Sommando 200 miliardi di sofferenze (che gli inglesi chiamano “non performing loans”) agli incagli (circa 150 miliardi) si ottiene le cosiddetta “non performing exposure” (secondo la dicitura europea). Siamo a 350 miliardi, il 16,7% degli impieghi. Come dire che quasi un prestito (impiego) su cinque che le banche italiane hanno elargito potrebbe non essere ripagato. Il dato è ben più alto della media europea considerando che in Spagna siamo al 7% e in Francia al 4%.

L’Italia paga il fatto che dal 2008 ha perso 10 punti di Pil reale e un quarto della produzione industriale. Sono quindi fallite molte imprese, molte famiglie hanno visto ridursi il reddito (conseguenza delle perdite dei posti di lavoro con la disoccupazione raddoppiata dal 6% al 12%) e difatti i debiti accumulati con le banche rischiano di non essere più ripagati. In questi anni - in termini di arretramento del Pil e quindi del reddito nazionale - ha perso più di tutti, se si esclude la Grecia che “ha fatto scuola” a parte con un -25% shock.
A complicare il tutto c’è che l’Italia è un’economia banconcentrica, ovvero le imprese si rivolgono in primis alle banche per raccogliere capitali piuttosto che sui mercati di capitali (azioni, bond, eccetera). Quindi, in questa fase il cane si sta mordendo la coda e i titoli in Borsa delle banche stanno crollando. Banca Mps ha perso dal 4 gennaio (primo giorno degli scambi dell’anno) il 43%, Banca Pop Er il 25%, Banco Popolare il 23%, Unicredit e Ubi Banca il 21%, Mediobanca e Banca Pop Miil 15% e via discorrendo fino al -12% di Intesa Sanpaolo. Cedono terreno in particolare i titoli dei sei istituti che ieri hanno ammesso di essere stati contattati dalla Bce per fornire chiarimenti sulla gestione dei crediti deteriorati.
Gli investitori vendono l’intero comparto, in attesa che l’Italia e l’Europa trovino un accordo sulla gestione dei crediti deteriorati. L’Italia vorrebbe una bad bank mentre l’Europa - che teme gli aiuti di Stato (ignorando che la Germania ha utilizzato oltre 200 miliardi di soldi pubblici per rimettere in sesto il proprio sistema bancario prima dell’approvazione del bail-in) - pare spingere verso la creazione di tante piccole bad bank.
Il rischio è che questa diatriba - già vista ai tempi dell’austerità sui conti pubblici - alimenti un panic selling ingiustificato. Al netto dei crediti deteriorati i ribassi generalizzati sul settore paiono più guidati dalla speculazione e dall’influenza degli algoritmi (che vendono automaticamente il settore senza fare distinzioni tra le singole banche e senza considerare che alcune in teoria potrebbero beneficiare dell’indebolimento di alcune concorrenti come in qualsiasi settore merceologico) che non dai valori fondamentali. Dal test che permette di individuare la solidità patrimoniale di una banca molti istituti italiani ne escono indenni e questo lascerebbe ipotizzare che i violenti ribassi di questo inizio anno siano, almeno per alcuni istituti, ingiustificati.
Ma è chiaro che fino a quando non verrà risolta la diatriba politica tra Ue e Italia gli speculatori potrebbero continuare a vendere, andando a prezzare il rischio sistemico, come accade nel 2011 quando i rendimenti dei BoT arrivarono all’8%. A posteriori possiamo dire che chi ha puntato allora sulla tenuta del sistema-Italia ha portato a casa dei buoni guadagni (il rendimento del BoT è andato sottozero mentre il prezzo è salito notevolmente procedendo in direzione opposta al rendimento). Adesso i mercati - vendendo pesantemente e oltre i fondamentali i titoli bancari italiani - pongono lo stesso quesito: il sistema-Italia (bancocentrico) reggerà ancora?
Commenti (2)
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Certo che sono corrette queste valutazioni !
Sono troppe Banche, troppo personale, talora obsoleto. Troppa concorrenza. Pochi affari. Stipendi manager abnormi. Affitti immobili fuori controllo. 350 miliardi perduti di mancati pagamenti. Perdità di affidabilità. Il controllore che non controlla. Cosa manca ancora ? Della Spending review non se ne parla . Come si fa nelle botteghe degli artigiani, nelle piccole fabbriche, in famiglia, no ?
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