
Originariamente Scritto da
Giò
Premesso che il resto di quanto affermato dallo stimabile ed apprezzabile Damiano è ampiamente condivisibile, questo punto o è sbagliato o è comunque mal formulato.
L'ebraismo talmudico vede nella supremazia del popolo eletto sulle altre nazioni un obiettivo messianico ed escatologico. Il conseguimento di questo primato dovrebbe essere ottenuto tramite l'assoggettamento delle "genti", cioè dei goyim, che sono oggetto di svalutazione non solo individualmente ma anche come collettività di popoli. Questo deprezzamento dell'identità altrui, perché "non-ebraica", comporta il favoreggiamento, quando non addirittura la promozione diretta, del caos e dell'imbastardimento etnico, nonché dell'indifferentismo religioso, perché visto come il contesto ideale nel quale operare quest'assoggettamento. La doppia morale ebraica, ovvero quell'insieme di precetti morali che il singolo ebreo deve applicare nei confronti degli altri ebrei ma non nei confronti degli altri esseri umani (o il contrario), è la prova lampante non solo di un'ipocrisia ed una doppiezza erette a criteri di giudizio ed azione morale, ma anche di quanto la diversità sia vista dagli ebrei in termini prevalentemente negativi.
Ognuno vedrà da sé quali e quante siano le connessioni con la matrice ideologica mondialista da parte di questa visione.
Per quanto concerne il Cristianesimo, diamo per scontato che oggetto della riflessione sia il Cristianesimo cattolico, giacché si cita la famosa lettera a Diogneto.
Questa lettera gioca volutamente sul paradosso esistenziale di qualsiasi cristiano: cioè, l'essere nel mondo, ma non del mondo. Che cosa vuol dire? Chi crede in Cristo vive sulla terra, ma lo fa in una prospettiva spirituale radicalmente diversa da chi è attratto dai soli beni mondani. E' un concetto ascetico di elevazione spirituale che con lo sradicamento etnico, culturale, religioso e razziale dei nostri tempi non c'entra assolutamente nulla né, tanto meno, c'entra con il mondialismo.
Infatti, Diogneto, pur dicendo che i cristiani vivono nella loro patria come se fossero stranieri (perché la loro patria ultima è in Cielo), al tempo stesso precisa che seguono "nel modo di vestirsi, nel modo di mangiare e nel resto della vita i costumi del luogo (...) abitano ognuno nella propria patria (...); rispettano e adempiono tutti i doveri dei cittadini". La presenza del cristiano in una determinata patria terrena è prefigurazione della sua futura esistenza nella patria celeste, una volta ottenuta la salvezza della propria anima, ed è per questo che San Tommaso d'Aquino indica chiaramente nell'amor di patria uno dei doveri derivanti dalla pietà: "Un uomo in più modi diviene debitore di altri, e secondo i loro gradi di dignità, e secondo i diversi benefici che ne ha ricevuti. Per l'un capo e per l'altro Dio è al primo posto, perché infinitamente grande, e causa prima per noi dell'essere e dell'agire. Al secondo posto come principi dell'essere e dell'agire vengono i genitori e la patria, dai quali e nella quale siamo nati e siamo stati allevati. Perciò dopo che a Dio, l'uomo è debitore ai genitori e alla patria. E quindi come spetta alla religione prestare culto a Dio, così subito dopo spetta alla pietà prestare ossequi ai genitori e alla patria. Ma nell'ossequio verso i genitori è incluso quello relativo a tutti i consanguinei; poiché la loro consanguineità dipende dai nostri genitori, come nota il Filosofo. Dell'ossequio poi verso la patria partecipano sia i compatrioti, sia gli amici di essa. Ecco perché la pietà si estende principalmente a codeste persone" (Summa Theologiae IIª-IIae q. 101 a. 1 co.).
Non c'è traccia di mondialismo in queste parole. Riguardo poi al pellegrino come persona che si sradica volutamente, vorrei solo ricordare che la "stabilitas loci" come imperativo della vita comunitaria dei monaci l'ha formulata il cristianissimo San Benedetto da Norcia e che paragonare il pellegrino cristiano al profugo clandestino equivale ad accusare Ulisse di immigrazionismo solo perché anziché tornare subito ad Itaca ha navigato per tutto il Mediterraneo, cercando pure di spingersi oltre. D'altronde, non furono le invasioni indoeuropee dei primordi delle più o meno imponenti migrazioni che si abbatterono, seppur con mezzi ed intenti più esplicitamente militari, sulle popolazioni pre-indoeuropee? Non fu lo stesso colonialismo europeo un'espansione di masse che migravano dal loro paese d'origine? E la scontata risposta affermativa a queste domande fa forse venir meno la differenza abissale tra questi casi citati e le attuali migrazioni, nonché la loro estraneità dal mondialismo e dal sostegno alla realizzazione della società multirazziale? Perciò, a che pro accusare il Cristianesimo di ciò di cui non è colpevole?
E' inutile illudersi che lo sbracamento immigrazionista, buonista, progressista, ecc. delle gerarchie ecclesiastiche cattoliche e del clero, a cominciare dal Pontefice attualmente regnante, possa autorizzare più facilmente ad un certo tipo di critica, di origine evoliana e nicciana, nei confronti della religione cristiana.
Anche perché proprio questo sbracamento è figlio di un costante tradimento da parte dei vertici della Chiesa della loro stessa Fede, un tradimento documentato, provato e dimostrato. Ed è un tradimento che, piaccia o meno, viene fatto anche - e soprattutto - contro l'Europa; contro quell'Europa che, se non è il Cristianesimo ad aver fatto nascere, è comunque il Cristianesimo ad aver cresciuto e fatto sviluppare.