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  1. #21
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    “Lo so, le corti costituzionali non possono impedire i colpi di Stato, e d’altro canto noi non ignoriamo che la Costituzione non può affidare la sua esclusiva difesa a un organismo giuridico costituzionale, ma soltanto alla volontà dei cittadini di difenderla ad ogni costo e di esporre, se necessario, in sua difesa anche la loro vita.

    Tuttavia, così com’è prevista dalla Costituzione, la Corte costituzionale offre una garanzia per la nazione contro gli abusi di potere, sempre possibili sia per opera dei governi sia per opera delle assemblee parlamentari.

    Io credo, onorevoli colleghi, che la maggioranza sarà saggia se non si lascerà travolgere dal gusto di sopraffare le minoranze, ostentando il costume littorio di non tener conto delle osservazioni dell’avversario, anzi di tenerne tanto meno conto quanto più l’argomentazione dell’avversario è fondata.

    La Camera sa che queste sopraffazioni non hanno mai portato fortuna a nessuno. La nostra storia è piena di dimostrazioni in questo senso, che vanno dai secoli passati agli ultimi tempi. In quest’aula sono ancora presenti gli echi mussoliniani, ma si sa anche che cosa la dittatura è costata alla nazione, allo Stato e allo stesso Mussolini”.


    Pietro Nenni – CAMERA DEI DEPUTATI, 7 dicembre 1952
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    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  2. #22
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    La politica socialista (1926)






    “Il Quarto Stato”, 27 marzo 1926, firmato Pietro Nenni; ora in “Il Quarto Stato di Nenni e Rosselli”, a cura di D. Zucàro, SugarCo, Milano 1977. Quasi settimanalmente Nenni teneva nella rivista una rubrica d’informazione sul movimento operaio e socialista italiano e europeo […].



    I - Una tesi pessimistica

    Una delle caratteristiche dell’attuale momento politico, è il ritorno all’intransigenza di partito. Sciolta la compagine aventiniana, i partiti di opposizione tendono a chiudersi in se stessi, per celebrare in fiera solitudine gli esercizi spirituali. Dicono che ciò rafforzi e cementi la fede: può darsi. Bisogna comunque augurarsi che ciò non duri molto, perché una delle conseguenze di questa intransigenza è che nessuno fa nulla. Da parecchi mesi noi offriamo di nuovo lo spettacolo deprimente dei nostri litigi, delle nostre incomprensioni, dei nostri mediocri settarismi. La sola politica nella quale eccelliamo, è quella delle frasi e più queste sono vuote e inconcludenti, più incontriamo fortuna.

    I partiti si trovano senza alcun dubbio nelle necessità, di tempo in tempo, di racchiudersi in sé medesimi, quando però ciò non nuoccia ai doveri che essi hanno verso le masse di cui sono i rappresentanti politici.

    L’intransigenza di partito costituisce, nella attuale situazione, un ostacolo insormontabile alla lotta. Essa non può giustificarsi. Coloro che vi fanno ricorso, ubbidiscono alla tesi pessimistica, che non ci sia niente da fare.

    In pubblico si possono dare, di questa intransigenza, le spiegazioni più magniloquenti ed eroiche. In privato, i suoi fautori, finiscono per dirvi che non essendoci nulla da fare, non vale la pena di promuovere intese o unioni.

    Si tratta quindi di un imboscamento, mascherato da motivi ideali e perciò estremamente pericoloso.

    Noi possiamo concepire lo svolgimento pratico della lotta nella quale siamo impegnati, in due soli modi: o come pura azione di classe, nel senso che il segno di distinzione fra fascisti e antifascisti sia la classe, e in questo caso la sola politica concreta è il fronte unico social-comunista contro l’insieme della borghesia, in tutte le sue divisioni o sfumature; oppure come azione di classe e politica, nella quale i fini immediati del movimento operaio e socialista coincidono coi fini della democrazia, e allora si impone una dilatazione del fronte verso i partiti, i gruppi, i ceti sociali che sono in lotta contro l’autocrazia e che riconoscono la portata rivoluzionaria di questa lotta volta non contro un ministero, ma contro un regime.

    Non c’è una terza politica.

    Il punto quindi da discutere è questo solo: se si o no i fini immediati nostri coincidono con quelli delle frazioni democratiche. A questo proposito non può sussistere nessun dubbio. La conquista delle pubbliche libertà – come mezzo di espressione della potenza del proletariato – è stato sempre uno dei postulati fondamentali dei socialisti. In pratica i socialisti – in Francia, in Germania, in Russia, in Italia, nel Belgio, in Inghilterra, ovunque – hanno combattuto l’autocrazia e la reazione, senza temere, anzi sollecitando, alleanze per fini concreti e immediati. È solo così che essi sono riusciti a conquistare – o a ristabilire – le condizioni preliminari (libertà politica e libertà sindacale) per l’azione delle messe lavoratrici.

    II – Il pericolo delle improvvisazioni

    Si dice – da coloro che non oppongono pregiudiziali assolute – che il momento per tali intese destinate a raggiungere fini concreti e immediati, è quello dell’azione, quando cioè sopravvenga una di quelle crisi che scuotono anche i regimi più forti e spontaneamente spingono l’uno verso l’altro i partiti che hanno punti comuni da raggiungere.

    La più recente esperienza ci deve insegnare a diffidare di questa tattica. L’esperienza stessa dell’Aventino dimostra come sia impossibile improvvisare i quadri direttivi in mezzo all’infuriare di una battaglia. Ora, in concreto il solo problema da risolvere, nelle crisi rivoluzionarie, è proprio quello dei quadri direttivi. Vince chi è attrezzato in maniera da inquadrare le masse in agitazione e da dare fini concreti e politici alla agitazione e al malcontento.
    Due cose sono evidenti:

    1. – che è impossibile prolungare a piacimento una situazione rivoluzionaria fino al momento in cui il partito sia pronto per utilizzarla (basta a questo proposito il ricordo tragico e doloroso del 1919-20-21);

    2. – che è impossibile improvvisare i quadri direttivi.

    Perché essi siano efficaci, gli accordi non devono improvvisarsi febbrilmente nel campo stesso e nel momento dell’azione risolutiva. Dei partiti coscienti del fine che perseguono, sono sempre in grado di stabilire in anticipo i limiti degli accordi coi movimenti affini.


    III – Il senso politico

    Ciò che è mancato al movimento socialista italiano, è il senso politico, cioè il senso pratico dell’azione. Rileggete le discussioni congressuali. Tutti i problemi sono stati discussi da un punto di vista scolastico. Nessun movimento più del nostro ha fatto dell’idealismo, nel senso peggiore della parola. Quando noi discutiamo, novantanove volte su cento, lo facciamo in base a schemi ideali, non in base alla realtà delle cose. Ci siamo sempre dimenticati che il socialismo è tutto fuorché dogma, che noi siamo un movimento politico e non una setta religiosa o filosofica, che i nostri sforzi devono tendere alla conquista del potere. Il riformismo operaio da noi è rapidamente degenerato in un edonismo pratico e il rivoluzionarismo in una nebulosa retorica. Il primo ha creduto di aver risolto il problema dei problemi con le cooperative o le mutue, il secondo con la girandola delle frasi fatte. Il riformismo è stato una scuola di burocrati, il rivoluzionarismo è scuola di demagoghi. Sono mancati gli uomini di azione. Gli uni e gli altri – i burocrati e i demagoghi – si sono attaccati a questa o a quella frase di Marx. È stupefacente il numero e l’eccellenza delle ragioni e dei principii, che essi hanno trovato per non far nulla di concreto.

    Del marxismo si potranno dare infinite interpretazioni ed esegesi, ma ne tradirà lo spirito chiunque lo prospetti come una teoria rigida, come un catechismo politico, nel quale tutto sia preveduto, come una delle tante applicazioni positivistiche della legge della evoluzione, dimenticando che il marxismo è innanzi tutto una filosofia di azione.

    Non è dubbio che l’azione è la negazione del dogma. Il più grande elogio del capo della rivoluzione bolscevica, dal punto di vista marxista, è stato scritto da Radek: “La grandezza di Lenin sta nel fatto che nessuna teoria formulata la viglia, gli impedisce di vedere all’indomani che la realtà è diversa e che egli può coraggiosamente scartare il piano di azione predisposto il giorno precedente, se questo minaccia di nuocere ai compiti dell’ora”.

    Il giorno in cui avremo imparato a giudicare i fatti come sono e non come li vorremmo, il giorno in cui avremo capito che le vie dell’azione sono infinite e che tutto ciò che aumenta il prestigio delle classi lavoratrici, tutto ciò che ne estende l’influenza, tutto ciò che allarga i quadri della democrazia politica, è socialismo in atto, quel giorno ci saremo posti in condizione di fare dei passi concreti verso la conquista del potere, che è l’obiettivo essenziale del nostro movimento.
    Importa sapere dove si vuol giungere. Quanto alle vie per giungervi esse sono tutte buone purché portino alla unità.


    Pietro Nenni




    https://www.facebook.com/notes/pietr...43636355752872
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  3. #23
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    2 giugno 1976

    Trent’anni or sono fu una grande giornata per il paese e lo fu particolarmente per me. Vincemmo la battaglia per la Repubblica e fummo secondi nelle elezioni dell’assemblea costituente col 20 per cento dei voti. Ma l’anno dopo, con la scissione saragattiana, perdemmo la battaglia socialista e il 18 aprile del ’48 perdemmo il potere o il controllo del potere, e ci ritrovammo alla opposizione fino al 1960 e alla svolta del centro-sinistra. Molte delusioni quindi dopo la vittoria del 2 giugno di trent’anni or sono. È la storia della vita nelle sue alterne vicende. Comunque fu una grande giornata.


    Pietro Nenni – “Diari 1973-1979”, Marsilio 2016
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  4. #24
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    Profilo politico di Alcide De Gasperi (1954)





    “Mondo operaio”, 4 settembre 1954


    Nelle vicissitudini politiche degli ultimi dieci anni, Alcide De Gasperi, morto a Selva di Valsugana nella notte del 19 agosto, ha avuto una influenza di primissimo piano. La parte che nella ricostruzione dello stato democratico le circostanze hanno assegnato all’ala moderata antifascista si è imperniata prima in Ivanoe Bonomi e quindi in De Gasperi, col più vasto carattere implicito nel fatto che egli aveva dietro di sé la grande massa dell’elettorato cattolico, la forza della chiesa e quella della democrazia cristiana. Nei confronti delle correnti più retrive della borghesia e della chiesa, De Gasperi è stato un mediatore più che l’esponente diretto dei loro interessi e delle loro pressioni. Si spiega così la difficoltà dei suoi rapporti con l’azione cattolica ed anche col vaticano e l’esistenza nel paese, e nella stessa democrazia cristiana, di una opposizione di estrema destra che più volte ha dato a De Gasperi del filo da torcere. A questa sua parte e funzione De Gasperi si era preparato fino da giovane, nelle lotte politiche del Trentino (dov’era nato il 2 aprile 1881), nelle quali egli s’era trovato a mezza strada tra il clericalismo austriacante ed il socialismo e l’irredentismo di Cesare Battisti. Si è affermato in diverse necrologie che De Gasperi era stato irredentista ed interventista nella guerra del 1915-18. Non è così. Nella sua attività di giornalista (fu direttore della Voce cattolica di Trento) e di deputato trentino al reichsrat (dove fu eletto nel 1911) non c’è traccia di irredentismo o di interventismo. De Gasperi assunse invece la difesa del Trentino italiano nell’impero asburgico, senza mettere in discussione la legittimità dell’impero. Neppure la guerra mutò il suo atteggiamento. Mentre Cesare Battisti, glorioso disertore dell’esercito austriaco, combatteva con gli alpini italiani e, fatto prigioniero, veniva impiccato a Trento, Alcide De Gasperi assolveva a Vienna il suo mandato di deputato e di segretario della camera. Tuttavia se non era con Battisti non era neppure coi clericali trentini che partecipavano alla sottoscrizione indetta per rimborsare all’imperatore le spese della corda che aveva strozzato in gola a Battisti il grido di: “viva l’Italia!”. Non solo nella questione nazionale, ma anche nella questione sociale, De Gasperi era parecchio in avanzo sul grosso del clericalismo trentino malgrado la violenza della sua polemica coi socialisti. Si è detto di lui che è stato un cattolico liberale, ed è definizione esatta se riferita all’Austria-Ungheria, dove egli svolse la prima parte della sua attività, non se riferita alla particolare tradizione del liberalismo italiano anti-papale ed anticlericale con ampie venature giacobine, alla quale tradizione egli rimase del tutto estraneo.
    La liberazione del Trentino fece di De Gasperi un cittadino dello stato italiano e subito egli ebbe nel partito popolare (sorto nel 1919) una posizione di rilievo. Nel 1921 fu eletto deputato al parlamento e da allora si trovò immerso nella lotta tra socialisti e fascisti. Anche in questa lotta De Gasperi si collocò in mezzo. La sua concezione dello stato e della libertà lo opponevano spontaneamente ed apertamente al fascismo. La sua difficoltà a comprendere il movimento operaio e popolare lo inchiodava alla polemica antisocialista. Questa sua difficoltà od impossibilità ad intendere la linea di sviluppo del movimento operaio ha trovato eloquente espressione in una nota di diario a proposito della comune di Vienna, schiacciata nel sangue da Dollfuss nel febbraio 1934. In essa De Gasperi avverte come i cristiano-sociali austriaci, usciti dalla legalità costituzionale, scivolino ormai nel fascismo e dei socialisti dice che la loro fine è giusta fine dei violenti. Eppure i socialisti austriaci avevano preso le armi in difesa della repubblica, della costituzione, della libertà. Se De Gasperi fosse stato in grado di capire i socialisti il suo contributo alla lotta democratica avrebbe potuto essere assai più consistente. Invece, dopo l’avvento del fascismo, egli fu fautore della politica della “collaborazione condizionata” che portò il partito popolare alla partecipazione con Mussolini nella vana illusione di addomesticare e costituzionalizzare il fascismo. Quando le elezioni dell’aprile 1924 e poi con l’assassinio di Matteotti, il solco divenne incolmabile, De Gasperi prese netta posizione nell’aventino e per quanto fosse allora un passo indietro sulle posizioni antifasciste di don Sturzo, fu solidale col sacerdote siciliano contro la campagna scatenata contro di lui dalle alte gerarchie ecclesiastiche. Sempre in De Gasperi rimase vivo il ricordo della brutalità con cui l’azione cattolica aveva allora attaccato e abbattuto il partito popolare impegnato nella battaglia antifascista. Successore di Sturzo alla segreteria del p.p. aveva cercato invano di puntare i piedi e di resistere, e data da allora la distinzione che egli ha cercato di mantenere viva ed operante fino negli ultimi anni della sua vita, tra il partito politico dei cattolici e l’azione cattolica, tra lo stato e la chiesa, benché per lui, come per ogni cattolico militante che fa politica, la chiesa fosse in definitiva il supremo potere.

    All’antifascismo De Gasperi pagò quindici anni di esilio in patria e sedici mesi di carcere a regina coeli. Fu un esilio intessuto di rinunce e di amarezza – anche di povertà – entro le mura domestiche e le mura della biblioteca del vaticano, dove aveva trovato aiuto e protezione. Il 25 luglio consentì a De Gasperi di uscire dalla clandestinità e di riprendere la lotta politica alla testa dei cattolici che l’anno di poi (luglio 1944) costituirono il partito della democrazia cristiana con De Gasperi segretario. Fu chiaro fin da allora che il peso politico dei cattolici nella società italiana e nello stato sarebbe risultato più importante di prima del fascismo per tre ragioni principali: - perché la chiesa, nel ventennio, pur venendo a patti col fascismo, aveva preservato una sua organizzazione (l’azione cattolica) in seno alla quale fermenti antifascisti avevano trovato rifugio e protezione; perché il grosso della borghesia e della piccola e minuta borghesia che aveva promosso o accettato il fascismo come un paralume contro i rischi della rivoluzione socialista o comunista (Roma o Mosca), rifluiva in massa nella democrazia cristiana; perché infine a codesta massa dominata da istinti di conservazione e di paura i gruppi cattolici che avevano partecipato alla resistenza e partecipavano alla guerra partigiana di liberazione erano in grado di offrire una direzione politica che aveva le carte in regola e che poteva sedere nei Cln con parità di diritti assieme ai socialisti ed ai comunisti. Malgrado ciò il rapporto di forza tra l’ala moderata antifascista e l’ala operaia e rivoluzionaria sarebbe traboccato in favore nostro, se lo sviluppo stesso della lotta di liberazione non avesse determinato una situazione in cui le cose portavano in primo piano i moderati con una funzione di freno, nei confronti della spinta dal basso e della nostra spinta, che trovava la propria spiegazione, ed in parte la propria giustificazione, nei compiti che stavano di fronte al popolo ed alle sue forze di avanguardia, i socialisti e i comunisti. Il problema in questo senso fu deciso allorquando, nei primi incontri dopo il 25 luglio tra socialisti e comunisti, e soprattutto nella riunione delle due direzioni dell’8 agosto 1944, dopo la liberazione di Roma, si convenne che non si era di fronte ad una lotta rivoluzionaria del proletariato per la conquista del potere, non si era nella fase della lotta di classe in cui l’egemonia del proletariato al potere condiziona la vittoria, ma che il compito storico dei lavoratori era di impegnare ogni energia ed ogni forza per portare a compimento la rivoluzione democratico-parlamentare (o borghese che dir si voglia). In ciò sta la fondamentale differenza tra il primo e il secondo dopoguerra, tra il 1919 e il 1944. Il sovietismo di imitazione e la teorizzazione della violenza che caratterizzarono il massimalismo serratiano e il comunismo bordighiano del 1919 furono una manifestazione di ingenuità politica e di infantilismo rivoluzionario, tanto quanto la posizione presa dai socialisti e dai comunisti nella lotta di liberazione e nella lotta democratica, con l’accordo dell’agosto 1944 per una soluzione democratica e repubblicana della crisi dello stato, fu la prova della maturità politica raggiunta dal movimento operaio.

    L’insegnamento in questo senso scaturiva dalle condizione stesse nelle quali il fascismo crollava pezzo a pezzo, sotto l’influenza determinante della disfatta militare e delle armi straniere; con iniziative, quale quella del 25 luglio, attraverso cui la borghesia e la monarchia tentarono di salvarsi; con un moto di liberazione dal sud al nord che, fino all’aprile 1945, impegnò nella lotta contro i tedeschi ed i loro ausiliari fascisti il grosso delle forze operaie e i nuclei più agguerriti dell’antifascismo militante. E ciò portava necessariamente alla ribalta gli uomini del centro, Bonomi prima, De Gasperi poi, sotto il controllo e la spinta permanente delle forze popolari, e con una funzione mediatrice che l’uno e l’altro assolsero fino all’avvento della repubblica, in condizioni di relativo equilibrio tra la sinistra e la destra. De Gasperi entrò nel primo ministero Bonomi come ministro senza portafoglio e rimase nel secondo, durato fino alla liberazione del nord, nell’aprile 1945, come ministro degli esteri. Conservò tale funzione nel ministero Parri per poi assumere il 10 dicembre 1945 la presidenza del consiglio che tenne ininterrottamente fino al 28 giugno 1953, quando il suo ottavo ministero venne rovesciato dal voto della camera eletta il 7 giugno. La storia degli incontri e dei contrasti di De Gasperi col Psi, questi di gran lunga prevalenti su quelli, costituisce un capitolo importante della storia contemporanea del nostro paese. L’incontro fino al due giugno 1946 segnò il momento di ascesa della società e della civiltà italiana fino alla formazione dello stato repubblicano e democratico. De Gasperi ha sempre detto, e fors’anche ha sinceramente creduto, che il motivo del contrasto con noi fosse da ricercare nei nostri rapporti col partito comunista. In verità era contrasto di classe e contrasto ideologico che riguardava il socialismo e il partito socialista come tali; il medesimo contrasto che lo aveva opposto a Cesare Battisti quando di bolscevismo non si parlava; il medesimo contrasto che lo aveva indotto a scrivere dei socialisti austriaci assassinati a Vienna nel febbraio 1934 che essi avevano fatto la giusta fine dei violenti, benché i caduti socialisti di Vienna avessero portato seco, nella tomba, la democrazia, la libertà e l’indipendenza dell’Austria. Tre date caratterizzano e individuano la funzione e la posizione di De Gasperi nelle lotte politiche del trascorso decennio: il 2 giugno 1946, il 18 aprile 1948 e il 7 giugno 1953.

    Il 2 giugno De Gasperi si trovò al punto più avanzato della sua carriera politica. Non che fosse repubblicano, ma slegato com’era da ogni vincolo sentimentale o politico con lo stato sabaudo, il suo agnosticismo istituzionale s’era mutato in una garanzia di imparzialità verso l’espressione della volontà popolare, non appena risultarono senza fondamento i timori che aveva nutrito che la repubblica fosse la porta aperta verso quella che chiamava la bolscevizzazione del paese. E non fu impresa da poco conto, nell’anno che va dalla liberazione dell’Italia del nord al referendum del 2 giugno, impedire che di pretesto in pretesto e di rinvio in rinvio la convocazione della costituente fosse ritardata fino a coincidere con la svolta e il capovolgimento che si andavano intanto delineando nelle relazioni internazionali e segnatamente tra l’America e l’Unione Sovietica. Allora si esercitarono su De Gasperi pressioni estere e interne, religiose e di classe, alle quali seppe fermamente resistere. Epperò i limiti moderati della sua politica si erano già manifestati all’indomani del 25 aprile, quando la democrazia cristiana fece fronte con tutta la destra del paese contro la candidatura socialista alla presidenza del consiglio. Tale candidatura, più che da una iniziativa di partito era scaturita per germinazione spontanea dal fervore delle masse, a Milano prima e a Roma poi, ed esprimeva la fiducia, in buona parte ingenua, in un riconoscimento che le era dovuto ma che la classe lavoratrice non deve mai attendere dalla borghesia. Commentando allora i manifesti e le scritte che fiorivano sui muri: “Nenni e Togliatti al potere” io avvertii come non bisognasse farsi delle illusioni, giacché non sono aperte davanti alla classe lavoratrice se non le porte che essa è in grado di sfondare. La contro candidatura di De Gasperi, posta ufficialmente dalla direzione della Dc il 3 giugno, con la proposta di una “mezzadria di governo” dei democristiani coi socialisti (il “regime dei due consoli” disse scherzosamente De Gasperi) sortì il risultato di far sorgere (dalla decisione del Cln del 12 giugno) la candidatura Parri, assai forte e logica sul piano dei valori morali della resistenza, quanto debole su quello politico, il partito d’azione avendo fin da allora manifestato i segni di debolezza che lo portarono rapidamente a sparire.

    L’ora di De Gasperi si trovò ritardata, non impedita. Sei mesi più tardi egli accedeva alla presidenza del consiglio e per il fatto che impegnava, con la sua presenza e con la sua responsabilità, le masse cattoliche nella dura lotta per la costituente, si può dire che l’esito della nostra battaglia si trovasse in una qualche misura facilitato. Infatti era segnatamente sul programma che il nostro partito aveva impegnato la lotta subito dopo la liberazione, attorno a quattro capisaldi fondamentali: la costituente subito; un piano organico di ricostruzione nel quale la precedenza fosse accordata alla questione meridionale; la immissione del Cln nell’apparato statale; la fine rapida del controllo alleato. La nostra presenza al governo e la nostra azione nel paese, furono determinati nella vittoria repubblicana del 2 giugno. Ma non passò molto tempo, appena dieci mesi dal referendum e dalle elezioni del 2 giugno, perché la coalizione tripartita si spezzasse per iniziativa di De Gasperi sui due problemi di maggior rilievo dell’epoca: la questione sociale e l’indirizzo della nostra politica estera. Due fatti concorsero potentemente a favorire l’involuzione politica della democrazia cristiana: la scissione socialista e il viaggio di De Gasperi in America, entrambi nel gennaio 1947. La scissione socialista – e quella sindacale – offrirono alla democrazia cristiana, la possibilità (della quale De Gasperi in particolare sentiva bisogno) di disporre di una copertura a sinistra per una politica conservatrice di ispirazione e di contenuto anticomunista fatalmente destinata a sfociare in manifestazioni di aperta reazione anti-operaia e anti-democratica. A Washington De Gasperi scoprì la forza e i mezzi, appoggiandosi ai quali egli sperava di poter debellare rapidamente il comunismo, e all’occorrenza il socialismo, senza darsi prigioniero nelle mani dei fascisti e delle vecchie forze reazionarie agrarie e industriali interne. In altri termini la scissione e il tradimento socialdemocratico, e gli aiuti americani, misero De Gasperi in condizione di operare, nelle migliori condizioni per lui, il rovesciamento di fronte all’interno che gli Stati Uniti stavano attuando sul piano internazionale. Senza la scissione socialdemocratica e senza gli aiuti americani, e il progressivo asservimento dell’Italia alla politica di potenza e di egemonia degli Stati Uniti, non ci sarebbe stato il 18 aprile 1948, e la stessa democrazia cristiana sarebbe stata assai meno arrendevole alle suggestioni effimere dell’anticomunismo.

    Senonché coloro che hanno celebrato il 18 aprile come il capolavoro di De Gasperi (e lo stesso on. Fanfani che riferendosi al mio articolo dell’Avanti! “Il limite di De Gasperi” – Avanti!, 22 agosto – accetta l’identificazione di De Gasperi col 18 aprile sia pure per dire che di quel risultato il suo predecessore alla segreteria della Dc seppe non abusare), coloro, dicevo, che hanno celebrato il 18 aprile, come il capolavoro di De Gasperi, sembrano non essersi avveduti che in quella vittoria, e negli atti che la prepararono, c’era in potenza il 7 giugno, c’erano in potenza i motivi di sconfitta, sul piano storico, che hanno tanto amareggiato gli ultimi anni di vita di De Gasperi. L’involuzione cominciò col quarto ministero De Gasperi (maggio 1947), quando in una crisi la quale aveva avuto come terreno di incubazione i quattrodici punti di Morandi (cioè un programma economico-sociale imperniato sugli interessi delle masse popolari), la democrazia cristiana, rompendo coi partiti dei lavoratori, associò al governo, nelle persone dei ministri Einaudi, Grassi e De Vecchi, i rappresentanti del cosiddetto “quarto partito”, il partito dei risparmiatori, si disse, con eufemismo garbato per indicare il partito dei beati possidenti. Già in quella scelta, a cui Saragat concorse in funzione di garofano di un rosso sbiadito sull’abito nero di De Gasperi, era implicito l’immobilismo economico e sociale degli anni successivi, contro il quale non i socialdemocratici ma la sinistra democristiana scese in lotta, fino a rompere il sesto ministero (gennaio 1950) la solidarietà ministeriale, con la pausa aventiniana di Dossetti e di Fanfani e di La Pira. Già in quella scelta erano impliciti i motivi della crociata dell’aprile 1948, con l’appello a tutte le paure, a tutti gli odii, a tutti i risentimenti. Se la scissione socialdemocratica avesse tolto di mezzo il partito socialista, se la scissione sindacale avesse profondamente intaccato la forza e l’iniziativa della Cgil, se gli aiuti americani, nella forma che assunsero e malgrado il prezzo politico che comportarono, fossero stati un toccasana per la nostra economia, la democrazia cristiana poteva illudersi di consolidare i risultati del 18 aprile. Ognuna di queste condizioni venne meno. Il partito socialista non si lasciò abbattere, la scissione sindacale non impedì che l’iniziativa rimanesse alla Cgil, gli aiuti americani evitarono alla borghesia taluni necessari ed utili sacrifici, rinsanguarono i gruppi capitalisti meno legati al progresso democratico del paese, ma non evitarono alle masse la lunga e penosa penitenza del quinquennio trascorso, non per ancora finita. Soprattutto la politica americana di egemonia mondiale non sortì gli effetti di intimidazione che scontava nei confronti specialmente della Cina. Anzi, a cominciare dal 1952, e più apertamente nel 1953, fu nel senso della coalizione capitalista dell’occidente che si manifestarono i maggiori contrasti, mentre l’America era costretta a venire a patti in Asia. La morte della Ced in seguito al voto contrario al trattato dell’assemblea francese (30 agosto), è per ora la conclusione di un processo di riassestamento del mondo, che la volontà dei popoli ha imposto alla risultanza del governo. Il fatto che la crisi della Ced abbia vibrato al vecchio cuore di De Gasperi un colpo mortale, ha in sé qualcosa di patetico, ma anche un profondo significato di ammonimento.

    Ammonisce che difficilmente si sfugge alla conseguenza dei propri atti. In questo senso il 7 giugno sta al 18 aprile, come la rivincita sta alla sconfitta. Quando De Gasperi il 16 luglio 1953 presentò il suo ottavo ed ultimo ministero, egli era già sconfitto. Lo aveva sconfitto il voto popolare del 7 giugno, lo sconfiggevano gli avvenimenti in corso nel mondo; lo sconfiggevano l’immobilismo sociale a cui s’era condannato entrando in lotta aperta con le grandi organizzazioni dei lavoratori. Si è detto giustamente che il problema della sua successione non solo alla testa della democrazia cristiana ma soprattutto alla testa del governo, è un problema difficile. Lo era lui vivente. Lo è dopo la sua morte. È un problema che si riassume nella triplice esigenza dell’adeguamento della nostra politica estera alla posizione d’equilibrio propria all’Italia in Europa e nel mondo, della democratizzazione dell’apparato statale e di un nuovo 2 giugno sociale. Certo si è che il raggruppamento delle forze politiche e sociali che concordano su questi obbiettivi appare più urgente che mai dopo la fine di De Gasperi che ha chiuso, col suggello della morte, la politica del 18 aprile.


    Pietro Nenni




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  5. #25
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    11 settembre 1973


    Stasera verso le sei Bettino Craxi mi ha telefonato la notizia del colpo di Stato militare nel Cile. Cinque anni or sono era stato lui ad informarmi all’alba del 21 agosto qui a Crans, dove ero anche allora, dell’invasione sovietica di Praga. Nei due casi si è trattato di una dura sconfitta del socialismo dal volto umano. Allende era da tre anni impegnato nella battaglia del socialismo nella libertà e nella democrazia, fino all’ultimo è rimasto fedele a questo suo impegno. Aveva perduto la battaglia sul piano economico e da alcuni mesi non controllava più neppure la situazione politica. Non era riuscito il compromesso con i militari da lui chiamati al governo. Non era riuscito quello che la Democrazia cristiana, ostacolato dalla destra e contrastato dalla sinistra socialista e dal Mir. Le informazioni tv di questa sera lo danno prigioniero nel palazzo presidenziale della Moneda in fiamme. Netto il suo rifiuto di cedere alla forza. Nello stesso palazzo, tre o quattro giorni or sono, Allende aveva ricevuto l’omaggio entusiasta degli operai di Santiago in occasione del terzo anniversario della sua vittoria elettorale nel 1970. E adesso?


    12 settembre 1973


    Sulla morte di Allende si susseguono notizie diverse. Suicida nel palazzo presidenziale? Assassinato come un cane, risponde la voce pubblica. Credo per parte mia al suicidio, che mi pare corrispondente al carattere dell’uomo […].


    13 settembre 1973


    […] Non ci sono purtroppo dubbi sul successo del golpe anche se si combatte ancora. Il quadrumvirato militare ha promosso la formazione di un governo alla cui testa si trova il generale Pinochet. Ha legami con la Democrazia cristiana, e sulla Democrazia cristiana si punta oggi l’attenzione politica. Le sue responsabilità nel colpo di Stato sono enormi. Negli ultimi mesi ha fatto causa comune con la destra fascista di Patria e Libertà […]. Del resto il leader Dc Edoardo Frei era ormai acquisito all’idea del colpo di Stato. La Dc cilena non esita ad approvare oggi e a giustificare il “putsch” considerandolo “una conseguenza del disastro economico, del caos istituzionale, della violenza armata e della crisi morale ai quali il governo ha condotto il Cile”: una decisione ben grave se si tiene conto che il dialogo e l’intesa con la Dc rimangono una delle condizioni del riscatto della democrazia. Fanfani ha preso una posizione nettamente polemica sul documento della Dc cilena e domani “Il Popolo” farà lo stesso. È una fortuna anche se non è una soluzione.


    15 settembre 1973


    Si conferma che [in Cile, n.d.c.] la resistenza armata è lungi dall’essere domata, se mai lo sarà. Duri esempi da destra. La repressione militare è spietata […]. Mentre si muore nelle strade, nelle fabbriche, nelle “bidonvilles” dei sobborghi, i borghesi e soprattutto le borghesi dei quartieri eleganti festeggiano il colpo di Stato con tanta e scomposta frenesia che i militari stessi ne sono impressionati. I “momios” non hanno peraltro mai avuto motivi di temere per la loro pelle ma soltanto per il loro denaro. Oggi brindano col sangue. Rischiano di pagarla cara.
    Grandi sono ancora nel mondo e da noi le commozioni e la collera. Ma è tempo di trarre la lezione dagli avvenimenti cileni. Abbiamo molto da apprendere.


    Pietro Nenni, “Socialista, libertario, giacobino. Diari 1973-1979”, Marsilio, Venezia 2016, pp. 70-71
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  6. #26
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    20 settembre 1970


    Le celebrazioni del centenario di Porta Pia hanno scaldato poco la fantasia e il cuore dei romani. La cerimonia ufficiale è stata fredda e protocollare.
    Saragat, che trova spesso l’accento giusto, ha parlato a Montecitorio presenti deputati, senatori, consultori, costituenti, presidenti delle regioni e sindaci delle città decorate da medaglie d’oro, in forma distaccata, come di un evento in sé esaurito. Ha lasciato in ombra il fatto che il 20 settembre per il modo, il come e le conseguenze della fine del potere temporale del papa, confermò l’insuccesso della spinta rivoluzionaria del Risorgimento e la vittoria dei moderati.
    Saragat ha esaltato la Costituzione repubblicana, sorvolando sul fatto che è toccato a noi risolvere nel 1946 con l’avvento della Repubblica il problema rimasto aperto un secolo fa della Costituente e del Patto nazionale, vaticinato da Mazzini. Inoltre, egli ha dato per risolta la contesa tra Stato e Chiesa che risolta non è ancora anche se è significativa la presenza a Montecitorio e alla breccia di Porta Pia del vicario di Roma cardinale Dell’Acqua. Si può anzi dire che lo zucchetto rosso del cardinale al centro delle maggiori autorità fosse la sola novità della cerimonia, il segno che cattolici e laici possono ormai celebrare insieme il ritorno di Roma all’Italia. Ma ognuno col suo linguaggio: lo Stato il suo, la Chiesa il suo.
    La sola nota di vivacità è stata data dalle piume dei bersaglieri, convenuti a Roma da tutta Italia. Come sempre le celebrazioni ufficiali rispettano la forma e umiliano lo spirito dei grandi avvenimenti.
    Giornata calma a Reggio Calabria dove si sono svolti i funerali del tranviere ucciso tre giorni or sono. Tregua o fine della protesta?
    Giornata confusa di combattimenti e di tentativi di tregua un Merio Oriente.
    A Genova uno studente greco, Costantino Georgakis, che credo di aver conosciuto un paio di anni or sono, si è bruciato vivo come il cecoslovacco Jan Palach, per protesta contro la dittatura dei colonnelli. Ha lasciato una lettera al padre dove spiega il suo gesto suicida: “Viva la democrazia, abbasso i tiranni”, scrive ed esprime l’augurio che tutti si interessino al problema greco.
    Nessun sacrificio è inutile, ma il mondo non ha fretta. Non gli rifiuterà un pensiero accorato per poi volgersi ad altre cose, di preferenza più frivole.


    Pietro Nenni – “I conti con la storia. Diari 1967-1971”, SugarCo, Milano 1983, pp. 511-512.
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  7. #27
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    “… il raffronto tra la legge Acerbo e le condizioni in cui fu votata nel 1923 e la vostra legge e le condizioni in cui sta per essere votata è sulle labbra di tutti. Potremmo dirvi: ‘Buon appetito, signori, e arrivederci’. Non lo diciamo. Con il nostro atteggiamento nell’imminente voto di fiducia, intendiamo richiamarvi alla nozione esatta della situazione ed a una valutazione non esagerata dell’idea che vi fate dei vostri mezzi. Nelle condizioni create dagli arbitrii governativi e della maggioranza, di fronte all’incostituzionalità della procedura ed alle clamorose violazioni del regolamento e della prassi parlamentare, il modo più eloquente che ha la sinistra per separare le proprie responsabilità da quelle del Governo e della maggioranza, è di non partecipare alla votazione al fine di meglio sottolinearne la illegalità. Perciò l’opposizione ha deciso di non partecipare alle votazioni. Essa confida nel Senato della Repubblica perché le prerogative parlamentari umiliate in questo ramo del Parlamento siano ristabilite nella loro integrità; essa si riserva di informare il Presidente della Repubblica della situazione che si è creata alla Camera; essa fa appello al popolo perché dia di nuovo alla Repubblica e alla democrazia il suo vero volto, il volto della Resistenza”.


    Pietro Nenni – Camera dei Deputati, 18 gennaio 1953.
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  8. #28
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    La corrente pura e la sporca schiuma (1956)





    “Avanti!”, 28 ottobre 1956



    [L’insurrezione ungherese nel 1956 viene soffocata nel sangue dei carri armati russi. È la prova che tutti i mali del comunismo non possono essere fatti risalire a Stalin e che, malgrado il rapporto Krusciov al XX Congresso del PCUS, l’errore del monolitismo Partito-Stato, della dittatura del Partito sulla Società continua. Nenni commenta l’invasione russa in Ungheria in un articolo sull’ “Avanti!” dal titolo “La corrente pura e la sporca schiuma” pubblicato il 28 ottobre.]

    Il movimento operaio non aveva vissuto mai una tragedia paragonabile a quella ungherese, a quella che in forme diverse cova in tutti i paesi dell’Europa orientale, anche con silenzi i quali non sono meno angosciosi delle esplosioni della collera popolare.
    La Comune parigina era caduta sotto l’assalto delle truppe versagliesi. La Comune ungherese del 1919 sotto i colpi di soldataglie straniere. La repubblica spagnola sotto l’intervento congiunto di eserciti fascisti e nazisti. Centinaia di morti, migliaia di feriti versano in Ungheria il loro sangue in un combattimento fratricida, in cui la linea divisoria non passa tra partigiani e nemici del socialismo, ma ha trovato da una parte operai e studenti, i quali volevano sul serio la liberalizzazione e la democratizzazione degli istituti politici e della vita pubblica (e la purezza delle cui intenzioni non può essere offuscata dalla schiuma fascista che certamente s’è mescolata alla limpida corrente delle rivendicazioni popolari) e dall’altra un vecchio gruppo dirigente comunista che ai suoi errori di direzione politica, ai suoi crimini, ha aggiunto l’appello insensato alle truppe sovietiche.
    Il coraggio dei nuovi dirigenti polacchi e ungheresi, il coraggio dei nuovi dirigenti che i vicini paesi dell’Europa orientale non possono tardare un minuto a darsi, ha da essere prima di tutto quello della verità.
    Quando Gomulka ha voluto dare una spiegazione delle sollevazione di Poznan non si è riferito alla sobillazione degli agenti imperialisti, che pure ci sono, ma alle menzogne con le quali si era parlato ai lavoratori.
    Quando ha affermato che dopo il XX Congresso di Mosca “la gente in Polonia ha cominciato a raddrizzare la schiena, i cervelli, silenziosamente ridotti in schiavitù, hanno incominciato ad espellere il veleno delle menzogna” ha detto del ventesimo congresso quanto di meglio si possa dire. Ma ha anche sottinteso, io credo, ciò che di insensato c’è stato nel tentativo di considerare la denuncia dello stalinismo un fatto a se stante, mentre essa poteva riuscire pienamente efficace solo se accompagnata ad una profonda revisione del sistema.
    Non era difficile prevedere (e fu da noi previsto) che più ancora che a Mosca, era a Varsavia, a Budapest, a Praga, a Bucarest, a Sofia, a Berlino Est che la caduta del mito di Stalin imponeva la revisione delle degenerazioni del peggiore stalinismo; uno stalinismo di importazione, senza radici nazionali o sociali, senza la spiegazione (non oso più dire la giustificazione) dell’assedio imperialista e della guerra. Orbene è proprio in questi paesi scossi, oggi, dalla indignazione o dalla rivolta popolare, che i vecchi gruppi dirigenti hanno dato l’impressione di non avvertire né la gravità della situazione, né la natura della spinta dal basso, né la necessità di prevenire per non reprimere.
    La Polonia, aveva per così dire, anticipato il XX Congresso, fino dal 1947, allorché Gomulka e Cyrankiewicz parlavano di “via polacca del socialismo”, intendendo una via diversa da quella sovietica, improntata alle caratteristiche nazionali e sociali del loro paese. L’Ungheria aveva nel 1953, subito dopo la morte di Stalin, preceduto anch’essa il XX Congresso, col programma del ministero Nagy, improntato alla esigenza del ristabilimento di una vera democrazia socialista. Ma Gomulka era caduto in disgrazia e Nagy pure; il gruppo dirigente staliniano in Polonia aveva alla svelta liquidato la via polacca del socialismo; Rakosi a Budapest aveva con eguale facilità e con mezzi identici liquidato Nagy e il suo governo. Anche quando nel luglio scorso, Rakosi veniva costretto a prendere la via di Mosca per un viaggio che era un esilio, anche allora non si avvertì come le condizioni di una nuova vita imponessero non soltanto il ricambio degli uomini, ma quello del sistema, dei metodi, del costume.
    Il prezzo pagato a codesti errori è tale da fare inorridire. Non è tale da distruggere la fiducia che la nuova corrente operaia e popolare riesca a superare il solco degli errori e del sangue.
    Quanto di meglio noi possiamo fare per i lavoratori ungheresi è aiutarli a risolvere i problemi da essi posti a base del rinnovamento della vita pubblica nel loro e negli altri paesi dell’Europa orientale. Aiutarli a spezzare gli schemi della dittatura in forme autentiche di democrazia e di libertà. Aiutarli a dare all’economia socializzata e pianificata lo scopo di liberare l’uomo dalla schiavitù del bisogno. Aiutarli a risolvere i loro rapporti con l’Unione Sovietica in termini di autonomia e di indipendenza nazionale. Aiutarli a soddisfare la richiesta del ritiro delle truppe sovietiche che ha per sé in Ungheria il tragico suggello del sangue ed in Polonia quella della volontà popolare.
    Associandoci a questa richiesta i socialisti italiani non pongono in discussione il diritto delle rivoluzioni a difendersi, ma il principio che la difesa di una rivoluziona proletaria o è affidata ai petti e alle armi dei lavoratori o diviene impossibile.
    Si tratta per noi di confermare quarant’anni di battaglie contro la minaccia dell’intervento straniero in Unione Sovietica prima, in Cina poi; di confermare il principio che abbiamo con tanto accanimento difeso contro l’intervento inglese in Grecia, contro la dottrina di Truman, contro il tentativo di interpretare il patto atlantico come una garanzia nei confronti dei rischi di rivoluzione interna.
    Giù quindi le armi!
    Giù le armi della ribellione. Giù le armi della repressione. Giù le armi dell’intervento straniero.
    A questo prezzo c’è tempo ancora, malgrado tutto, per ricomporre in unità le forze che non vogliono né la perpetuazione dei recenti errori ed abusi, né il ritorno a un passato irrevocabilmente condannato.

    Pietro Nenni



    https://www.facebook.com/notes/pietr...2533167196522/
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  9. #29
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    ​Lettera ai compagni (1965)


    [Nel 1963 Aldo Moro forma il primo Governo organico di centro sinistra. Nei mesi precedenti, il PSI ha subito la scissione del PSIUP: la formazione del nuovo Partito socialista crea nuove polemiche. In preparazione del XXXVI Congresso del PSI, convocato a Roma nel novembre 1965, Nenni scrive una “lettera ai compagni” nella quale si sofferma sul problema della unificazione socialista e sulla piaga delle scissioni.]


    C’è nel fondo della coscienza di ognuno di noi un quesito, anzi un affanno, che attende risposta. Cosa sarebbe stato nel primo dopoguerra il partito senza le scissioni, quella di Livorno e quella più innaturale ancora del 1922, alla vigilia della marcia fascista su Roma, tra socialisti e socialdemocratici? Cosa sarebbe il partito, oggi, senza la scissione di palazzo Barberini che ci privò del vantaggio politico e morale conseguito con la vittoria elettorale del 2 giugno 1946, quando il consenso popolare fece di noi il più forte partito politico?
    Quanto diversa sarebbe stata la nostra incidenza sulla società italiana senza l’orgia delle scissioni; quanto più consistente la nostra forza, quanto più incisiva la nostra azione, di quanto maggiore il nostro peso politico?
    Quanti socialisti disgustati dalle scissioni hanno abbandonato ogni organizzazione? Quanti giovani si sentono respinti dalla pluralità dei partiti che si richiamano al socialismo? Quanti elettori scuotono il capo dubbiosi di fronte alla molteplicità dei simboli socialisti, tra i quali si rifiutano di scegliere?
    Il problema della unificazione socialista nasce dalla esigenza di dare una risposta a questi quesiti. È assurdo sostenere che il problema non esiste. È un errore dare per realizzate tutte le condizioni per risolverlo. Che al centro della unificazione ci sia il problema della ricostituzione della unità tra le forze che si divisero nel 1947 è ovvio. Ma sbaglierebbe chi facesse dell’unificazione una faccenda privata tra socialisti e socialdemocratici, da risolvere con un protocollo tra le due segreterie e le due direzioni. Le forze interessate all’unificazione travalicano di gran lunga i confini dei due partiti.
    Sono interessati all’unificazione i molti, i troppi compagni che si sono estraniati dalle organizzazioni. Sono interessati alla unificazione quei vasti gruppi di lavoratori della industria di stato, di quella privata, della agricoltura che cercano un punto di appoggio dentro l’officina, l’azienda, l’ufficio, nelle campagne per portare avanti le rivendicazioni inerenti alla loro partecipazione diretta al processo produttivo. Sono interessati alla unificazione quei gruppi di intellettuali, di specialisti, di tecnici che ci hanno offerto il loro concorso nell’elaborazione della politica della programmazione. Sono interessati alla unificazione, se non il PSIUP in quanto tale (setta senza spazio e senza prospettive), quei compagni che seguirono la secessione per solidarietà di frazione e di gruppo e per irritazione più che per convinzione.
    Vi sono interessati quei democratici laici che vogliono uno stato repubblicano moderno libero da ogni egemonia politica, economica, confessionale. Sono interessati quanti tra i cattolici militanti ubbidiscono al richiamo egualitario dell’evangelismo cristiano e la cui adesione al movimento socialista si urta ormai soltanto alla garanzia che hanno diritto di reclamare circa la libertà ed il rispetto della religione e l’indipendenza della Chiesa.
    Sono interessati alla unificazione molti lavoratori che si sono trovati comunisti o elettori comunisti per il canale della grande e gloriosa Resistenza, senza essere né leninisti né stalinisti, molti giovani che hanno ubbidito al richiamo della efficienza comunista ma avvertono da qualche tempo in qua come, malgrado il vigore della organizzazione e delle lotte, il comunismo, dottrina, metodologia e prassi, sia di una sempre più difficile assimilazione nei paesi i quali hanno alle spalle una lunga tradizione di vita civile, ed avvertono come soluzioni politiche tipo democrazie popolari non siano né accettabili né possibili per il nostro paese.
    Consapevoli di questo stato psicologico e politico di molti comunisti di base, i dirigenti comunisti parlano di unificazione e di partito unico, e molti lo fanno con innegabile passione unitaria e con la sincerità di un travaglio drammaticamente vissuto. Ma il PCI in quanto tale non va e non può andare oltre l’unità d’azione. Ci sono, per esso, due colonne d’Ercole insuperabili: il monopolio ideologico e politico del partito e la sua egemonia sull’uomo, sullo stato, sulla società; la identificazione con il blocco mondiale comunista oggi scosso da una scissione rispetto alla quale il memoriale togliattiano di Yalta, che pure rappresenta uno dei documenti più avanzati della autocritica comunista, non è andato al di là dell’appello alla unità nella diversità. Si tratta di ben altro, si tratta di un contrasto di fondo che ha le sue cause nello sciovinismo di stato e di potenza più che nelle divergenze sulla ideologia, interpretata dai russi in senso moderato e dai cinesi in sensi esplosivo nella più fedele ortodossia leninista e stalinista.
    Qualcosa evidentemente si muove tra i comunisti, i nostri e quelli dell’Europa centro-orientale. Il revisionismo batte alle loro porte. Ed è vero che le porte si sono sprangate in fretta e che il revisionismo venne considerato, dalla conferenza degli 81 partiti comunisti, il nemico principale. Ma come sostiene François Fejto si tratta di un morto che si vendica dei vivi, imponendo loro l’attualità della sua logica. In tali condizioni l’unificazione socialista può essere per i comunisti un richiamo ed uno stimolo ad andare più avanti nella critica e nella revisione dei dogmi propri di un’epoca ormai superata.
    L’unificazione è quindi un vasto problema che non sta nei limiti di un contratto del PSI e del PSDI anche se lo presuppone. Lo attesta la costituzione di comitati per l’unificazione a Milano, a Genova, a Piacenza, a Bologna, in altre città, per opera prevalente di compagni che sono fuori dei due partiti. Lo attestano il moltiplicarsi di iniziative e di dibattiti sul tema dell’unità.
    […]
    Non si può dire che l’unificazione sia cosa fatta perché socialisti e socialdemocratici siano al governo insieme, come non sarebbe cosa fatta se insieme fossimo o passassimo all’opposizione. C’è stato un nostro apporto di pensiero, di metodo, di prassi alla unificazione. Ci deve essere un apporto di pensiero, di metodo, di prassi della socialdemocrazia, nel senso attuale del monito sempre e più che mai attuale che Antonio Labriola rivolgeva ai socialisti, fino dall’inizio del secolo, e che, cioè, mentre essi rifuggivano dal “perdersi nei vani tentativi di una romantica riproduzione del rivoluzionarismo tradizionale”, dovevano guardarsi, nello stesso tempo, “da quei modi di adattamento e di acquiescenza, che, per le vie delle transazioni, li farebbero come sparire nell’elastico meccanismo del mondo borghese”.
    L’indicazione valida per l’unificazione rimane quindi quello dell’inizio di un periodo di azione comune, e di comuni assunzioni di responsabilità, a livello delle sezioni, delle federazioni, delle direzioni di partito, dei gruppi parlamentari; rimane quella di un’azione di base assieme a tutte le forze disponibili per l’unificazione e che sono numerose e di diversa origine; rimane quella di convegni di studio aperti a tutti i socialisti sui problemi della democrazia e del socialismo, dello stato e della società.
    Allora una Costituente socialista, la quale tiri le somme di un vasto lavoro di approfondimento dei valori e degli obbiettivi del socialismo, diverrebbe un fatto di popolo e di massa da cui l’azione socialista interna ed internazionale trarrebbe nuovo ed incisivo vigore.


    Pietro Nenni
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)




    Una nuova politica. Ecco ciò che occorre


    “Avanti!”, 30 marzo 1952


    L’on. Gonella non ha continuato la discussione con noi che aveva aperto con molta baldanza. Egli è ora molto occupato con gli “intrallazzi” elettorali. Non nega tuttavia, che fosse discussione assai interessante. “La riprenderemo fra poco” mi ha detto l’altro giorno. Si tratta di vedere in quali condizioni.
    Nulla infatti può sorprendere con un partito il quale apre la campagna elettorale con le seguenti insensate parole: “Il socialcomunismo mira alla loro conquista (dei Comuni) con il proposito di servirsene per soffocare le libertà democratiche e tradire gli interessi nazionali”. Non c’è da arrabbiarsi, ma solo da scansare col piede simili sozzure. E c’è da notare come nel manifesto d.c. non ci sia una parola contro il M.S.I. né contro il P.N.M.
    È entrato invece nella discussione Ugo La Malfa, e l’articolo da lui pubblicato [ “Candore di Nenni?” https://www.facebook.com/notes/ugo-l...743741414625/] è lo specchio del disorientamento dei cosiddetti gruppi di terza forza.
    Prima di tutto La Malfa confessa il fallimento della politica alla quale ha partecipato. Secondo lui non vi sarebbe alcun pericolo che la sinistra conquisti la maggioranza assoluta, mentre vi è “grande probabilità” che tale maggioranza sia conquistata dalla destra. La Malfa non è il solo, nella “équipe” ministeriale a veder nero. E credo che, dopo tutto, si sbagli, o abbia ragione soltanto nella misura in cui conviene con noi, che, il pericolo di destra non è esterno ma interno alla Democrazia cristiana, non si chiama soltanto, e soprattutto, neo-fascismo o monarchismo, ma, in riferimento al Sud, si chiama sanfedismo agrario.
    Senonché da quanto tempo andiamo dicendo che né si fanno avanzare né si difendono le istituzioni democratiche e repubblicane del 2 giugno, se si amputano la maggior parte delle forze che ad esso dettero vita?
    Invece di giostrare con le idee e le parole, prenda l’amico La Malfa un lapis e faccia una piccola operazione aritmetica. La Repubblica è sorta col libero voto di dodici milioni di cittadini, che secondo la provenienza politica si possono scomporre così: quattro milioni e mezzo di socialisti (che malgrado le scissioni noi ritroveremo nelle elezioni del ’53), quattro milioni e mezzo di comunisti, due milioni di democristiani, un milione di repubblicani.
    Quale meraviglia che tutto sbandi a destra, allorché a salvaguardia delle istituzioni repubblicane si vogliono respingere nove dei dodici milioni di cittadini che vollero la Repubblica?
    Senonché, secondo La Malfa, la responsabilità sarebbe nostra, specialmente di noi socialisti, che avremmo giocato al tanto peggio tanto meglio.
    Chi, e dove, e quando?
    Abbiamo forse giocato al peggio nel 1945-46 dando alle forze popolari l’obbiettivo della Costituente e della Repubblica da conseguirsi attraverso libere elezioni?
    Abbiamo forse giocato al peggio nel 1947, quando abbiamo fatto causa comune coi compagni comunisti di cui De Gasperi decise l’allontanamento dal governo perché tale era la volontà dell’America e dei circoli reazionari interni, senza neppure preoccuparsi (come per esempio avrebbe fatto Giolitti) di creare una situazione politica che spiegasse e giustificasse la sua iniziativa?
    E a cosa abbiamo ubbidito, promuovendo nel ’48 il Fronte popolare, se non alla tradizione bloccarda della democrazia italiana, da Cavallotti a Chiesa e Turati, e alla esperienza spagnola (del 1931 e del 1936) e francese (del 1934 e del 1936)?
    E neppure abbiamo giocato al peggio nelle due fondamentali battaglie condotte nei confronti della paludosa maggioranza del 18 aprile. Nella prima di queste battaglie condotta contro le alleanze militari, condotta in perfetta coerenza con la tradizione e il pensiero socialisti di tutti i tempi, siamo stati indotti a negare l’esistenza di un pericolo di aggressione sovietica incorrendo nell’accusa di essere agenti della Russia, come Turati era stato definito agente del Kaiser e Andrea Costa agente del Negus; ma passa il tempo, e un bel giorno il borghese ambrosiano apre il “Corriere della Sera” e legge un articolo su “La guerra che non si farà e quella che si sta facendo” dal quale apprende che egli, il povero borghese ambrosiano, è un imbecille se crede alla “Blitz Krieg” sovietica in Europa: che tale guerra non ci sarà, ma c’è la guerra dei coreani, dei malesi, dei birmani, degli indocinesi, degli egiziani, dei persiani, dei tunisini, tutte diavolerie sovietiche, di fronte alle quali, però, il borghese ambrosiano o romano avrebbe voglia di dire: “e a me chi me lo fa fare di svenarmi con le tasse, e domani di espormi alle bombe, solo perché in Asia e in Africa le faccende dell’imperialismo vanno male?”.
    E neppure abbiamo condotto la lotta contro l’alleanza atlantica con fanatica intransigenza, ma consigliandone una interpretazione italiana, conforme alle lezioni della nostra storia, ai nostri problemi, in primo luogo di quello di Trieste, alle nostre possibilità.
    L’altra battaglia, quella in difesa della Costituzione, l’abbiamo impostata su una rigida interpretazione dei doveri e dei diritti dei cittadini, negando l’esistenza di un sovversivismo comunista volto alla distruzione dell’ordinamento costituzionale, e sottolineando la presenza, invece, di un sovversivismo controrivoluzionario di destra. E tutti ci hanno dato torto, De Gasperi e Saragat e anche La Malfa. E oggi La Malfa se ne viene, bel bello, a dire, che l’estrema destra potrebbe anche vincere le elezioni del 1953!
    E contro questo pericolo che cosa propone? Non una politica, ma un volgare espediente elettorale che snaturi la proporzionale, con gli apparentamenti e i premi di maggioranza, quasi che si potesse fermare il moto della storia e degli uomini con delle truffe elettorali.
    La verità è che con quella richiesta, noi abbiamo posto il problema di fondo della distensione, nella quale crediamo e alla quale siamo pronti a concorrere. Crediamo cioè che ci sono delle intransigenze che possono attenuarsi, delle agitazioni che possono assumere forme più calme, degli scioperi che possono essere evitati, ma a condizione di seguire una nuova politica, la quale non persista nell’errore di respingere le masse popolari e la loro avanguardia operaia, in nome di viete e assurde pregiudiziali e pregiudizi.
    Se no la prospettiva che sta di fronte al Paese, se non quello di un rinnovato ottobre 1922, è però quella di un rinnovato e aggravato 1898.
    Le terze… debolezze dovrebbero temerne anche più di noi.


    Pietro Nenni



    La risposta di Ugo La Malfa: "Una nuova politica non semplici frasi" - "La Voce Repubblicana", 2 aprile 1952
    https://www.facebook.com/notes/ugo-l...0105842811741/
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 
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