di Giovanni Spadolini - “La Voce Repubblicana”, 3-4 luglio 1985

Sono stato fra i pochissimi ad assistere al primo incontro fra Pertini, non ancora capo dello Stato ma già accettato da tutti o quasi i partiti costituzionali, e La Malfa. Ore 17,30 del pomeriggio di venerdì 7 luglio 1978 (Pertini non è napoletano, non è Leone, non crede certo alla scaramanzia, cui perfino Croce rendeva un rattenuto avaro omaggio); è passata appena un’ora dalla decisione democristiana, tormentata, sofferta, di fare convergere i propri suffragi su Pertini, escluso fino al giorno prima, e con un piglio di ostentazione eccessiva.
Nei corridoi di Montecitorio, da cui mi sono mosso poco prima, non si sa ancora niente di preciso. Si accavallano le ipotesi; si mescolano le fantasticherie. Il nome di Pertini torna a circolare, ma su un fondo di incredulità e di scetticismo. L’ex-presidente della Camera non si è neanche fatto vedere quella mattina nel transatlantico; corre voce di una sua imminente partenza per la Francia. La rinuncia è stata serena ma ferma: coerente all’atteggiamento assunto fin dall’inizio, di presentarsi solo come simbolo dell’unità nazionale, Pertini ha evitato la candidatura di alternativa con un lucido intuito politico, neanche appannato dall’istintivo candore. C’è chi non manca di scommettere su De Martino, il professore scontroso che si è sottratto ad ogni giuoco, che non ha mai rilasciato una sola dichiarazione (dopo essersi messo fuori causa, rispetto all’iniziale quaterna di Craxi, che poi è diventata, con Vassalli e Giannini, una “sestina”); le simpatie di Rumor e di alcuni grandi capi dorotei per l’ex-vice presidente dell’ultimo, stanco centro-sinistra non sono un mistero per nessuno.
Solo pochissimi addetti ai lavori sono a conoscenza dell’effetto dirompente che ha avuto la famosa lettera di La Malfa al vertice democristiano, riunito alle quattordici. Un richiamo fermissimo all’eredità di Moro; un monito rigoroso contro i rischi di una candidatura socialista, quella di Giolitti, capace di sommare le impazienze autonomiste coi sogni e le speranze dell’alternativa, in funzione di correttivo a un quadro politico accettato a malincuore, e senza convinzione. Alle tredici Giolitti era dato per certo, dagli osservatori più accreditati: la DC non può non cedere all’impostazione dei socialisti, sussurravano coloro che fino alla sera prima avevano magari puntato su La Malfa, nelle file del partito di maggioranza relativa. “I dorotei avevano deciso, l’unità del gruppo si era ricomposta sul sì a Giolitti”; assicuravano altri che parlavano di segreti convegni, di segreti patteggiamenti.
Chi conosceva l’anima complessa, e polivalente, della democrazia cristiana non poteva avere dubbi: lo scudo crociato non era in grado di scegliere, fra La Malfa e Giolitti. La divisione sui due nomi avrebbe riproposto la divisione del partito, avrebbe riaperto la lacerazione che il compromesso di Moro, e il suo martirio, avevano in qualche modo composto, o almeno mascherato. Le ipotesi serie, che si potevano formulare fra le quattordici e le sedici del pomeriggio, erano due soltanto: o una candidatura laica di conciliazione, super partes, quasi di salute pubblica, o il passaggio ad una candidatura democristiana, attraverso la maschera di qualche nuovo nome “laico” aggiunto alla lista ma mandato al massacro (non parlamentari, uomini di cultura, ecc.).
Ma quale candidatura laica? Solo Pertini era in corsa, perché solo Pertini era stato sempre appoggiato, ed anzi invocato, dai repubblicani, il partito che Zaccagnini, proprio nella linea di Moro, non poteva in nessun modo umiliare, né sconfiggere. La Malfa non aveva mai proposto una sua candidatura formale, aveva parlato di una disponibilità alla candidatura, ma solo dopo che si fossero esaurite le chances di Pertini. Il “qualora” – qualora la candidatura di Pertini dovesse venir meno – era stato voluto personalmente da La Malfa, nel comunicato della delegazione repubblicana del mercoledì 5. Non era una riserva prudenziale o una mossa tattica, corrispondeva ad una visione politica. Quella visione politica arrivava a maturazione, nel tardo pomeriggio del venerdì.
Ecco perché quell’incontro, rimasto segreto, fu caldissimo: un abbraccio fra vecchi amici. Pertini sapeva di aver potuto contare, fin dal primo giorno, sull’assoluta lealtà di La Malfa: non compromettere la candidatura in uno schieramento cui gli avversari – e non erano pochi nella DC – potessero infliggere l’imputazione di “frontista”. Distaccarsi il più possibile dall’ipoteca di Pannella e dell’ultrasinistra. Restare in ogni caso il garante di quell’ “unità costituzionale” nella quale anche La Malfa si collocava ma come secondo momento, come eventuale o tendenziale alternativa.
Nulla di retorico, nulla di stucchevole nell’incontro fra i due vecchi combattenti dell’antifascismo. Ripensavo, ascoltando entrambi, alla complessità di quest’Italia laica, di quest’Italia della ragione. Socialismo, socialismo liberale, democrazia repubblicana, vecchi lieviti risorgimentali riesplosi nell’insegna stessa del partito d’azione: in molti casi i filoni si intrecciano, si sovrappongono, si mescolano. Salvemini, in una certa parte della sua vita, è socialista; come parlamentare sarà lontanissimo dai banchi socialisti; come esule si riconoscerà soprattutto nella “Mazzini Society”. Nenni parte repubblicano e diventa socialista, ma mantenendo sempre qualcosa del piglio e della generosità del vecchio partito storico della Romagna. Carlo Rosselli esordisce al “Cesare Alfieri” (a proposito: la stessa facoltà fiorentina in cui pochi anni dopo si laureerà Sandro Pertini) su una posizione di umanesimo democratico, rifermentata dal mazzinianesimo, e solo più tardi arriva al “liberalsocialismo” e tenta l’alleanza con le forze storiche del socialismo. Nel partito socialista ci sono protagonisti, protagonisti ancora oggi, da Lombardi a De Martino, che provengono dall’esperienza azionista, la stessa di La Malfa: qualcosa che li ha caratterizzati e compenetrati profondamente e non solo sul piano del temperamento.
I due uomini che parlano davanti a me hanno avuto invece due destini differenziati, “autonomi”, pur nella solidarietà della coerente battaglia antifascista. Con Turati, l’uno; con Giovanni Amendola, l’altro. Socialista d’istinto, di convinzione, con un fermento risorgimentale, una nota di volontarismo mazziniano e garibaldino ma già consumata nel fideismo socialista, nella sua speranza umana, senza i residui di un Nenni, Pertini; democratico e repubblicano nella visione di un’Italia come società complessa, moderna e civile, secondo l’ideale balenato nell’ “unione democratica nazionale” di Amendola (quella dove La Malfa aveva parlato, giovanissimo, ventiduenne), ideale di progresso nella libertà, di trasformazione sociale nel rispetto delle garanzie democratiche, l’altro, La Malfa. Insensibile alla palingenesi rivoluzionaria, il secondo; aperto a un fondo di messianesimo socialista, il primo. Comune a entrambi: il culto dei valori liberali, il senso religioso della tolleranza. Quasi a riunire i due maestri dell’Aventino, appunto Amendola e Turati.
Due destini diversi, ma con un motivo comune, che riaffiora dalla penombra dei ricordi: la lotta per la Repubblica. Fautore della posizione intransigente repubblicana, Pertini nel PSI, La Malfa nel partito d’azione. Si torna con la memoria ai quarantacinque giorni di Badoglio: i due uomini che a Roma confrontano le loro posizioni, scoprono un’istintiva solidarietà (che conterà anche nella scelta di oggi).
Di quell’incontro fra Pertini e La Malfa, nella scelta per la Repubblica, morale prima ancora che politica, qualcosa è rimasto che non appartiene solo alla sfera della memoria o della nostalgia: un’identica fermezza di carattere, un timbro, in entrambi gli uomini, pur così diversi, di stampo risorgimentale. È un dato che ha pesato nella vicenda presidenziale, così contorta e pirandelliana e spesso indecifrabile, più di quanto sia affiorato dalle cronache, o dalle indiscrezioni, dei giornali.
Un’ultima considerazione: Pertini e La Malfa hanno in comune una profonda devozione alla memoria di Moro. Non l’omaggio, spesso rituale, che tutta la classe politica, anche quella immemore o distratta, porta all’uomo trucidato proprio due mesi prima della fumata bianca per il Quirinale. No: il rispetto che nasce dalla coscienza, limpida in entrambi, di diverse tradizioni culturali, di diversi e magari opposti temperamenti, ma anche di un comune senso della tolleranza, di un comune intuito della storia italiana come “storia complessa e complicata”, direbbe Croce, irriducibile agli schematismi dei fanatici e alle semplificazioni dei dilettanti.

Giovanni Spadolini

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