Se la maggioranza manterrà il suo profilo numerico, cosa più che plausibile, il ddl Boschi sarà approvato in seconda lettura al Senato e il prossimo ottobre si voterà un referendum sulla riforma costituzionale della Repubblica. Per la verità non vogliamo deludere l’enfasi del premier, ma il suo non è il primo tentativo di riforma della Costituzione. Ve ne fu uno drammatico fatto dal centrosinistra, che riformò il titolo V della Carta al tempo del governo Amato e poi uno più generale del centrodestra bocciato dall’elettorato. Il modello di riforma costituzionale proposto da Renzi e dal suo ministro Boschi, ricorda piuttosto da vicino la proposta Berlusconi Calderoli. C’è un aspetto positivo, che riguarda il riordino del titolo V dove si ripristina la priorità nazionale nella legislazione concorrente, e c’è un aspetto controverso, quello della trasformazione, non dell’abolizione, del Senato della Repubblica. Rispetto alla proposta del centrodestra, il Senato federale veniva comunque eletto direttamente, mentre nella proposta Renzi Boschi, lo pseudo Senato viene eletto indirettamente pur accampando gli stessi diritti di immunità per i suo membri. Né il centrodestra, né tantomeno il nuovo governo erano e sono in grado di presagire esattamente cosa significhi politicamente “un Senato Federale” e cosa possa comportare. Tendono a considerarlo come qualcosa di irrilevante, come sono quello tedesco o quello francese dove si discute quasi unicamente di problemi locali. Se non fosse che il tessuto nazionale ed istituzionale tedesco e francese è molto più coeso e ordinato di quello italiano dove ogni piccola variante comporta degli imprevisti. Ma il vero problema della riforma costituzionale renziana è che essa è accompagnata da una riforma elettorale che consente ad una minoranza più forte delle altre di diventare una maggioranza formidabile in uno sviluppo non contemplato dal centrodestra e che mai sarebbe stato contemplabile, perché pur nella radicale contrapposizione tra Berlusconi e le opposizioni, si mantenne un filo di dialogo sulla legge elettorale che invece oggi è saltato del tutto. Per cui la verità è che sia il centrosinistra che il centrodestra propongono lo stesso modello di riforma costituzionale, ma hanno avuto uno scontro fatale sulla legge elettorale e questo ha portato anche al naufragio del patto del Nazareno. Mentre i veri difensori dei valori tradizionali della Costituzione, sono la vecchia sinistra radicale, attiva all’epoca del referendum Calderoli come oggi, con gli stessi protagonisti, da Rodotà a Landini, a cui si sono aggiunti gli anti renziani di vocazione, Fassina e Civati. Tanto che il referendum sembra destinato a diventare un plebiscito su Renzi e questo rende ancora più complicata la vicenda, perché allora una vittoria del si, comporterebbe davvero il rischio del “principato” renziano che tanti denunciano, cosa che la riforma costituzionale in se e per se, non procurerebbe affatto. Questa infatti presenta più aspetti caotici che autoritari. Però visto che gli stereotipi sono duri da abbattere prepariamoci ad assistere ad uno scontro canonico fra chi vuole la democrazia e chi vuole ridurla, chi vuole la modernità e chi la conservazione, quasi fossimo tornati alla lotta fra fascismo ed antifascismo. La costituzione andrebbe riformata, non c’è dubbio, se non altro perché già lo è stata e pure pesantemente e poi dire che sia “la più bella del mondo” è una sciocchezza. Ma per una riforma seria serve un confronto nel merito delle questioni e non sulle prospettive politiche di questo premier o di quel governo. A sentire la prima conferenza del “comitato del no”, sembrerebbe invece che il principale problema del Paese sia quello di far schiantare Renzi sul referendum. Un modo sicuro per tirargli la volata con il rischio di far approvare una riforma della costituzione quanto mai abborracciata e poco convincente.