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  1. #11
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    Pietro Nenni, anima socialista

    Pietro Nenni, Anima socialista - Rai Storia
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  2. #12
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)


    Olindo Vernocchi e Pietro Nenni


    “Caro Vernocchi […] Quanto alle condizioni di inferiorità politica… lascio correre. Io faccio il mio dovere senza preoccuparmi di carriera, di posti, di stipendi e di successo ministeriale. Questo mi basta […]. Sostenere un diverso indirizzo non è mettere in dubbio la funzione del partito. È combattere l’indirizzo attuale, ragion per cui se la critica si mantiene nei limiti della disciplina non c’è Cristo che abbia il diritto di intervenire. Quindi tieni le parole grosse sui nemici acerrimi ecc.”.

    Lettera di Pietro Nenni del 26 marzo 1926 in risposta a Olindo Vernocchi il quale, tra l’altro, gli scriveva:

    “Caro Nenni […] ho sottoposto ai compagni dell’Esecutivo la tua del 20, ed essi mi incaricano di esprimerti il loro parere. Essi affermano […] che l’osservanza della disciplina è un dovere di tutti gli iscritti. […] Tu […] hai talmente aggravato la tua posizione di fronte al partito da metterti in una condizione di inferiorità. […] Hai contestato […] il diritto di esistenza al nostro partito al quale – non puoi dimenticarlo – sei ancora iscritto […] e ti si potrebbe giustamente chiedere per quale ragione sei rimasto tre anni in un partito che, a tuo avviso, rappresenta l’equivoco, il vuoto, etc.
    “Per questi motivi l’Esecutivo mi incarica di richiamarti e di significarti la sua deplorazione per il tuo atteggiamento che potrebbe essere appena giustificato in uno dei nemici più acerrimi del partito nostro”.
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  3. #13
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    “Anche noi, compagni… potevamo essere ben visti dalla borghesia italiana, essere celebrati come uomini di governo e come uomini di Stato. Io non sono né un uomo di Parlamento, né uomo di governo, né tanto meno un uomo di Stato. Sono un militante della classe operaia ed ho una sola speranza, quella che il giorno in cui morirò, gli operai possano dire: è morto uno dei nostri, uno che si sentiva come noi, uno che lottava con noi, uno che non ci ha abbandonato mai”.



    Pietro Nenni - XXVI Congresso del PSI - Roma, gennaio 1948
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  4. #14
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    "Noi abbiamo bisogno di tornare alla semplicità dell’essere e del dire, alla coscienza dei limiti del nostro destino, al gusto delle cose modeste, ben fatte, all’armonia del pensiero con l’azione. Noi abbiamo bisogno di radicalmente guarirci dai due estremi della superstizione dello Stato e della adorazione dell’ “io” demiurgico. Noi dobbiamo uccidere in noi quel sensualismo di potenza che con Crispi prima, con Mussolini poi ci ha tratti sulle orme dell’impero e ci ha lasciati con le ossa rotte e la bocca amara, avendo dissipato in pochi anni il lavoro di decenni. Noi dobbiamo ritrovare la fiducia in noi stessi, nella nostra virtù di operai di contadini di intellettuali che fanno ciò che dicono e dicono ciò che fanno – e questa fiducia non la ritroveremo per la taumaturgia di un verbo che scende dall’alto, ma stimolando le energie dal basso e favorendo tutte le esperienze di autogoverno, dalla fabbrica al comune alla scuola ai pubblici uffici.
    La via è certamente lunga e accidentata, ma occorrerà percorrerla fino in fondo, senza bersaglieresche penne al vento, ma col passo paziente del montanaro".




    Pietro Nenni - "Avanti!", 5-6 giugno 1944
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  5. #15
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)






    2 giugno 1946

    Una giornata storica può essere, anche per uno dei suoi protagonisti, una giornata noiosa. Tale è stato per me il 2 giugno. Giornata storica, perché è quella del referendum istituzionale e della elezione della Costituente. Giornata noiosa perché, uscito per votare alle otto alla sezione 350 di via Antonio Serra (un quartiere popolare di Tor di Quinto), sono poi restato tappato in casa tutta la giornata.
    È comunque e in ogni caso la “mia” giornata. A essa è legata l’opera mia di capo di partito e di ministro.
    L’articolo che ho scritto stamani per l’ “Avanti!”, si intitola: “Una pagina si chiude”. È vero per il paese. E vorrei che fosse vero anche per me.
    Romita mi ha telefonato che in tutto il paese c’è calma assoluta e larga partecipazione di elettrici ed elettori.
    Trascorro la serata in solitaria attesa leggendo “Le zéro et l’infini” di Koestler. È il romanzo dei processi di Mosca. Koestler, che fu condannato a morte in Spagna, è un eretico della chiesa comunista. Il dramma sta tutto in queste due battute di dialogo fra due detenuti (il 402): “L’honneur c’est vivre e mourir pour ses convictions”. Rubasciov: “L’honneur c’est se rendre utile sans vanité”. Sento alla maniera del primo, penso come il secondo.

    Pietro Nenni - Diari
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  6. #16
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    Grazie, Nenni – L’ “Avanti!” e il referendum




    di Ugo Intini – “Mondoperaio”, aprile 2016


    Nenni si identifica con l’Avanti! e viceversa. Entrambi sono i protagonisti, nella primavera del 1946, della lotta per la Repubblica. Il rapporto tra Nenni e l’Avanti! è in quel 1946 già antico. Tutti infatti sanno che dal quotidiano socialista nasce il fascismo. Perché, come è noto, il direttore Mussolini, cacciato nel 1914, fonda Il Popolo d’Italia, culla del fascismo stesso. Ma pochi conoscono un’altra storia, che ha tra i protagonisti Nenni. Dal quotidiano socialista nasce anche il comunismo. Perché il 31 dicembre 1920 il direttore centrale Serrati chiude l’edizione di Torino, portata da Gramsci, che ne è il leader, su posizioni considerate troppo estremiste. E Gramsci, con altri due redattori, Togliatti e Terracini, il giorno dopo trasforma l’Avanti! di Torino nell’Ordine nuovo quotidiano, culla del comunismo.

    Al congresso di Livorno, con la scissione del 1921, i comunisti se ne vanno a fondare il loro partito. Ma il mito della rivoluzione bolscevica è troppo forte. Nel dicembre 1922 il direttore Serrati è a Mosca e si piega a Lenin. Al Cremlino si decidere di fondere il partito socialista con quello comunista e di consegnare l’Avanti! alla direzione del suo ex redattore Gramsci. La maggioranza del partito socialista di piega. Ma l’Avanti! di Milano no. Guidato dal suo caporedattore Nenni, resiste e si ribella al direttore. “Non si liquida un partito come un fondaco di mercante”, grida Nenni dalle colonne del quotidiano: “Una bandiera non si getta in canto come cosa inutile”. L’Avanti! è salvo. Salva l’autonomia e l’esistenza stessa del partito socialista: che ha ormai un nuovo leader.

    In esilio, l’Avanti! tiene viva dalla Francia la fiammella della fede socialista. Sempre. Persino durante l’occupazione nazista, quando Nenni lo scrive e stampa a casa sua in ciclostile, da solo. Con Turati, Saragat, Carlo Rosselli, l’Avanti! in esilio pone le basi del riformismo socialista. Nel 1943 viene diretto nella clandestinità, a Roma, da Eugenio Colorni, uno dei padri dell’idea europeista, ucciso dai fascisti pochi giorni prima dell’arrivo degli americani. Nella capitale appena liberata, intorno alla prima copia dell’Avanti! che ritorna dopo la lunga note, ci sono il direttore Nenni, il condirettore Giuseppe Saragat, Giuliano Vassalli (che ha appena liberato da Regina Coeli lui e l’altro futuro presidente della Repubblica Pertini, e che è stato catturato e torturato dalle SS): forse il più famoso penalista italiano, che i socialisti avrebbero voluto presidente della Repubblica al posto di Scalfaro.

    Nella parte di Italia già liberata dagli Alleati l’Avanti! è il quotidiano più diffuso e importante. Riprende il posto avuto prima del fascismo, che aveva mandato gli squadristi a assaltarlo e devastarlo cinque volte. Nel 1919 infatti era l’unico grande quotidiano nazionale, presente da Cuneo a Bari, con tre edizioni e tre tipografie (Milano, Torino e Roma). Aveva alfabetizzato politicamente (e spesso anche materialmente, insegnando a leggere e scrivere) una intera Italia, quella della povera gente.

    L’Avanti! diretto da Nenni prepara la Repubblica come poi l’abbiamo conosciuta. E insegna molto, soprattutto per l’oggi. Fa riflettere. Il primo strumento della ripresa, anche economica, è la verità. Ignazio Silone, lo scrittore italiano a quel tempo forse più famoso nel mondo, che ne diventerà direttore, scrive: “Il popolo italiano oggi ha più bisogno di verità che di dollari e sterline. Solo la verità può condurlo sulla via della resurrezione. Il popolo italiano è degno della verità. Le sole conquiste politiche e sociali durature sono quelle che saranno costruite non sulla furberia ma sulla verità”. La democrazia si fonda sui partiti. Il condirettore dell’Avanti!, Giuseppe Saragat, scrive: “lo strumento della ricostruzione è il partito. Il partito politico nelle democrazie moderne è l’organo che compie alcune funzioni essenziali all’esistenza della democrazia stessa”.

    Il prestigio dell’Italia nasce dal prestigio dei suoi partiti e dalla loro storia. Pietro Nenni viene accolto con un’ovazione al congresso del partito laburista britannico. Saragat commenta: “Tra le gelide accoglienze fatte al nostro ambasciatore ufficiale dalla classe dirigente britannica e l’immensa ovazione con cui i rappresentanti dei lavoratori inglesi hanno salutato il rappresentante dei lavoratori italiani non c’è soltanto una differenza di stile ma un abisso che separa due mentalità e due mondi. Il nome di Matteotti era caro agli operai di Vienna come a quelli di Berlino, a quelli di Parigi, di Bruxelles, di Londra come a quelli di New York, di Rio e di Buenos Aires”.

    La missione dell’Italia è l’unità europea: “Sottratta alla megalomania di una politica di grande potenza”, scrive Saragat, “l’Italia dovrà assumere il compito di elemento unificatore di un continente che dopo molti secoli di guerre e di sconvolgimenti è destinato ad un equilibrio duraturo nell’unione federativa dei popoli che lo abitano”. Il futuro presidente della Repubblica non ha inventato niente. Il suo maestro, Filippo Turati nel primo discorso alla Camera, nel 1896, aveva scandito: “Abbiamo bisogno degli Stati Uniti d’Europa”. L’unità europea è la stella polare, ma insieme all’alleanza con gli Stati Uniti. Ancora Saragat scrive: “L’Italia rientra nella grande famiglia dei popoli liberi non come reproba ma come eguale. Oggi in questa dura ascesa stringiamo le mani robuste che i lavoratori d’America ci tendono per sorreggersi: sono mani fraterne”.

    L’Avanti! di Nenni e Saragat in quell’anno 1944 ha già visto e capito tutto, indicando la strada alla Repubblica. Ma la Repubblica la preparano, concretamente, gli uomini come Pertini, che ancora combattono per la libertà e hanno chiaro l’obiettivo della lotta: non una Italia qualunque, ma una Italia giusta, una Italia repubblicana. Come specialissimo inviato del fronte del Nord, Sandro Pertini scrive: “Le rappresaglie sono incessanti e feroci. I partigiani che vengono fatti prigionieri, dopo orribili sevizie, sono fucilati. E i villaggi che hanno ospitato i partigiani vengono incendiati. Ci si intenda bene. Le masse lavoratrici del Nord non si battono con tanto eroismo e con tanta abnegazione per aprire la strada a una nuova reazione, ma esse si battono e si sacrificano perché sono fermamente persuase che questa è la lotta non solo per l’indipendenza, bensì anche per la Repubblica”.

    La liberazione si prepara. L’Avanti! è il primo quotidiano nel Centro Sud. Esce clandestinamente al Nord. Ma già vede una Italia che rinasce repubblicana, nella continuità storica con il Risorgimento di Mazzini e Garibaldi. Questa continuità non è una invenzione a posteriori fatta artificiosamente a tavolino dagli storici e dai propagandisti. È il sentimento dei combattenti per la libertà mentre il combattimento è ancora in corso. Alla vigilia della liberazione l’Avanti! clandestino pubblica l’appello all’insurrezione dei professori milanesi ai loro studenti. “È l’annuale delle Cinque Giornate: ancora il tedesco strazia e opprime la patria. Eppure mai l’Italia fu più certa di resurrezione. Essa oggi combatte contro il nazismo per la propria indipendenza, contro il fascismo per la propria libertà e per una ricostruzione etica e ideale, politica ed economica, che la ricongiunga con l’Europa e col mondo. Il primo Risorgimento è stato tradito dalle forze della reazione e dalla stessa nostra immaturità politica; il nuovo Risorgimento è annunziato dall’immensa schiera dei martiri, dei torturati, dei deportati, degli eroi che combattono delle forre e nelle montagne in nome della libertà, dell’umanità, della democrazia. Giovani, è la vigilia sacra. L’intelletto e la giovinezza di Italia devono in questi giorni compiere un’offerta di fede, essere luce e vessillo alle nuove generazioni. Oggi l’Italia crea il proprio destino. Giovani, è l’ora vostra. L’ora della lotta, della vittoria, della riconquista dell’avvenire”.

    Milano insorge, l’Italia è libera. È vero, ci sono stati eccessi, vendette e crudeltà contro i fascisti, oggi usate per infangare la Resistenza. Ma nella città appena liberata, tre socialisti, - il sindaco Greppi, il prefetto Riccardo Lombardi, il vice prefetto Vittorio Craxi – mettono subito un freno alle violenze. L’Avanti! diretto da Nenni e da Guido Mazzali il giorno dopo la liberazione scrive: “Attraverso la folla si apre la strada un’auto, su un parafango della quale è stata esposta a ludibrio un ex ausiliaria. Un giovanottone che è sul marciapiede ne scende, si avvicina alla macchina e sferra alla ragazza un pugno che la fa sanguinare. Nessuno reagisce, nessuno interviene. A noi sarebbe piaciuto che un volontario della libertà, uno di coloro che con le armi in pugno hanno combattuto degli altri uomini armati, avesse applicato a quell’individuo, a suon di calci di moschetto, una lezione intesa a fargli comprendere che dei picchiatori di donne, dei vili sciacalli delle ore 25, non ne vogliamo nelle nostre fila, non ne vogliamo nella nostra festa”.

    Questo è l’Avanti! che conquista il ruolo di protagonista nella battaglia per la Repubblica. Nenni era quasi uno sconosciuto al grande pubblico: diventa un leader famoso perché è il direttore dell’Avanti!, ovvero del quotidiano più diffuso: l’organo del partito che alle elezioni amministrative è il primo in assoluto a Milano. In un’epoca in cui manca la televisione, in cui la radio è soprattutto cronaca, l’opinione pubblica è formata dalla carta stampata. L’Avanti! è il giornale dei socialisti, e il partito socialista non soltanto sarà il primo della sinistra alle elezioni per la Costituente, è il più coerente e credibile nella battaglia repubblicana.
    Deve combattere su due fronti. Deve combattere a sinistra contro Togliatti, perché il leader comunista, quando rientra in Italia da Mosca, ha accettato ma monarchia con la cosiddetta svolta di Salerno del 1943, scontrandosi con Nenni e ancor di più con Pertini. Il conflitto (il primo dei tanti tra socialisti e comunisti nell’Italia postfascista) ha ragioni molto semplici. I socialisti sono per l’ideale repubblicano. Togliatti è per la Realpolitik. Sa quello che gli altri non sanno, perché ha appena avuto da Stalin spiegazioni e ordini precisi. A Yalta si è deciso che l’Italia è nella sfera di influenza dell’Occidente. Quindi il partito comunista non può conquistare il potere e deve semplicemente farsi accettare: deve lavorare per i tempi lunghi, non incutere paura ai moderati, tessere alleanze o tregue con chiunque, con la monarchia e innanzitutto con i cattolici. Così si spiega anche la futura accettazione all’Assemblea Costituente da parte di Togliatti (e non di Nenni) del Concordato fascista fra Stato e Chiesa. Così si spiega l’accettazione (in un primo tempo) persino del principio di indissolubilità del matrimonio che (se inserito nella Costituzione, come Togliatti stava per consentire con il suo voto di astensione in Commissione) avrebbe reso impossibile la futura legge sul divorzio.
    La monarchia è agli occhi di Nenni quella di sempre. Ancora nel marzo del 1945, dopo un comizio socialista al Colosseo, una folla si dirige verso il Quirinale gridando slogan. Viene sciolta da una carica dei carabinieri a cavallo e dal lancio di bombe a mano, con un morto e numerosi feriti. L’Avanti! titola: “Sangue del popolo davanti alla reggia”. La propaganda dei socialisti è contro il re, ma restano a lungo incerti sulla solidarietà dei comunisti. La moderazione e freddezza di Togliatti continua a tormentare Nenni, che solo il 12 novembre 1945, dopo un grande comizio insieme a lui al Palatino, può finalmente annotare nel suo diario: “Anche Togliatti stamattina ha dovuto alfine pronunciare la parola Repubblica”.

    Oltre al fronte sulla sinistra c’è naturalmente, e ben più difficile, quello sulla destra: perché i democristiani sono condizionati dal loro elettorato moderato e De Gasperi rimane a lungo incerto prima di sposare la causa repubblicana. Tanto che l’Avanti! lo definisce un signor “ni” (che non dice chiaramente sì o no alla Monarchia e alla Repubblica). E il quotidiano socialista viene ricambiato dal leader democristiano con l’accusa di favorire il fascismo attraverso le sue posizioni anti monarchiche estremiste. La verità è che i socialisti nascono sin dall’Ottocento come i sostenitori degli ideali repubblicani del Risorgimento: il loro scontro con la monarchia ha radici storiche. Sono Turati e il direttore dell’Avanti! Bissolati, nel 1898, ad essere arrestati dal generale Bava Beccaris a Milano dopo la strage compiuta dai suoi cannoni. Caduto il regime fascista, ai principi politici, si aggiunge una condanna morale contro il re. Contro un re che si è dimostrato asservito a Mussolini. Pertini viene rimproverato da Nenni perché non si trattiene nei giorni della liberazione dallo sparare una sventagliata di mitra contro la villa del principe Umberto a Milano. Ma Pertini si è fatto dodici anni di carcere e confino per una sentenza emessa “in nome di sua Maestà”.

    Pertini ha spiegato a me, in una lunga intervista, perché ha sempre considerato il re vile e complice di Mussolini. Si tratta in parte di rivelazioni storiche, che sottolineo in pubblico per la prima volta e che spero facciano discutere. Giovanni Amendola, il grande leader liberale antifascista, padre di Giorgio, rimase sempre monarchico. Ma sul letto di morte, dove spirò per le ferite provocate dagli squadristi, le sue ultime parole – ha saputo dai testimoni e mi ha raccontato Pertini – furono “il re è vile”.

    Il re era vile e anche la sua famiglia. Nacque – racconta Pertini – un’idea che avrebbe salvato la monarchia. Il principe Umberto poteva essere paracadutato al Nord occupato dai tedeschi. Ben protetto e nascosto dai sevizi segreti alleati, poteva formalmente diventare il capo della Resistenza. Il 25 aprile, sarebbe sfilato lui alla testa di partigiani e a quel punto – mi ha detto Pertini – al Quirinale – ci sarebbe stato lui al mio posto. Non se ne fece nulla perché la famiglia reale non ebbe il coraggio.

    Il re era vile e anche complice del fascismo, persino nel momento in cui appare esattamente il contrario. Quando Mussolini, sfiduciato dal Gran Consiglio, si recò nella villa del re a riferire e venne improvvisamente arrestato, si trattò, secondo Pertini, di una farsa. Mussolini sapeva perfettamente di essere arrestato, ma era d’accordo perché pensava che questa fosse l’unica via per salvarsi la vita e uscire di scena in modo dignitoso. Ne erano convinti Pertini ed anche (come ha confidato a Pertini stesso) il generale dei carabinieri Cereca, che in quel luglio del 1943 lo arrestò per ordine del re. C’è materia per gli storici: ma qui l’opinione di Pertini (comunque non dell’ultimo venuto) serve a ricordare cosa i socialisti pensassero della monarchia.

    L’Avanti! di Nenni (e di Pertini, che ne diverrà presto direttore dopo di lui) guida la battaglia referendaria per la Repubblica. Innanzitutto con i suoi titoli, destinati spesso a diventare slogan leggendari, che racchiudono in poche lettere un significato profondo. Sono di un grande giornalista come era Nenni, certamente: ma con l’aiuto di una altro grande giornalista: Guido Mazzali. Pochi lo ricordano, anche perché è morto presto. Fu in pratica l’inventore dell’industria pubblicitaria negli anni ’30. Ancora oggi si ripete il suo slogan “chi beve birra campa cent’anni”. Leader del partito a Milano, amico fraterno di Nenni, a lungo direttore dell’Avanti!, fu il padre degli autonomisti milanesi, compreso Craxi. Simbolo della modernità e anche della vocazione della sua città: perché, ad esempio, nel 1946 volle fare l’assessore, ma allo spettacolo e allo sport. E creò il Piccolo Teatro con Grassi e Strehler.

    Nenni e Mazzali già all’indomani della liberazione lanciano con il titolo di un fondo lo slogan che ricorrerà spesso nella storia e che sarà decisivo nella battaglia per la Repubblica, “Il vento del Nord”. Lo si ripeterà a lungo, lo si accompagnerà allo slogan “Adeguarsi al Nord”, provocando reazioni furibonde dei giornali romani. I superficiali potrebbero vedervi persino i prodromi del leghismo. Ma Nenni e Mazzali non sono egoisti o separatisti, bensì generosi e patrioti. Nenni, sollecitato dal ministro socialista Pietro Mancini (padre di Giacomo), si fa quattordici ore di macchina per andare in Calabria, capisce e titola un fondo successivo “Vento del Sud”.
    Cosa sia il vento che soffia da Milano lo spiega con parole che già sono un programma per la Repubblica. “Il vento del Nord annuncia altre mete ancora. Gli uomini che per due lunghi inverni hanno dormito sulle montagne stringendo tra le mani un fucile, reclamano non una rivoluzione di parole, ma di cose. Non si accontenteranno di promesse e di mezze misure. In codesta primavera della patria, c’è per noi un solo punto oscuro. Si tratta di sapere se qui a Roma intenderanno o no la voce del Nord e sapranno adeguarsi ai tempi. Noi diciamo quello che ieri dicevamo agli Alleati. Abbiate fiducia nel popolo, secondatene le aspirazioni, scuotete dalle ossa il torpore che vi stagna, rompete col passato”.

    Rompete col passato. E per rompere davvero il vento del Nord deve “spazzare via la polvere del Sud”, come dice un altro titolo. Deve spazzare via la monarchia, che nelle sue roccaforti del Mezzogiorno è protetta da questa polvere secolare e dal clientelismo dei notabili. In quelli che Turati chiamava “i borghi putridi” per sottolineare la corruzione delle classi dirigenti. Più il vento del Nord si affievolisce, mentre si allontanano nel tempo le giornate gloriose della liberazione, più si infittisce la nebbia dell’ambiguità, del compromesso e in sostanza della restaurazione. Si teme ormai di perdere il referendum, ed ecco che l’Avanti! moltiplica gli sforzi, attaccando a testa bassa. Con l’arma di sempre: gli slogan che mobilitano, infiammano, chiariscono. Che vengono ripetuti in migliaia di piazze e di comizi da un capo all’altro della penisola. Cominciano ad apparire titoli che suggeriscono ottimismo simulando un conto alla rovescia: “Ancora 59 giorni di regno”, “Ancora 58 giorni di regno”, e così via. Sotto il titolo “Il re fascista”, si ricordano giorno dopo giorno, una per una, tutte la compromissioni con il regime di Mussolini. Al principe Umberto, diventato re in primavera con l’abdicazione in suo favore del padre Vittorio Emanuele viene incollata indelebilmente la definizione di “re di maggio”. La cancellazione della monarchia viene indicata come un adempimento ormai scontato: “Un cadavere che deve essere seppellito”.

    Si teme che la Repubblica possa aprire una stagione di disordine? L’Avanti! ribalta l’argomento con lo slogan “O la Repubblica o il caos”. Mentre il nesso tra la fine della monarchia conservatrice e il progresso sociale è scolpito dallo slogan “La Repubblica dei poveri”. Si spargono voci su possibili colpi di Stato militari progettati da chi potrebbe non accettare il verdetto del popolo? Nenni calma in modo convincente gli animi sotto il titolo “Non succederà nulla, non deve succedere nulla”. Ma man mano che si avvicina il giorno fatidico del voto, la febbre sale. Primo giugno. Il titolo a nove colonne è “Domani l’Italia democratica deciderà il suo destino. Repubblica e socialismo difenderanno la tua libertà e il tuo lavoro”. Saragat – che capisce perfettamente qual è e sempre sarà, per decenni, il problema elettorale della sinistra – titola il suo fondo “Appello ai ceti medi”. 2 giugno. Una bomba è stata gettata la notte prima del voto nella sede milanese dell’Avanti!, danneggiando le rotative e ferendo tre tipografi. Ma il giornale non si ferma e titola “L’Italia è arbitra del suo destino. Tutti alle urne per la Repubblica e il socialismo”. Ormai, c’è solo da attendere.

    “Si faccia quello che si deve, accada quello che può”, dice spesso Nenni con antica saggezza contadina. Passano interminabili le ore. L’incertezza cresce, perché si spogliano prima le schede per la Costituente: il partito dell’Uomo Qualunque, di estrema destra, ha ottenuto un successo imprevisto; la Democrazia cristiana si dimostra di gran lunga il primo partito e si teme che i suoi voti siano prevalentemente monarchici. I computer ancora neppure si immaginano e lo scrutinio va a rilento. I compagni telefonano i risultati delle sezioni elettorali, ma i primi che arrivano, quelli delle metropoli del Nord, non sembrano così rassicuranti. Per tutta la giornata di martedì 4 giugno, si susseguono le edizioni straordinarie (dell’Avanti! come dei giornali monarchici) che danno risultati parziali contrastanti e accendono zuffe tra le opposte tifoserie nelle gallerie di Milano e di Roma.

    Alle tre di notte tra il 4 e il 5 giugno, Nenni apprende che la vittoria è ormai certa. Telefona all’Avanti!, ma il ministro dell’Interno Romita vieta al caporedattore di dare la notizia. All’alba, finalmente, arriva la conferma ufficiale. Il caporedattore apre un cassetto e tira fuori il titolo già preconfezionato sin dalle tre di notte. Corre in tipografia dove è già tutto predisposto. Alle prime luci, il quotidiano socialista grida a nove colonne per le strade di Milano e di Roma che si cominciano ad affollare “REPUBBLICA”. Sotto l’apertura a caratteri di scatola, compare un titoletto voluto dal direttore Ignazio Silone. “Grazie a Nenni”. Sì, grazie a Nenni: perché è riconosciuto che la vittoria, incerta sino all’ultimo, è stata innanzitutto il frutto della testarda, disperata volontà del leader socialista. Il “grazie” è firmato da tutti i redattori. Nenni risponde in poche righe, con la consueta sobrietà e ritrosia. Ma nel suo diario annota: “Una grande giornata, che mi ripaga di molte amarezze e che può bastare per la vita di un militante”.


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    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  7. #17
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    “[Una] Repubblica conciliare [composta da cattolici e comunisti] non è basata su solide realtà. E troppi elementi la frenano: un Partito socialista che abbia la consapevolezza del suo ruolo e della sua autonomia, le forze laiche rappresentate da partiti quale il Partito repubblicano, la presenza in Italia di un mondo culturale impegnato nella difesa della libertà… Ovvio che alla Democrazia cristiana e al Partito comunista una simile prospettiva appare seducente: il bipartitismo, in fondo, è il loro sogno politico. Ovvio che vi siano correnti impegnate in un’operazione di questo genere: perfino al di fuori della DC e del PCI v’è chi si illude che l’unione dei “preti neri” coi “preti rossi” assicurerebbe per qualche anno una relativa pace sociale, il mantenimento dello status quo […]. Ma […] io ci credo poco alla possibilità di un evento così deprecabile. No, no. È un discorso troppo pessimista […]. Sarebbe il matrimonio di due integralismi concordi su un punto: toglier di mezzo tutte le forze che si richiamano ai princìpi di democrazia e di libertà. Due integralismi che sentono sì, alcuni problemi ma che non ne sentono altri per me fondamentali: la libertà individuale, la vita democratica. Con la Repubblica conciliare assisteremmo alla spartizione dei poteri tra due chiese: a una chiesa, l’egemonia dello Stato; all’altra chiesa, l’egemonia dell’opposizione. Allo stesso tempo vedremmo sparire ed eventualmente sopprimere ogni forza intermedia e capace di porre un freno. In sostanza, sparirebbe il Partito socialista e sparirebbe il blocco delle forze laiche. Sparirebbero anche vasti settori di ispirazione cristiana che hanno dato un largo contributo alla rinascita laica e democratica dell’Italia”.


    Pietro Nenni a Oriana Fallaci – Roma, aprile 1971.
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  8. #18
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)




    4 novembre 1966


    Giornata di vento, pioggia e burrasca. Dalla mia finestra, a Formia, vedo il mare scatenato. Poca cosa nei confronti delle notizie che pervengono da altre regioni e soprattutto dalla Toscana e dal Veneto. L’Arno è straripato e Firenze è sott’acqua per tre quarti. Venezia, il Polesine, Napoli e la Calabria sono flagellate dalle alluvioni e dagli allagamenti. Interrotte strade e ferrovie. La radio, di ora in ora, prega gli automobilisti di non muoversi o di fermarsi dove sono. Si temono danni enormi, forse i più gravi dalla guerra in poi. Ciò non ha impedito alla televisione una scorpacciata di retorica sul 4 novembre.



    5 novembre 1966


    […] Notizie sempre peggiori da Firenze, dalla Toscana e dal Veneto. È una grande catastrofe alla quale sarà difficile far fronte con mezzi ordinari. Accanto al fattore calamità nazionale, riemerge il dato della incuranza tradizionale dei poteri pubblici e locali. Rimane pressoché inspiegabile che il centro storico di Firenze e buona parte della città abbia potuto in pochi minuti essere sommersa sotto due, tre metri di acqua e di fango. La TV annuncia che l’acqua si ritira a Firenze, si fa più minacciosa nel Veneto.



    6 novembre 1966


    Pessime anche questa mattina le notizie della radio. Crescono le proporzioni del disastro. Sul Veneto grava la minaccia di nuove alluvioni. Saragat si è recato a Firenze e ha fatto bene. Mi domando se non dovrei andare anch’io. Ma a fare cosa che non appaia come un mettersi in vetrina sullo sfondo di una tragedia?
    Il problema adesso è quello di far fronte alla situazione. Ho convocato per domani mattina i ministri socialisti per studiare le proposte da formulare al consiglio dei Ministri
    Dovremmo tutti trarre da quanto è successo l’invito a fare, fare, fare e a chiacchierare meno; a trascinare meno i problemi per le lunghe. Ma non si può chiedere molto a una classe dirigente rissosa come la nostra.


    Pietro Nenni - Diari
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    La Costituente, che è stata la bandiera del Gabinetto Parri e del Gabinetto De Gasperi, non è una bandiera di partito, non è nemmeno la bandiera di una forma determinata dello Stato, neppure della forma di Stato che taluni di noi preannunciano coi loro voti, la bandiera della Costituente è la bandiera della libertà, è il diritto del nostro popolo di trarre dal disastro nazionale, dal quale sta penosamente risollevandosi, tutti gli insegnamenti di ordine politico, di ordine costituzionale, di ordine sociale che esso comporta.

    Il mio “politique d’abord”, che ha costituito uno dei temi della lotta politica degli ultimi mesi, ha nella storia italiana un precedente illustre e decisivo. Nel 1872, prossimo alla morte, Giuseppe Mazzini diceva: “Il problema politico predomina su tutti gli altri, manca nel caos che ci si stende d’intorno il ‘fiat’ della nazione. Quel ‘fiat’ non può essere profferito che da una Costituente, non può incarnarsi che in un patto nazionale. Tutto il resto è menzogna”.

    Il voto di Mazzini non fu esaudito. Il patto nazionale non ci fu. Il plebiscito sostituì la Costituente, lo Stato democratico italiano si è organizzato per 50 anni nel quadro dello Statuto albertino. Sforzi generosi e conseguenti sono stati fatti per dare un contenuto democratico alla vita nazionale del nostro Paese. Il problema che è stato eluso nel 1870, che è stato eluso in tutte le prove successive della nostra vita nazionale, che è stato eluso nel 1918 all’indomani di una guerra vittoriosa, si ripresenta alla Nazione oggi, esige di essere risolto, sarà risolto con l’atto che noi deliberiamo in questo momento.



    Pietro Nenni – Consulta Nazionale. “Sulle competenze dell’Assemblea Costituente”, seduta del 7 marzo 1946.
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    Il cammino che sta di fronte a noi non è facile. Un paese non esce disfatto da 25 anni di dittatura e da 5 anni di guerra senza che permangano, per molti anni, purtroppo, elementi potenti di disintegrazione, di polemica, di lotta intestina.

    Il fascismo ha legato alla rinascente democrazia italiana una eredità terribile di rovine materiali e di rovine morali.

    Tutto è incerto nella vita nazionale del nostro paese; è incerto il nostro pane, è incerto il nostro lavoro, sono incerte le nostre frontiere, è incerta la nostra pace. Qualcosa, io penso, non è incerto: ed è la volontà di costruire uno Stato democratico capace di vincere tutte le difficoltà e di fronte al quale, se tutto sarà difficile, niente sarà veramente impossibile.

    Il Governo chiede ai partiti, a quelli che sono al Governo, a quelli che sono all’opposizione, chiede, al di là dei partiti, a tutti gli italiani ed a tutte le italiane, di prepararsi a questa lotta col sentimento della responsabilità, che ognuno porta di fronte all’avvenire della Nazione.

    Il 26 maggio non saranno più né Governo né determinati partiti ad avere la responsabilità dei destini d’Italia: sarà il popolo tutto. Tocca ora a noi suscitare nel popolo il sentimento che il nemico peggiore della democrazia è l’indifferenza, allorché si tratta di decidere la forma e la struttura dello Stato.

    E tocca egualmente a tutti noi dare forza e vigore al comune convincimento del Governo e della Consulta che noi possiamo dissentire su molte cose anche fondamentali, ma che se ci accordiamo nel riconoscimento della sovranità popolare, niente di irreparabile dividerà la Nazione. Signori, la sera del 26 maggio ognuno saprà quello che deve fare, chi deve sparire sparirà, chi deve avanzare avanzerà forte della investitura del popolo sovrano.


    Pietro Nenni – Consulta Nazionale. “Sulle competenze dell’Assemblea Costituente”, seduta del 7 marzo 1946.
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