel suo secondo governo il partito socialista ed il partito d’azione non entrarono. In quel governo, voluto soprattutto dagli inglesi, che avevano messo un veto ad un governo capeggiato da Sforza – al quale Churchill serbava rancore per la sua opposizione a Badoglio – o nel quale Sforza fosse stato ministro degli Esteri, Togliatti, invece, entrò da vice-presidente del Consiglio.
    Il patto d’unità d’azione fu, ciò nonostante, mantenuto e rinnovato. Ma si era dimostrato che esso non legava le mani al partito socialista in ogni circostanza, dal momento che – come Togliatti aveva provato per primo – non legava le mani, in ogni circostanza, al partito comunista.
    La fine della guerra si avvicinava. Tutta l’Italia sarebbe tornata libera, grazie alla Resistenza e alla cobelligeranza, seppure nelle condizioni d’un paese vinto e occupato dagli anglo-americani, tenuti tuttavia ad agire da quelle potenze democratiche che erano. L’antifascismo da solo non bastava più. Occorreva scegliere i traguardi futuri. La Malfa prese l’iniziativa. Nel gennaio 1945 propose la formazione di una Concentrazione repubblicana, che il partito socialista, il partito d’azione ed il partito repubblicano (che stava ricostituendosi con un certo successo) avrebbero dovuto promuovere. A suo avviso, soltanto l’alleanza di questi partiti, di sinistra sicuramente democratica, avrebbe potuto portare l’Italia oltre che alla repubblica, anche ad un profondo rinnovamento, a grandi riforme sociali. Il partito liberale era più che altro su posizioni conservatrici. Nella democrazia cristiana i conservatori e i riformatori non si erano ancora ben delineati. Il partito comunista si diceva fautore d’una democrazia progressiva, ma parteggiava sempre, senza esitazioni, per l’Unione Sovietica, che indicava come modello di socialismo indiscutibile. Toccava al partito socialista scegliere.


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    Predefinito Re: La Malfa e Nenni

    Le proposte di politica economica, interna e internazionale, che La Malfa avanzava – con alcune nazionalizzazioni e una serie di riforme, con la programmazione del pieno impiego, con la riforma agraria e l’industrializzazione anche del Sud, con la cooperazione europea – furono apprezzate, nella polemica che ne seguì, fra l’ “Italia libera” e l’ “Avanti!”, da Saragat, che ne riconobbe la chiaroveggente modernità. Nenni, però, respinse la proposta lamalfiana.
    A suo parere, non si sarebbe riusciti a varare, contro le opposizioni reazionarie e conservatrici, alcuna riforma importante, senza l’alleanza col partito comunista. Con questa alleanza, e solo con essa, il “vento del Nord”, nel quale sperava, in previsione della liberazione delle regioni del paese in cui la classe operaia era più forte, avrebbe potuto portare avanti la rivoluzione democratica in direzione della rivoluzione socialista. Nenni non ignorava certamente che in presenza dell’occupazione sovietica dell’Europa orientale, Togliatti stesso escludeva l’attualità di una rivoluzione socialista in tempi prevedibili, in Italia (Thorez l’escludeva perfino in Francia, ove gli anglo-americani non comandavano più se non in zone di operazioni belliche) e puntava, invece, sulla collaborazione fra i tre partiti di massa: il comunista, il socialista e la democrazia cristiana. Ma, forse, Nenni sperava in una vittoria elettorale delle sinistre, di cui Togliatti stesso non avrebbe potuto non tener conto.
    Della politica di Nenni in quel periodo si sono date parecchie spiegazioni. Ne darò una anch’io. Nell’estate del 1943 – lo sappiamo da Romita – Nenni, dopo tanti anni di esilio ed il confino, non conosceva bene, e sottovalutava, le forze del partito socialista, molto maggiori potenzialmente di come non apparisse dalla sua tardiva riorganizzazione capillare. L’unità d’azione col partito comunista gli sembrava, anche perciò, più che mai indispensabile. All’inizio del ’45, il visibile successo che il partito socialista registrava a Roma e nell’Italia centrale e quello ancora molto maggiore che si preannunciava per esse nel Nord – previsione questa che sarà infatti confermata dalle elezioni del 1946 – poteva far pensare che il patto d’unità d’azione sarebbe stato il veicolo per convincere il partito comunista della possibilità di osare di più. Insieme, i due partiti operai non era escluso che potessero avere all’Assemblea Costituente, seppure di poco, la maggioranza assoluta o un numero di seggi vicino alla maggioranza assoluta.
    L’amministrazione americana, alla testa della quale si trovavano ancora i democratici, con Roosevelt e il governo inglese, nel quale erano presenti i laburisti (che, cosa imprevista, ma non del tutto impossibile, avrebbero poi battuto, alle prossime elezioni, i conservatori) avrebbero potuto sciogliere con la forza un’Assemblea Costituente italiana in cui i deputati di sinistra si fossero trovati in prevalenza? Altra cosa era schiacciare manu militari un tentativo di presa del potere comunista, quale quello verificatosi in Grecia. Tale tentativo Nenni e Togliatti erano ben decisi ad evitarlo in Italia e Stalin per primo avrebbe sconsigliato loro un’avventura del genere. In quel periodo il dittatore sovietico ci teneva egli stesso a darsi arie di rispettabilità davanti alle democrazie ed era, infatti, al colmo della sua popolarità anche in Italia.
    Conciliare stalinismo e democrazia era sicuramente un’illusione, nutrita dal morente Roosevelt, così come dall’ancor vigoroso Nenni. Fu un’illusione condivisa, però, da molti. Nel partito socialista italiano Saragat e Silone non la condividevano, ma, in proposito, le loro prese di posizione assunsero forma precisa solo qualche mese dopo. Nel frattempo, con l’insurrezione del 25 aprile il “vento del Nord” soffiò, come Nenni aveva auspicato, sol che per un periodo molto più breve di quello che sarebbe occorso all’attuazione dei suoi progetti politici, del resto rimasti imprecisati poiché la sua politique d’abord era più abilità tattica quotidiana che non lungimiranza strategica.
    In realtà, il “vento del Nord” si arenò su quello che si pensava fosse il suo punto di forza: l’epurazione dei fascisti dalle leve di comando, che a Roma non si era riusciti ad ottenere. Al Nord la si attuò, ma col risultato di mettere di nuovo i ceti medi, fra i quali i fascisti da epurare erano estremamente numerosi, contro le sinistre: contro il partito d’azione, però, ancora molto di più che contro i socialisti ed i comunisti. Il governo presieduto da Parri ne fu la vittima. Esso ebbe contro il partito liberale, la democrazia cristiana, il Vaticano, e se non gli inglesi, governati ormai dai laburisti, in sostanza gli americani, che con Truman cominciavano a considerare preminente la necessità di bloccare i comunisti. In Italia, il partito comunista e il partito socialista, non appena formato il governo Parri, reclamavano le elezioni politiche generali entro l’anno. Parri, malgrado La Malfa glielo sconsigliasse, era disposto ad accontentarli. Gli americani, temendo che ciò avrebbe favorito i comunisti, diedero ragione alla democrazia cristiana che vi si opponeva.
    Togliatti e Nenni non difesero Parri, attaccato per il suo orientamento di sinistra. Subito dopo il 25 aprile, Nenni aveva posto la propria candidatura alla guida del governo della liberazione. La Malfa gli predisse subito – io ero presente al colloquio – che la democrazia cristiana vi si sarebbe opposta e che l’insuccesso della candidatura socialista avrebbe indebolito le sinistre. Prevedendo che Togliatti in definitiva avrebbe preferito l’accordo con la democrazia cristiana, La Malfa riteneva che la cosa più opportuna fosse giuocare d’anticipo e appoggiare la candidatura di De Gasperi, che la democrazia cristiana non avrebbe mancato di avanzare. A suo avviso, se De Gasperi fosse andato alla testa del governo prima del riflusso dell’ondata istituzionale, lo si sarebbe potuto condizionare meglio. Psicologicamente non era però possibile che fra Nenni e De Gasperi l’ala marciante della Resistenza optasse per quest’ultimo. La scelta di Parri, proposta dal socialista Rodolfo Morandi, presidente del CLN Alta Italia, dal vice presidente democristiano Giuseppe Brusasca, e da tutti i presidenti dei CLN regionali, fu accolta all’unanimità. Parri non aveva, e non poteva avere esperienza di governo o di amministrazione e neppure di politica professionale. Non cadde, però, nel novembre ’45, per questo, ma per i motivi che si sono già detti e, in ispecie, perché aveva fatto promulgare il decreto, proposto e steso da Nenni, sull’epurazione. Neppure Nenni – e tanto meno Togliatti, che non l’amava – solidarizzò col presidente del Consiglio della Resistenza, caduto per la sua intransigenza antifascista. Con le sue dimissioni, l’epurazione fu tacitamente liquidata.
    Nenni e Togliatti conservarono nel governo di De Gasperi, da loro stessi caldeggiato adesso, gli incarichi (di vice-presidente del Consiglio e ministro per la Costituente, rispettivamente di guardasigilli) che avevano avuto nel governo precedente. Agli interni andò, su richiesta di Nenni, il socialista Giuseppe Romita. Non v’ha dubbio che l’azione di Nenni contribuì in grande misura alla vittoria della repubblica nel voto del 2 giugno 1946. Romita, tuttavia, mi disse più volte di non sottovalutare la collaborazione che Togliatti stesso gli aveva dato. Nenni se ne faceva forte, per giustificare la continuazione dell’unità d’azione coi comunisti, ormai criticata da una parte notevole del suo partito (“Critica sociale” con Saragat, “Iniziativa socialista” e altri ancora) che attribuiva alla propria affermazione al congresso dell’aprile ’46 del partito socialista il lusinghiero risultato da esso sostenuto alle elezioni del 2 giugno, nelle quali riscosse più voti del partito comunista.
    L’egemonia democristiana che – come La Malfa non mancherà di far notare – al principio del ’45 non c’era ancora, alla fine del ’46 c’era già. La scissione socialista, resa inevitabile dall’accettazione da parte di Nenni, e della sinistra socialista, dello stalinismo che si accingeva ad imporre la propria dittatura totalitaria nei paesi dell’Europa orientale, avrebbe inevitabilmente rafforzato l’egemonia democristiana. L’estromissione dal governo – desiderata dagli Stati Uniti e dal Vaticano – dei comunisti e dei socialisti di Nenni, che solidarizzavano con loro, nel 1947 e il fronte popolare del ’48, invano sconsigliato da Pertini, rimasto nel vecchio partito, ma con spirito critico, consolidarono l’egemonia democristiana. Il neutralismo di Nenni, condiviso da alcuni democristiani, non poté dare risultati perché contraddetto dall’apologia delle posizioni sovietiche, fatta da Togliatti, che pure sperava in un’aliquota del mondo cattolico. La Malfa era convinto – col partito repubblicano, nel quale era entrato dopo la scissione di quello d’azione – della lealtà democratica di De Gasperi e dei suoi colleghi. Saragat dovette superare molte opposizioni nel partito socialdemocratico per restare o tornare nel governo.
    Per limitarci a La Malfa, posso testimoniare che egli, se accettò in sede di governo l’egemonia democristiana, non vi si rassegnò mai. La sua assidua collaborazione – che non si esplicava soltanto negli articoli che scriveva – al “Mondo” di Mario Pannunzio, il settimanale che, pur essendo anticomunista, condusse la lotta all’egemonia democristiana, lo prova. Nei confronti del governo, La Malfa era disposto a passare, all’occorrenza, all’opposizione. Convinse i repubblicani a farlo qualora De Gasperi avesse ceduto ai liberali nella questione della riforma agraria. Ma, in quell’occasione, De Gasperi optò per la tesi repubblicana. Dirò di più: pur essendo fino al termine della sua vita deciso fautore dell’adesione dell’Italia al Patto Atlantico – proposta, del resto, da un ambasciatore a lui politicamente vicino come Alberto Tarchiani, e negoziato da un ministro degli Esteri repubblicano, quale Carlo Sforza – La Malfa non fu mai entusiasta della guerra fredda. Conservò sempre la speranza di un ritorno, seppure lontano, dell’Unione Sovietica alla cooperazione internazionale. Aveva trascorso lunghi mesi a Mosca, nel 1948, come capo della delegazione italiana che negoziò un accordo con l’URSS sulle riparazioni di guerra. Ebbe a trattare con Mikoyan e ne riportò l’impressione di potenziali aperture. Me lo rammentò lo stesso La Malfa allorché Kruscev, sostenuto da Mikoyan, denunciò i crimini di Stalin e, almeno in parte, ne cambiò la politica.

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    Predefinito Re: La Malfa e Nenni

    Le denuncia di Kruscev cambiò ancora molto più radicalmente la politica di Nenni. All’indomani del XX Congresso del partito comunista sovietico (prima, però, delle rivelazioni sul rapporto segreto di Kruscev) un giornalista liberale italiano, fra i più reputati, scrisse che Nenni e Togliatti ne uscivano bene. Togliatti, infatti, cercò di accreditare questa versione, anche dopo la pubblicazione del rapporto segreto e in seno al suo partito vi riuscì. Ad onore di Nenni va detto che, rispetto ai giustificazionismi politici, diede la precedenza alla voce della coscienza. I comunisti del mondo intero, compresi gli italiani ed una frazione degli stessi socialisti italiani, avevano approvato i delitti di Stalin. Nenni, come poteva dimostrare con la ristampa dei suoi articoli del 1938 sui processi di Mosca, non aveva approvato lo sterminio della vecchia guardia della rivoluzione bolscevica. Aveva approvato, però, anch’egli, la stalinizzazione dell’Europa orientale e i macabri processi di Budapest e (seppure con grande ancorché segreta angoscia, come confessò nel 1952 a Calamandrei) di Praga. Ne sentiva l’amaro rimorso. Questa sua grande sincerità gli diede la forza di imprimere alla politica del partito socialista una svolta che ha avuto – e continua ad avere – ripercussioni determinanti su tutta la politica italiana.
    Tale svolta La Malfa se l’aspettava sin dall’esito, negativo per il governo di cui faceva parte, delle elezioni generali del 1953, alle quali il partito socialista italiano, nel mantenimento dell’unità d’azione per il rimanente, si presentò non solo con liste autonome, ma con la dichiarazione di voler condurre una politica autonoma.
    Da allora, e più accentuatamente dalla svolta del ’56, La Malfa lavorò tenacemente per riportare il partito socialista italiana nell’area di governo e nel governo stesso. Le circostanze non erano più quelle del ’45. C’era la repubblica. La ricostruzione, economica ed amministrativa, aveva avuto luogo, senza tutte le grandi riforme sperate, ma pur con alcune riforme non trascurabili. L’industria italiana faceva enormi passi in avanti, grazie anche alla liberalizzazione degli scambi, introdotta da La Malfa, con l’appoggio di Ezio Vanoni, ed il consenso datogli da De Gasperi, nonostante le aspre critiche delle destre e delle sinistre. Gli Stati Uniti ci avevano aiutato ed eravamo loro alleati nel Patto Atlantico. La Comunità economica europea era in procinto di farsi. La democrazia cristiana aveva perduto la maggioranza assoluta conquistata nel 1948, e poteva volgersi tanto verso un governo di centro-destra, quanto verso un governo di centro-sinistra.
    Gli sforzi di La Malfa, che possiamo davvero considerare come il principale fautore del governo di centro-sinistra, approdarono ad una conclusione positiva nel ’63, più di tre anni dopo l’insuccesso del tentativo di centro-destra legato al nome di Tambroni. L’operazione andò in porto anche perché alla testa della democrazia cristiana era giunto Aldo Moro e alla testa del partito socialista c’era sempre Nenni. (Non per questo intendo sottovalutare l’apporto di Saragat, la cui elezione a presidente della Repubblica sarà del resto il massimo successo politico del centro-sinistra, preludio al successo anche maggiore, ottenuto dalla solidarietà nazionale, con l’elezione di Pertini).
    Oggi, benché meno di ieri, molti svalutano i governi di centro-sinistra. Li svalutano anche taluni partigiani del pentapartito a direzione socialista, al quale non vedo come si sarebbe giunti senza i precedenti del centro-sinistra. È esatto dire che, malgrado gli sforzi di Nenni e di La Malfa (non va dimenticata la nota aggiuntiva, meridionalista e riformatrice, che redasse come ministro del Bilancio e della Programmazione del governo Fanfani che i socialisti appoggiavano dall’esterno) il centro-sinistra non fece tutto quello che avrebbe potuto fare. Qualche cosa tuttavia ha fatto. Lo si constata anche guardando alle ripercussioni che ha avuto nella democrazia cristiana, quanto nel partito comunista, che non sono più, né quella né questo, quali erano stati.
    Non posso dilungarmi – per mancanza di tempo – su quel periodo e non è neppure necessario che lo faccia, poiché, a differenza del lungo periodo dell’opposizione antifascista e nello stesso 1945, esso è stato vissuto da molti che oggi sono sulla breccia.
    A mio modesto avviso, già il centro-sinistra e più ancora il governo odierno hanno avuto ed hanno un grosso ostacolo – che i rispettivi partiti e le rispettive forze sociali hanno concorso a creare – nell’indebolimento dell’autorità dello Stato democratico. La libertà è l’ideale più alto della storia umana, ma senza autorità la libertà si disgrega. L’autorità di cui essa ha bisogno nell’età contemporanea è quella dello Stato democratico. Con l’ingresso nel governo di centro-sinistra, Nenni pensava anche alla “stanza dei bottoni”. Ma i “bottoni” si erano già staccati o in procinto di staccarsi. In uno Stato debole le riforme diventano privilegi localistici o corporativi e falliscono nell’intento – quando l’hanno – di far progredire durevolmente l’insieme del paese. La debolezza dello Stato ha fatto crollare non poche democrazie.
    In tempi di prosperità e di pace non si giunge a ciò: si può continuare a tirare avanti. Ma l’Italia ha bisogno di grandi riforme, anche se non più di tutte quelle che sarebbero state utili nel 1945, quando la produttività economica del paese semidistrutto ed il tenor di vita dei suoi abitanti erano molto minori di oggi ed esso era internazionalmente isolato. Io non condivido per nulla l’orientamento anti-nucleare emerso al recente congresso di Norimberga della socialdemocrazia tedesca e non credo che l’Europa occidentale possa rinunciare alla presenza di missili americani finché l’URSS non rinuncia ai missili che ha su tutto il suo territorio europeo. Sono, invece, d’accordo con l’affermazione fatta al congresso di Norimberga della necessità di una vigorosa azione dello Stato per l’attuazione di grandi riforme. Tali riforme, come ha riconosciuto un comunista italiano, Aldo Schiavone, non occorre siamo finalisticamente predeterminate, anzi è meglio che non lo siano, per evitare di voler imprigionare l’avvenire, spesso imprevedibile, in un libro che rischia di essere quello dei sogni. Potrei dire a Schiavone che questa sua osservazione ricalca l’impostazione che il primo grande revisionista e uno dei primi grandi riformisti, il socialdemocratico tedesco Eduard Bernstein, formulava attorno al 1900, col detto: il fine conta meno del movimento. Le riforme che Bernstein aveva in mente si sono ormai realizzate su scala europea occidentale. Altre urgono in Italia, per debellare la disoccupazione e l’evasione fiscale, per risanare le finanze pubbliche e per riorganizzare la pubblica amministrazione. Dare minore importanza alle finalità ultime non significa poter studiare di meno, e programmare con minor impegno e precisione, le riforme da introdurre. Al contrario, bisogna studiarle di più e programmarle meglio, per evitare i gravi errori che spesso non si sono evitati. Per la realizzazione di riforme utili e ben congegnate si deve poter contare su uno Stato democratico forte, oltre che sul concorso fattivo di strati crescenti della società civile. Può essere necessaria anche una riforma elettorale. Nel partito d’azione io fui, e sono tuttora fautore della repubblica presidenziale. Oggi essa non è sul tappeto. La riforma elettorale lo è, ma non è questa la sede per discuterne.

    (...)
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  8. #8
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    Predefinito Re: La Malfa e Nenni

    Rivoluzione o riforme? Quando Bernstein si pronunciò per le riforme, giudicando non più realistica l’ipotesi della rivoluzione, la marxista ortodossa, ma poi non tanto ortodossa Rosa Luxemburg gli obiettò che fra rivoluzione e riforme non si poteva scegliere così come si può scegliere fra salsicce calde e salsicce fredde. Dipendeva dall’andamento della storia, che lei credeva e sperava si svolgesse in senso rivoluzionario. Le rivoluzioni vennero infatti in alcuni paesi – in Germania nel 1918-19 – e se Rosa Luxemburg fu indotta, suo malgrado, a criticare, anche lei dalla voce della coscienza, sol che ammirevolmente tempestiva e non post festum, quella sovietica, nella rivoluzione tedesca perse la vita, per mano di precursori del nazismo, a seguito di un tentativo estremista dei suoi stessi compagni, che disapprovava.
    Non possiamo sapere se le rivoluzioni torneranno. Forse il progresso tecnologico nel quale, senza poter prevedere l’era atomica, Marx confidava, ha reso anacronistiche, smentendolo, le rivoluzioni nell’Europa occidentale. Sicuri di ciò, comunque, non si può essere. Nessuno è profeta. Marx sbagliò quando credette che dalle sue analisi, sovente molto realistiche nel presente, si potessero dedurre certezze sul futuro.
    In ogni modo, oggi, qui, si può lavorare per una serie di riforme, avendo nelle energie popolari la fiducia che Nenni aveva e nutrendo il convincimento, che caratterizzava La Malfa, che le riforme riescono solo se impostate ed elaborate con realismo critico, senza cedimenti alla demagogia ed attuate da uno Stato democratico forte in cui – come si reclamava nel primo dei 7 punti programmatici del partito d’azione – il parlamento eserciti efficacemente le sue funzioni di controllo, oltre a quelle di varo delle grandi leggi, e il governo abbia autorevolezza e stabilità, continuità e speditezza nelle decisioni e nell’esecuzione.
    Nenni e La Malfa, scomparsi nel 1979, appartengono ormai alla storia. Ho cercato di ricostruire storicamente i rapporti che correvano fra di loro. Voglio dire ancora qualche cosa sulle questioni politiche attuali.
    Una d’esse verte attorno alla possibilità di costituire una terza forza laica, dopo due presidenze del Consiglio laiche, che hanno avuto, l’una e l’altra, un certo successo, con la sconfitta del terrorismo, col calo dell’inflazione e il miglioramento della situazione economica ed hanno accresciuto, nel 1983, i voti del partito repubblicano e forse sono in procinto di accrescere i voti del partito socialista.
    Non è un’impresa facile, poiché socialisti e repubblicani, sin dalla loro costituzione in partiti politici parlamentari, alla fine dell’800, se hanno avuto molto in comune, si sono trovati, spesso, in aspro disaccordo. Io stesso, che sono un indipendente, anche se faccio parte del gruppo senatoriale del partito repubblicano, mi trovo, oggi, in forte disaccordo col partito socialista sulla politica giudiziaria (dalla drastica riduzione, che ritenevo e ritengo pericolosa, della custodia cautelare al referendum sulla giustizia) e sulla politica nucleare, e altresì sulla politica medio-orientale, sulla politica militare e sulla politica fiscale.
    Ma i disaccordi di oggi possono dar luogo, come sovente è accaduto, alle convergenze di domani, soprattutto quando ci si muove nello stesso spazio politico, con preoccupazioni comuni e obiettivi di fondo comuni. Personalmente, condivido l’esigenza d’un rafforzamento del governo, che il partito socialista sente dacché ne ha la direzione. Sono d’accordo che ciò implica l’estensione dell’obbligo del voto palese in parlamento ed in generale, decisioni di delegificazione e lo snellimento della corsia preferenziale che i disegni di leggi proposti dall’esecutivo devono avere. La proposta socialista dell’elezione popolare del presidente del Consiglio mi sembra incoerente in un sistema parlamentare puro, ma avrebbe senso se preludesse all’accettazione socialista dell’idea di repubblica presidenziale, che Calamandrei ed io caldeggiavamo, nel partito d’azione, nel 1946-47 e che Pacciardi ha caldeggiato successivamente. L’ho già detto, non è un tema attuale, in questo momento, ma la riforma istituzionale lo è ed il suo eventuale sviluppo può attualizzarlo un giorno.
    Il problema dei rapporti fra movimento socialista e movimenti democratici non socialisti va visto in una prospettiva di lunga durata e in un’ottica sopranazionale. Il problema esisteva già nel 1848, in Francia, in Germania e (con qualche variante) in Inghilterra. Si pose nel polemico dibattito postquarantottesco fra Mazzini e l’estrema sinistra risorgimentale, aperta alle idee socialistiche. Dalla fine dell’800 domina la scena europea. Dopo che il partito socialdemocratico era stato fondato in Germania, fra il 1863 e il 1869, la storiografia tedesca caratterizzò quell’evento come la separazione della democrazia proletaria dalla democrazia borghese. In realtà, per molto tempo, l’una e l’altra guadagnavano voti, più la prima, però, della seconda, ma in condizioni di reciproca impotenza politica. Quando, sul finir del 1918, la socialdemocrazia tedesca giunse alla guida del paese, ritenne indispensabile togliere di mezzo le caratterizzazioni classiste della democrazia repubblicana. Prima o poi, tutti i partiti socialisti di massa europei hanno finito col toglierle di mezzo. Gli stessi partiti comunisti, sorti nel 1920-21 per liquidare i rami borghesi dell’albero democratico, dopo aver constatato, in Francia, in Italia, in Spagna, il danno che veniva anche a loro dalla distruzione del tronco comune, si sono convertiti alla sua salvaguardia.
    Spadolini non ha torto di constatare che nella maggior parte dei paesi europei i partiti socialisti e i partiti di centro non socialisti sono, di regola, alternativi. Non occorre dire qui perché le cose stiano in termini diversi in Italia. C’entra la legge elettorale proporzionale, ma c’entra egualmente il diverso rapporto di forze rispetto, per esempio, alla Francia, fra il partito socialista italiano e il partito comunista italiano.
    A scadenza più lunga, ma speriamo non troppo lunga, la prospettiva è la federazione europea. Non posso non rendere omaggio al mio carissimo compagno del carcere e della Resistenza, Altiero Spinelli, che ci ha lasciato recentemente. Se la federazione europea si fosse fatta 40 anni or sono, nel corso dell’opera di ricostruzione postbellica, ne sarebbe forse nata una terza forza internazionale fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. La superiorità atomica americana avrebbe forse consentito ciò. La situazione odierna non è più la medesima. Militarmente nessuna delle due superpotenze è superiore, adesso, all’altra. I legami fra l’Europa occidentale e gli Stati Uniti sono determinanti per il mantenimento dell’equilibrio che permette alle due superpotenze di trattare direttamente la coesistenza su scala mondiale. Una eventuale forza laica italiana non potrebbe non far parte dell’area democratica atlantica: su questo i partiti che potrebbero costituirla sono concordi. Di quell’area atlantica la federazione europea medesima dovrebbe far parte, finché non si aprisse un processo di democratizzazione vera e propria, non ingannevole, nell’Unione Sovietica. La Malfa ne fu sempre convinto e Nenni finì col convincersene. È un limite, indubbiamente, ma è anche un allargamento degli orizzonti.

    Leo Valiani
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

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