I Mondiali 2026 sono una pessima notizia per i retrogradi xenofobi: il calcio mondiale non ha chiesto il loro permesso ed è diventato multietnico, multiculturale, globale.
I numeri sono impietosi. Il Mondiale 2026 porta in campo 48 nazionali e 1.248 giocatori. Di questi, quasi uno su quattro è nato in un paese diverso da quello che rappresenta. Curaçao arriva addirittura al 96% di giocatori nati all’estero, la Repubblica Democratica del Congo all’85%, il Marocco al 73%. Altro che “purezza nazionale”: il Mondiale è ormai il campionato mondiale delle identità incrociate.
Le nazionali non sono più cartoline ingiallite di popoli “puri”, ammesso che lo siano mai state. Sono squadre fatte di figli dell’immigrazione, seconde generazioni, diaspore, doppi passaporti, ragazzi nati in un paese e cresciuti calcisticamente in un altro. La Francia è francese anche con radici africane e caraibiche. La Germania è tedesca anche con storie turche, balcaniche o africane. L’Inghilterra è inglese anche quando porta in campo la Londra multietnica. Il Marocco è marocchino anche se molti suoi talenti sono nati o cresciuti in Europa.
Il pallone, a differenza dello xenofobo da tastiera, non controlla l’albero genealogico. Non chiede il certificato etnico. Non misura il sangue. Chiede una cosa molto più semplice: sai giocare?
Evidentemente il calcio moderno non ha tempo per le fantasie da museo etnico. Le federazioni serie cercano talento, velocità, tecnica, intelligenza, personalità. I retrogradi cercano cognomi rassicuranti. Poi si stupiscono se gli altri vanno avanti e loro restano a commentare il declino dal divano.
L’Italia è il controesempio perfetto. Tra le grandi nazionali europee è rimasta una delle più lente nel rappresentare il paese reale: scuole, periferie, campetti, ragazzi nati o cresciuti qui da famiglie straniere. Mentre gli altri pescano talento ovunque, noi restiamo spesso prigionieri della nostalgia. Risultato: dal 2014 guardiamo i Mondiali in televisione. Tre edizioni saltate: 2018, 2022, 2026. Dodici anni di divano patriottico.
Naturalmente l’eliminazione dell’Italia non dipende solo da questo. Ci sono problemi tecnici, federali, di vivai e di sistema. Ma il simbolo resta potente: il mondo corre, si mescola, cambia; noi discutiamo ancora se un ragazzo nato o cresciuto in Italia sia abbastanza “italiano”.
I Mondiali 2026 dimostrano una cosa semplice: il multiculturalismo non distrugge le nazioni. Le rende più forti, più moderne, più vere. Gli xenofobi volevano il calcio col pedigree. Il Mondiale ha risposto con i gol.
I regressisti xenofobi possono anche mettersi il cuore in pace: la battaglia l’hanno persa. Il mondo non tornerà alla loro cartolina ingiallita. Le nazionali saranno sempre più miste, le società sempre più plurali, il talento sempre meno disposto a farsi schedare da chi vive col righello etnico in mano.




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