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Discussione: Nostra Signora di Lourdes e Quaresima…

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    Lightbulb Nostra Signora di Lourdes e Quaresima…

    Nostra Signora di Lourdes e Quaresima…
    Ieri 10 febbraio 2016, mercoledì delle Ceneri, è iniziata la Quaresima; oggi 11 febbraio 2016 è il 158esimo anniversario dell’apparizione dell’Immacolata Vergine Maria a Bernadette Soubirous (Maria Bernarda Sobirós) avvenuta il giorno 11 febbraio 1858: Nostra Signora di Lourdes…Pregate per noi!








    Il Messaggio di Lourdes | Lourdes

    11 Febbraio - Immacolata di Lourdes
    "11 FEBBRAIO
    IMMACOLATA DI LOURDES

    PREGHIERA a LOURDES

    O bella Immacolata Concezione, io prostrato qui innanzi alla
    benedetta vostra Immagine e riunito in ispirito agli innumerevoli
    pellegrini, che nella grotta e nel tempio di Lourdes sempre Vi
    lodano e benedicono. Vi prometto perpetua fedeltà, e Vi consacro i
    sentimenti del mio cuore, i pensieri della mia mente, i sensi del mio
    corpo, e tutta la mia volontà. Deh! o Vergine Immacolata, procuratemi
    innanzi tutto un posto nella Patria Celeste, e concedetemi la
    grazia... e fate che venga presto il sospirato giorno, in cui arrivi a
    contemplarvi gloriosa in Paradiso, e quivi per sempre lodarvi e
    ringraziarvi del tenero vostro patrocinio e benedire la SS, Trinità
    che vi fece si potente e misericordiosa.
    Amen.


    PREGHIERA di PIO XII
    Docili all'invito della tua voce materna, o Vergine Immacolata di Lourdes, accorriamo ai tuoi piedi presso la grotta, ove Ti degnasti di apparire per indicare ai peccatori il cammino della preghiera e della penitenza e per dispensare ai sofferenti le grazie e i prodigi della tua sovrana bontà.
    O candida Visione di Paradiso, allontana dalle menti le tenebre dell'errore con la luce della fede, solleva le anime affrante con il celeste profumo della speranza, ravviva gli aridi cuori con l'onda divina della carità. Fa' che amiamo e serviamo il tuo dolce Gesù, così da meritare la felicità eterna. Amen.


    PREGHIERA A NOSTRA SIGNORA di LOURDES
    O Vergine Immacolata, Madre di Misericordia, salute degli infermi, rifugio dei peccatori, consolatrice degli afflitti, Tu conosci i miei bisogni, le mie sofferenze; degnati di volgere su di me uno sguardo propizio a mio sollievo e conforto.
    Con l'apparire nella grotta di Lourdes, hai voluto ch'essa divenisse un luogo privilegiato, da dove diffondere le tue grazie, e già molti infelici vi hanno trovato il rimedio alle loro infermità spirituali e corporali.
    Anch'io vengo pieno di fiducia ad implorare i tuoi materni favori; esaudisci, o tenera Madre, la mia umile preghiera, e colmato dei tuoi benefici, mi sforzerò d'imitare le tue virtù, per partecipare un giorno alla tua gloria in Paradiso. Amen.

    3 Ave Maria
    Nostra Signora di Lourdes, prega per noi.
    Sia benedetta la Santa ed Immacolata Concezione della Beatissima Vergine Maria, Madre di Dio.


    PREGHIERA alla MADONNA di LOURDES

    Maria, tu sei apparsa a Bernadette nella fenditura
    di questa roccia.
    Nel freddo e nel buio dell’inverno,
    hai fatto sentire il calore di una presenza,
    la luce e la bellezza.

    Nelle ferite e nell’oscurità delle nostre vite,
    nelle divisioni del mondo dove il male è potente,
    porta speranza e ridona fiducia!

    Tu che sei l’Immacolata Concezione,
    vieni in aiuto a noi peccatori.
    Donaci l’umiltà della conversione,
    il coraggio della penitenza.
    Insegnaci a pregare per tutti gli uomini.

    Guidaci alle sorgenti della vera Vita.
    Fa’ di noi dei pellegrini in cammino dentro la tua Chiesa.
    Sazia in noi la fame dell’Eucaristia,
    il pane del cammino, il pane della Vita.

    In te, o Maria, lo Spirito Santo ha fatto grandi cose:
    nella sua potenza, ti ha portato presso il Padre,
    nella gloria del tuo Figlio, vivente in eterno.
    Guarda con amore di madre
    le miserie del nostro corpo e del nostro cuore.
    Splendi come stella luminosa per tutti
    nel momento della morte.

    Con Bernadette, noi ti preghiamo, o Maria,
    con la semplicità dei bambini.
    Metti nel nostro animo lo spirito delle Beatitudini.
    Allora potremo, fin da quaggiù, conoscere la gioia del Regno
    e cantare con te:
    Magnificat!

    Gloria a te, o Vergine Maria,
    beata serva del Signore,
    Madre di Dio,
    Tempio dello Spirito Santo!



    O augusta Regina del Paradiso, che in
    atteggiamento celeste e con la Corona sul
    braccio, a grande dimostrazione di amore e
    di misericordia per gli uomini, vi degnaste
    apparire alla fortunata Bernadetta per spargere
    sul mondo le grazie della vostra bontà:

    noi vi salutiamo e ci rallegriamo per l'eccelso
    privilegio della vostra Immacolata Concezione
    con cui piacque al Signore di elevarvi
    sopra tutte le creature, costituendovi
    sua Madre purissima.

    Deh! Siate pure la Madre nostra, ed in
    mezzo alle lusinghe del mondo e dei sensi,
    fate che manteniamo puro il nostro cuore
    dalla colpa prendendo per nostra arma
    quel rosario, che voi additate come mezzo
    per mantenerci vostri degni figliuoli.



    LITANIE alla MADONNA di LOURDES
    Signore pietà, Signore pietà;
    Cristo pietà, Cristo pietà;
    Signore pietà, Signore pietà;

    Nostra Signora di Lourdes, Vergine Immacolata prega per noi;
    Nostra Signora di Lourdes, Madre del Divin Salvatore prega per noi;
    Nostra Signora di Lourdes, che hai scelto come interprete una debole e povera fanciulla prega per noi;
    Nostra Signora di Lourdes, che hai fatto sgorgare sulla terra una sorgente che dà contorto a tanti pellegrini prega per noi;
    Nostra Signora di Lourdes, dispensatrice dei doni del Cielo prega per noi;
    Nostra Signora di Lourdes, a cui Gesù nulla può rifiutare prega per noi;
    Nostra Signora di Lourdes, che nessuno ha mai invocato invano prega per noi;
    Nostra Signora di Lourdes, consolatrice degli afflitti prega per noi;
    Nostra Signora di Lourdes, che guarisci da ogni malattia prega per noi;
    Nostra Signora di Lourdes, speranza dei pellegrini prega per noi;
    Nostra Signora di Lourdes, che preghi per i peccatori prega per noi;
    Nostra Signora di Lourdes, che ci inviti alla penitenza prega per noi;
    Nostra Signora di Lourdes, sostegno della santa Chiesa prega per noi;
    Nostra Signora di Lourdes, avvocata delle anime del purgatorio prega per noi;
    Nostra Signora di Lourdes, Vergine del Santo Rosario prega per noi;

    Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo perdonaci Signore;
    Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo ascoltaci o Signore;
    Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo abbi pietà di noi;

    Prega per noi, Nostra Signora di Lourdes Affinché siamo fatti degni delle promesse di Cristo.

    Preghiamo:
    Signore Gesù, noi ti benediciamo e ti ringraziamo per tutte le grazie che, per mezzo della Madre tua a Lourdes, hai sparso sul tuo popolo in preghiera e sofferente. Fa' che anche noi, per l'intercessione di Nostra Signora di Lourdes, possiamo aver parte di questi beni per meglio amarti e servirti! Amen."






    Il 16 aprile sarà l’anniversario della morte terrena di Maria Bernarda Sobirós / Bernardette Soubirous (Lourdes, 7 gennaio 1844 – Nevers, 16 aprile 1879), è morta cento anni prima della mia nascita, Rip…


    “Mercoledì 16 Aprile 1879, nella settimana di Pasqua, a metà pomeriggio, è "l'ora" in cui l'avventura di Bernardetta giunge a compimento. Come Gesù, essa affida la sua vita nelle mani di Dio, quel Dio che è "nostro Padre e che ha per noi una tenerezza infinita".”
    16 Aprile - Santa Bernadette Soubirous









    Riporto da "Radio Spada" e da "Agere Contra" le ricorrenze del 10 ed 11 febbraio e le regole pre-CV2 sulla Quaresima:



    Radio Spada
    https://www.facebook.com/rrradiospad...705150925818:0
    “11 FEBBRAIO 2016: APPARIZIONE DELL'IMMACOLATA VERGINE MARIA.
    Il messaggio di Lourdes.

    Nelle nubi comparirà il mio arco, ed io mi ricorderò del mio patto con voi (Gen 9,14-15). Nell'Ufficio dell'11 febbraio 1858 (giovedì di Sessagesima) le lezioni liturgiche ricordavano queste parole alla terra, quando il mondo apprese che in quello stesso giorno Maria era apparsa più bella del segno della speranza, che al tempo del diluvio fu la sua meravigliosa figura.
    Era il tempo in cui si moltiplicavano per la Chiesa i sintomi forieri di un avvenire che oggi s'è fatto presente e che ben conosciamo. La vecchia umanità sembrava fosse sul punto di sommergere in un diluvio peggiore dell'antico.
    IO SONO L'IMMACOLATA CONCEZIONE, dichiarò la Madre della divina grazia all'umile fanciulla scelta in quel momento a recare il suo messaggio ai custodi dell'arca della salvezza. Alle tenebre che salivano dall'abisso ella opponeva, come un faro, l'augusto privilegio che, tre anni prima, il supremo nocchiero aveva proclamato come dogma in sua gloria.
    Infatti se, come afferma Giovanni il prediletto, è la nostra fede che possiede quaggiù le promesse della vittoria (1Gv 5,4); e, se la fede si alimenta di luce: qual dogma meglio di questo che racchiude e proclama tutti gli altri, li rischiara allo stesso tempo di sì soave splendore? Sul capo della trionfatrice temuta dall'inferno, esso è veramente la regale corona su cui, come nell'arca vincitrice delle tempeste, convergono i diversi splendori del cielo.
    Tuttavia occorreva aprire gli occhi dei ciechi a queste bellezze, incoraggiare i cuori angosciati dalle audaci negazioni dell'inferno, rialzare dall'impotenza a formulare l'atto di fede tante intelligenze debilitate dall'educazione delle scuole moderne. Convocando le folte sul luogo benedetto della sua apparizione, l'Immacolata veniva incontro, con fortezza e soavità, alle anime deboli guarendo i corpi; sorridendo alla pubblicità e accettando ogni controllo, confermava, con l'autorità del miracolo permanente, la propria parola e la definizione fatta dal Vicario del Suo Figliolo.
    Come il Salmista celebrava le opere di Dio che narrano in ogni lingua la gloria del creatore (Sal 18,2-5); come san Paolo tacciava d'insania, nonché d'empietà, chiunque non credeva alla loro testimonianza (Rm 1,18-32): altrettanto si può dire degli uomini del nostro tempo, che sono inescusabili, se non riconoscono dalle opere sue la SS. Vergine. Ella potrebbe moltiplicare i suoi benefici, aver compassione dei più gravi infermi: ma queste anime malate che, nel timore inconfessato di importune conclusioni, ricusano di vedere oltre; o lottando apertamente contro la verità, spingono al paradosso il proprio pensiero, avvolgono nelle tenebre i loro cuori, come dice l'Apostolo (Rm 1,21), e fanno temere che il senso depravato, il cui castigo portavano nella carne i pagani (ivi 28), abbia leso la loro ragione.
    Appello alla penitenza.
    "O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi!" È la preghiera che, dall'anno 1830, voi stessa c'insegnaste contro le minacce dell'avvenire. In seguito, nel 1846, i due pastorelli della Salette ci rammentavano le vostre esortazioni e le vostre lacrime. "Pregate per i poveri peccatori e per il mondo così sconvolto", ci ripete oggi da parte vostra la veggente della grotta di Massabielle : "Penitenza! penitenza! penitenza!".
    Noi vogliamo obbedirvi, o Vergine benedetta, vogliamo combattere in noi e dovunque l'universale e unico nemico, il peccato, male supremo donde derivano tutti i mali. Lode all'Onnipotente, che si degnò preservarvi da ogni contaminazione e specialmente riabilitare in voi la nostra natura umiliata! Lode a voi che, non avendo alcun debito, rimetteste i nostri con le materne lacrime e col sangue del Figlio! vostro, riconciliando la terra col cielo e schiacciando la testa al serpente (Gen 3,15)!
    Preghiera ed espiazione! Non era questa, sin dai primi tempi, dai tempi degli Apostoli, in questi giorni di avvicinamento più o meno immediato alla Quaresima, l'insistente raccomandazione della Chiesa? O Madre nostra del Cielo, siate benedetta per essere venuta sì opportunamente ad armonizzare la vostra voce con quella della grande Madre della terra. Il mondo ormai rifiutava, non comprendeva più l'infallibile e indispensabile rimedio, offerto dalla misericordia e dalla giustizia di Dio alla sua miseria; sembrava aver dimenticato per sempre il monito: Se non fate penitenza perirete tutti (Lc 13,3-5).
    La vostra pietà, o Maria, ci desta dal nostro torpore! Conoscendo la nostra debolezza, voi accompagnate con mille dolcezze il calice amaro, e per indurre l'uomo ad implorarvi i beni eterni, gli prodigate quelli del tempo. Noi non vorremo essere come quei fanciulli che ricevono volentieri le carezze materne e trascurano gl'insegnamenti e le correzioni che quelle carezze avevano lo scopo di fare accettare. D'ora innanzi sapremo, con voi e con Gesù, pregare e soffrire; durante la santa Quarantena, col vostro aiuto, ci convertiremo e faremo penitenza.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 808-810.”






    https://www.facebook.com/rrradiospad...705660925767:0
    “11 febbraio 2016: GIOVEDÌ DOPO LE CENERI.
    La legge del digiuno ci vincola da ieri; ma non siamo ancora entrati nella solennità della Quaresima propriamente detta, la quale s'aprirà coi Vespri di sabato prossimo. Per distinguerli dal resto dei quaranta giorni, durante questi quattro sovraggiunti, la Chiesa continua a cantare i Vespri all'ora ordinaria, e permette anche ai suoi ministri di rompere il digiuno prima che sia terminata quella parte dell'Ufficio.
    Ma non sarà così a partire da sabato prossimo, in quanto ogni giorno, escluse le Domeniche che non hanno il digiuno, i Vespri feriali e festivi saranno anticipati, così che all'ora dei pasti l'Ufficio della sera sia tutto terminato. È un ultimo vestigio delle usanze della Chiesa primitiva, perché una volta i fedeli non rompevano il digiuno prima del tramonto, ora alla quale corrispondono i Vespri.
    La santa Chiesa ha distinto i tre giorni seguenti al Mercoledì delle Ceneri con l'assegnare a ciascuno di loro una lettura dell'Antico Testamento e un'altra del Vangelo, per essere fatte durante la Messa. Noi riprodurremo ogni volta quelle letture con l'aggiunta di qualche riflessione.
    Oggi la Stazione è a Roma, a S. Giorgio in Velabro, dove si conserva il teschio di quel Santo, che il Papa Zaccaria (741-752) portò dal Laterano.
    EPISTOLA (Is 38,1-6). - In quei giorni: Ezechia cadde in una malattia mortale, e il profeta Isaia figliolo di Amos, andato a trovarlo, gli disse: Così dice il Signore: Metti in ordine le tue cose, perché tu morrai e non potrai vivere. Ezechia, voltata la faccia verso la parete, pregò il Signore, dicendo: Te ne prego, Signore, e ti scongiuro a ricordarti come io ho camminato dinanzi a te nella verità e con cuore perfetto, ed ho fatto ciò che è buono dinanzi ai tuoi occhi. Ezechia si mise a piangere dirottamente. E il Signore rivolse la parola ad Isaia, dicendo: Va' a dire ad Ezechia: il Signor e Dio di David tuo padre dice cosi: Ho ascoltata la tua preghiera, ho vedute le tue lacrime, ed ecco, aggiungerò quindici anni alla tua vita, e libererò te e questa città dal re d'Assiria, e la proteggerò, dice il Signore onnipotente.
    Preparazione alla morte.
    Ieri la Chiesa ci mise davanti agli occhi la certezza della morte. Moriremo: Dio l'ha decretato, e a nessun essere ragionevole verrà in mente che la propria persona possa essere oggetto di un'eccezione. Ma se è certo il fatto della nostra morte, non è altrettanto noto il giorno che dobbiamo morire. Dio preferisce nascondercelo per i motivi della sua Sapienza; tocca a noi vivere in maniera da non essere colti di sorpresa. Può darsi che questa sera stessa venga a dire a noi come ad Ezechia: "Metti in ordine le tue cose, perché tu morrai". Dobbiamo sempre vivere in quell'attesa; perché, se anche Dio prorogasse la nostra vita come al re di Giuda, un giorno o l'altro dovrà immancabilmente arrivare quell'ora suprema; e nell'al di là non esiste più il tempo, ma l'eternità.
    Facendoci così approfondire la vanità della nostra esistenza, la Chiesa vuole fortificarci contro le seduzioni del tempo e farci dedicare interamente a quell'opera di rigenerazione, alla quale ci va preparando da tre settimane. Quanti cristiani che hanno ieri ricevute le ceneri, non saranno presenti quaggiù alle gioie pasquali! Chissà se anche noi non saremo nel numero delle vittime chiamate ad una morte così vicina! E chi ci può garantire il contrario? Per tale incertezza, accogliamo grati la parola del Salvatore: Fate penitenza, ché il Regno dei cieli è vicino (Mt 4,17).
    VANGELO (Mt 8,5-13). - In quel tempo: Entrato che fu Gesù in Cafarnao, s'accostò a lui un centurione, e lo pregava, dicendo: Signore, il mio servo in casa paralizzato e soffre terribilmente. E Gesù a lui : Io verrò e lo guarirò. Ma il centurione, rispondendo soggiunse: Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch'io sono un uomo sottoposto ed ho dei soldati sotto di me, e dico a questo: Va' ed egli va; e a quello: Vieni, ed egli viene: ed al mio servitore: Fa' questo, e lo fa. Gesù udite queste parole, ne restò ammirato, e disse a coloro che lo seguivano: In verità vi dico: non ho trovato tanta fede in Israele. Or vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e sederanno con Abramo e Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli; e i figli del regno saranno gettati nelle tenebre esteriori, ove sarà pianto e stridor di denti. E Gesù disse al centurione: Va' e come hai creduto, ti avvenga. E in quell'istante il servo fu guarito.
    La preghiera.
    La sacra Scrittura, i Padri e i Teologi cattolici distinguono tre specie d'opere di penitenza: la preghiera, il digiuno e l'elemosina. Nelle letture da lei proposte nei primi giorni di Quaresima, la Chiesa vuole istruirci circa la maniera di compiere le differenti opere. Oggi ci raccomanda la preghiera.
    La preghiera del centurione, che viene ad implorare ai piedi del Signore la guarigione del suo servo, è umile: dal fondo del cuore si giudica indegno di ricevere Gesù in casa sua; è piena di fede: non dubita un istante che il Signore gli possa accordare l'oggetto della tua domanda. E con quale calore la presenta! La fede di questo pagano supera tanto quella dei figli d'Israele, da meritare l'ammirazione del Figlio di Dio. :
    Così dev'essere la nostra preghiera, quando imploriamo la guarigione dell'anima nostra. Riconosciamo di non essere degni di parlare con Dio, ma nello stesso tempo insistiamo con una fede incrollabile; la sua potenza e la sua bontà esigono da parte nostra la preghiera affinché essa sia ricompensata dalla effusione della sua misericordia.
    Il tempo in cui siamo è tempo di preghiera; la Chiesa raddoppia le sue suppliche e le offre per noi: non lasciamola pregare sola. Abbandoniamo la tiepidezza in questi giorni, e ricordiamoci che, se ogni giorno commettiamo peccati, la preghiera li ripara e ci preserva dal commetterne di più.
    PREGHIAMO
    Perdona, Signore, perdona al tuo popolo, affinché, punito da giusti flagelli, respiri nella tua misericordia.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 467-470.”





    “Muore l'11 febbraio 731 San Gregorio II, Sommo Pontefice.”
    “Muore l'11 febbraio 824 San Pasquale I, Sommo Pontefice.”






    Radio Spada
    https://www.facebook.com/rrradiospad...927287670271:0
    “10 febbraio 2016: MERCOLEDÌ DELLE CENERI.
    L'appello del profeta.
    Ieri il mondo s'agitava nei piaceri, e gli stessi cristiani si abbandonavano ai leciti divertimenti; ma questa mattina ha squillato la sacra tromba di cui parla il profeta Gioele (v. Epistola della Messa) per annunciare l'apertura solenne del digiuno quaresimale, il tempo dell'espiazione, l'imminente avvicinarsi dei grandi anniversari della nostra salvezza. Destiamoci, cristiani, e prepariamoci a combattere le battaglie del Signore.
    L'armatura spirituale.
    Ricordiamoci, però, che nella lotta dello spirito contro la carne, dobbiamo essere armati: ecco perché la santa Chiesa ci raccoglie nei suoi templi per iniziarci alla milizia spirituale. San Paolo ce ne ha già fatto conoscere i dettagli della difesa con queste parole: "Siate dunque saldi, cingendo il vostro fianco con la verità, vestiti della corazza della giustizia, avendo i piedi calzati in preparazione al Vangelo di pace. Prendete soprattutto lo scudo della fede, l'elmo della saldezza e la spada dello spirito, cioè la Parola di Dio" (Ef 6,14-17). Il principe degli Apostoli aggiunge: "Avendo Cristo patito nella carne, armatevi anche voi dello stesso pensiero" (1Pt. 4,1).
    Ricordandoci oggi la Chiesa questi apostolici insegnamenti, ne aggiunge un altro non meno eloquente, obbligandoci a risalire al giorno della prevaricazione, che rese necessario quelle lotte che stiamo per intraprendere e le espiazioni attraverso le quali dobbiamo passare.
    I nemici da combattere.
    Noi siamo assaliti da due sorta di nemici: le passioni dentro il nostro cuore, il demonio fuori; entrambi disordini che derivano dalla superbia. L'uomo si rifiutò d'obbedire a Dio; ciò nonostante egli lo risparmiò, ma alla dura condizione di subire la morte: "Uomo, disse, tu sei polvere, ed in polvere ritornerai" (Gen 3,19). Ah! perché dimenticammo quell'avvertimento? A Dio bastò solo premunirci contro noi stessi; compresi del nostro niente, non avremmo mai dovuto infrangere la sua legge. Se ora vogliamo perseverare nel bene, al quale ci ha ricondotti la sua grazia, dobbiamo umiliarci, accettare la sentenza e considerare la vita come un viaggio più o meno breve che termina alla tomba. Sotto questa luce tutto diventa nuovo, ogni cosa si schiarisce. Nell'immensa sua bontà, Dio, che si compiacque riversare tutto il suo amore su di noi, esseri condannati alla morte, ci appare ancor più ammirabile. Nelle brevissime ore della nostra esistenza, l'ingratitudine e l'insolenza con cui ci scagliammo contro di lui ci sembrano sempre più degne del nostro disprezzo, e più legittima e salutare la riparazione che ora ci è possibile e che egli si degna d'accettare.
    L'imposizione delle ceneri.
    A questo pensava la santa Chiesa, quando fu indotta ad anticipare di quattro giorni il digiuno quaresimale e ad aprire questo sacro tempo cospargendo di cenere la fronte colpevole dei suoi figli, e ripetendo a ciascuno di loro le parole con cui il Signore li condannava alla morte.
    Come segno d'umiliazione e penitenza, però, l'uso delle ceneri è molto anteriore a quella istituzione. Infatti lo troviamo praticato fin nell'Antico Testamento. Perfino Giobbe, che apparteneva alla gentilità, copriva di cenere la sua carne dilaniata dalla mano di Dio, per implorare così la sua misericordia (Gb 16,16). Più tardi il Salmista, nell'ardente contrizione del suo cuore, mescolava cenere nel pane che mangiava (Sal 101,10). Analoghi esempi abbondano nei Libri storici e nei Profeti dell'Antico Testamento. Si avvertiva anche allora il rapporto esistente fra la polvere d'una materia bruciata e l'uomo peccatore, il corpo del quale sarà disfatto in polvere sotto il fuoco della giustizia divina. Per salvare almeno l'anima, il peccatore ricorreva alla cenere, e nel riconoscere quella triste fraternità con essa si sentiva più al riparo dalla collera di colui che resiste ai superbi e perdona agli umili.
    I pubblici penitenti.
    L'uso liturgico delle Ceneri al Mercoledì di Quinquagesima non sembra che in origine sia stato imposto a tutti i fedeli, ma solo ai colpevoli di certi peccati soggetti alla pubblica penitenza della Chiesa. In questo giorno, prima della Messa, essi si presentavano in Chiesa dove stava raccolto tutto il popolo, i sacerdoti ricevevano la confessione dei loro peccati, quindi li vestivano di cilizi e spargevano sulle loro teste la cenere. Dopo questa cerimonia, il clero ed il popolo si prostravano a terra, mentre ad alta voce venivano recitati i sette salmi penitenziali. Successivamente aveva luogo la processione, durante la quale i penitenti camminavano a piedi scalzi. Di ritorno, erano solennemente cacciati fuori dalla Chiesa dal Vescovo, che diceva loro: "Vi scacciamo fuori dal recinto della Chiesa a causa dei vostri peccati e delitti, come fu scacciato fuori dal Paradiso il primo uomo Adamo a causa della sua trasgressione". Poi il clero cantava diversi Responsori tratti dal Genesi, dov'erano ricordate le parole del Signore che condannava l'uomo ai sudori ed al lavoro sulla terra, ormai maledetta a causa sua. Quindi venivano chiuse le porte della Chiesa, affinché i penitenti non ne passassero più le soglie fino al Giovedì Santo, giorno nel quale ricevevano solennemente l'assoluzione.
    Estensione del rito liturgico.
    Dopo il XII secolo, la penitenza pubblica cominciò a cadere in disuso; ma l'uso d'imporre in questo giorno le ceneri a tutti i fedeli divenne sempre più generale e prese posto fra le cerimonie essenziali della Liturgia Romana. È difficile dire esattamente in quale epoca si produsse tale evoluzione. Sappiamo solo che nel Concilio di Benevento (1091) Urbano II ne fece un obbligo a tutti i fedeli. L'attuale cerimonia è descritta negli Ordines del XII secolo; le antifone, i responsori e le preghiere della benedizione delle Ceneri erano già in uso fra l'VIII e il X secolo.
    Una volta i cristiani si avvicinavano a piedi nudi a ricevere l'ammonimento sul niente dell'uomo, e, ancora nel XII secolo, lo stesso Papa, per recarsi da S. Anastasia a S. Sabina, dov'è la Stazione, faceva tutto il percorso senza calzatura, come pure i Cardinali che l'accompagnavano. Poi la Chiesa mitigò questo rigore esteriore; ma continuò a dare valore ai sentimenti interni che deve produrre in noi un rito così espressivo.
    Come abbiamo or ora detto, la Stazione odierna è a Roma, in S. Sabina, sul colle Aventino, aprendosi così sotto gli auspici di questa santa Martire la penitenza quaresimale.
    La sacra funzione incomincia con la benedizione delle ceneri, ottenute dalle Palme benedette l'anno prima nella Domenica che precede la Pasqua. La nuova benedizione ch'esse ricevono in questa circostanza ha lo scopo di renderle più degne del mistero di contrizione e di umiltà che stanno a significare.
    MESSA
    EPISTOLA (Gl 2,12-19). - Queste cose dice il Signore: Convertitevi a me con tutto il vostro cuore nel digiuno, nelle lacrime, nei sospiri. Lacerate i vostri cuori e non le vostre vesti; tornate al Signore, Dio vostro, che è benigno e misericordioso, paziente e ricco di clemenza, e ci pensa molto avanti di castigare. Chi sa che non cambi e perdoni, e non lasci dietro a sé la benedizione pel sacrificio e la libazione al Signore Dio vostro? Sonate la tromba in Sion, pubblicate il digiuno, convocate l'adunanza, radunate il popolo, purificate la riunione, convocate gli anziani; fate venire i fanciulli e i lattanti, lo sposo novello lasci il suo letto e la novella sposa il suo talamo. Tra il vestibolo e l'altare i sacerdoti, ministri del Signore, piangano, e dicano: Perdona, Signore, perdona al tuo popolo, non abbandonare la tua eredità all'obbrobrio, non la render serva delle nazioni; che non si dica fra i popoli: Dov'è il loro Dio? Il Signore ha mostrato zelo per la sua terra ed ha perdonato al suo popolo. Il Signore ha risposto e ha detto al suo popolo: Ecco che io vi manderò il frumento, il vino e l'olio, e ne avrete in abbondanza. e non vi farò più essere l'obbrobrio delle genti: dice il Signore onnipotente.
    Efficacia del digiuno.
    Questo magnifico passo del Profeta ci rivela l'importanza che il Signore dà all'espiazione fatta col digiuno. Quando l'uomo contrito dei propri peccati affligge la sua carne. Dio si commuove, come lo dimostra l'esempio di Ninive. Il Signore perdonò a una città infedele, perché i suoi abitanti imploravano pietà con l'abito della penitenza. Che non farà allora in favore del suo popolo, se questo saprà unire all'immolazione del corpo il sacrificio del cuore ?
    Affrontiamo dunque coraggiosamente la via della penitenza; e se l'affievolimento della fede e del timor di Dio sembra far cadere intorno a noi pratiche antiche quanto il cristianesimo, guardiamoci dal non esagerare in un rilassamento così pregiudizievole al complesso dei costumi cristiani. Riflettiamo soprattutto ai nostri obblighi personali verso la giustizia divina, la quale ci rimetterà i peccati e le pene meritate, in misura che ci mostreremo premurosi d'offrirle la soddisfazione cui ha diritto.
    VANGELO (Mt 6,16-21). - In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: Quando digiunate, non prendete un'aria melanconica, come gl'ipocriti, che sfigurano la loro faccia per mostrare alla gente che digiunano. In verità vi dico che han già ricevuto la loro mercede. Ma tu, quando digiuni, profumati il capo e la faccia, affinché non alla gente apparisca che tu digiuni, ma al tuo Padre, che è nel segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. Non vogliate accumulare tesori sulla terra, dove la ruggine e la tignola consumano e i ladri scassinano e rubano; ma fatevi dei tesori nel cielo, dove né ruggine né tignole consumano, dove i ladri né scassinano né rubano. Perché dove è il tuo tesoro, quivi è anche il tuo cuore.
    La gioia della Quaresima.
    Nostro Signore non vuole che i cristiani accolgano il digiuno espiatorio, con un'aria triste e lugubre. Anzi, persuasi ch'è tanto pericoloso differire i conti con la giustizia, si devono consolare e mostrarsi allegri all'avvicinarsi di quel tempo sì salutare perché sanno in anticipo che, se saranno fedeli alle prescrizioni della Chiesa, il peso del loro fardello si alleggerirà.
    Queste soddisfazioni, oggi tanto mitigate dall'indulgenza della Chiesa, se offerte a Dio con quelle del Redentore e fecondate da quella comunione di opere propiziatorie che unisce in un sol fascio le opere sante di tutti i membri della Chiesa militante, purificheranno le loro anime e le faranno degne di partecipare alle purissime gioie della Pasqua. Perciò, non dobbiamo essere tristi perché digiuniamo, ma perché abbiamo col peccato reso necessario il digiuno.
    Il Signore, poi, ci dà un altro consiglio, che la Chiesa ci ricorderà spesso nel corso dei quaranta giorni: quello d'aggiungere l'elemosina alle privazioni del corpo. Vuole che tesorizziamo, ma per il cielo. Abbiamo bisogno d'intercessori: li dobbiamo cercare tra i poveri. Ogni giorno di Quaresima, eccetto le Domeniche, prima di congedare l'assemblea dei fedeli, il Sacerdote recita per loro una preghiera particolare, sempre preceduta dall'esortazione del diacono: "Umiliate le vostre teste dinanzi a Dio". La preghiera è una formula di benedizione, implorante il pegno della protezione celeste sui fedeli che ritornano alle ordinarie occupazioni (Callewaert, Sacris erudiri, p. 694).
    PREGHIAMO
    Riguarda placato, o Signore, il popolo prostrato dinanzi a te e, dopo averlo ristorato col dono divino, confortalo sempre con celesti aiuti.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 463-467.”






    “10 FEBBRAIO 2016: SANTA SCOLASTICA VERGINE.”

    “Il 10 febbraio 1829 muore Papa Leone XII Sermattei della Genga, Sommo Pontefice.”
    “Il 10 febbraio 1939 muore Papa Pio XI Ratti, Sommo Pontefice.”
    “Il 10 febbraio 1960 muore in prigionia S.E.R. il cardinale Alojzije Viktor Stepinac, gloria della Chiesa cattolica in Croazia.”






    “[Audio, 26-2-15] P. Seveso ci dice qualcosa in più sulla Quaresima Cattolica
    [Audio, 26-2-15] P. Seveso ci dice qualcosa in più sulla Quaresima Cattolica | Radio Spada
    Oggi Piergiorgio Seveso ci parla della Quaresima.
    Su questo tema avevamo già pubblicato il vademecum:
    La Quaresima prima del Concilio? Ecco le regole.

    “MERCOLEDI' INIZIA LA S. QUARESIMA.
    La Quaresima prima del Concilio? Ecco le regole. | Radio Spada
    Come si faceva la Quaresima prima del Concilio? Quali erano le istruzioni per digiuno e astinenza? In quali altri giorni dell’anno si applicavano questi precetti?
    – LA LEGGE DEL DIGIUNO obbliga tutti i fedeli che hanno compiuto i 21 anni e non hanno ancora iniziato il 60° anno.
    – LA LEGGE DELL’ASTINENZA dalla carne obbliga tutti i fedeli a partire dai 7 anni compiuti.
    IL DIGIUNO consiste nel fare un solo pasto al giorno e due piccole refezioni nel corso della giornata (i moralisti quantificano in 60 grammi al mattino e 250 grammi alla sera).
    L’ASTINENZA vieta l’uso della carne, di estratto o brodo di carne, ma non quello delle uova, dei latticini e di qualsiasi condimento di grasso animale.
    GIORNI DI ASTINENZA DALLA CARNI: – tutti i Venerdì dell’anno (tranne se vi cade una festa di precetto).
    GIORNI DI ASTINENZA E DI DIGIUNO: – Mercoledì delle Ceneri; – ogni Venerdì e Sabato di Quaresima; – il Mercoledì, il Venerdì e il Sabato delle Quattro Tempora; – le Vigilie di Natale (24 Dicembre), di Pentecoste, dell’Immacolata (7 dicembre), d’Ognissanti (31 Ottobre).
    GIORNI DI SOLO DIGIUNO SENZA ASTINENZA: tutti gli altri giorni feriali di Quaresima (le Domeniche non c’è digiuno).
    POSSONO NON PRATICARE L’ASTINENZA:
    – i poveri che ricevono carne in elemosina e non hanno altro da mangiare;
    – gli infermi, i convalescenti, i deboli di stomaco, le donne che allattano, le donne incinte se deboli; – gli operai che fanno lavori più pesanti quotidianamente;
    – mogli, figli, servi, tutti coloro che esercitano un servizio essendovi costretti, e che non possono avere altro cibo sufficientemente nutriente.
    POSSONO NON PRATICARE IL DIGIUNO:
    – coloro che digiunerebbero con grave incomodo: ammalati, convalescenti, deboli di nervi, donne che allattano o incinte;
    – poveri che hanno già poco cibo a disposizione;
    – coloro che esercitano un lavoro che è moralmente e ordinariamente incompatibile con il digiuno (es: lavori pesanti);
    – coloro che fanno un lavoro intellettuale molto faticoso (es. studenti sotto esami);
    – chi deve fare un lungo e faticoso viaggio, per un maggiore bene o per un’opera di pietà più grande se questa è moralmente incompatibile con il digiuno (es: assistenza ai malati).
    DIFFONDETE QUESTA PAGINA E FATE CONOSCERE QUESTE REGOLE!”



    "Quaresima « www.agerecontra.it
    Segnalazione del Centro Studi Federici
    1) COSTITUZIONE NON AMBIGIMUS DI BENEDETTO XIV (30 MAGGIO 1741)
    L’osservanza della Quaresima è il vincolo della nostra milizia; con quella ci distinguiamo dai nemici della Croce di Gesù Cristo; con quella allontaniamo i flagelli dell’ira divina; con quella, protetti dal soccorso celeste durante il giorno, ci fortifichiamo contro i prìncipi delle tenebre. Se ci abbandoniamo a tale rilassamento, è tutto a detrimento della gloria di Dio, a disonore della religione cattolica, a pericolo per le anime cristiane; né si deve dubitare che tale negligenza non possa divenire sorgente di sventure per i popoli, di rovine nei pubblici affari e di disgrazie nelle cose private (…).
    2) CATECHISMO DI SAN PIO X – DELLA QUARESIMA
    35 D. Che è la Quaresima?
    R. La Quaresima è un tempo di digiuno e di penitenza istituito dalla Chiesa per tradizione apostolica.
    36 D. Per qual fine è istituita la Quaresima?
    R. La Quaresima è istituita: per farci conoscere l’obbligo che abbiamo di far penitenza in tutto il tempo della nostra vita, di cui, secondo i santi Padri la Quaresima è la figura; per imitare in qualche maniera il rigoroso digiuno di quaranta giorni, che Gesù Cristo fece nel deserto; per prepararci coi mezzo della penitenza a celebrare santamente la Pasqua.
    37 D. Perché il primo giorno di Quaresima si chiama il giorno delle Ceneri?
    R. Il primo giorno di Quaresima si chiama giorno delle Ceneri, perché la Chiesa mette in quel giorno le sacre ceneri sul capo dei fedeli.38 D. Perché la Chiesa nel principio della Quaresima usa imporre le sacre ceneri?R. La Chiesa nel principio della Quaresima usa imporre le sacre ceneri, affinché noi ricordandoci che siamo composti di polvere, e colla morte dobbiamo ridurci in polvere, ci umiliamo e facciamo penitenza de’ nostri peccati mentre ne abbiamo il tempo.
    39 D. Con quale disposizione dobbiamo noi ricevere le sacre ceneri?
    R. Noi dobbiamo ricevere le sacre ceneri con cuor contrito ed umiliato, e con la santa risoluzione di passare la Quaresima nelle opere di penitenza.
    40 D. Che cosa dobbiamo noi fare per passar bene la Quaresima secondo la mente della Chiesa?
    R. Per passar bene la Quaresima secondo la mente della Chiesa dobbiamo fare quattro cose: osservare esattamente il digiuno, e mortificarci non solamente nelle cose illecite e pericolose, ma ancora, per quanto si può, nelle cose lecite, come sarebbe moderarsi nelle ricreazioni; fare preghiere, limosine, ed altre opere di cristiana carità verso il prossimo più che in ogni altro tempo; ascoltare la parola di Dio non già per pura usanza o curiosità, ma per desiderio di mettere in pratica le verità che si ascoltano; essere solleciti a prepararci alla confessione, per rendere più meritorio il digiuno, e per disporci meglio alla Comunione pasquale.
    41 D. In che consiste il digiuno?
    R. Il digiuno consiste nel fare un solo pasto al giorno, e nell’astenersi dai cibi vietati.
    42 D. Nei giorni di digiuno oltre l’unico pasto è vietata qualunque altra refezione?
    R. Nei giorni di digiuno la Chiesa permette una leggera refezione alla sera, o pure sul mezzogiorno quando l’unico pasto viene differito alla sera.
    43 D. Chi è obbligato al digiuno?
    R. Al digiuno sono obbligati tutti coloro che hanno compito il ventesimo primo anno e non ne sono legittimamente impediti.
    44 D. Quelli che non sono obbligati al digiuno sono affatto esenti dalle mortificazioni?
    R. Quelli che non sono obbligati al digiuno non sono affatto esenti dalle mortificazioni, perché niuno è dispensato dall’obbligo generale di far penitenza e perciò devono mortificarsi in altre cose secondo le loro forze.
    3) DISCIPLINA DEL DIGIUNO E DELL’ASTINENZA
    http://www.sodalitium.biz/index.php?pid=47 "








    Luca, Sursum Corda!


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    ADDIO GIUSEPPE, mio caro fratello di sangue e spirito, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    NOI 2 insieme, uniti OLTRE LA MORTE ed il tragico DESTINO SIA IN TERRA CHE IN CIELO, per SEMPRE VEDREMO LA LUCE - SURSUM CORDA!

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    Lightbulb Re: Nostra Signora di Lourdes e Quaresima…

    Domenica 14 febbraio 2016…Prima Domenica di Quaresima e San Valentino...




    Radio Spada
    https://www.facebook.com/rrradiospad...596967403303:0
    “14 febbraio 2016: PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA.
    Solennità di questo giorno.
    Questa Domenica, la prima della santa Quarantena, è anche una delle più solenni dell'anno. Il suo privilegio, esteso con le ultime decisioni di Roma alle altre Domeniche di Quaresima (Costituzione Divino afflatu), e che per molto tempo lo ha solo condiviso con la Domenica di Passione e delle Palme, è quello di non cedere il posto a nessuna festa, neppure a quella del Patrono, o del Santo Titolare della Chiesa, o della Dedicazione. Negli antichi calendari è chiamata Invocabit, dalla prima parola dell'Introito della Messa; mentre nel Medio Evo la chiamavano Domenica delle torce, in seguito ad un'usanza che non sempre né dovunque pare motivata alla stessa maniera; in certi luoghi, i giovani che s'erano lasciati andare troppo alle dissipazioni del carnevale, dovevano, in quella domenica, presentarsi in chiesa con una torcia in mano, per fare pubblica soddisfazione dei loro eccessi.
    Oggi la Quaresima appare in tutta la sua solennità. I quattro giorni che la precedono furono aggiunti abbastanza tardivamente, per completare la quarantena del digiuno; e il Mercoledì delle Ceneri i fedeli non hanno l'obbligo d'udire la Messa. La santa Chiesa nei vedere oggi tutti i suoi figli riuniti, rivolge loro la parola nell'Ufficio del Mattutino, facendo proprio il linguaggio eloquente di san Leone Magno: "Figli carissimi, dice loro, prima d'annunciarvi il sacro e solenne digiuno della Quaresima, posso io cominciare meglio il mio discorso servendomi delle parole dell'Apostolo, nel quale parlava Gesù Cristo, e ripetendo ciò che ora avete sentito leggere: Ecco ora il tempo propizio, ecco ora il giorno della salute? Perché sebbene non esista tempo dell'anno che non sia ripieno dei benefici di Dio, e benché per grazia sua noi abbiamo sempre accesso al trono della sua misericordia, tuttavia dobbiamo in questo santo tempo applicarci con maggior zelo al nostro profitto spirituale, ed essere animati da nuova fiducia. Infatti la Quaresima, ricordandoci quel sacro giorno in cui fummo riscattati, c'invita a praticare tutti i doveri della pietà, affinché, mediante la purificazione dei nostri corpi e delle nostre anime, ci disponiamo a celebrare i misteri della Passione del Signore".
    Il tempo propizio.
    Un tale mistero meriterebbe da parte nostra un rispetto ed una devozione senza limiti, in modo da essere sempre davanti a Dio quali vorremo essere nella festa di Pasqua. Ma una tale costanza non è la virtù della maggior parte di noi; la debolezza della carne ci obbliga a moderare l'austerità del digiuno, e le diverse occupazioni di questa vita formano l'oggetto delle nostre sollecitudini. Di conseguenza i cuori devoti vanno soggetti ad essere ricoperti da un po' della polvere di questo mondo. Con grande nostro vantaggio fu dunque stabilita questa divina istituzione, la quale ci offre quaranta giorni per ricuperare la purezza delle nostre anime, riparando con la santità delle nostre opere ed i meriti dei nostri digiuni, le colpe degli altri tempi dell'anno.
    Consigli apostolici.
    "Nell'entrare, miei carissimi figli, in questi giorni pieni di misteri, santamente istituiti per la purificazione delle nostre anime e dei nostri corpi, procuriamo d'obbedire al precetto dell'Apostolo, liberandoci da tutto ciò che può macchiare la carne e lo spirito, affinché il digiu*no, dominando la lotta che esiste fra le due parti di noi stessi, faccia sì che l'anima riacquisti la dignità del comando, pur essendo anch'essa sottomessa a Dio, e da lui governata. Non diamo occasione a nessuno di mormorare contro di noi, né esponiamoci al giusto disprezzo di coloro che vogliono trovare a ridire, perché gl'infedeli avrebbero ben motivo di condannarci, se per nostra colpa fornissimo alle loro empie lingue le armi contro la religione, e se la purezza della nostra vita non rispondesse alla santità del digiuno che abbiamo abbracciato. Non ci dobbiamo immaginare che tutta la perfezione del nostro digiuno consiste nell'astinenza dai cibi, perché sarebbe vano sottrarre al corpo una parte del suo nutrimento, se nello stesso tempo non allontanassimo l'anima dall'iniquità".
    L'esempio di Gesù tentato da Satana.
    Ogni Domenica di Quaresima ha per oggetto principale una lettura dei santi Vangeli, destinata ad esercitare i fedeli nei sentimenti che la santa Chiesa vuole loro infondere durante la giornata. Oggi essa ci fa meditare la tentazione di Gesù Cristo nel deserto. Niente meglio di questo importante racconto è più adatto ad illuminarci e fortificarci.
    Riconosciamo di essere peccatori, e desideriamo espiare i nostri peccati. Ma come siamo caduti nel male? Il demonio ci ha tentati e noi non abbiamo respinta la tentazione; abbiamo ceduto alla suggestione dell'avversario, ed il male fu commesso. Tale è la storia del nostro passato, e uguale sarà nell'avvenire, se non approfittiamo della lezione che ci da oggi il Redentore.
    L'Apostolo, spiegandoci la misericordia del divino consolatore degli uomini, insiste sulle tentazioni ch'egli si degnò patire. Una tale prova d'illimitata devozione non ci è affatto mancata; e noi oggi contempliamo l'adorabile pazienza del Santo dei Santi, il quale non disdegna che gli s'avvicini questo schifoso nemico d'ogni bene, affinché noi impariamo come dobbiamo trionfarne.
    Satana guardava con preoccupazione alla santità incomparabile di Gesù: le meraviglie della sua nascita, i pastori chiamati dagli Angeli al presepio, i magi venuti dall'Oriente sotto la guida d'una stella, la protezione che sottrasse il Bambino al furore di Erode, la testimonianza resa da Giovanni Battista al nuovo profeta: tutto questo insieme di fatti contrastava in modo così strano con l'umiltà e l'oscurità dei primi trent'anni del Nazareno, che suscitò i timori del serpente infernale. Il mistero dell'Incarnazione s'era compiuto lontano dai suoi sguardi sacrileghi; e ignora che Maria è la Vergine che, come aveva preannunciato Isaia (7,14), doveva partorire l'Emmanuele. Ma sono giunti i tempi; l'ultima settimana di Daniele ha aperto la sua era; anche il mondo pagano attende dalla Giudea un liberatore. Satana sa tutto questo, e, nella sua ansietà, osa accostarsi a Gesù, sperando che nella conversazione con lui riesca a cogliere qualche indizio. È o non è il Figlio di Dio? Sta tutto qui il problema. Forse, chissà! potrà sorprenderlo in qualche debolezza; il fatto di saperlo un uomo come gli altri lo potrebbe rassicurare.
    La condotta di Gesù.
    Il nemico di Dio e degli uomini doveva però rimanere ben deluso nel suo intento; s'avvicina al Redentore, ma tutti i suoi sforzi dovevano tornare a sua confusione. Con la semplicità e la maestà del giusto, Gesù respinge ogni attacco di Satana, senza svelare la sua origine celeste. Così l'angelo perverso si ritira, senza aver potuto scoprire altra cosa in Gesù se non ch'era un profeta fedele al Signore. Ma si accecherà sempre più nel suo orgoglio, quando fra poco vedrà i disprezzi, le calunnie, le persecuzioni accumularsi sul capo del Figlio dell'uomo, e gli sembreranno così facili i tentativi di farlo cadere. Ma nel momento che Gesù, saziato d'obbrobri e di patimenti, espierà sulla Croce, s'accorgerà finalmente che la sua vittima non è un uomo, ma un Dio, e che tutti i furori congiurati contro il Giusto non erano serviti ad altro che a palesare l'ultimo sforzo della misericordia che salva il genere umano, e della giustizia, che atterra per sempre la potenza dell'inferno.
    Questo era il disegno della divina Provvidenza, nel permettere che lo spirito del male osasse contaminare con la sua presenza il ritiro dell'Uomo-Dio, indirizzargli la sua parola e mettere sopra di lui le sue empie mani. Ma studiamo le circostanze della triplice tentazione subita da Gesù per istruirci ed incoraggiarci.
    I nostri tre nemici.
    Noi abbiamo tre sorta di nemici da combattere, e l'anima nostra è vulnerabile da tre parti; infatti: "Tutto ciò ch'è nel mondo è concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita" (1Gv 2,16). Per la concupiscenza della carne dobbiamo intendere l'amore dei sensi avido dei godimenti della carne; se esso non è frenato, trascina l'anima ai piaceri illeciti. La concupiscenza degli occhi significa l'amore dei beni di questo mondo, delle ricchezze e della fortuna; le quali cose brillano dinanzi ai nostri sguardi prima di sedurci il cuore. Finalmente la superbia della vita è la confidenza in noi stessi, che genera la vanagloria e la presunzione, e ci fa dimenticare che abbiamo ricevuto da Dio la vita e i doni che si degnò spargere sopra di noi.
    Ora, tutti i nostri peccati scaturiscono da una di queste tre fonti, e le tentazioni mirano a farci accettare, o la concupiscenza della carne, o la concupiscenza degli occhi, o la superbia della vita. Il Salvatore, nostro modello in ogni cosa, volle sottoporsi a tutte e tre le prove.
    Le tre tentazioni.
    Satana lo tenta prima nella carne, insinuandogli il pensiero che avrebbe adoperato il suo potere soprannaturale per saziare immediatamente la fame che lo stimola. Di' che queste pietre diventino pani: tale è il suggerimento del demonio al Figlio di Dio. Esso vuol vedere se la premura di Gesù nel soddisfare al bisogno del suo corpo non lo denoterà per un uomo debole e soggetto alla intemperanza. Quando invece viene a noi, tristi eredi della concupiscenza di Adamo, le sue suggestioni si spingono ancora oltre: aspira a macchiarci l'anima per mezzo del corpo. Ma la suprema santità del Verbo incarnato non poteva permettere che Satana ardisse di fare una simile prova del suo potere sopra di lui, alla stessa maniera che tenta l'uomo nei suoi sensi. In questo, dunque, il Figlio di Dio ci dà una lezione di temperanza; e sappiamo che per noi la temperanza è la madre della purità, e che l'intemperanza solleva la ribellione dei sensi.
    La seconda tentazione è di superbia. Gettati sotto, e gli Angeli ti sosterranno. Qui il nemico vuoi vedere se i favori del cielo hanno generato nell'anima di Gesù quell'alterigia e quella ingrata presunzione, che inducono la creatura ad attribuire a sé i doni di Dio e a dimenticare il proprio benefattore, per mettersi a regnare al suo posto. L'Angelo ribelle è deluso ancora una volta, e l'umiltà del Redentore spaventa la sua superbia.
    Fa allora un ultimo tentativo. Forse, pensa, colui che s'è mostrato così temperante ed umile, sarà sedotto dall'ambizione della ricchezza. "Guarda lo splendore e la gloria di tutti i regni della terra: io te li posso dare, purché mi adori. Gesù respinge sdegnato la meschina offerta, e caccia via da sé il seduttore maledetto, il principe del mondo, insegnandoci con tale esempio a disprezzare le ricchezze della terra ogni volta che, per conservale od acquistarle, dovessimo violare la legge di Dio e rendere un omaggio a Satana.
    Le vittorie e l'esempio di Cristo.
    Ora, in che modo il Redentore, nostro divino capo, respinge la tentazione? Ascolta forse i discorsi del suo nemico? Gli lascia il tempo di far brillare davanti agli occhi tutto il suo prestigio? È così che troppo spesso abbiamo fatto noi, e siamo stati vinti. Gesù oppone semplicemente al nemico lo scudo dell'inflessibile Legge di Dio:
    Sta scritto: - gli risponde - Non di solo pane vive l'uomo. Sta scrìtto: Non tenterai il Signore Dio tuo. Sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e servirai a lui solo. Seguiamo d'ora innanzi questa grande lezione. Eva si perdette, e con essa il genere umano, per aver intavolato conversazione col serpente. Chi procura la tentazione vi soccomberà. In questi santi giorni il cuore è più guardingo, le occasioni sono allontanate e le abitudini interrotte; purificate dal digiuno, dalla preghiera e dall'elemosina, le anime nostre risusciteranno con Gesù Cristo; ma conserveranno questa nuova vita? Tutto dipenderà dalla nostra condotta nelle tentazioni. Fin dall'inizio della santa Quarantena la Chiesa, mettendo sotto ai nostri occhi la narrazione del santo Vangelo, vuole al precetto aggiungere l'esempio. Se saremo vigili e fedeli, la lezione ci porterà i suoi frutti; e quando avremo raggiunta la Pasqua, la vigilanza, la diffidenza di noi stessi e la preghiera, col divino aiuto che non manca mai, ci assicureranno le perseveranza.
    La Chiesa greca oggi celebra una delle sue più grandi solennità. Chiamano tale festa Ortodossia, ed ha lo scopo d'onorare la restaurazione delle sante Immagini a Costantinopoli e nell'impero d'Oriente, nell'842, quando l'imperatrice Teodora, col concorso del santo Patriarca Metodio, pose fine alla persecuzione degl'iconoclasti e fece rimettere in tutte le chiese le sante Immagini, che il furore degli eretici aveva fatto scomparire.
    MESSA
    La Stazione è, a Roma, nella Basilica di S. Giovanni Laterano. Era giusto che una Domenica così solenne fosse celebrata nella Chiesa Madre e Matrice di tutte le Chiese, non solo della santa città, ma di tutto il mondo. Li, il Giovedì Santo, si riconciliavano i pubblici Penitenti; lì pure, nella notte di Pasqua, i Catecumeni ricevevano il santo Battesimo nel Battistero di Costantino. Nessun'altra Basilica era più adatta alla riunione dei fedeli, in questo giorno in cui tante volte venne promulgato, dalla voce dei Papi, il digiuno quaresimale.
    EPISTOLA (2Cor 6, 1-10). - Fratelli: vi esortiamo a non ricevere invano la grazia di Dio. Egli infatti dice: T'ho esaudito nel tempo propizio, e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il tempo propizio, ecco ora il giorno della salute. Non diamo motivo di scandalo a nessuno, affinché non sia vituperato il nostro ministero, ma diportiamoci in ogni cosa come ministri di Dio, con molta pazienza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angustie. Sotto le battiture, nelle prigionie, nelle sedizioni, nelle fatiche, nelle vigilie, nei digiuni, con purezza, con scienza, con longanimità, con soavità, con Spirito Santo, con carità non simulata, con la parola della verità, con la virtù di Dio, con le armi della giustizia a destra e a sinistra; in mezzo alla gloria e all'ignominia, alla cattiva e alla buona fama; siam trattati come seduttori e siamo veraci; come ignoti, e siamo ben conosciuti; come moribondi, ed ecco viviamo; siamo castigati, e non uccisi; tristi e sempre allegri; poveri, e ne arricchiamo tanti; possessori di niente, e possediamo ogni cosa.
    La vita dell'uomo è una milizia.
    Questo passo dell'Apostolo ci mostra la vita cristiana sotto un aspetto ben differente da come suole vederla la nostra debolezza. Per trascurarne l'importanza, noi saremmo facilmente portati a pensare che tali consigli s'addicevano ai primi tempi della Chiesa, quando i fedeli, esposti a continue persecuzioni ed alla morte, avevano bisogno d'un grado eccezionale di rinuncia e d'eroismo. Ma sarebbe una grande illusione, credere che siano finite tutte le battaglie del cristiano. Esiste sempre la lotta contro i demoni e il mondo, contro il sangue e la carne; per questo la Chiesa ci manda nel deserto con Gesù Cristo, per ivi imparare a combattere. Lì comprenderemo che la vita dell'uomo sulla terra è una milizia (Gb 7,1), e se non lottiamo sempre e coraggiosamente, questa vita che vorremmo passare nel riposo finirà con la nostra disfatta. Appunto per farci evitare tale sventura, la Chiesa ci dice oggi per bocca dell'Apostolo: Ecco ora il tempo propizio, ecco ora il giorno della salute. Perciò, comportiamoci in ogni cosa come servi del Signore e resistiamo con fermezza fino alla fine di questo tempo. Dio veglia sopra di noi, come vegliò sul suo Figliolo nel deserto.
    VANGELO (Mt 4, 1-11). - In quel tempo: Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, finalmente ebbe fame. E il tentatore, accostandosi disse: Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pani. Ma Gesù rispose: Sta scritto: Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio. Allora il diavolo lo trasportò nella città santa e avendolo posto sul pinnacolo del tempio gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, gettati di sotto, poiché sta scritto che agli Angeli suoi ha commessa la cura di te; ed essi ti sosterranno, affinché il tuo piede non inciampi in qualche pietra. E Gesù a lui: Sta anche scritto: Non tentare il Signore Dio tuo. Di nuovo il diavolo lo menò sopra un monte altissimo e, mostrandogli tutti i regni del mondo e la loro magnificenza, gli disse: Tutto questo io ti darò, se prostrandoti, mi adorerai. Allora Gesù rispose: Va' via Satana, che sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e servirai a lui solo. Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco gli Angeli vennero a servirlo.
    Compassione verso Gesù.
    Ammiriamo l'ineffabile bontà del Figlio di Dio, che, non contento d'espiare tutti i nostri peccati con la croce, si degnò imporsi un digiuno di quaranta giorni e di quaranta notti per incoraggiarci alla penitenza. Egli non permise che la giustizia del Padre suo esigesse da noi un sacrificio, ch'egli per primo non avesse offerto con la sua persona, e in circostanze mille volte più rigorose di quelle che si possono riscontrare in noi. Che sono mai le nostre opere di penitenza, spesso anche così contese alla giustizia di Dio dalla nostra viltà, se le paragoniamo al rigore del digiuno di Gesù sul monte? Cercheremo ancora di dispensarci dalle leggere penitenze, di cui il Signore si degna accontentarsi, e che sono così lontane da ciò che abbiamo meritato con le nostre colpe? Invece di lamentarci di un piccolo incomodo e della stanchezza di qualche giorno, compatiamo piuttosto il tormento della fame che prova l'innocente Redentore per quaranta lunghi giorni e quaranta lunghe notti nel deserto.
    Confidenza nella tentazione.
    La sua preghiera, l'abnegazione per noi, il pensiero della giustizia del Padre suo lo sostengono nella debolezza; ma, allo spirare della quarantena, la natura umana è ridotta agli estremi. È allora che l'assale la tentazione; ma ne trionfa con una calma ed una fermezza che ci devono servire d'esempio. Quale audacia in Satana, osare avvicinarsi al giusto per eccellenza ! Ma anche che pazienza in Gesù che si lascia mettere le mani addosso e trasportare nell'aria, da un luogo all'altro, dal mostro dell'abisso!
    L'anima cristiana è frequentemente esposta a crudeli insulti da parte del suo nemico, fino ad essere tentata, qualche volta, di lagnarsi con Dio per l'umiliazione che soffre. Pensi allora a Gesù, al Santo dei Santi, al Figlio di Dio e al vincitore dell'inferno dato, per cosi dire, in balìa dello spirito del male; da lui Satana avrà una vergognosa sconfitta. Così anche l'anima cristiana, se resisterà con tutta la sua energia alla forza della tentazione, diventerà l'oggetto delle più tenere compiacenze di Dio, a eterna infamia e castigo di Satana.
    Uniamoci agli Angeli fedeli che, dopo l'allontanamento del principe delle tenebre, accorrono a ristorare le forze esauste del Redentore, offrendogli da mangiare.
    Che compassione essi sentono della sua divina stanchezza! Come s'affrettano a riparare, con le loro adorazioni, l'orribile oltraggio di cui s'è fatto reo Satana verso il sovrano Padrone di tutte le cose! E come ammirano la carità di un Dio che, per amore degli uomini, sembra aver dimenticato la sua dignità, e non pensa che alle sventure ed alle necessità dei figli di Adamo!
    PREGHIAMO
    O Dio, che ogni anno purifichi la tua Chiesa con l'osservanza quaresimale, concedi alla tua famiglia di rendere fruttuose con le buone opere quelle grazie che si sforza di ottenere con l'astinenza.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 506-513.”






    “14 FEBBRAIO 2016: SAN VALENTINO PRETE E MARTIRE.

    La Chiesa oggi onora la memoria di questo santo prete di Roma, che subì il martirio verso l'anno 270. Ci sfuggono i maggiori particolari della sua vita e ben poche notizie abbiamo sui suoi patimenti. Nondimeno, il culto di san Valentino non è meno celebre nella Chiesa, e noi dobbiamo ritenerlo uno dei nostri protettori nella stagione liturgica in cui il suo nome e i suoi meriti vengono ad arricchire quelli di tanti altri martiri, per incoraggiarci a cercare Dio, al prezzo di tutti i sacrifici che ci possono rimettere in grazia sua.
    Prega, perciò, o santo Martire, per i fedeli che da tanti secoli conservano viva la tua memoria. Nel giorno del giudizio i nostri occhi ti riconosceranno dal fulgore di gloria che i tuoi combattimenti ti meritarono; ottienici col tuo aiuto che siamo posti alla destra ed associati al tuo trionfo.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 812.”






    “Il 14 febbraio 1130 Papa Innocenzo II Papareschi viene esaltato al Sommo Pontificato.”






    1° di Quaresima - San Valentino don Floriano
    https://www.youtube.com/watch?v=a32T8HL8OJY
    1° di Quaresima S Valentino (Omelia) don Floriano
    https://www.youtube.com/watch?v=SmI1AoFivlw





    Guéranger, L'anno liturgico - Storia della Quaresima
    "TEMPO DI QUARESIMA
    Storia della Quaresima | Mistica della Quaresima | Pratica della Quaresima | Domenica Prima di Quaresima | Domenica Seconda di Quaresima | Domenica Terza di Quaresima | Domenica Quarta di Quaresima"




    Luca, Sursum Corda!



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    ADDIO GIUSEPPE, mio caro fratello di sangue e spirito, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    NOI 2 insieme, uniti OLTRE LA MORTE ed il tragico DESTINO SIA IN TERRA CHE IN CIELO, per SEMPRE VEDREMO LA LUCE - SURSUM CORDA!

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    Lightbulb Re: Nostra Signora di Lourdes e Quaresima…

    Domenica 21 febbraio 2016…Seconda Domenica di Quaresima...







    "REMINISCERE

    MISERATIONVM TVARVM
    DOMINE
    ET MISERICORDIÆ TVÆ
    QVÆ A SÆCVLO SVNT
    NE VMQVAM DOMINENTVR
    NOBIS INIMICI NOSTRI
    LIBERA NOS DEVS ISRAEL
    EX OMNIBVS
    ANGVSTIIS NOSTRIS

    “21 febbraio 2016: SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA.
    LA TRASFIGURAZIONE.
    La santa Chiesa ci propone oggi a meditare un soggetto di alta portata per il tempo in cui siamo. In questa seconda Domenica della santa Quaresima applica a noi la lezione che un giorno il Signore diede ai suoi tre Apostoli. Ma dobbiamo sforzarvi d'essere più attenti dei tre discepoli del Vangelo, che il Maestro si degnò preferire agli altri per onorarli d'un simile favore.
    Accondiscendenza di Gesù.
    Gesù stava per passare della Galilea nella Giudea per recarsi a Gerusalemme, dove si doveva trovare alla festa di Pasqua. Era l'ultima Pasqua, che doveva incominciare con l'immolazione dell'agnello figurativo e terminare col Sacrificio dell'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Gesù non doveva più essere sconosciuto ai suoi discepoli: le sue opere avevano reso testimonianza di lui, anche davanti agli occhi degli stranieri; la sua parola così fortemente dotata di autorità, la sua attraente bontà, la pazienza nel tollerare la grossolanità degli uomini che s'era scelti a suoi compagni: tutto doveva aver contribuito ad affezionarli a lui fino alla morte. Avevano sentito Pietro, uno di loro, dichiarare per ispirazione divina ch'egli era il Cristo, Figlio del Dio vivente (Mt 16,16); nondimeno, la prova che stavano per subire doveva essere così terribile alla loro debolezza, che Gesù, prima d'assoggettarveli, volle loro accordare un ultimo mezzo, per premunirli contro la tentazione.
    Lo scandalo della Croce.
    Non solo, ahimé! per la Sinagoga la Croce poteva diventar motivo di scandalo (1Cor 1,23); Gesù nell'ultima Cena, alla presenza degli Apostoli riuniti intorno a lui, diceva: "Tutti voi patirete scandalo per causa mia, in questa notte" (Mt 26,31). Quale prova, per uomini carnali come loro, nel vederlo trascinato carico di catene in balia dei soldati, trasportato da un tribunale all'altro, senza pensare a difendersi; nel veder riuscita la congiura dei Pontefici e dei Farisei, tante volte confusi dalla sapienza di Gesù e dalla grandezza dei suoi prodigi; finalmente, nel vederlo spirare sopra una croce infame, fra due ladroni, e fatto segno di tutto il livore dei suoi nemici!
    Non si perderanno di coraggio, alla vista di tante umiliazioni e sofferenze, questi uomini che da tre anni lo hanno seguito dovunque? Si ricorderanno di tutto ciò che hanno visto e sentito? Non saranno agghiacciate le loro anime dal terrore o dalla viltà, il giorno che si compiranno le profezie ch'egli fece loro di se stesso? Ecco perché Gesù vuol fare un ultimo tentativo a favore di tre di essi che gli sono particolarmente cari: Pietro, da lui predestinato fondamento della sua futura Chiesa, ed al quale ha promesso le chiavi del cielo; Giacomo, il figlio del tuono, che sarà il primo martire del collegio degli Apostoli, e Giovanni suo fratello, chiamato il discepolo prediletto. Gesù li vuol condurre in disparte, e mostrare loro, per alcuni istanti, lo splendore di quella gloria che lo nasconde agli occhi dei mortali fino al giorno della manifestazione.
    La Trasfigurazione.
    Egli dunque lascia gli altri discepoli nella pianura presso Nazaret e si dirige, coi tre preferiti, verso un alto monte chiamato Tabor, che appartiene anch'esso alla catena del Libano, e del quale il Salmista ci disse che doveva sussultare al nome del Signore (Sal 88,13). Giunto Gesù sulla cima del monte, ecco che tutto ad un tratto, davanti agli occhi strabiliati dei tre Apostoli, scomparve il suo aspetto mortale; il suo volto divenne risplendente come il sole, e le sue vesti immacolate come neve scintillante. Appaiono ai loro occhi due inattesi personaggi, che s'intrattengono col loro Maestro sulle sofferenze che l'attendono a Gerusalemme. È Mosè il legislatore, coronato di raggi, ed il profeta Elia, trasportato in cielo sopra un carro di fuoco, senza passare per la morte. Queste due grandi potenze della religione mosaica, la Legge e la Profezia, s'inchinano umilmente davanti a Gesù di Nazaret. E non solo gli occhi dei tre Apostoli sono colpiti dallo splendore che circonda ed emana dal loro Maestro; ma anche il loro cuore è preso da un sentimento di felicità che li stacca dalla terra. Pietro non vuole più scendere dal monte; con Gesù, Mosè ed Elia desidera stabilirvi il suo soggiorno. E perché nulla manchi ad una tale scena, in cui vengono manifestate agli Apostoli le grandezze dell'umanità di Gesù, da una nube luminosa, che scende ed avvolge la vetta del Tabor, esce la testimonianza del Padre celeste, dalla cui voce essi sentono proclamare Gesù Figlio eterno di Dio.
    Fu un momento di gloria che durò ben poco per il Figlio dell'uomo, la cui missione di patimenti e di umiliazioni lo reclamava a Gerusalemme. Nascose allora in se stesso lo splendore soprannaturale, e quando richiamò in sé gli Apostoli, quasi annientati dalla voce del Padre, essi videro solamente il loro Maestro: svanita la nube luminosa entro la quale aveva tuonato la parola di Dio, Mosè ed Elia scomparsi. Si ricorderanno almeno di ciò che hanno visto e sentito, questi uomini favoriti di così eccelso favore? Rimarrà impressa d'ora innanzi nella loro memoria la divinità di Gesù o non dispereranno della sua missione divina, giunta l'ora della prova, e non saranno scandalizzati dal suo volontario abbassamento? Il seguito dei Vangeli ce ne darà la risposta.
    L'agonia del Getsemani.
    Poco tempo dopo, celebrata con essi l'ultima cena, Gesù conduce i suoi discepoli sopra un alto monte, su quello degli Ulivi, a oriente di Gerusalemme. Lascia all'entrata dell'orto tutti gli altri e, presi con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, con essi s'inoltra più avanti in quel luogo solitario. "L'anima mia è triste fino alla morte, disse loro: restate qui e vegliate con me" (Mt 26,38), e s'allontana ad una certa distanza per pregare il Padre. Noi sappiamo quale dolore opprimeva in quel momento il cuore del Redentore. Quando tornò ai tre discepoli, era ormai terminata l'agonia: un Sudore di Sangue aveva attraversato persino le sue vesti. Ebbene, in mezzo ad uno spasimo così terribile, vegliano almeno i suoi Apostoli con ardore, finché non arriverà il momento d'andare a immolarsi per lui? No, essi si sono addormentati, perché s'erano appesantiti i loro occhi; anzi, fra poco, tutti fuggiranno, e Pietro, il più sicuro di tutti, giurerà di non conoscerlo neppure.
    Lezione di fede.
    Ma più tardi, testimoni della risurrezione del loro Maestro, i tre Apostoli esecrarono la loro condotta con un pentimento sincero e riconobbero la provvida bontà con la quale il Salvatore, poco tempo prima della sua Passione, aveva cercato di premunirli contro la tentazione, manifestandosi nella sua gloria.
    Noi, cristiani, non aspettiamo d'averlo abbandonato e tradito per conoscere la sua grandezza e la sua divinità. Ora che ci andiamo avvicinando all'anniversario del suo Sacrificio, lo vedremo anche noi umiliato, e quasi schiacciato dalla mano di Dio. Che la nostra fede non venga meno a tale spettacolo! L'oracolo di David ci raffigura Gesù simile ad un verme della terra (Sal 21,7) che si calpesta; la profezia d'Isaia ce lo dipinge come un lebbroso, l'ultimo degli uomini, l'uomo dei dolori (Is 53,3-4): tutto deve avverarsi alla lettera. Ricordiamoci allora della gloria del Tabor, degli omaggi di Mosè e di Elia, della nube luminosa, della voce del Padre. Più Gesù s'abbassa ai nostri occhi, e più dobbiamo esaltarlo ed acclamarlo, dicendo con la milizia degli Angeli e con i ventiquattro vegliardi ciò che S. Giovanni, uno dei testimoni del Tabor, intese nel cielo: "L'Agnello ch'è stato immolato è degno di ricevere la potenza, la divinità, la sapienza, la fortezza e l'onore, la gloria e la benedizione!" (Ap 5,12).
    La seconda Domenica di Quaresima è chiamata Reminiscere, dalla prima parola dell'Introito della Messa, oppure anche la Domenica della Trasfigurazione, per il Vangelo che abbiamo esposto.
    La Stazione è a Roma, a S. Maria in Domnica, sul Celio. Una leggenda ci mostra questa basilica come l'antica diaconia abitata da santa Ciriaca, dove san Lorenzo distribuiva le elemosine della Chiesa.
    MESSA
    EPISTOLA (1Ts 4,1-7). - Fratelli: Vi preghiamo e scongiuriamo nel Signore Gesù, che, avendo da noi appreso in qual modo dobbiate diportarvi per piacere a Dio, così vi diportiate, affinché progrediate sempre più. Voi ben sapete quali precetti v'abbia dato da parte del Signore Gesù. Or la volontà di Dio è questa: la vostra santificazione, e che v'asteniate dalla fornicazione; che sappia ciascuno di voi essere padrone del proprio corpo nella santità e nell'onestà, senza farsi dominare dalla concupiscenza, come fanno i gentili che non conoscono Dio; e che nessuno ricorra a soverchierie o a frodi nei negozi col proprio fratello, perché il Signore fa giustizia di tutte queste cose, come vi abbiamo già detto e dichiarato, non avendoci Dio chiamati all'immondezza, ma alla santità: in Cristo Gesù nostro Signore.
    La santità del cristiano.
    In questo passo l'Apostolo insiste sulla santità dei costumi che deve risplendere nei cristiani; e la Chiesa, nel metterci sott'occhio queste parole ammonisce i fedeli che vogliono approfittare del tempo in cui siamo, per restaurare in se stessi la purezza dell'immagine di Dio, che era stata loro impressa nella grazia battesimale. Il cristiano è come un vaso d'onore, formato ed abbellito dalla mano di Dio; perciò si deve preservare dall'ignominia che lo degraderebbe e lo farebbe degno d'essere frantumato e gettato in un letamaio di immondizie. È gloria del Cristianesimo, se il corpo è stato fatto partecipe della santità dell'anima; ma la sua celeste dottrina ci avvisa, nello stesso tempo, che si deturpa e si perde la santità dell'anima con la sozzura del corpo. Riedifichiamo dunque in noi tutto l'uomo, con l'aiuto delle pratiche di questa santa Quaresima; purifichiamo l'anima nostra con la confessione dei peccati, con la compunzione del cuore, con l'amore verso il misericordioso Signore; e riabilitiamo anche il nostro corpo, facendogli portare il giogo dell'espiazione, affinché d'ora in poi esso sia servo dell'anima ed il suo docile strumento, fino al giorno in cui l'anima, entrata in possesso d'una felicità senza fine e senza limiti, riverserà su di lui la sovrabbondanza delle delizie, delle quali sarà ripiena.
    VANGELO (Mt 17,1-9). - In quel tempo: Gesù presi con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, li condusse sopra un alto monte, in disparte. E si trasfigurò in loro presenza, e il suo viso risplendé come il sole, e le sue vesti divennero bianche come la neve. Ed ecco, loro apparvero Mosè ed Elia a conversare con lui. E Pietro prese a dire a Gesù: Signore, è un gran piacere per noi lo star qui: se vuoi, ci facciamo tre tende, una per te, una per Mosè ed una per Elia. Mentre egli ancora parlava, ecco una lucida nube avvolgerli: ed ecco dalla nuvola una voce che diceva: Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo. Udito ciò, i discepoli caddero bocconi per terra ed ebbero gran timore. Ma Gesù, accostatosi a loro, li toccò e disse: Levatevi, non temete. Ed essi, alzati gli occhi non videro altri che Gesù. E mentre scendevano dal monte, Gesù, comandando, disse loro: Non parlate ad alcuno di questa visione, finché il figlio dell'uomo non sia risuscitato dai morti.
    Bontà di Gesù e debolezza degli Apostoli.
    Così Gesù veniva in aiuto ai suoi Apostoli alla vigilia della prova, cercando d'imprimere profondamente nel loro pensiero la sua gloriosa immagine, per il giorno in cui l'occhio della carne non avrebbe più visto in lui che debolezza e ignominia. Oh, provvidenza della grazia divina, che non manca mai all'uomo, e giustifica sempre la bontà e la giustizia di Dio! Come gli Apostoli, anche noi abbiamo peccato; come loro, abbiamo trascurato il soccorso che ci era stato inviato dal cielo, e abbiamo chiuso volontariamente gli occhi alla luce, abbiamo dimenticato lo splendore che prima ci aveva rapiti, e siamo caduti. Noi non fummo mai tentati oltre le nostre forze (1Cor 10,13): dunque i nostri peccati sono proprio opera delle nostre mani. I tre Apostoli furono esposti ad una violenta tentazione il giorno in cui il loro Maestro sembrò perdere ogni sua grandezza; ma era facile per loro rafforzarsi con un ricordo glorioso e recente. Lungi da ciò, si lasciarono abbattere, trascurarono di riprendere forza nella preghiera; e così i fortunati testimoni del Tabor si mostrarono, nell'Orto degli Ulivi, vili e infedeli. Non esisteva altro scampo per loro, che raccomandarsi alla clemenza del Maestro, dopo ch'ebbe trionfato dei suoi spregevoli nemici; e dal suo cuore generoso ne ottennero il perdono.
    Confidenza nella misericordia divina.
    A nostra volta, imploriamo anche noi la sua sconfinata misericordia, perché abbiamo noi pure abusato della grazia divina, rendendola sterile con la nostra infedeltà. Finché vivremo in questo mondo, non si seccherà mai per noi la sorgente della grazia, che è il frutto del sangue e della morte del Redentore: prepariamoci di nuovo ad attingerla. Essa ora ci sollecita all'emendamento della nostra vita; piovendo in abbondanza sulle anime, nel tempo in cui siamo, questa grazia la troveremo principalmente nei santi esercizi della Quaresima. Trasportiamoci sul monte con Gesù: a quell'altezza dove non si odono più i rumori della terra; innalziamo lì una tenda per quaranta giorni, in compagnia di Mosè ed Elia, i quali, come noi e prima di noi, resero sacro quel numero coi loro digiuni; e quando il Figlio dell'uomo sarà risuscitato dai morti, proclameremo i favori che si degnò accordarci sul Tabor.
    PREGHIAMO
    O Dio, che ci vedi privi d'ogni forza, custodisci le nostre persone, affinché siamo liberati da ogni avversità nel corpo, e siamo purificati dai cattivi pensieri nell'anima.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 532-537.”







    [MATTIA ROSSI] La Seconda domenica di Quaresima | Radio Spada

    "[MATTIA ROSSI] La Seconda domenica di Quaresima di guelfonero il 21 febbraio 2016



    Non si riesce a comprendere appieno il substrato liturgico del
    Proprium della Messa della II domenica di Quaresima senza fare riferimento ai testi dell’Ufficio divino.
    Il breviario di questa domenica, nel Mattutino, presenta la figura del patriarca Giacobbe, esempio e modello di fiducia in Dio e totale abbandono alla volontà del Padre celeste. Ed è esattamente a questo che si richiama l’introito Reminiscere: “Ricordati, o Signore, della tua misericordia e della tua bontà eterna, fa’ che i nostri nemici non trionfino su di noi; liberaci, o Dio d’Israele, da tutte le nostre tribolazioni”. E, ancora, il versetto tratto dal salmo 24: “A te, Signore, elevo l’anima mia. Mio Dio, in te confido, che io non rimanga confuso”.
    Sullo stesso grido di supplica e di fiducia, come fu per Giacobbe, sono modellati il graduale e il tractus. “Le tribolazioni del mio cuore sono diventate grandi, o Signore, liberami dalle mie angosce”, recita il graduale Tribulationes.
    Domenica scorsa, trattando della I di Quaresima, mostravo il parallelo tra la I domenica di Quaresima e la I di Avvento: entrambe scritte nello stesso VIII modo, la prima per “annunciare” il gaudio del Natale, la seconda per far risuonare la gioia della perfetta (l’VIII modo è il perfectus) della letizia pasquale.
    Anche questa II domenica instaura un parallelo simile di pregustazione della Risurrezione. L’introito Reminiscere, infatti, è scritto in IV modo, lo stesso in cui è scritto l’introito del giorno di Pasqua Resurrexi, con un incipit addirittura identico.
    E’, il IV, lo stesso modo con il quale risuonerà (lo vedremo) anche l’introito del Giovedì Santo Nos autem. E se si pensa che tutto ciò non sia altro che frutto della casualità, non si sarebbe sulla corretta strada per la comprensione di ciò che è il canto gregoriano: una fitta rete retorica fatta di citazioni e rimandi per gustare appieno, anche nella musica e nella liturgia, la complessità e bellezza della teologia e della dottrina cattolica.
    Nella II domenica quaresimale, dunque, è posto il germe “musicale”, come lo era ancor più simbolicamente già nella I, della Pasqua. Ed è lo stesso germe che ritroveremo il Giovedì Santo, inizio del Triduo, quando si canterà solennemente che noi dobbiamo gloriarci nella croce di Nostro Signore grazia alla quale troviamo salvezza, vita e, appunto, risurrezione. Sia la Quaresima, sia soprattutto il Triduo troveranno il proprio compimento nel giorno di Pasqua durante il quale, quel IV modo dal sapore mesto e drammatico, verrà trasfigurato nel canto della Risurrezione.
    Mattia Rossi"



    “Muore il 21 febbraio 1730 Papa Benedetto XIII Orsini, Sommo Pontefice.”

    “Il 21 febbraio 1513 muore Papa Giulio II della Rovere, Sommo Pontefice, gloria del Pontificato romano.”





    https://www.youtube.com/channel/UCgi...ycHasvCb8ECH8w
    II di Quaresima - Santa Messa don Floriano

    https://www.youtube.com/watch?v=6ze9sEn5Xos
    2° di Quaresima Omelia don Floriano
    https://www.youtube.com/watch?v=Ts17cunwQYw




    Storia della Quaresima | Mistica della Quaresima | Pratica della Quaresima | Domenica Prima di Quaresima |Domenica Seconda di Quaresima |Domenica Terza di Quaresima |
    Domenica Quarta di Quaresima




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  4. #4
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    Predefinito Re: Nostra Signora di Lourdes e Quaresima…

    @Holuxar , ti consiglio se già non ce l'hai di scaricarti il Gueranger

    Le pagine di don Camillo: "L'Anno Liturgico" opera completa di dom Prosper Guéranger in pdf
    Preferisco di no.

  5. #5
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    Lightbulb Re: Nostra Signora di Lourdes e Quaresima…

    Grazie Miles, mi sembra di averlo già scaricato tempo fa questo pdf, comunque per sicurezza magari lo ri-salvo per avere l'opera intera (ormai quasi introvabile nell'originale) di Dom Prosper Guéranger...




    Le pagine di don Camillo: "L'Anno Liturgico" opera completa di dom Prosper Guéranger in pdf




    25 febbraio 2016…



    Radio Spada
    “25 febbraio 2016: GIOVEDÌ DELLA SECONDA SETTIMANA DI QUARESIMA.
    La Stazione oggi è nella celebre ed antica Basilica di S. Maria in Trastevere che, dopo S. Maria Maggiore, è la più bella delle Chiese Mariane di Roma.
    LEZIONE (Ger 17,5-10). - Queste cose dice il Signore Dio: Maledetto l'uomo che confida nell'uomo e si appoggia alla carne, e allontana il suo cuore dal Signore. Egli sarà come un tamarisco nel deserto: non godrà il bene quando venga; ma starà nell'aridità del deserto, In terre salse ed inabitabili. Benedetto l'uomo che confida nel Signore, e di cui Dio sarà la speranza. Egli sarà come albero piantato lungo le acque, che distende verso l'umore le sue radici e non temerà, venuto che sia, il caldo. Le sue foglie saran verdeggianti, nel tempo della siccità non ne avrà danno e non avverrà mai che cessi di dar frutti: Tutti hanno un cuore malvagio e inscrutabile: chi lo potrà conoscere? Ma io, il Signore, io scruto i cuori, io distinguo gli affetti, e dò a ciascuno secondo le opere, secondo il frutto dei suoi propositi: dice il Signore onnipotente.
    Confidenza negli uomini.
    Le letture odierne sono consacrate a rinvigorire nei nostri cuori i principi della morale cristiana. Allontaniamo per un istante gli sguardi dal triste spettacolo che ci offre la malizia dei nemici di Gesù, e portiamoli su noi stessi, per conoscere le piaghe dell'anima nostra e procurarne il rimedio. Oggi il Profeta Geremia ci presenta il quadro di due situazioni per l'uomo: quale delle due è la nostra? C'è chi mette la sua confidenza in un braccio di carne, cioè che considera la sua vita in ordine alle presenti condizioni, vedendo tutto nelle creature e trovandosi quindi trascinato a violare la legge del Creatore. Da questa sorgente scaturiscono tutti i nostri peccati: perduti di vista i destini eterni, fummo sedotti dalla triplice concupiscenza. Torniamo sollecitamente a Dio nostro Signore, se non vogliamo temere la sorte minacciata dal Profeta al peccatore: Quando verrà il bene, non ne godrà. La santa Quarantena avanza; le grazie più elette si moltiplicano ad ogni ora: guai all'uomo che, distratto dalla scena di questo mondo che passa (1Cor 7,31), neppure se ne accorge, e rimane in questi santi giorni sterile per il cielo, com'è per la terra la landa del deserto! Quanto grande è il numero di questi ciechi e come è spaventosa la loro insensibilità! Pregate per loro, figli fedeli della Chiesa, pregate incessantemente, ed offrite secondo la loro intenzione al Signore le vostre opere di penitenza e quelle della vostra generosa carità. Ogni anno molti di loro rientrano nell'ovile: sono le preghiere dei fratelli che aprono loro le porte. Facciamo quindi violenza alla divina misericordia.
    Confidenza in Dio.
    In secondo luogo, il Profeta ci dipinge l'uomo che ripone tutta la sua confidenza nel Signore, e che, non avendo altra speranza all'infuori di lui, sta sempre vigilante per essergli fedele. È come un bell'albero in riva alle acque, dal fogliame sempre verde e dai frutti abbondanti. "Io ho detto a voi, e v'ho destinati, perché andiate e portiate frutti, e frutti duraturi" (Gv 15,16). Cerchiamo di diventare quest'albero benedetto e sempre fecondo. La Chiesa in questo santo tempo spande sulle radici l'umore della compunzione: lasciamo che quest'acqua benefica abbia da operare. Il Signore scruta i nostri cuori ed approfondisce i nostri desideri di conversione; poi quando verrà la Pasqua " darà a ciascuno secondo le opere".
    VANGELO (Lc 16,19-31). - In quel tempo: Gesù disse ai Farisei: C'era un uomo ricco, il quale vestiva porpora e bisso e tutti i giorni se la godeva splendidamente. E c'era un mendico, chiamato Lazzaro, il quale, pieno di piaghe, giaceva all'uscio di lui, bramoso di sfamarsi con le bricciole che cadevano dalla tavola del ricco, ma nessuno gliele dava: venivano invece i cani a leccare le sue piaghe. Or avvenne che il mendico mori, e fu portato dagli Angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto nell'inferno. Allora, alzando gli occhi, mentre era nei tormenti, egli vide lontano Abramo, e Lazzaro nel suo seno. E disse, gridando: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a bagnar la punta del suo dito nell'acqua, per rinfrescarmi la lingua, perché io spasimo in questa fiamma. Ma Abramo gli disse: Figliolo, ricordati che tu avesti i beni in vita, mentre Lazzaro ebbe allora dei mali: e quindi ora lui è consolato e tu soffri. E poi, tra noi e voi c'è un grande abisso, tale che quelli che vogliono di qui passare a voi non possono, ne di costà possono a noi valicare. E quello replicò: Allora, o padre, ti prego, che tu lo mandi a casa del padre mio, che ho cinque fratelli, affinché li avverta di queste cose e non vengano anch'essi in questo luogo di tormenti. E Abramo gli rispose: Hanno Mosè ed i Profeti: ascoltino quelli. Replicò l'altro: No, padre Abramo, ma se un morto va da loro si ravvederanno. Ma Abramo gli rispose: Se non ascoltano Mosè ed i Profeti, non crederanno nemmeno se uno risuscitasse dai morti.
    L'inferno, castigo del peccato.
    In questo fatto vediamo la sanzione delle leggi divine, il castigo del peccato. Come ci appare temibile qui il Signore e "quanto è terribile cadere nelle mani del Dio vivente!" Oggi uno vive in pace, fra i godimenti e nella sicurezza; domani l'inesorabile morte piomba su di lui; ed eccolo sepolto vivo nell'inferno. Spasimando nell'eterne fiamme, implora una goccia d'acqua; ma questa goccia d'acqua gli è rifiutata. Altri suoi simili, che ha veduto coi suoi occhi fino a poche ore fa, godono ora un altro soggiorno, quello dell'eterna felicità; ma un immenso abisso lo separa da loro per sempre. Quale sorte spaventosa! quale infinita disperazione! E vi sono uomini sulla terra che spesso vivono e muoiono senza scandagliare un sol giorno quell'abisso, nemmeno con un semplice pensiero!
    Timore dell'inferno.
    Beati dunque quelli che temono! perché il timore li può aiutare a sollevare il peso che li trascinerebbe nella voragine senza fine. Che fitte tenebre ha disteso il peccato nell'anima dell'uomo! Vi sono uomini saggi e prudenti che non si macchiano di colpe nell'esercizio degli affari del mondo; ma sono insensati e stupidi quando si tratta dell'eternità!
    Quale orrendo risveglio! Ma la disgrazia è irreparabile. Per rendere più efficace la sua lezione, Gesù non ci ha raccontato la riprovazione d'uno scellerato, colpevole di delitti orrendi e che gli stessi mondani ritengono preda dell'inferno; ci ha presentato invece uno di quegli uomini tranquilli, che gestisce un pacifico commercio e fa onore alla sua categoria. Qui, niente delitti e niente atrocità; Gesù ci dice semplicemente ch'era vestito con lusso e viveva ogni giorno lautamente. V'era, sì, un povero mendico alla sua porta, ma non lo trattava male; lo poteva allontanare, e invece lo tollerava, senza insultare alla sua miseria. Perché allora questo ricco sarà eternamente divorato dagli ardori del fuoco che Dio accese nell'ira sua?
    Necessità della mortificazione.
    Perché, l'uomo che dispone dei beni di quaggiù, se non trema al pensiero dell'eternità, se non capisce che deve "usare di questo mondo come se non ne usasse" (1Cor 7,31) ed è estraneo alla Croce di Gesù Cristo, è già vinto dalla triplice concupiscenza. La superbia, l'avarizia e la lussuria se ne contendono il cuore, e finiscono tanto più a dominarlo quanto meno pensa di fare qualche cosa per abbatterle. È uomo che non combatte: nella sua anima è venuta ad abitare la morte. Non maltrattava i poveri; ma si ricorderà troppo tardi che il povero è da più di lui, e che lo doveva onorare e sollevare. I suoi cani ebbero più umanità di lui; ecco perché Dio l'ha lasciato addormentare sull'orlo dell'abisso che lo doveva inghiottire. Potrà egli dire di non essere stato avvertito? Non aveva Mosè ed i Profeti, e più che tutto Gesù e la sua Chiesa? Egli ora ha a sua disposizione la santa Quarantena promulgata, che gli è stato annunciata; ma si da almeno pensiero di sapere che cos'è questo tempo di grazia e di perdono? Forse lo trascorrerà senza scuotersi; ma farà nello stesso tempo un passo verso l'eterna infelicità.
    PREGHIAMO
    Assisti o Signore, i tuoi servi, e concedi loro gli effetti di questa continua misericordia, che implorano, affinché, gloriandosi di te, loro creatore e guida, sia ristabilita la loro unione e conservata la loro restaurazione.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 546-549."







    “25 FEBBRAIO 2016: SAN MATTIA, APOSTOLO (Negli anni bisestili questa festa cade il 25 febbraio).
    Un novello Apostolo.
    Un Apostolo di Gesù Cristo, San Mattia, viene con la sua presenza a completare il coro dei Beati che la Chiesa invita ad onorare in questa stagione liturgica.
    Mattia fu ben presto alla sequela di Gesù, divenne testimone di tutte le sue opere fino al giorno dell'Ascensione. Era del gruppo dei discepoli, non degli Apostoli; ma era destinato a tale gloria; di lui infatti parlava David, quando profetizzò che un altro avrebbe preso l'Episcopato lasciato vacante dalla prevaricazione di Giuda traditore (Sal 108). Nell'intervallo di tempo che passò fra l'Ascensione di Gesù e la discesa dello Spirito Santo, il Collegio Apostolico provvide alla sua elezione, affinché il numero dei dodici stabilito da Cristo fosse al completo il giorno in cui la Chiesa, ricevendo lo Spirito Santo, doveva presentarsi alla Sinagoga. Il novello Apostolo prese parte a tutte le tribolazioni dei fratelli in Gerusalemme; e quando giunse il momento della dispersione degl'inviati di Cristo, si diresse verso le province che gli erano state affidate da evangelizzare.
    L'insegnamento dell'Apostolo.
    Le gesta di san Mattia, i suoi travagli e le sue prove sono rimaste ignorate. Ci furono solo conservati alcuni punti della sua dottrina negli scritti di Clemente Alessandrino. Fra l'altro troviamo una sen*tenza, che ci faremo un dovere di citare qui, perché è in rapporto ai sentimenti che la Chiesa ci vuole ispirare in questo santo tempo.
    "È necessario, diceva san Mattia, combattere la carne, e non lusingarla con ree soddisfazioni; quanto all'anima, dobbiamo farla crescere mediante la fede e la conoscenza" (Stromata, l. 3, c. 4).
    Infatti, rotto nell'uomo l'equilibrio per il peccato, ed inclinando i suoi sensi al basso non abbiamo altra maniera di restaurare in noi l'immagine di Dio, che costringendo il corpo a subire violentemente il giogo dello spirito. Lo stesso nostro spirito ferito spiritualmente dalla colpa di origine, è trascinato su una china pericolosa verso le tenebre. Soltanto la fede lo può scampare, umiliandolo; e la ricompensa della fede è la conoscenza. È in sintesi, tutta la dottrina che la Chiesa si sforza in questi giorni di farci comprendere e praticare. Glorifichiamo colui che così ci rischiara e ci fortifica.
    La stessa tradizione che ci offre una tenue traccia della carriera apostolica di san Mattia, ci fa noto che le sue fatiche furono coronate dalla palma del martirio, senza però precisare se ciò avvenne in Etiopia o nella Giudea.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 826-827."








    24 febbraio 2016…



    “24 febbraio 2016: MERCOLEDÌ DELLA SECONDA SETTIMANA DI QUARESIMA.
    La Stazione è nella Basilica di S. Cecilia. Questo tempio era una volta la casa dell'insigne Vergine Martire, che porta il suo nome. Il corpo di santa Cecilia riposa sotto l'Altar maggiore, insieme a quelli dei santi Martiri Valeriane, Tiburzio, Massimo, Urbano e Lucio.
    lezione (Est. 13, 8-11, 15-17). - In quei giorni: Mardocheo pregò il Signore, dicendo: Signore, Signore, Re onnipotente, tutte le cose sono a te soggette, e non v'è chi possa resistere al tuo volere, se tu hai risoluto di salvare Israele. Tu facesti il cielo e la terra e tutto quello che si contiene nel giro dei cieli. Tu sei il Signore di tutte le cose e nessuno può resistere alla tua maestà. Or tu, o Signore e Re, o Dio di Abramo, abbi pietà del tuo popolo, perché i nostri nemici ci vogliono sterminare e distruggere la tua eredità. Non disprezzare il tuo retaggio che ti riscattasti dall'Egitto. Esaudisci la mia preghiera e sii propizio alla tua parte, alla tua porzione e muta in allegrezza il nostro lutto, affinché vivendo, o Signore, celebriamo il tuo nome: non chiudere la bocca di coloro che ti lodano, o Signore, Dio nostro.
    La Chiesa, novella Ester.
    Questo grido, alzato verso il cielo a favore d'un popolo condannato a perire, rappresenta le suppliche dei giusti dell'Antico Testamento per la salvezza del mondo. Il genere umano era esposto alla rabbia dell'infernale nemico, figurato da Aman. Il Re dei secoli aveva sentenziato il fatale decreto: Voi morirete certamente. Chi poteva ormai farne revocare la sentenza? Come Ester si portò ai piedi di Assuero e fu ascoltata, così Maria si presentò dinanzi al trono dell'Eterno e, per il suo divin Figlio, schiacciò la testa al serpente che ci teneva in suo potere. Così verrà annullato il decreto, e nessuno morrà, se non coloro che lo vogliono. Oggi la Chiesa, commossa dai pericoli ai quali si trova una gran parte dei suoi figli che vivono da tanto tempo nel peccato, intercede per loro, ripetendo la preghiera di Mardocheo. Ella supplica il suo Sposo di ricordarsi, che una volta li strappò dalla terra d'Egitto, e che per il Battesimo essi diventarono le membra di Gesù Cristo e l'eredità del Signore; e lo scongiura di'mutare nelle gioie pasquali la loro afflizione, e che non siano chiuse dalla morte le loro bocche, tante volte colpevoli nel passato, ma che oggi si aprono a domandar grazia, e un giorno, ottenuto il perdono, proromperanno in inni di riconoscenza al divino liberatore.
    vangelo (Mt 20,17-28). - In quel tempo: Gesù stando per salire a Gerusalemme, presi in disparte i dodici discepoli, disse loro: Ecco, ascendiamo a Gerusalemme, e il Figlio dell'uomo sarà dato nelle mani dei principi dei sacerdoti e degli scribi, e lo condanneranno a morte, e lo consegneranno ai Gentili, per essere schernito, flagellato e crocifisso; ma il terzo giorno risorgerà. Allora s'accostò la madre dei figli di Zebedeo con i propri figlioli, adorando e in atto di chiedere qualche cosa. Che vuoi? le disse. Quella rispose: Di' che seggano questi due miei figlioli, uno alla tua destra e l'altro alla tua sinistra nel tuo regno. E Gesù rispose: Non sapete quello che domandate. Potete voi bere il calice che berrò io? Gli risposero : Lo possiamo. Disse loro: Il calice mio voi certo lo berrete: sedere però alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concedervelo, ma è per quelli cui è stato preparato dal Padre mio. Udito ciò gli altri dieci s'indignarono contro i due fratelli. Ma Gesù chiamatili a sé disse: Voi sapete che i principi delle nazioni le signoreggiano ed i grandi esercitano il potere sopra di esse. Ma tra di voi non sarà così; anzi chi vorrà tra di voi diventare maggiore sia vostro ministro. E chi vorrà tra di voi essere il primo, sia vostro servo. Come il Figlio dell'uomo non è venuto ad essere servito, ma a servire e a dar la sua vita in redenzione di molti.
    L'annuncio della Passione.
    Ecco davanti a noi la vittima che placherà la collera del Re dei re e salverà il popolo suo dalla morte. Figlio della novella Ester e Figlio di Dio, affronta ed abbatte la superbia di Aman nel preciso momento che il perfido crede di trionfare. S'avvicina a Gerusalemme, perché è là che dovrà avvenire il grande combattimento; e, cammin facendo, predice ai suoi discepoli tutto ciò che gli sarebbe accaduto: sarà consegnato ai prìncipi dei sacerdoti, i quali lo giudicheranno degno di morte; costoro lo rimetteranno al potere del governatore e dei soldati romani; egli sarà coperto d'obbrobri, flagellato e crocifisso, ma il terzo giorno risusciterà glorioso. Il Vangelo ci dice che Gesù, presili in disparte parlò ai Dodici; quindi tutti gli Apostoli intesero la sua profezia. Era presente Giuda, come lo erano anche Pietro, Giacomo e Giovanni, i quali nella trasfigurazione del loro Maestro sul Tabor avevano potuto, a differenza degli altri, conoscere la dignità di cui era rivestito. Nonostante questo, tutti l'abbandonarono: Giuda lo vendette, Pietro lo rinnegò, e quando il Pastore era in preda alla violenza dei suo nemici, tutto il gregge si disperse per lo spavento. Nessuno si ricordò ch'egli aveva predetta la sua risurrezione al terzo giorno, all'infuori forse di Giuda che, rassicurato da questo pensiero, osò tradirlo per una bassa cupidigia.
    Tutti gli altri non videro che lo scandalo della croce; e bastò questo a far loro abbandonare il Maestro. Quale lezione per i cristiani di tutti i tempi! Com'è raro considerare la croce, per sé e per gli altri, come il suggello della predilezione divina!
    Uomini di poca fede, noi ci scandalizziamo delle prove dei nostri fratelli, e siamo portati a credere che Dio li ha abbandonati per affliggerli; uomini di scarso amore, ci sembrano un male le tribolazioni di questo mondo, e ciò che costituisce il colmo della misericordia del Signore lo consideriamo come una durezza da parte sua verso di noi. Rassomigliamo alla madre dei figli di Zebedeo, i quali volevano occupare un posto glorioso, distinto accanto al Figlio di Dio, e ci dimentichiamo che, per meritarlo dobbiamo bere il calice ch'egli ha bevuto, il calice della Passione; ma dimentichiamo pure la parola dell'Apostolo che, "per essere glorificati con Gesù, dobbiamo anche soffrire con lui!" (Rm 8,17). Come il Giusto non è entrato in possesso della pace attraverso gli onori e le delizie, così anche il peccatore non lo potrà seguire, se non attraverso la via dell'espiazione.
    PREGHIAMO
    O Dio, che ripari ed ami l'innocenza, dirigi a te i cuori dei tuoi servi; affinché, possedendo il fervore del tuo spirito, siano stabili nella fede ed efficaci nelle opere.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 544-546.”


    23 febbraio 2016…


    “23 febbraio 2016: MARTEDÌ DELLA SECONDA SETTIMANA DI QUARESIMA”
    “23 FEBBRAIO 2016: SAN PIER DAMIANI, CARDINALE. CONFESSORE E DOTTORE DELLA CHIESA”


    22 febbraio 2016…

    “22 febbraio 2016: LUNEDÌ DELLA SECONDA SETTIMANA DI QUARESIMA.
    La Stazione è nella chiesa di S. Clemente Papa, che di tutte le chiese di Roma è quella che più ha conservato l'aspetto delle prime basiliche cristiane. Sotto il suo altare riposa il corpo del santo Patrono, coi resti di sant'Ignazio d'Antiochia e del console san Flavio Clemente.
    LEZIONE (Dan 9,15-19). - In quei giorni Daniele pregò il Signore e disse: O Signore Dio nostro, che traesti il tuo popolo dall'Egitto con mano forte, e ti facesti un nome quale ora possiedi, noi abbiamo peccato, abbiamo commesso l'iniquità, Signore, contro tutta la tua legge. Ti prego d'allentare l'ira ed il tuo furore dalla tua città, Gerusalemme, dal tuo monte santo, che a causa dei nostri peccati e delle iniquità dei padri nostri, Gerusalemme e il tuo popolo sono lo scherno di tutti quelli che ci stanno d'intorno. Ed ora, esaudisci, o Dio nostro, la preghiera del tuo servo, le sue suppliche, e pel tuo onore rivolgi la tua faccia al tuo santuario devastato. O mio Dio porgi il tuo orecchio ed ascolta, apri i tuoi occhi e mira la nostra desolazione e la città sulla quale è stato invocato il tuo nome. Di fatti abbiamo umiliate le nostre preghiere dinanzi al tuo cospetto, non fondandoci sulla nostra giustizia, ma fiduciosi unicamente nelle tue molte misericordie. Ascoltaci, o Signore; placati. Signore, guarda e mettiti all'opera; per il tuo onore, non tardare, o mio Dio, perché la città e il popolo tuo hanno nome da te o Signore Dio nostro.
    Castigo del popolo giudaico.
    La supplica che Daniele rivolgeva a Dio, dalla cattività di Babilonia, fu esaudita; infatti, dopo settant'anni d'esilio, Israele rivide la patria, riedificò il Tempio del Signore e riprese il corso dei suo destini. Ma oggi, dopo diciannove secoli, le parole del Profeta non sono più sufficienti ad esprimere la nuova desolazione in cui è piombato Israele: il furore di Dio s'è abbattuto su Gerusalemme, non esistono più i ruderi del Tempio, il popolo superstite è disperso sulla faccia della terra e fatto spettacolo a tutte le nazioni. È sotto il peso d'una maledizione, quella d'errare come Caino: e Dio veglia, perché non sia annientato del tutto. Formidabile enigma per la scienza razionalista! Ma, per il cristiano, visibile castigo del più grande dei delitti. Solo così si spiega il fenomeno: "La luce splende fra le tenebre, ma le tenebre non la compresero" (Gv 1,5). Se le tenebre avessero accettata la luce, oggi esse non sarebbero più tenebre. Ma non fu così: Israele ha meritato il suo abbandono. Molti dei suoi figli acconsentirono a riconoscere il Giusto, e divennero figli della luce; e per mezzo loro la luce risplendette sul mondo intero. Quando apriranno gli occhi gli altri figli d'Israele? Quando questo popolo vorrà rivolgere al Signore la preghiera di Daniele? Egli la possiede, la legge tante volte, ma essa non penetra nel suo cuore chiuso dall'orgoglio. Noi, ultimi della famiglia, preghiamo per i nostri antenati. Ogni anno qualcuno di loro si separa dalla massa maledetta e viene a domandare a Gesù d'essere ammesso in seno al nuovo Israele. Che sia benedetto il suo arrivo, e che il Signore, nella sua bontà, si degni d'aumentare sempre più questo numero, affinché ogni creatura umana adori in ogni luogo il Dio d'Abramo, d'Isacco e di Giacobbe, ed il Figliuol suo Gesù Cristo che ha inviato.
    vangelo (Gv. 8, 21-29). - In quel tempo: Gesù disse alle turbe dei Giudei: Io me ne vado, e mi cercherete, e morrete nel vostro peccato. Dove vado io voi non potete venire. Dicevan perciò i Giudei: Si ucciderà forse da se stesso, che dice: Dove io vado non potete venire? Ed egli replicò loro; Voi siete di quaggiù; io sono di lassu. Voi siete di questo mondo: io non sono di questo mondo. Perciò vi ho detto che morrete nei vostri peccati; perché se non crederete ch'io sono, morrete nei vostri peccati. Gli dissero allora: E chi sei tu? Gesù rispose loro: Il Principio che parlo a voi. Molto ho da dire e condannare riguardo a voi, ma Colui che mi ha mandato è verace, e quanto ho udito da Lui quello dico al mondo. E non intesero che parlava di suo Padre, Dio. Disse dunque loro Gesù: Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete chi sono io, e che niente faccio da me, e che dico quello che il Padre mi ha insegnato. E chi mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo perché io faccio sempre quello che è di suo piacimento.
    Gesù s'allontana dai Giudei...
    Io me ne vado: parola terribile! Gesù venne a salvare questo popolo e nulla risparmiò per attestargli il suo amore. In questi ultimi giorni l'abbiamo visto respingere la Cananea, dicendo ch'era venuto per le pecorelle sperdute della casa d'Israele; e queste pecorelle non vogliono riconoscere il loro pastore. Ora avverte i Giudei che sta per andarsene via, e che dov'egli va, essi non possono seguirlo: ma queste parole non aprono i loro occhi. Le sue opere provano la sua origine celeste, ma essi non pensano che alla terra: attendono unicamente un Messia terreno e glorioso, alla maniera dei conquistatori. Invano Gesù passa in mezzo a loro facendo del bene (At 10,38); invano la natura si sottomette al suo impero, e la sapienza e la dottrina sorpassa di gran lunga tutto ciò che gli uomini sentirono di più bello: Israele è sordo e cieco. Le più feroci passioni fermentano nel suo cuore, e non saranno soddisfatte fino al giorno in cui la Sinagoga non si laverà le mani nel sangue del Giusto. Ma in quel giorno la misura sarà colma e la collera di Dio darà un esempio che avrà una eco in tutti i secoli. Si rabbrividisce, pensando agli orrori dell'assedio di Gerusalemme ed allo sterminio della città e del popolo che aveva chiesto la morte di Gesù. Lo stesso Salvatore ci dice che non vi fu mai, da che mondo è mondo, una rovina così spaventosa, ne ve ne sarà una uguale nella successione dei tempi. Dio è paziente ed attende con longanimità; ma quando scoppia il suo furore, così a lungo trattenuto, tutto travolge, e gli esempi delle sue vendette sono il terrore delle generazioni venture.
    ... e dai peccatori!
    Oh, peccatori, che fino a questo momento non avete tenuto in nessun conto gli ammonimenti della Chiesa, e non vi siete premurati di convertire il cuore al Signore Dio vostro, tremate a quelle parole: Io me ne vado! Se questa Quaresima passa come altre senza cambiarvi, sappiate che è per voi questa minaccia: Morirete nel vostro peccato. O volete anche voi, un giorno, domandare la morte del Giusto, gridando: Sia crocifisso? State bene attenti, ch'egli ha schiacciato un intero popolo, un popolo che aveva colmato di favori e mille volte protetto e salvato; non vi lusingate che abbia da avere dei riguardi per voi; egli trionferà sicuramente, se non con la misericordia, certo con la giustizia.
    PREGHIAMO
    Ascolta, o Dio onnipotente, le nostre suppliche; e a coloro ai quali dai fiducia di sperare pietà, concedi benigno l'effetto della consueta misericordia.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 537-540.”



    “22 FEBBRAIO 2016: CATTEDRA DI SAN PIETRO IN ANTIOCHIA.
    Festa della Cattedra di Antiochia.
    Per la seconda volta la santa Chiesa festeggia la cattedra di Pietro; ma oggi, siamo invitati a venerare non più il suo Pontificato in Roma, ma il suo Episcopato ad Antiochia. La permanenza del Principe degli Apostoli in quest'ultima città fu per essa la più grande gloria che conobbe dalla sua fondazione; pertanto, questo periodo occupa un posto tanto rilevante nella vita di san Pietro da meritare d'essere celebrato dai cristiani.
    Il Cristianesimo ad Antiochia.
    Cornelio aveva ricevuto il battesimo a Cesarea dalle mani di Pietro, e l'ingresso di questo Romano nella Chiesa preannunciava il momento in cui il Cristianesimo doveva estendersi oltre la popolazione giudaica. Alcuni discepoli, i cui nomi non ci furono tramandati da Luca, fecero un tentativo di predicazione in Antiochia, ed il successo che ne riportarono indusse gli Apostoli ad inviarvi Barnaba. Giunto questi colà, non tardò ad associarsi un altro giudeo convertito da pochi anni e conosciuto ancora col nome di Saulo, che, più tardi, cambierà il suo nome con quello di Paolo e diventerà oltremodo glorioso in tutta la Chiesa. La parola di questi due uomini apostolici suscitò nuovi proseliti in seno alla gentilità, ed era facile prevedere che ben presto il centro della religione di Cristo non sarebbe stato più Gerusalemme, ma Antiochia. Così il Vangelo passava ai gentili e abbandonava l'ingrata città che non aveva conosciuto il tempo della sua visita (Lc 19,44).
    San Pietro ad Antiochia.
    La voce dell'intera tradizione c'informa che Pietro trasferì la sua residenza in questa terza città dell'Impero romano, quando la fede di Cristo cominciò ad avere quel magnifico sviluppo che abbiamo qui sopra ricordato. Tale mutamento di luogo e lo spostamento della Cattedra primaziale stanno a dimostrare che la Chiesa s'avanzava nei suoi destini e lasciava l'augusta cinta di Sion, per avviarsi verso l'intera umanità.
    Sappiamo dal Papa sant'Innocenzo I ch'ebbe luogo in Antiochia una riunione degli Apostoli. Ormai il vento dello Spirito Santo spingeva verso la gentilità le sue nubi sotto il cui emblema Isaia raffigura gli Apostoli (Is 60,8). Sant'Innocenzo, alla cui testimonianza si unisce quella di Vigilio, vescovo di Tarso, osserva che si deve riferire al tempo di questa riunione di san Pietro e degli Apostoli ad Antiochia, quanto san Luca scrive negli atti, là dove afferma che alle numerose conversioni di gentili, si incominciò a chiamare i discepoli di Cristo con l'appellativo di Cristiani.
    Le tre Cattedre di san Pietro.
    Dunque Antiochia è diventata la sede di Pietro, nella quale egli risiede, e dalla quale partirà per evangelizzare le diverse province dell'Asia; qui farà ritorno per ultimare la fondazione di questa nobile Chiesa. Sembrava che Alessandria, la seconda città dell'impero, volesse rivendicare a sé l'onore della sede del primato, quando piegò la testa sotto il giogo di Cristo. Ma ormai Roma, da tempo predestinata dalla divina Provvidenza a dominare il mondo, ne avrà maggior diritto. Pietro allora si metterà in cammino, portando nella sua persona i destini della Chiesa; si fermerà a Roma, ove morirà e lascerà la sua successione. Nell'ora segnata, si distaccherà da Antiochia e stabilirà vescovo Evodio, suo discepolo. Questi, quale successore di Pietro, sarà Vescovo di Antiochia; ma la sua Chiesa non eredita il primato che Pietro porta con sé. Il principe degli Apostoli designa Marco, suo discepolo, a prender in suo nome possesso di Alessandria; la quale sarà la seconda Chiesa dell'universo e precederà la stessa sede di Antiochia, per volontà di Pietro, che però non ne occupò mai personalmente la sede. Egli è diretto a Roma: ivi finalmente, fisserà la Cattedra sulla quale vivrà, insegnerà e governerà nei suoi successori.
    Questa l'origine delle tre grandi Cattedre Patriarcali così venerate anticamente: la prima, Roma, investita della pienezza dei diritti del principe degli Apostoli, che gliele trasmise morendo; la seconda, Alessandria, che deve la sua preminenza alla distinzione di cui volle insignirla Pietro adottandola per sua seconda sede; la terza, Antiochia, sulla quale si assise di persona, allorché, rinunciando a Gerusalemme, volle portare alla Gentilità le grazie dell'adozione.
    Se dunque Antiochia cede in superiorità ad Alessandria, quest'ultima le è inferiore rispetto all'onore d'aver posseduta la persona di colui che Cristo aveva investito dell'ufficio di Pastore supremo. È dunque giusto che la Chiesa onori Antiochia per aver avuto la gloria d'essere temporaneamente il centro della cristianità: è questo il significato della festa che oggi celebriamo [1].
    Doveri verso la Cattedra di san Pietro.
    Le solennità che si riferiscono a san Pietro devono interessare in modo speciale i figli della Chiesa. La festa del padre è sempre quella dell'intera famiglia, perché da lui viene la vita e l'essere. Se v'è un solo gregge, è perché esiste un solo Pastore. Onoriamo perciò la divina prerogativa di Pietro, alla quale il Cristianesimo deve la sua conservazione; riconosciamo gli obblighi che abbiamo verso la Sede Apostolica. Il giorno che celebravamo la Cattedra Romana, apprendemmo come viene insegnata, conservata e propagata la Fede dalla Chiesa Madre nella quale risiedono le promesse fatte a Pietro. Onoriamo oggi la Sede Apostolica, quale unica sorgente del legittimo potere, mediante il quale vengono retti e governati i popoli in ordine alla salvezza eterna.
    Poteri di Pietro.
    Il Salvatore disse a Pietro: "Io ti darò le Chiavi del Regno dei cieli" (Mt 16,19), cioè della Chiesa; ed ancora: "Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle" (Gv 21,15-17). Pietro dunque è principe, perché le Chiavi, nella Sacra Scrittura, significano il principato; e Pastore, Pastore universale, perché non vi sono in seno al gregge che pecore ed agnelli. Ma ecco che, per divina bontà, in ogni parte incontriamo Pastori: i Vescovi, "posti dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Dio" (At 20,28), che in suo nome governano le cristianità, e sono anch'essi Pastori. Come mai le Chiavi, che sono eredità di Pietro, si trovano in altre mani, che non sono le sue? La Chiesa cattolica ce ne spiega il mistero nei documenti della sua Tradizione.
    Ecco Tertulliano affermare che "il Signore diede le Chiavi a Pietro, e per mezzo suo alla Chiesa" (Scorpiaco, c. 10); sant'Ottato di Milevi, aggiungere che, "per il bene dell'unità, Pietro fu preferito agli altri Apostoli, e, solo, ricevette le Chiavi del Regno dei cieli per trasmetterle agli altri" (Contro Parminiano, 1,8); san Gregorio Nisseno, dichiarare che "per mezzo di Pietro, Cristo comunicò ai Vescovi le Chiavi della loro celeste prerogativa" (Opp. t. 3); e infine san Leone Magno, precisare che "il Salvatore diede per mezzo di Pietro agli altri prìncipi della Chiesa tutto ciò che ha creduto opportuno di comunicare" (Nell'anno della sua elevazione al Sommo Pontificato, Discorso 4, P. L. 54, c. 150).
    Poteri dei Vescovi.
    Quindi l'Episcopato rimarrà sempre sacro, perché si ricollega a Gesù Cristo per mezzo di Pietro e dei suoi successori; ed è ciò che la Tradizione cattolica ha sempre affermato nella maniera più imponente, plaudendo al linguaggio dei Pontefici Romani, che non hanno mai cessato di dichiarare, sin dai primi secoli, che la dignità dei Vescovi era quella di compartecipare alla propria sollecitudine, in partem sollicitudinis vocatos. Per tale ragione san Cipriano non ebbe difficoltà d'affermare che, "volendo il Signore stabilire la dignità episcopale e costituire la sua Chiesa, disse a Pietro: Io ti darò le Chiavi del Regno dei cieli; e da ciò deriva l'istituzione dei Vescovi e la costituzione della Chiesa" (Lettera 33).
    La stessa cosa ripete, dopo il vescovo di Cartagine, san Cesario d'Arles, nelle Gallie, nel V secolo, quando scrive al Papa san Simmaco: "Poiché l'Episcopato attinge la sua sorgente nella persona del beato Pietro Apostolo, ne consegue necessariamente che tocca a Vostra Santità prescrivere alle diverse Chiese le norme alle quali esse si devono conformare" (Lettera 10). Questa fondamentale dottrina, che san Leone Magno espresse con tanta autorità ed eloquenza, e che in altre parole è la stessa che abbiamo ora esposta mediante la Tradizione, la vediamo imposta a tutte le Chiese, prima di san Leone, nelle magnifiche Epistole di sant'Innocenzo I arrivate fino a noi. In questo senso egli scrive al concilio di Cartagine che "l'Episcopato ed ogni sua autorità emanano dalla Sede Apostolica" (ivi, 29); al concilio di Milevi che "i Vescovi devono considerare Pietro come la sorgente del loro appellativo e della loro dignità" (ivi, 30); a san Vitricio, Vescovo di Rouen, che "l'Apostolato e l'Episcopato traggono da Pietro la loro origine" (ivi, 2).
    Non abbiamo qui l'intenzione di fare un trattato polemico; il nostro scopo, nel presentare i magnifici titoli della Cattedra di Pietro, non è altro che quello di alimentare nel cuore dei fedeli quella venerazione e devozione da cui devono essere animati verso di lei. Ma è necessario ch'essi conoscano la sorgente dell'autorità spirituale, che nei diversi gradi di gerachia li regge e li santifica. Tutto passa da Pietro, tutto deriva dal Romano Pontefice, nel quale Pietro si perpetuerà fino alla consumazione dei secoli. Gesù Cristo è il principio dell'Episcopato, lo Spirito Santo stabilisce i Vescovi, ma la missione, l'istituzione che assegna al Pastore il suo gregge ed al gregge il proprio Pastore, Gesù Cristo e lo Spirito Santo le comunicano attraverso il ministero di Pietro e dei suoi successori.
    Trasmissione del potere delle Chiavi.
    Com'è sacra e divina questa autorità delle Chiavi, che, discendendo dal cielo nel Romano Pontefice, da lui, attraverso i Prelati della Chiesa, scende su tutta la società cristiana ch'egli deve reggere e santificare! Il modo di trasmissione attraverso la Sede Apostolica ha potuto variare secondo i secoli; ma mai alcun potere fu emanato se non dalla Cattedra di Pietro. A principio vi furono tre Cattedre: Roma, Alessandria, Antiochia; tutte e tre, sorgenti dell'istituzione canonica per i Vescovi che le riguardano; ma tutte e tre considerate altrettante Cattedre di Pietro da lui fondate per presiedere, come insegnano san Leone (Lettera 104 ad Anatolio), san Gelasio (Concilio Romano, Labbe, t. 4) e san Gregorio Magno (Lettera ad Eulogio). Ma, delle tre Cattedre, il Pontefice che sedeva sulla prima aveva ricevuto dal cielo la sua istituzione, mentre gli altri due Patriarchi non esercitavano la loro potestà se non perché riconosciuti e confermati da chi era succeduto a Roma sulla Cattedra di Pietro. Più tardi, a queste prime tre, si vollero aggiungere due nuove Sedi: Costantinopoli e Gerusalemme; ma non arrivarono a tale onore, se non col beneplacito del Romano Pontefice. Inoltre, affinché gli uomini non corressero pericolo di confondere le accidentali distinzioni di cui furono ornate quelle diverse Chiese, con la prerogativa della Chiesa Romana, Dio permise che le Sedi d'Alessandria, d'Antiochia, di Costantinopoli e di Gerusalemme fossero contaminate dall'eresia; e che divenute altrettante Cattedre di errore, dal momento che avevano alterata la fede trasmessa loro da Roma con la vita, cessassero di tramandare la legittima missione. Ad una ad una, i nostri padri videro cadere quelle antiche colonne, che la mano paterna di Pietro aveva elevate; ma la loro rovina ancora più solennemente attesta quanto sia solido l'edificio che la mano di Cristo fondò su Pietro. D'allora, il mistero dell'unità s'è rivelato in una luce più grande; e Roma, avocando a sé i favori riversati sulle Chiese che avevano tradita la Madre comune, apparve con più chiara evidenza l'unico principio del potere pastorale.
    Doveri di rispetto e sudditanza.
    Spetta dunque a noi, sacerdoti e fedeli, ricercare la sorgente dalla quale i nostri pastori attinsero i poteri, e la mano che trasmise loro le Chiavi. Emana la loro missione dalla Sede Apostolica? Se è così, essi vengono da parte di Gesù Cristo, che, per mezzo di Pietro, affidò loro la sua autorità, e quindi dobbiamo onorarli ed esser loro soggetti. Se invece si mostrano a noi senza essere investiti del Mandato del Romano Pontefice, non seguiamoli, che Cristo non li riconosce. Anche se rivestono il sacro carattere conferito dall'unzione episcopale, non rientrano affatto nell'Ordine Pastorale; e le pecore fedeli se ne devono allontanare.
    Infatti, il divino Fondatore della Chiesa non si contentò d'assegnarle la visibilità come nota essenziale, perché fosse una Città edificata sul monte (Mt 5,14) e colpisse chiunque la guardasse; egli volle pure che il potere divino esercitato dai Pastori derivasse da una visibile sorgente, affinché ogni fedele potesse verificare le attribuzioni di coloro che a lui si presentano a reclamare la propria anima in nome di Gesù Cristo. Il Signore non poteva comportarsi diversamente verso di noi, poiché, dopo tutto, nel giorno del giudizio egli esigerà che siamo stati membri della sua Chiesa e che abbiamo vissuto, nei suoi rapporti, mediante il ministero dei suoi Pastori legittimi. Onore, perciò, e sottomissione a Cristo nel suo Vicario; onore e sottomissione al Vicario di Cristo nei Pastori che manda.
    Elogio.
    Gloria a te, o Principe degli Apostoli, sulla Cattedra di Antiochia, dall'alto della quale presiedesti ai destini della Chiesa universale! Come sono splendide le tappe del tuo Apostolato. Gerusalemme, Antiochia, Alessandria nella persona di Marco tuo discepolo, e finalmente Roma nella tua stessa persona; ecco le città che onorasti con la tua augusta Cattedra. Dopo Roma, non vi fu città alcuna che ti ebbe per sì lungo tempo come Antiochia; è dunque giusto che rendiamo onore a quella Chiesa che, per tuo mezzo fu un tempo madre e maestra delle altre. Ahimé! oggi essa ha perduto la sua bellezza, la fede è scomparsa nel suo seno, e il giogo del Saraceno pesa su di lei. Salvala, o Pietro, e reggila ancora; assoggettala alla Cattedra di Roma, sulla quale ti sei assise, non per un limitato numero di anni, ma fino alla consumazione dei secoli. Immutabile roccia della Chiesa, le tempeste si sono scatenate contro di te, e più d'una volta abbiamo visto coi nostri occhi la Cattedra immortale essere momentaneamente trasferita lontano da Roma. Ci ricordavamo allora della bella espressione di sant'Ambrogio: Dov'è Pietro, ivi è la Chiesa, e i nostri cuori non si turbarono; perché sappiamo che fu per ispirazione divina che Pietro scelse Roma come il luogo dove la sua Cattedra poggerà per sempre. Nessuna volontà umana potrà mai separare ciò che Dio legò; il Vescovo di Roma sarà sempre il Vicario di Gesù Cristo e il Vicario di Gesù Cristo, sebbene esiliato dalla sacrilega violenza dei persecutori, rimarrà sempre il Vescovo di Roma.
    Preghiera.
    Calma le tempeste, o Pietro, affinché i deboli non ne siano scossi; ottieni dal Signore che la residenza del tuo successore non venga mai interrotta nella città che tu eleggesti ed innalzasti a tanti onori. Se gli abitanti di questa città regina hanno meritato d'essere castigati perché dimentichi di ciò che ti devono, risparmiali per riguardo dell'universo cattolico, e fa' che la loro fede, come al tempo in cui Paolo tuo fratello indirizzava la sua Epistola, torni ad essere famosa in tutto il mondo (Rm 1,8).
    [1] Facemmo osservare il 18 gennaio che, secondo l'antica tradizione romana, conservata inalterata sino al XVI secolo, oggi si celebrava la festa della Cattedra romana di san Pietro, senza il menomo cenno di Antiochia, perché ci si limitava a venerare la Cattedra vaticana. simbolo del primato universale di san Pietro e dei suoi successori. Le Chiese delle Gallie, escludendo qualsiasi solennità in Quaresima, avevano trasferita tale festa al 18 gennaio. Da tre secoli a questa parte, fu la pietà verso il Principe degli Apostoli che suggerì di estendere gli onori dovuti alla sua parola anche alla Cattedra di Antiochia.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 818-824.”

    “Commemorazione di San Paolo apostolo.”
    “Il 22 febbraio 606 muore Papa Sabiniano, Sommo Pontefice.”
    “Il 22 febbraio 1281 Papa Martino IV de Brion viene esaltato al Sommo Pontificato.”





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    ADDIO GIUSEPPE, mio caro fratello di sangue e spirito, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    NOI 2 insieme, uniti OLTRE LA MORTE ed il tragico DESTINO SIA IN TERRA CHE IN CIELO, per SEMPRE VEDREMO LA LUCE - SURSUM CORDA!

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    Lightbulb Re: Nostra Signora di Lourdes e Quaresima…

    27 febbraio 2016…
    SABATO DELLA SECONDA SETTIMANA DI QUARESIMA ed anniversario della morte di Monsignor Umberto Benigni (Perugia, 30 marzo 1862 – Roma, 27 febbraio 1934), avvenuta il 27 febbraio 1934, e di Monsignor Louis Guerard Des Lauriers O.P. (Suresnes, 25 ottobre 1898 – Cosne-Cours-sur-Loire, 27 febbraio 1988) avvenuta il 27 febbraio 1988: R.I.P.




    Radio Spada
    “27 febbraio 2016: SABATO DELLA SECONDA SETTIMANA DI QUARESIMA.
    La Stazione è alla chiesa dei Santi Pietro e Marcellino, Martiri illustri di Roma sotto la persecuzione di Diocleziano, i nomi dei quali hanno l'onore d'essere iscritti nel Canone della Messa.
    LEZIONE (Gen 27,6-40). - In quei giorni: Rebecca disse a Giacobbe suo figliolo: Ho sentito tuo padre parlare con Esaù tuo fratello e dirgli: Portami della tua cacciagione, e fammi una pietanza, affinché io la mangi, e ti benedica dinanzi al Signore, prima di morire. Or dunque, figlio mio, attienti ai miei consigli: va' alla greggia e portami i due migliori capretti, affinché io ne faccia pel tuo padre quelle pietanze di cui si ciba con piacere; e poi, quando tu gliele avrai portate ed egli le avrà mangiate, ti benedica prima di morire. E Giacobbe rispose: Tu sai che Esaù mio fratello è peloso, ed io senza peli: se per caso mio padre mi tasta e mi riconosce, temo che pensi ch'io abbia voluto burlarlo, e cosi mi tiri addosso la maledizione, invece della benedizione. E la madre a lui: Ricada pure su di me questa maledizione, figlio mio, tu però ascolta la mia voce; va' e porta quanto ti ho detto. Egli dunque li andò a prendere, li portò e li diede alla madre, la quale ne preparò le pietanze che sapeva gradite al padre di lui. Poi fece indossare a Giacobbe il migliore vestito di Esaù, che teneva presso di sé in casa, e con le pelli dei capretti gli ravvolse le mani e gli coprì la parte nuda del collo; finalmente gli diede le pietanze e i pani che essa aveva fatto cuocere. Giacobbe, avendo portato ogni cosa ad Isacco, gli disse; Padre mio: Ed egli rispose: Ascolto. Chi sei tu, figliolo mio? E Giacobbe disse: Io sono il tuo primogenito Esaù: ho fatto quanto mi hai comandato: alzati, siedi e mangia della mia caccia, affinché l'anima tua mi benedica. E Isacco replicò al figliolo: Come, figlio! mio, hai potuto trovare così presto? L'altro rispose: Fu volere di Dio che m'imbattessi subito in ciò che bramavo. E Isacco disse: Accostati, che ti tasti, o figlio mio, e riconosca se tu sei o no il mio figlio Esaù. Allora egli s'accostò al padre, il quale tastato che l'ebbe, disse: La voce veramente sarebbe la voce di Giacobbe; ma le mani son quelle d'Esaù. Cosi non lo riconobbe, perché le mani di lui erano pelose come quelle del fratello maggiore. Benedicendolo disse: Sei tu proprio il mio figliolo Esaù? L'altro rispose: Sì. E il padre: Dammi le pietanze della tua caccia, o figlio mio, affinché l'anima mia ti benedica. Giacobbe lo servì, e, quando il padre ebbe mangiato, gli portò anche il vino. Bevuto che ebbe il vino, Isacco gli disse; Accostati a me e dammi un bacio, figlio mio. Giacobbe s'accostò e lo baciò. E Isacco appena sentita la fragranza del vestito di lui, benedì Giacobbe e disse: Ecco l'odore del mio figlio è come l'odore di un fiorito campo benedetto da Dio! Dio ti doni della rugiada del cielo e della pinguedine della terra, e abbondanza di frumento e di vino. A te servano i popoli, a te s'inchinino le genti. Sii il padrone dei tuoi fratelli. E s'inchinino davanti a te i figli di tua madre. Maledetto sia chiunque ti maledice e benedetto chiunque ti benedice. Appena Isacco aveva finite queste parole, e Giacobbe se n'era andato, tornò Esaù, e, preparate le pietanze della sua caccia, le portò al padre, dicendo: Alzati, padre mio, e mangia della caccia del tuo figliolo, affinché l'anima tua mi benedica. E Isacco gli disse: Ma chi sei tu? Egli rispose: Sono Esaù, il tuo figlio primogenito. Isacco inorridì, oppresso da grande stupore, e fuori di sé dalla meraviglia disse: E allora chi è colui che mi ha già portato la caccia fatta? Io ho mangiato di tutto prima che tu venissi; e l'ho benedetto, e sarà benedetto. Udite le parole del padre, Esaù diede in un grido spaventoso, e costernato disse: Benedici anche me, o padre mio ! Isacco rispose: Il tuo fratello è venuto con ingannò, e si è presa la tua benedizione. Ed Esaù: Con ragione gli fu posto il nome di Giacobbe, infatti mi ha soppiantato per la seconda volta: mi tolse già la mia primogenitura, ed ora mi ha tolta la mia benedizione. Poi disse: Non hai servato una benedizione anche per me? Isacco rispose: Io l'ho costituito tuo padrone, ed ho assoggettati al suo servizio tutti i suoi fratelli, l'ho provvisto di frumento e di vino; ed ora che potrei fare per te, o mio figliolo? Esaù gli disse; Non hai che una benedizione sola, o padre? Benedici anche me; te ne scongiuro! E siccome Esaù piangeva ad alte grida, Isacco, mosso a compassione, gli disse: La tua benedizione sarà nella pinguedine della terra e nella rugiada che scende dal cielo.
    Esaù e Giacobbe...
    I due figli di Isacco ci manifestano a loro volta l'effetto dei giudizi di Dio nei riguardi d'Israele e della gentilità; e così l'iniziazione dei Catecumeni prosegue il suo corso. Ecco due fratelli: uno maggiore, l'altro minore; Esaù, il tipo del popolo giudaico, che possiede il diritto della primogenitura e perciò gli compete il destino più alto; e Giacobbe, nato dopo di lui, che, sebbene suo gemello, non ha diritto di fare assegnamento sulla benedizione riservata al fratello maggiore, figura la gentilità. Ma le parti s'invertono: Giacobbe riceve la benedizione e suo fratello ne rimane senza. Che è dunque avvenuto? Ce lo spiega il racconto di Mosè. Esaù è un uomo carnale, dominato dai suoi appetiti ; il piacere che trova in una banale vivanda gli fa perdere di vista i beni spirituali legati alla benedizione del padre, e nella sua golosità, cede a Giacobbe, per un piatto di lenticchie, i diritti che gli derivavano dalla sua primogenitura. Abbiamo visto come l'industria della madre serve gli interessi di Giacobbe, e come il vecchio padre, inconscio strumento di Dio, conferma e benedice inconsapevolmente la sostituzione avvenuta. Quando Esaù tornò da Isacco, comprese la gravita della perdita subita; ma ormai era tardi; e così divenne il nemico di suo fratello.
    ... figure dei Giudei e dei Gentili.
    Allo stesso modo il popolo giudaico, dominato da pensieri carnali, perdette il diritto di primogenitura sui Gentili. Non volle seguire un Messia povero e perseguitato, sognava trionfi di grandezze mondane, mentre Gesù non prometteva che un regno spirituale. Il Messia, dunque, che fu rigettato da Israele, fu invece accolto dai Gentili, e questi divennero i primogeniti. E siccome il popolo giudaico s'ostina a non riconoscere tale sostituzione, alla quale fu pure consenziente quando gridò: "Non vogliamo che costui regni su noi" (Lc 19,14), ora vede con dispetto che tutti i favori del Padre celeste sono per il popolo cristiano. I figli d'Abramo secondo la carne sono diseredati al cospetto di tutte le nazioni; mentre i figli di Abramo nella fede sono manifestamente i figli della promessa, secondo la parola del Signore a quell'insigne Patriarca : "Io ti benedirò e moltiplicherò la tua stirpe come le stelle del cielo, e come l'arena che è sul lido del mare..., e nella tua progenie saran benedette tutte le nazioni della terra" (Gen 22,17-18).
    VANGELO (Lc 15,11-32). - In quel tempo: Gesù disse ai Farisei e agli Scribi questa parabola: Un uomo aveva due figlioli, e il minore disse al padre: Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta. E divise tra loro il patrimonio. Dopo alcuni giorni, messa insieme ogni cosa, il figlio minore se ne andò in un lontano paese, e là scialacquò il suo, vivendo dissolutamente. E come ebbe dato fondo ad ogni cosa, infierì in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a sentir la miseria. E andò a mettersi con uno degli abitanti di quel paese, che lo mandò nei suoi campi a badare ai suoi porci. E bramava d'empire il ventre con le ghiande che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava. Allora, rientrato in sé, disse: Quanti garzoni in casa di mio padre han pane in abbondanza, mentre io qui muoio di fame! M'alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te, non son più degno d'essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi garzoni. E, alzatesi, andò da suo padre. E, mentre egli era ancora lontano, suo padre lo scorse e, mosso a pietà, gli corse incontro e gli si gettò al collo e lo baciò. E il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non son più degno d'esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai suoi servi: Presto, portate qua la veste più bella, rivestitelo, e mettetegli al dito l'anello ed ai piedi i calzari; menate il vitello grasso e ammazzatelo; e si mangi e si banchetti, perché questo mio figlio era morto ed è risuscitato; era perduto ed è stato ritrovato. Così cominciarono a far grande festa. Or il figlio maggiore era in campagna e nel ritorno, avvicinandosi a casa, sentì musiche e danze, e chiamò uno dei servi e gli domandò che volessero dire quelle cose. Ed egli rispose: È tornato tuo fratello; e tuo padre ha ammazzato il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano. Allora costui montò in collera e non voleva entrare. Onde suo padre uscì fuori e si mise a pregarlo. Ma rispose al padre suo: Ecco, da tanti anni io ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando, eppure non mi hai dato neppure un capretto da godermelo con gli amici; ma appena è arrivato questo tuo figlio, che ha divorato tutto il suo con le meretrici, hai per lui ammazzato il vitello grasso. E il padre a lui: Figlio, tu stai sempre con me e tutto il mio è tuo; ma era giusto banchettare e far festa, perché questo tuo fratello era morto ed è risuscitato, era perduto ed è stato ritrovato.
    Il ritorno del figliol prodigo.
    È ancora il mistero che abbiamo rilevato poc'anzi del racconto del Genesi. Sono di fronte due fratelli, di cui il maggiore si lamenta del trattamento che la bontà del padre ha fatto al più giovane. Questi se n'era andato via dal tetto paterno ed era fuggito in lontano paese, per abbandonarsi più liberamente ai suoi disordini; ma vistosi ridotto all'estrema miseria, si ricorda di suo padre e torna a chiedergli umilmente l'ultimo posto nella casa che un giorno avrebbe dovuto essere sua. Il padre accoglie il prodigo con la più viva tenerezza: e non solo lo perdona ma gli restituisce anche tutti i diritti di figlio anzi fa di più: gli offre un banchetto per celebrare il suo felice ritorno. Ora questo modo di fare del padre irrita la gelosia del fratello. Ma invano Israele si ribella alla misericordia del Signore: è giunta l'ora in cui tutte le nazioni della terra sono chiamate ad entrare nell'ovile universale. Per quanto siano stati dai loro errori e dalle passioni trascinati lontano, i Gentili udranno la voce degli Apostoli: Greci e Romani, Sciti e barbari, tutti, percuotendosi il petto, s'affolleranno a domandare d'essere ammessi a godere dei favori di Israele. E non saranno date loro solamente le briciole che cadranno dalla mensa, come supplicava la Cananea; ma saranno trattati alla stessa maniera dei figli legittimi ed onorati. Le invidiose lagnanze d'Israele non saranno accolte e se esso rifiuta di prender parte al banchetto, la festa si celebrerà ugualmente. Ora tale festa è la Pasqua; i figli che ritornano ignudi ed estenuati alla casa paterna sono i Catecumeni, ai quali il Signore sta per estendere la grazia dell'adozione.
    L'infinita misericordia del Padre.
    Questi figli prodighi che si arrendono e si raccomandano alla pietà del padre che hanno offeso sono anche i pubblici Penitenti, ai quali la Chiesa in questi giorni offre la riconciliazione. Pur avendo mitigata la sua severa disciplina, la Chiesa presenta oggi questa parabola a tutti i peccatori che si dispongono a rappacificarsi con Dio. Essi prima non conoscevano l'infinita bontà del Signore che avevano abbandonato: comprendano dunque oggi, quanto la misericordia prevalga sulla giustizia, nel cuore di colui che "ha amato il mondo fino a dare il suo Figlio Unigenito" (Gv 3,16). Per quanto lontano siano fuggiti da lui, per quanto profonda sia stata la loro ingratitudine, tutto è pronto nella casa paterna, per festeggiare il loro ritorno. Il padre ch'essi abbandonarono li aspetta sulla porta, pronto a correre incontro a loro per abbracciarli; sarà loro restituita la prima veste, la veste dell'innocenza; l'anello che portano soltanto i figli della "sua casa sarà dato ad ornare di nuovo la loro mano purificata. La mensa del festino è imbandita per loro, e gli Angeli faranno sentire le loro melodie celesti. Gridino dunque dal fondo dei loro cuori: "O padre, ho peccato contro il cielo e contro di te, non son più degno d'esser chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi". Il dispiacere sincero dei traviamenti passati, l'umiltà della confessione e la ferma risoluzione d'essergli d'ora innanzi fedeli, sono le uniche, facili condizioni, che il padre dei figli prodighi esige, per farne dei figli di predilezione.
    PREGHIAMO
    Custodisci, o Signore, con incessante misericordia la tua famiglia, affinché, appoggiandosi solo nella speranza della grazia celeste, sia sostenuto dalla celeste protezione.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 553-557.”







    "Il 27 febbraio 380 gli Imperatori Teodosio Magno, Graziano e Valentiniano II emettono a Tessalonica l’editto per il quale viene riconosciuta come unica religione ufficiale dell’impero “la fede che il divo apostolo Pietro ha insegnata ai Romani, oggi professata dal Pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, uomo di santità apostolica: cioè che, conformemente all'insegnamento apostolico e alla dottrina evangelica, si creda nell’unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in tre persone uguali”."









    “In questo sabato di Quaresima, cade anche l'anniversario della morte di S.E.R. Monsignor Louis Guerard Des Lauriers O.P. avvenuta il 27 febbraio 1988. Gigantesca figura di mariologo domenicano, teologo sacramentale, studioso di ecclesiologia e vescovo nel tragico naufragio della teologia romana, dopo il concilio vaticano secondo.”
    Un ricordo di Monsignor Guerard des Lauriers nell’anniversario della morte
    Un ricordo di Monsignor Guerard des Lauriers nell?anniversario della morte | Radio Spada



    "Nota introduttiva di RS: continuiamo, con questo post, la pubblicazione di brevi testi originali che provengono da ambienti cattolici romani integrali o resistenti alla “rivoluzione conciliare”. Oggi riportiamo la vibrante commemorazione che l’Istituto “Mater Boni Consilii” fa di S.E.R. Monsignor Michel Louis Guerard des Lauriers O.P., mariologo, teologo sacramentale, ecclesiologo, ultimo grande esponente della Scuola Romana, (1898-1988) nel diciassettesimo anniversario della morte. Accanto a questa commemorazione si accompagna anche la figura di Monsignor Umberto Benigni (1862-1934) da noi ricordato ieri.
    Ai membri dell’Istituto Mater Boni Consilii, e a tutti i suoi amici: in memoriam“Laudemus viros gloriosos, et parentes nostros in generatione sua…” (Ecclesiastico, 44, 1 ss)
    Il 27 febbraio di ogni anno non è un giorno come gli altri per il nostro Istituto Mater Boni Consilii, i cui membri e amici si riuniscono attorno all’altare ov’è celebrato il Santo Sacrificio della Messa, l’ Oblatio munda annunciata da Malachia, in suffragio dell’anima di Mons. Michel-Louis Guérard des Lauriers, e ricordando altresì l’anima di Mons. Umberto Benigni: entrambi, in questa data, lasciarono questo mondo e furono chiamati da Dio all’eternità.
    Da prima ancora della fondazione del nostro Istituto, sacerdoti appena ordinati, decidemmo di riprendere la bandiera del Sodalitium Pianum di Mons. Umberto Benigni: era il 1982. Dopo aver lasciato la Fraternità San Pio X nel dicembre del 1985, è stato l’incontro con Mons. Guérard des Lauriers, il 24 settembre 1986, a dare al nostro Istituto la sua forma, e a tracciare la sua via, rispondendo così la Provvidenza alla domanda di Buon Consiglio rivolta alla Vergine Maria. Oggi, ci gloriamo di essere ancora fedeli alla scelta di allora.
    Abbiamo già più volte tratteggiato – in convegni, conferenze e su Sodalitium – la vita di Mons. Umberto Benigni (nato a Perugia il 30 marzo 1862, e morto a Roma il 27 febbraio 1934) e di Mons. M.-L. Guérard des Lauriers (nato a Suresnes il 25 ottobre 1898, e morto a Cosne-sur-Loire il 27 febbraio 1988), per cui non vi ritorneremo in questa breve commemorazione. Vorremmo ricordare invece, al di là delle inevitabili differenze nelle personalità così originali del sacerdote italiano e del religioso francese, alcuni tratti che li accomunano.
    L’uno e l’altro furono uomini di profonda e vasta cultura, chiamati dalla Chiesa a insegnare a Roma all’élite del clero cattolico: storico, Mons. Benigni, filosofo, teologo e matematico, Padre Guérard, entrambi furono fedeli alla Tradizione e nello stesso tempo moderni, originali e innovativi. Simile fu la parabola della loro vita: stimati dai Sommi Pontefici (Leone XIII e San Pio X per Mons. Benigni, Pio XII per Padre Guérard), onorati e stimati nella Chiesa dei tempi migliori, non temettero, cambiati i tempi, di perdere tutto per fedeltà alla Verità: incarichi, fama, onori.
    L’ultima parte della vita fu, per l’uno e per l’altro, un susseguirsi di abbandoni, un vero martirio morale, vissuto in una grande povertà, sottomessi a una damnatio memoriae che veniva non solo dai nemici ma anche da chi avrebbe dovuto o era stato amico.
    Mons. Benigni fu la bestia nera del modernismo, il collaboratore di san Pio X nel combattere con ogni mezzo la cloaca di tutte le eresie; Mons. Guérard des Lauriers affrontò prima la nouvelle théologie, figlia ed erede del modernismo, e poi il modernismo trionfante al Vaticano II: stessi nemici, stessa battaglia. Inimitabile lo stile di entrambi, la loro franchezza di parola, anche nella polemica e l’ironia verso i nemici interni ed esterni della Chiesa, e dei falsi amici, all’esempio di Cristo (cf Summa Theologiae, III, q. 42, a. 2). L’uno e l’altro lavorarono incessantemente, senza risparmiarsi fino agli ultimi giorni di vita. Il loro programma fu quello di san Pio X : “restaurare tutto in Cristo”. Mons. Benigni, da storico, e militante controrivoluzionario, denunciò il secolare lavoro dei nemici di Cristo e della Chiesa, in primis della Sinagoga. Mons. Guérard des Lauriers, sulle tracce di san Domenico e di san Tommaso, fedele alla sua vocazione di frate predicatore, denunciò nel volontarismo l’errore intellettuale che indebolì e infiacchì – fin dall’autunno del medioevo – il pensiero cattolico. L’uno e l’altro sono stati fedeli servitori di Colui che è Via, Verità e Vita. Li abbiamo voluti ricordare così. Verrua Savoia, 27 febbraio 2015
    Fonte
    :
    http://www.sodalitium.biz/index.php?ind=news&op=news_show_single&ide=267 "



    Monsignor Umberto Benigni nell’anniversario della morte (27 febbraio 1934)
    Monsignor Umberto Benigni nell?anniversario della morte (27 febbraio 1934) | Radio Spada




    "Nell’anniversario della morte di Monsignor Umberto Benigni, fondatore del Sodalitium pianum, avvenuta il 27 febbraio 1934, riportiamo un interessante citazione dalla sua “Storia sociale della Chiesa, volume V. La crisi medioevale” pubblicato da Vallecchi editore nel 1933, pp 493-494. Monsignor Benigni, da storiografo cattolico qual era, riteneva che l’ebraismo della diaspora fosse il principio (remoto o prossimo) di qualunque moto realmente sovvertitore ed eversivo nel campo sociale e religioso nella storia dell’Europa cristiana.
    In fondo, la soluzione del problema è molto semplice. Il supremo settarismo esoterico, eversore totalitario d’ogni ordine religioso e civile – questa è la quintessenza del satanismo – controlla ogni movimento eversivo e lo integra. E’ un movimento religioso? Vi inserisce quello sociale-civile. E’ tale? Vi inserisce l’eversione religiosa. Questo supremo settarismo è la spora sopravvivente di ogni cancro sociale che appare sul corpo del consorzio umano; diciamo meglio, tale spora rende cancro anche un semplice tumore. Ecco perché tra le altre ragioni san Giovanni apostolo ha dato l’allarme cotanto frainteso o trascurato: “O kosmos olos en to ponero ketai” (il mondo è posato, giace, nel malvagio, cioè nel male efficiente). Sia detto in buona pace di tutti, ché queste pagine sono veramente redatte “sine ira et partium studio”: tutta la prospettazione basilare che qui sopra abbiamo tentato di riassumere esula completamente dalla visuale di tanti egregi uomini, studiosi e reggitori, fissati nella visione stilizzata accademica, libresca, come dicono coll’espressivo vocabolo “livresque” i francesi. Accademici o governanti spirituali e temporali si son lasciati, attraverso i secoli, allucinare da chi voleva togliere il loro sguardo dall’approfondimento della rispettiva situazione, oppure sortirono dalla natura l’occhio della mente insanabilmente miope. Possono essere, gli uni dotti, eruditi, blindati di documenti pubblicati da un corpus all’altro, e gli egregi ed abili gestori delle cose pubbliche: sono queste le loro colonne d’Ercole. Parlate loro di un mondo che sorge dall’altra sponda del loro “Atlantico”; vi risponderanno col sorriso scettico che immortalò i professori di Salamanca ironicamente sorridenti a Colombo. Un giorno al dittatore Kerenski fu mandato a dire che un furibondo oratore, dalla finestra d’una casa di Pietroburgo, eccitava la folla a ribellarsi al ribelle. Chi diamine sarà? Kerenski fu presto tranquillizzato; gli fu riferito che era quello strambo di Lenin, un pazzo bolscevico, a cui nessun uomo equilibrato avrebbe dato retta: ma quel “Kerenski” vive da secoli, ed è sempre lo stesso. Si dette alla pazza gioia dopo il concilio scismatico di Basilea, mandandolo a ripaglia con l’antipapa Felice. Scosse scetticamente le spalle, vedendo un “litigio tra frati” gelosi, nella scenata fatta alle porte dell’università di Vittemberga da quello strambo Lenin fratesco che fu Martin Lutero. Pensò alla corte di Versaglia che la rivoluzione francese fosse una rivolta da dare una qualche seccatura. Questo “Kerenski” millenario è preso dalle allucinazioni restaurazionistiche. Nel Settecento giurò sul ritorno degli Stuart sul trono inglese; nell’Ottocento sulla intronizzazione portoghese di Don Miguel, spagnuola di Don Carlos, francese del conte di Chambord. Quando egli, in quel torno, montò il sonderbund separatista della Svizzera, dormì tranquillo sul guanciale del coraggioso e fedele Metternich (se ci fu uno né coraggioso né probo, fu proprio lui) al cui ordine quell’esercito austriaco il quale aveva visto sconfiggere Napoleone, avrebbe schiacciato le truppe bernesi. Quando lo cacciarono nel 1859, quel “Kerenski” scosse la machiavellica testa, mormorando: è un altro Quarantotto. Quando lo cacciarono del 1917, fece lo stesso scrollo e brontolò: è un altro 1905. Oggi… L’oggi è troppo oggi per continuare la miserevole serie qui; ma essa continua e continuerà là. Difatti a chi scrive queste non liete pagine, hanno parlato faccia a faccia, attraverso gli anni della sua lunga vita, vari “Kerenski”, che qui è inopportuno individuare. […] Tutte egregie persone, spesso ingegnose e colte, ma in fondo più vecchie dei loro vecchi idoli politici e sociali, avevano dimenticato il “totus mundus in maligno positus est” di san Giovanni Evangelista. […] Ecco perché malgrado Ildebrando, Bernardo, Innocenzo III e Simone di Montfort, il grande Medioevo, invecchiato come ogni cosa umana, fu scosso e poi diroccato da grosse e piccole catapulte, manovrate da mani nascoste, da eresie e sette sovvertitrici religiose e civili, finendo indecorosamente, nel crepacuore di Papa Bonifacio, nell’esilio di Avignone, nella tregenda dello scisma con due o tre papi simultanei fra i quali anche santi, come Vincenzo Ferrer, non riuscivano talvolta a discernere l’autentico. Se il crollo del Medioevo fosse stata pura opera interna, cioè dalla pura e semplice decrepitezza di quell’epoca, sarebbe sorta una nuova epoca, sana e forte. Invece, grazie all’opera sistematicamente evoluta di elementi motori, l’eversione sociale continuò, erompendo ad ogni stagione maturata: la riforma primigenia, la riforma del secondo tempo, nettamente democratica e regicida, poi la rivoluzione francese, poi il resto…(testo raccolto a cura di Piergiorgio Seveso)
    Altri articoli su Monsignor Benigni in Radio Spada:
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    Luca, Sursum Corda!

    ADDIO GIUSEPPE, mio caro fratello di sangue e spirito, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    NOI 2 insieme, uniti OLTRE LA MORTE ed il tragico DESTINO SIA IN TERRA CHE IN CIELO, per SEMPRE VEDREMO LA LUCE - SURSUM CORDA!

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    Lightbulb Re: Nostra Signora di Lourdes e Quaresima…

    Domenica 28 febbraio 2016: Terza di Quaresima...


    Don Leonardo Maria Pompei - validissimo sacerdote animato da santo zelo, che nelle sue omelie e nei suoi discorsi spiega sempre molto bene, in maniera profonda e con limpida nettezza, la retta dottrina cattolica - sulla Quaresima:


    don-leonardo-pompei
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    Don Leonardo Maria Pompei
    Don Leonardo Maria Pompei
    “Il cammino penitenziale della quaresima” - Don Leonardo Maria Pompei
    https://www.youtube.com/watch?v=1C5vwObXo98
    “La Quaresima, tempo di penitenza e di gioia. Il digiuno, l'elemosina e la preghiera le armi da usare. Omelia Mercoledì 10 Febbraio 2016, "Le ceneri", santa Messa”
    “Le grandi verità della Quaresima”
    https://www.youtube.com/watch?v=K1Z9QVaFGmc
    “Esistenza del demonio, peccato, morte e tentazione: le grandi verità su cui la Quaresima vuole farci seriamente riflettere. Omelia Domenica 9 Marzo 2014, I Domenica di Quaresima, anno A, santa Messa vespertina”
    “I dieci comandamenti, III Quaresima”
    https://www.youtube.com/watch?v=Z09dDfYcWEA
    “Omelia III Domenica di Quaresima S. Messa prefestiva. I dieci comandamenti e lo zelo per la loro difesa. I peccati "moderni" contro i 10 comandamenti. Di don Leonardo Maria Pompei.”
    “Fede e illusione della fede,II Quaresima 2012”
    https://www.youtube.com/watch?v=0FflXzwHEEM
    “La fede, l'illusione della fede e "la fede fai da te". Molti pensano di credere, pochi ci credono veramente... Omelia Seconda Domenica di Quaresima, 4 Marzo 2012.”
    “La trasfigurazione”
    https://www.youtube.com/watch?v=oyW9hFaORnI
    “La trasfigurazione di Gesù e il suo significato per la vita dell'uomo e per il percorso quaresimale. Omelia Domenica 21 Febbraio 2016, II di Quaresima anno C, santa Messa.”
    https://gloria.tv/user/Tk3if1ZmU2N



    Da meditare e seguire con grande attenzione, se potete cercate di guardare ed ascoltare i vari suoi video, tratta in dettaglio tutte le questioni essenziali di fede e dottrina.


    Santa Messa tradizionale ed omelia domenicale odierna di Don Floriano Abrahamowicz, Terza Domenica di Quaresima:



    “III° di Quaresima - Santa Messa” - don Floriano
    https://www.youtube.com/watch?v=4VOZdGFxtYU
    3° di Quaresima Omelia
    https://www.youtube.com/watch?v=nTV-IwDSG-c
    https://www.youtube.com/user/florianoabrahamowicz




    Carlo Di Pietro - Giornalista e Scrittore

    “Preghiamo san Michele che allontani da noi il demonio. San Benedetto che ci sostenga costanti nel bene e fiduciosi nel sacrificio. San Tommaso che interceda per noi in sapienza presso lo Spirito Santo. San Giuseppe che vegli sulle nostre famiglie e case. La Vergine Maria che preghi per noi presso il Figliuolo. Così sia.”



    “Le nuove riflessioni liturgiche per la terza domenica di Quaresima a cura di Mattia Rossi.”
    [MATTIA ROSSI] Terza domenica di Quaresima | Radio Spada
    “[MATTIA ROSSI] Terza domenica di Quaresima di Mattia Rossi
    Come già avvenuto per domenica scorsa, il Proprium della III domenica di Quaresima è in qualche modo collegato ai testi del breviario.
    Il Mattutino di questa domenica presenta la figura del patriarca Giuseppe, specchio di castità che, imprigionato ingiustamente, pregò indefessamente il Signore affinché lo liberasse dalle catene. Ed è proprio alla preghiera di Giuseppe che si ricollega il testo dell’introito Oculos meos nel quale si prega, come fece il pio Giuseppe, per la liberazione dei piedi dal laccio del male: “I miei occhi sono sempre rivolti al Signore perché Egli libererà i miei piedi dal laccio. Guardami e abbi pietà di me perché sono solo e povero”.
    Un testo di supplichevole preghiera al quale viene assegnata una lieta melodia in VII modo, il modo definito dai teorici come angelicus. E’ una serenità derivante dal confidente orientare la propria orazione “semper ad Dominum”, rivolgere i propri occhi al Cielo dal quale il Redentore che vince la morte con la Sua Passione e Risurrezione è sceso facendosi uomo.
    Un riferimento non casuale all’Incarnazione è dato, inoltre, dalla melodia: l’incipit sulla iniziale O- di Oculi viene cantato su un intervallo e una notazione ritmica identici all’incipit del Puer natus, l’introito della Messa del giorno di Natale. Il Figlio che si fa uomo per i suoi figli e i figli che rivolgono al Figlio morto e risorto la propria preghiera: un rimando melodico tra Natale e Quaresima insolito, ma che trova motivo nell’incessante preghiera che il patriarca Giuseppe ha rivolto al Signore e che noi suoi fedeli rivolgiamo al Divin Figlio incarnato morto e risorto affinché, in questo tempo di Quaresima, stenda la sua “potente destra in nostra difesa” (cfr. l’Orazione).
    Stessa tematica dell’introito – la preghiera e l’ausilio contro il nemico – anche nei brani interlezionali Exsurge Domine e Ad te levavi: “Sorgi, o Signore, non prevalga l’uomo! Compaiano alla tua presenza i pagani. Mentre fuggono i miei nemici, stramazzano e periscono di fronte a te” (questo il testo dell’assai poco pacifista ed ecumenista graduale); “A te alzo i miei occhi, a Te che abiti nei cieli. […] i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio affinché abbia pietà di noi. Pietà di noi, Signore, pietà di noi!” (tractus).
    C’è, poi, in questa domenica, anche un legame diretto con la I domenica di Quaresima. L’inizio dell’itinerario quaresimale ha avuto come protagonista Satana e le sue perfide tentazioni a Nostro Signore nel deserto; nel vangelo della III domenica torna il demonio, nel corpo di un ossesso, che viene nuovamente scacciato da Cristo.
    Ed è Cristo stesso che, attraverso una parabola, descrive il diabolico atteggiamento di Satana: egli, sicuro di sé stesso e bene armato, sta a guardia del suo palazzo custodendo i suoi beni (“Cum fortis armatus custodit atrium suum, in pace sunt ea quae possidit”).
    Emerge, qui, un elemento distintivo del repertorio della III domenica di Quaresima: la casa. La casa del peccatore che ha come guardiano il male, come recita il vangelo,ma anche la casa di Cristo stesso sotto il cui tetto alberga l’uomo redento dalla Grazia come un uccello al suo nido. E’ il testo del communio: “Passer invenit sibi domum, et turtur nidum ubi reponat pullos suos; altaria tua, Domine virtutum, Rex meus, et Deus meus. Beati qui habitant in domo tua, in saeculum saeculi laudabunt te” (Il passero si è trovato una casa e la rondine un nido dove deporre la sua nidiata: i tuoi altari, Signore degli eserciti, mio Re e mio Dio. Beati coloro che abitano nella tua casa, essi ti lodano sempre).
    Proprio perché la casa, in senso lato, è al centro del communio, è la parola domum ad essere interamente sottolineata attraverso un pesante rallentamento ritmico sulle note del lemma. Per fare ciò il canto gregoriano ricorre a due neumi identici (due pes quadrati: uno su do- e uno su -mum) che, in una posizione così consequenziale, non è facile scovarli altrove.
    Non è facile, è vero, ma non è impossibile. Non può sfuggire, infatti, che un’identica notazione (due pes quadrati di fila) e per di più su un identico intervallo melodico (semitono) è contenuta anche nel communio Amen dico vobis del lunedì della I settimana di Quaresima, ovvero esattamente il giorno dopo la domenica delle tentazioni che, come abbiamo visto, a causa della presenza diabolica narrata dai due vangeli, si ricollega alla III. Una complementarità notevole che non si esaurisce qui: il brano nel quale si esalta la casa e la beatitudine di chi dimora nella casa del Signore (III), infatti, ha una caratterizzazione ritmica che rimanda direttamente al brano che recita “Venite, benedetti del Padre mio”. E’ complementare anche il significato simbolico dei due testi nel loro insieme: al “venite” di Cristo corrisponde la conseguenza “beati coloro che abitano nella tua casa”.
    Auerbach diceva che “l’arte medievale è colma di significato ed è dottrinale molto più di quella dell’antichità o dei tempi moderni”, ed è vero. Ora, senza voler troppo eccedere interpretazioni retoriche, ma notiamo solamente che l’introito della Messa del lunedì dopo la I di Quaresima, la Messa col particolare communio citato poco fa Amen dico vobis che richiama quello di questa III domenica, ha un introito le cui prime parole sono “Sicut oculi” e il salmo è “Ad te levavi oculos meos qui habitas in caelis”.
    Si legga da dove eravamo partiti e, sì, Auerbach aveva ragione.
    Liturgia, Mattia Rossi, Quaresima, santa Messa





    Radio Spada
    “28 febbraio 2016: TERZA DOMENICA DI QUARESIMA.
    La Quaresima: tempo di riflessione.
    La santa Chiesa che nella prima Domenica di Quaresima, ci propose la tentazione di Gesù a soggetto delle nostre meditazioni, per illuminarci sulla natura delle nostre tentazioni ed insegnarci la maniera per trionfarne, oggi ci fa leggere un passo del Vangelo di san Luca, la cui dottrina viene a completare la nostra istruzione circa la potenza e le manovre dei nostri invisibili nemici. Durante la Quaresima il cristiano deve riparare il passato e garantirsi l'avvenire, poiché non potrebbe fare assegnamento sul primo né difendere efficacemente il secondo, senza avere delle sane idee sull'entità dei pericoli che lo fecero soccombere e su quelli che ancora lo minacciano. Ben a ragione quindi gli antichi liturgisti riconobbero un tratto di materna saggezza nel discernimento con cui oggi la Chiesa presenta ai suoi figli questa nuova lettura, la quale costituisce il fulcro degli odierni insegnamenti.
    L'esistenza del demonio.
    Noi certo saremmo gli uomini più ciechi e più infelici, se, circondati come siamo da nemici così accaniti della nostra perdizione e molto superiori a noi in forza e in destrezza, non pensassimo di frequente alla loro esistenza, o non ci riflettessimo mai. Purtroppo è la condizione in cui vive un numero stragrande di cristiani dei giorni nostri: talmente "le verità son venute meno tra i figli degli uomini" (Sal 11,2). È talmente diffuso questo stato d'apatia e di smemoratezza sopra una verità che le sante Scritture ci ricordano ad ogni pagina, che non è raro incontrare persone, agli occhi delle quali l'incessante attività dei demoni che ci circondano non è altro che una medievale e popolana credenza, la quale non ha nulla a che vedere coi dogmi della religione; di modo che, secondo loro, tutto ciò che si narra nella storia della Chiesa e nella vita dei santi è come non esistesse; secondo loro, Satana non è che una pura astrazione che personifica il male.
    Quando si vuol spiegare il peccato in essi o negli altri, mettono avanti la tendenza che abbiamo al male ed il cattivo uso che facciamo della libertà, senza voler osservare che l'insegnamento cristiano, nella nostra prevaricazione, ci rivela oltre a questo, l'intervento d'un agente malefico, la cui potenza è pari all'odio che ci porta. Eppure sanno che fu il diavolo a trascinare i nostri progenitori al peccato; credono ch'egli tentò il Figlio di Dio incarnato e lo trasportò in aria fin sul pinnacolo del tempio, e di là sopra un'alta montagna. Leggono anche nel Vangelo, e credono che uno degl'infelici indemoniati liberato da Gesù era assediato da un'intera legione di spiriti infernali, i quali, avutone il permesso. furono visti assalire una mandria di porci e precipitarli nel lago di Genezaret. Questi e mille altri fatti sono pure l'oggetto della loro fede; tuttavia, ciò che sentono dire dell'esistenza delle operazioni e della scaltrezza dei demoni a sedurre le anime, tutto loro sembra una favola. Sono cristiani, o hanno perduto il senno? Veramente non sappiamo che dire, specialmente quando si vedono persone che ai nostri giorni si dedicano a sacrileghe consultazioni del demonio, ricorrendo a mezzi mutuati dai secoli pagani, senza dar segno di ricordarsi, e nemmeno di sapere che così facendo commettono un reato che nell'antica legge Dio castigava con la morte, e la legislazione di tutti i popoli cristiani di moltissimi secoli soleva colpire col massimo dei supplizi.
    L'ossessione diabolica.
    Ma se c'è un periodo dell'anno in cui i fedeli devono meditare ciò che la fede e l'esperienza insegna intorno all'esistenza ed alle operazioni degli spiriti delle tenebre, questo è certamente il tempo in cui siamo, nel quale dobbiamo riflettere sulle cause dei nostri peccati, sui pericoli dell'anima e sui mezzi per premunirla contro nuove cadute e nuovi assalti. Ascoltiamo dunque il santo Vangelo. Esso anzi tutto c'informa che il demonio si era impossessato d'un uomo, che a causa di questa ossessione era diventato muto. Gesù lo libera, e subito l'infelice riprende l'uso della parola, toltagli dal nemico. Apprendiamo da ciò, che l'ossessione diabolica non è soltanto un segno eloquente dell'impenetrabile giustizia di Dio, ma può anche produrre effetti fisici in coloro che ne sono le vittime. L'espulsione dello spirito maligno restituisce l'uso della lingua a chi gemeva nella rete dei suoi lacci. Non intendiamo qui insistere sulla malignità dei nemici di Gesù, i quali volevano attribuire il suo potere sui demoni all'intervento di un principe della milizia infernale: vogliamo solamente costatare il potere degli spiriti delle tenebre sui corpi, e confondere col sacro testo il razionalismo di certi cristiani. Ch'essi dunque imparino a conoscere la potenza dei nostri avversari ed a guardarsi dal divenire loro esca per la superbia della ragione.
    Dopo la promulgazione del Vangelo, il potere di Satana sui corpi, per virtù della Croce, è stato molto ridotto nei paesi cristiani; ma ciò non toglie che si possa di nuovo estendere, se verranno a diminuire la fede e le opere della pietà cristiana. Per questo, tutti quei diabolici orrori che si commettono, specie nell'ombra, sotto diversi nomi più o meno scientifici, sono accettati in qualche maniera da gente onesta, e porterebbero al capovolgimento della società, se Dio e la sua Chiesa non vi mettessero un argine. Ricordatevi, o cristiani dei nostri giorni, che rinunciaste a Satana: attenti dunque, che la vostra colpevole ignoranza non vi trascini all'apostasia. Non rinunciaste, al fonte battesimale ad un essere astratto; ma ad un essere reale e formidabile, del quale Gesù Cristo affermò che fu omicida fin da principio (Gv 8,44).
    La lotta contro Satana.
    Ma se dobbiamo spaventarci del terribile potere che può esercitare sui corpi, ed evitare ogni rapporto col demonio, mediante pratiche alle quali egli presiede, e che sono il culto al quale aspira, dobbiamo anche temere il suo influsso sulle nostre anime. Considerate la lotta che ha dovuto sostenere la grazia di Dio per strappargli la vostra anima ! In questi giorni la Chiesa ci offre tutti i mezzi a sua disposizione per trionfare di lui: il digiuno unito alla preghiera ed all'elemosina. Arriverete alla pace; i vostri cuori, i vostri petti purificati torneranno ad essere il tempio di Dio; ma non crediate che il vostro nemico sia annientato: egli è irritato, perché la penitenza lo ha cacciato dal suo dominio, ed ha giurato che farà di tutto per rientrarvi. Quindi, temete di ricadere nel peccato mortale; e per rafforzare in voi questo salutare timore, meditate le parole che seguono nel Vangelo.
    Il Salvatore ci dice che, quando lo spirito immondo è cacciato da un'anima, va errando per luoghi aridi e deserti, dove divora la sua umiliazione e più risente le torture dell'inferno che ovunque porta con sé; se lo potesse, vorrebbe affogarle nell'uccisione delle anime che Gesù Cristo ha riscattate. Fin nell'Antico Testamento vediamo i demoni sconfitti e costretti a fuggire in lontane solitudini; è così che l'Arcangelo san Raffaele relegò nei deserti dell'Egitto superiore lo spirito infernale che aveva fatto morire i sette mariti di Sara (Tb 8,3). Ma il nemico dell'uomo non si può rassegnare a restare sempre così lontano dalla preda che brama fare sua. Spinto dall'odio che ci porta fin dal principio del mondo, egli dice a se stesso: "Bisogna che ritorni a casa mia da cui sono uscito". Ma non tornerà solo; vuole trionfare e perciò condurrà seco, se sarà necessario, altri sette demoni più perversi di lui. Quale conflitto si prepara allora per la povera anima, se non la troverà vigilante ed agguerrita, e se le pace che Dio le ha ridata non sarà una pace armata! Il nemico ne saggia il terreno; nella sua perspicacia, esamina i mutamenti che si sono operati durante la sua assenza: e che cosa scorge nell'anima dove fino a poco fa si era assuefatto ad abitare? Nostro Signore ce lo dice: il demonio la trova indifesa e a disposta riceverlo ancora senz'armi spianate; pare quasi che l'anima stia di nuovo ad aspettarlo. Allora il nemico, per essere più sicuro della sua conquista, va a cercare rinforzi. Movendo all'assalto, non incontra resistenza alcuna; e la povera anima, invece d'ospitare un solo abitatore infernale, ben presto ne albergherà un esercito: "E, aggiunge Gesù, l'ultima condizione di quell'uomo è peggiore della prima".
    Cerchiamo di ben comprendere l'avvertimento che oggi ci dà la santa Chiesa, facendoci leggere questo brano evangelico. Dappertutto si preparano ritorni a Dio; in molte coscienze si va operando la riconciliazione; e il Signore è sempre disposto a perdonare: ma persevereranno tutti? Quando fra un anno la Quaresima tornerà a chiamare i cristiani alla penitenza, tutti quelli che in questi giorni saranno strappati alla potenza di Satana, avranno custodita la loro anima libera dal suo giogo? Una triste esperienza non permette alla Chiesa di sperarlo. Molti ricadranno nei lacci del peccato, anche poco tempo dopo la loro liberazione: oh, se in questa condizione fossero colpiti dalla giustizia di Dio! Tuttavia, questa sarà la sorte di molti, e forse di moltissimi. Temiamo quindi ogni ricaduta, e, per garantirci la perseveranza, senza la quale ci sarebbe valso poco rientrare solo per qualche giorno nella grazia di Dio, vegliamo, preghiamo e difendiamo sempre le trincee dell'anima nostra, resistendo nel combattimento; e così il nemico, sconcertato dalla nostra risolutezza, se ne andrà altrove a sfogare la sua vergogna e la sua rabbia.
    La Domenica degli Scrutini.
    La terza Domenica di Quaresima è chiamata Oculi, dalla prima parola dell'Introito della Messa; ma la Chiesa dei primi tempi la chiamava Domenica degli scrutini, perché in questo giorno si cominciava l'esame dei Catecumeni, che dovevano essere ammessi al santo Battesimo la notte di Pasqua. Tutti i fedeli erano invitati a presentarsi in chiesa per testimoniare della vita e dei costumi di coloro che aspiravano alla milizia cristiana. A Roma tali esami, cui si dava il nome di Scrutini, si svolgevano in sette sessioni, a causa della moltitudine degli aspiranti al Battesimo; ma lo scrutinio più importante avveniva il Mercoledì della quarta settimana. Ne riparleremo più avanti.
    Il Sacramentario Romano di san Gelasio riporta la formula della convocazione dei fedeli per tali assemblee, concepita in questi termini: "Fratelli carissimi, voi sapete che s'avvicina il giorno dello Scrutinio, nel quale i nostri eletti dovranno ricevere la divina istruzione; vogliate perciò riunirvi con zelo in quel giorno della settimana, all'ora di Sesta, affinché siamo in grado, con l'aiuto di Dio, d'adempire rettamente il mistero celeste che apre la porta del regno dei cieli ed annienta il diavolo con tutte le sue pompe". Tale invito era ripetuto, all'occorrenza, anche nelle Domeniche seguenti. In quella che oggi celebriamo, se lo Scrutinio aveva già fatta l'ammissione d'un certo numero di candidati, i loro nomi s'inserivano nei dittici dell'altare, insieme a quelli dei padrini e delle madrine, e si recitavano nel Canone della Messa.
    MESSA
    La Stazione aveva luogo, come anche adesso, nella Basilica di S. Lorenzo fuori le Mura, volendosi con ciò risvegliare il ricordo del più celebre Martire di Roma, e far presente ai Catecumeni quali sacrifici potrebbe richiedere da loro la fede che stavano per abbracciare.
    Nella Chiesa greca questa Domenica è famosa per la solenne adorazione della Croce che precede la settimana chiamata Mesonestima, cioè metà del digiuno.
    EPISTOLA (Ef 5,1-9). - Fratelli: Siate imitatori di Dio come figlioli eletti, e vivete nell'amore, come Cristo che ci ha amati e ha dato per noi se stesso a Dio in olocausto come ostia di soave odore. La fornicazione, l'impurità di qualsiasi sorta, l'avarizia non si senta neppur nominare tra voi, come a santi si conviene. Non oscenità, non discorsi sciocchi, non buffonerie, tutte cose indecenti; ma piuttosto il rendimento di grazie. Perché, sappiatelo bene, nessuno che sia fornicatore, o impudico, o avaro (che è un idolatra) ha l'eredità nel regno di Cristo e di Dio. Nessuno vi seduca con vani discorsi, perché a causa di questi viene l'ira di Dio sugl'increduli. Dunque non vi associate con loro. Una volta eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore. Vivete come figli della luce. Or frutto della luce è tutto ciò ch'è buono, giusto e vero.
    Imitare Dio.
    Indirizzandosi ai fedeli di Efeso, l'Apostolo ricorda che una volta erano tenebre, ed ora sono divenuti luce nel Signore. Che gioia, saper che la medesima sorte è riservata ai nostri Catecumeni! Fino a questo momento essi sono vissuti nella depravazione del paganesimo, ma ora con l'ammissione al Battesimo hanno nelle loro mani la caparra della santità. Fino a poco fa erano asserviti ai falsi dèi, che ne alimentavano il culto del vizio; oggi sentono dalla Chiesa esortare i suoi figli ad imitare la santità del Dio dei cristiani; e la grazia che li renderà capaci d'aspirare a riprodurre in sé le perfezioni divine sta per essere loro comunicata. Ma dovranno combattere per mantenersi in questa elevazione. Due nemici, soprattutto, cercheranno di rivalersi: l'impurità e l'avarizia. Il primo di questi vizi, l'Apostolo non vuole che neppure più si nomini; il secondo lo bolla paragonandolo al culto degl'idoli che gli eletti stanno per rinnegare. Questi gl'insegnamenti che prodiga la Chiesa ai suoi futuri figli. E noi, santificati fin dall'entrata in questo mondo, siamo rimasti fedeli al nostro Battesimo? Eravamo luce: perché ora siamo tenebre? dove sono i segni della rassomiglianza divina ch'era stata impressa in noi? Premuriamoci di farli rivivere, tornando a rinunziare a Satana ed ai suoi idoli, e facendo in modo che la penitenza ci riporti nello stato di luce, il cui frutto consiste in ogni sorta di bontà, di giustizia e di verità.
    VANGELO (Lc 11,14-28). - In quel tempo: Gesù stava scacciando un demonio ch'era muto. E, cacciato il demonio, il muto parlò, e ne stupirono le turbe. Ma alcuni dissero: Egli scaccia i demoni in nome di Beelzebub, principe dei demoni. Ed altri, per metterlo alla prova, gli chiedevano un segno dal cielo. Ma egli, conosciuti i loro pensieri, disse loro: Ogni regno in se stesso diviso andrà in rovina e una casa cadrà sull'altra. Or, siccome dite che scaccio i demoni in nome di Beelzebub, se anche Satana è discorde in se stesso, come reggerà il suo regno? E se io scaccio i demoni per Beelzebub, in nome di chi li scacciano i vostri figli? Per questo i medesimi saranno i vostri giudici. Ma se col dito di Dio io scaccio i demoni, certo il regno di Dio è giunto fino a voi. Quando il forte guarda in armi l'atrio, è in sicuro tutto quanto possiede. Ma se viene uno più forte di lui e lo vince, gli toglie tutte le armi nelle quali confidava e ne divide le spoglie. Chi non è con me è contro di me e chi non raccoglie meco disperde. Quando lo spirito immondo, è uscito da un uomo, va per luoghi aridi cercando riposo, e, non trovandolo, dice: Ritornerò a casa mia da cui sono uscito. Quando vi giunge, la trova spazzata e adorna. Allora va e prende seco altri sette spiriti peggiori di lui, ed entrati, ci si stabiliscono. E l'ultima condizione di quell'uomo è peggiore della prima. Or avvenne che, mentre egli diceva queste cose, una donna, alzando la voce, in mezzo alla folla, gli disse: Beato il seno che t'ha portato e il petto che hai succhiato. Ed egli aggiunse: Beati piuttosto quelli che ascoltano e mettono in pratica la parola di Dio.
    Demoni muti.
    Il demonio dal quale Gesù liberò l'ossesso del Vangelo rendeva quest'uomo muto; ma appena ne uscì lo spirito delle tenebre, che lo vessava, la lingua di quel poveretto si sciolse. È un fatto che ci dà l'immagine del peccatore divenuto schiavo del terribile vincitore che lo rese muto. Se questo peccatore parlasse per confessare le sue colpe e domandare la grazia, sarebbe salvo. Quanti demoni muti, sparsi ovunque, impediscono gli uomini di fare questa salutare confessione che li salverebbe ! La santa Quarantena procede e i giorni della grazia passano: approfittiamo del tempo favorevole, e, se siamo nell'amicizia di Dio, preghiamo insistentemente per i peccatori, affinché muovano la lingua, si accusino e siano perdonati.
    Potenza dei demoni.
    Ascoltiamo ora ciò che il Salvatore ci dice sui nostri invisibili nemici. Con la loro potenza e scaltrezza, coi loro mezzi di nuocerci, chi potrebbe resistere loro, se Dio non ci sostenesse e non avesse incaricato i suoi Angeli a vegliare su di noi e a combattere a nostro fianco? Ma intanto col peccato, noi c'eravamo consegnati nelle mani di quest'immondi e odiosi spinti, ed avevamo preferito il loro tirannico dominio al giogo tanto soave e leggero del nostro compassionevole Redentore. Ora che ce ne siamo liberati, o stiamo per farlo, ringraziamo il nostro liberatore, e stiamo ben attenti a non ricadere mai più in mano a questi abitatori infernali. Gesù ci avverte del pericolo che incombe. Essi torneranno a forzare la dimora dell'anima nostra santificata dall'Agnello della Pasqua: se saremo vigilanti e fedeli, si ritireranno confusi; ma se saremo tiepidi e fiacchi, e perderemo di vista il dono della grazia e gli obblighi che ci legano a colui che ci ha salvati, la nostra rovina sarà certa; e, secondo la terribile parola di Gesù, "l'ultima condizione sarà peggiore della prima".
    Essere con Cristo.
    Vogliamo evitare una sì grande disgrazia? meditiamo quell'altra parola di Gesù nel Vangelo: "Chi non è con me è contro di me". Ciò che ci fa ricadere nei lacci del demonio, facendoci dimenticare tutto ciò che dobbiamo al nostro liberatore, è che non ci schieriamo sinceramente da parte di Gesù Cristo, di fronte alle occasioni nelle quali il cristiano deve saper pronunciarsi con fermezza. Si nicchia, si temporeggia: e intanto l'energia dell'anima s'affievolisce; Dio non elargisce più con l'abbondanza di prima le sue grazie, e la ricaduta è imminente. Camminiamo dunque con passo fermo e sicuro, e ricordiamoci che il soldato di Gesù Cristo deve sempre onorarsi del suo Capo.
    PREGHIAMO
    Accogli, te ne preghiamo, o Dio onnipotente, i voti degli umili e stendi a potenza della tua maestà a nostra difesa.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 557-565.”





    28 FEBBRAIO 2016: SAN GABRIELE DELL'ADDOLORATA, CONFESSORE.
    Un devoto di Maria.
    "Io sono una piccolissima anima, che solo può offrire a Dio piccolissime cose". Queste parole di santa Teresa del Bambin Gesù le avrebbe potute ridire anche lui, il giovane religioso passionista, che oggi la Chiesa presenta alla nostra devozione. Nessun'opera esteriore, nessun miracolo, nessuno scritto lo ha segnalato ai suoi contemporanei. Ma, come santa Teresa o san Luigi Gonzaga, egli si santificò nel silenzio e nell'oscurità della vita religiosa e "consumato in breve tempo percorse un lungo cammino".
    Le sue doti naturali lo avrebbero fatto brillare nel mondo; un bell'avvenire si apriva davanti a lui; ma uno sguardo lo arrestò proprio sulle soglie dell'adolescenza. Non fu, come per il giovanotto ricco del Vangelo, lo sguardo del Signore, ma quello della Madonna.
    Un giorno, a Spoleto, la Vergine posò di lui i suoi occhi pieni di tenerezza e gli disse: "Il mondo non è per te, devi entrare in religione". Ed egli, ben sapendo che "il mondo e Dio non possono stare insieme", abbandonò senza rimpianti " questo mondo che passa... per fare la volontà di Dio e vivere eternamente" (1Gv 2,17).
    L'amore per la Madonna dei Sette Dolori gli fece scegliere naturalmente l'Istituto che si consacra a commemorare la Passione di Nostro Signore e la spada che trapassò il cuore della Madre. "La devozione verso la santa Vergine, scrisse il suo direttore, è il punto saliente della sua vita, la sorgente principale da cui scaturisce tutto ciò che vi è di eccezionale e di ammirevole in essa"; e la Chiesa aggiunge "ch'egli fu suscitato da Dio per dare, col suo esempio, un grande, incremento al culto della Vergine dei Dolori".
    Durante i sei anni che dimorò nella vita religiosa, non ebbe altra preoccupazione che questa: diventare l'ultimo di tutti e passare inosservato. L'umiltà, la povertà, l'obbedienza, il sacrificio nascosto erano per lui il segreto per rassomigliare a Gesù-Ostia e corrispondere al suo amore. Era arrivato a domandare di morire tisico "per sentirsi morire a poco a poco, e fare sino all'ultimo respiro, atti di amor di Dio". Così, quando il Signore "bussò alla porta e fece intendere la sua voce" (Ap 3,20), egli rispose allegramente e s'addormentò il 27 febbraio 1862, "riponendo la sua speranza nella misericordia divina e nell'intercessione della sua cara Mamma".
    Il Papa lo ha proclamato patrono e modello della gioventù.
    VITA. - San Gabriele nacque ad Assisi il i marzo 1838. Studente a Spoleto, se per breve tempo parve sedotto dai piaceri del mondo, non vi attaccò mai il cuore e, ferito dallo sguardo della Vergine, il 22 agosto 1854, decise di abbandonare tutto e d'entrare nell'Istituto dei Chierici della Passione di Gesù. Vi fu ammesso l'8 settembre 1856 e ricevette l'abito il 21 dello stesso mese, nella festa della Madonna dei Sette Dolori, prendendo il nome di Gabriele dell'Addolorata, perché doveva ricordargli continuamente le gioie e i dolori della santissima Vergine. Pronunciò i primi voti il 27 settembre 1857 e morì il 27 febbraio 1862, dopo aver praticato nell'oscurità della vita religiosa e della perfetta semplicità le più sublimi virtù: una grande mortificazione, il più tenero amore verso la Passione del Signore, verso il santissimo Sacramento dell'Eucaristia e specialmente verso i dolori della Madonna. Avendo Dio manifestato i suoi meriti con chiari miracoli, fu canonizzato da Benedetto XV nel 1920, e Pio XI ne estese l'Ufficio e la Messa alla Chiesa universale.
    Ai piedi della Vergine Addolorata.
    Noi ci rallegriamo di celebrare la tua festa, o san Gabriele, a principio del grande ritiro annuale che va dalla Settuagesima alla Pasqua. Tu vieni ad unire la tua voce a quella della Chiesa per indurci a romperla finalmente con le nostre perverse abitudini. Non tutti possono, come te, chiudersi nella solitudine; ma a tutti intendi mostrare come, in mezzo al mondo, si può custodire puro il proprio cuore e restare fedeli a Dio.
    E ce ne indichi un mezzo: guardare Gesù e Maria nel corso della Passione. Sappiamo dall'autore dell'Imitazione che "colui che si dedica a meditare attentamente e devotamente la vita santa e la Passione del Signore, vi troverà in abbondanza tutto ciò che gli è utile e necessario". Concedici d'avere "così profondamente impressa nel nostro cuore la Passione, ch'essa sia a noi sempre presente". Tu che da Dio apprendesti "a meditare i dolori della dolcissima Madre, e che, per mezzo suo, fosti elevato nella gloria per la grazia della santità, fa' che, per tua intercessione e col tuo esempio, siamo uniti al pianto di Maria e salvati dalla sua materna protezione" (Colletta della Messa).
    "Io non faccio che benedire la mano misericordiosa della Vergine che mi ha appartato dal mondo". Così tu ti esprimevi e amavi parlare con lei come un bambino con la madre; e quando i demoni ti spaventavano, gridavi: "Mamma cara, cacciateli e allontanateli". Nel momento del pericolo, insegnaci a ricorrere a Maria e ripeti per noi l'ultima tua preghiera: "O Maria, Madre di grazia e di misericordia, proteggeteci dal nemico e nell'ora della morte accoglieteci".
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 827-829.”






    “Il 28 febbraio 468 muore Sant'Ilario, Sommo Pontefice.”







    Luca, Sursum Corda!
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    ADDIO GIUSEPPE, mio caro fratello di sangue e spirito, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    NOI 2 insieme, uniti OLTRE LA MORTE ed il tragico DESTINO SIA IN TERRA CHE IN CIELO, per SEMPRE VEDREMO LA LUCE - SURSUM CORDA!

  8. #8
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    Lightbulb Re: Nostra Signora di Lourdes e Quaresima…

    Domenica 6 marzo 2016: IV di Quaresima…




    "LÆTARE JERVSALEM ET CONVENTVM FACITE OMNES QVI DILIGITIS EAM GAVDETE CVM LÆTITIA QVI IN TRISTITIA FVISTIS VT EXSVLTETIS ET SATIEMINI AB VBERIBVS CONSOLATIONIS VESTRÆ


    IV° di Quaresima - Santa Messa
    don Floriano
    https://www.youtube.com/watch?v=ZSjJf8fnUxQ

    http://www.traditio.com/office/masstext.htm

    https://oratoriosantambrogiomilano.w...-di-quaresima/
    “L’omelia tenuta da don Ugolino Giugni domenica 6 Marzo 2016 – quarta domenica di Quaresima – è disponibile per l’ascolto ->
    Amici dell'IMBC ‏@Amici_IMBC
    Omelia di don Ricossa per la Quarta Domenica di #Quaresima:
    «L'Eucarestia ci fa partecipi della Passione di Cristo»
    http://www.crisinellachiesa.it/omeli...3/10_03_13.mp3
    Amici dell'IMBC ‏@Amici_IMBC 3 mar
    Preghiamo per l'anima del Prof. Sergio Ricossa, padre di Don Francesco Ricossa, superiore dell'#IMBC #RIP


    [MATTIA ROSSI] La Domenica “Laetare”
    [MATTIA ROSSI] La Domenica ?Laetare? | Radio Spada
    “La IV domenica di Quaresima, comunemente detta “Domenica Laetare” dalla prima parola dell’introito, negli antichi manoscritti era denominata “Dominica ad Hierusalem” o “Dominica statio ad Hieruslem” a motivo del fatto che la stazione di questa domenica era presso la basilica romana di Santa Croce in Gerusalemme.
    Per comprendere il motivo di questa stazione, oltre alla citazione di Gerusalemme nell’introito, nel tratto e nel communio, bisogna risalire – come, del resto, siamo stati abituati a fare anche nelle domeniche precedenti – ai testi dell’Ufficio. Nel breviario di questa settimana, dopo Giacobbe (nella II domenica) e Giuseppe (nella III), si presenta la figura di Mosè che, dopo aver liberato il popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto e avergli fatto attraversare illeso il Mar Rosso, dona ad essi la manna conducendolo verso la terra promessa dove un giorno sorgerà la Gerusalemme destinata ad accogliere “le tribù del Signore” (communio).
    E’ in questa chiave ‘redentiva’ che va letto, dunque, il Proprium di questa domenica: come Mosè liberò il popolo di Dio dalla schiavitù dei carcerieri facendolo attraversare il Mare Rosso, lo nutrì con la manna del deserto e lo condusse a Gerusalemme, così il nuovo Mosè/Cristo ci libererà i suoi figli dalla schiavitù del peccato e della morte con la sua Risurrezione, ci farà rinascere nel lavacro battesimale e donandosi a noi come nuovo pane ci condurrà nella Gerusalemme celeste. Da qui deriva l’invito a rallegrarsi – Laetare – dell’introito e che colora tutta la liturgia della IV domenica di Quaresima.
    E’ nella Gerusalemme, infatti, nella Chiesa di Cristo, e in vista della sua ‘conquista’, che è insita la gioia che contraddistingue questo giorno: dall’immediatezza cromatica dei paramenti non viola ma rosacei, fino a quella sonora del gioioso introito in V modo, quello definito dai teorici laetus, lieto: “Laetare, Ierusalem, et conventum facite omens qui diligitis eam: gaudete cum laetitia, qui in tristitia fuistis: ut exsultetis, et satiemini ab uberibus consolationis vestrae” (Rallegrati, Gerusalemme, accorrete voi tutti che l’amate: rallegratevi con letizia voi che eravate tristi, esultate e saziatevi alla fonte della vostra consolazione).
    Una gioia, quella postulata dal canto gregoriano – anzi, una ‘lietezza’ – che prosegue nel tractus Qui confidunt: nella sua composizione musicale, infatti, segue precisamente il modello dei cantici della Veglia Pasquale di VIII modo. Di nuovo, un atteggiamento per nulla casuale e, anzi, retorico: il gregoriano instaura, attraverso un medesima melodia, un legame diretto tra la gioia pregustata della IV di Quaresima e incarnata dal nuovo Mosè/Cristo e la gioia piena e perfetta della Pasqua.
    I richiami alla Pasqua, lo abbiamo visto, si sono spalmati nel corso delle precedenti domeniche, ma il ponte instaurato tra il tractus di questa domenica e quelli della Veglia, con sempre ben presenti sullo sfondo i simbolici paralleli tra Mosè e Cristo, è una chiara ed esplicita esegesi che, come ormai siamo abituati a notare, costituisce la primaria essenza e natura del canto gregoriano. Mattia Rossi”



    Radio Spada

    “6 marzo 2016: QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA.
    La Domenica della gioia.
    Questa Domenica chiamata Laetare, dalla prima parola dell'Introito della Messa, è una delle più celebri dell'anno. In questo giorno la Chiesa sospende le tristezze della Quaresima; i canti della Messa non parlano che di gioia e di consolazione; si fa risentire l'organo, rimasto muto nelle tre Domeniche precedenti; il diacono riveste la dalmatica e il suddiacono la tunicella; è consentito sostituire i paramenti violacei coi paramenti rosa. Gli stessi riti li abbiamo visti praticare durante l'Avvento, nella terza Domenica chiamata Gaudete. Manifestando oggi la Chiesa la sua allegrezza nella Liturgia, vuole felicitarsi dello zelo dei suoi figli; avendo essi già percorso la metà della santa quaresima, vuole stimolare il loro ardore a proseguire fino alla fine [1].
    La Stazione.
    La Stazione è, a Roma, nella Basilica di S. Croce in Gerusalemme, una delle sette principali chiese della città eterna. Disposta nel IV secolo nel palazzo Sessoriano, per cui venne pure chiamata Basilica Sessoriana, essa fu arricchita delle più preziose reliquie da sant'Elena, la quale voleva farne come la Gerusalemme di Roma. Con questo proposito, ella vi fece trasportare una grande quantità di terra prelevata sul Monte Calvario, e depositò in questo tempio, insieme ad altri cimeli della Passione, l'iscrizione sovrapposta sulla testa del Salvatore mentre spirava sulla Croce; tale scritta ivi ancora si venera sotto il nome del Titolo della Croce. Il nome di Gerusalemme legato a questa Basilica ravviva tutte le speranze del cristiano. perché gli ricorda la patria celeste, la vera Gerusalemme dalla quale siamo ancora esiliati. Per questo fin dall'antichità i sovrani Pontefici pensarono di sceglierla per l'odierna Stazione. Fino all'epoca della residenza dei Papi in Avignone veniva benedetta fra le sue mura la rosa d'oro, cerimonia che ai nostri giorni ha luogo nel palazzo dove il Papa ha la sua attuale residenza.
    La Rosa d'oro.
    La benedizione della Rosa è dunque ancora oggi uno dei particolari riti della quarta Domenica di Quaresima, per la quale ragione viene anche chiamata la Domenica della Rosa. I graziosi pensieri che ispira questo fiore sono in armonia coi sentimenti che oggi la Chiesa vuole infondere nei suoi figli, ai quali la gioiosa Pasqua presto aprirà una primavera spirituale, in confronto della quale la primavera della natura non è che una pallida idea. Anche questa istituzione risale ai secoli più lontani. La fondò san Leone IX, nel 1049, nell'abbazia di S. Croce di Woffenheim; e ci resta un sermone sulla Rosa d'oro, che Innocenzo III pronunciò quel giorno nella Basilica di S. Croce in Gerusalemme (PL 217, 393). Nel Medio Evo, quando il Papa risiedeva ancora al Laterano, dopo aver benedetta la Rosa, seguiva in corteo tutto il sacro Collegio, verso .a chiesa della Stazione, portando in testa la mitra e in mano questo fiore simbolico. Giunto nella Basilica, pronunciava un discorso sui misteri rappresentati dalla Rosa per la sua bellezza, il suo colore e il suo profumo. Quindi si celebrava la Messa; terminata la quale, i1 Pontefice ritornava al palazzo Lateranense, attraversando la pianura che separa le due Basiliche, sempre con la Rosa in mano. Arrivato alla soglia del palazzo, se nel corteo era presente un principe, toccava lui reggere la staffa ed aiutare il pontefice a smontare dal cavallo; in ricompensa della sua cortesia riceveva la Rosa, oggetto di tanto onore.
    Ai nostri giorni la funzione non è più così imponente; ma ne ha conservati tutti i principali riti. Il Papa benedice la Rosa d'oro nella Sala dei Paramenti, la unge col sacro Crisma e sopra vi spande una polvere profumata, conforme il rito d'un tempo; e quando arriva il momento della Messa solenne, entra nella Cappella del palazzo, tenendo il fiore fra le mani. Durante il santo Sacrificio la rosa viene posta sull'altare e fissata sopra un rosaio d'oro fatto a questo scopo; finalmente, terminata la Messa, la si porta al Pontefice, il quale all'uscire dalla Cappella la tiene sempre fra le mani fino alla Sala dei Paramenti. Molto spesso il Papa suole inviare la Rosa a qualche principe o principessa che intende onorare; altre volte è una città oppure una Chiesa che vien fatta oggetto di una tale distinzione.
    Benedizione della Rosa d'oro.
    Daremo qui la traduzione della bella preghiera con la quale il sovrano Pontefice benedice la Rosa d'oro: essa aiuterà i nostri lettori a meglio penetrare il mistero di questa cerimonia, che aggiunge tanto splendore alla quarta Domenica di Quaresima: "O Dio, che tutto hai creato con la tua parola e la tua potenza, e che ogni cosa governi con la tua volontà, tu che sei la gioia e l'allegrezza di tutti i fedeli; supplichiamo la tua maestà a voler benedire e santificare questa Rosa dall'aspetto e dal profumo così gradevoli, che noi dobbiamo oggi portare fra le mani, in segno di gioia spirituale: affinché il popolo a te consacrato, strappato al giogo della schiavitù di Babilonia con la grazia del tuo Figliolo unigenito, gloria ed allegrezza d'Israele, esprima con sincero cuore le gioie della Gerusalemme di lassù, nostra madre. E come la tua Chiesa, alla vista di questo simbolo, sussulta di felicità per la gloria del Nome tuo, concedigli, o Signore, un appagamento vero e perfetto. Gradisci la sua devozione, rimetti i suoi peccati, aumentane la fede; abbatti i suoi ostacoli ed accordagli ogni bene: affinché la medesima Chiesa ti offra il frutto delle sue buone opere, camminando dietro ai profumi di questo Fiore, il quale, uscito dalla pianta di Gesse, è misticamente chiamato il fiore dei campi e il giglio delle convalli; e ch'esso meriti di godere un giorno la gioia senza fine in seno alla celeste gloria, in compagnia di tutti i Santi, col Fiore divino che vive e regna teco, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen".
    La moltiplicazione dei pani.
    Veniamo ora a parlare d'un altro appellativo che si da alla quarta Domenica di Quaresima, e che si riferisce alla lettura del Vangelo che la Chiesa oggi ci presenta. Questa Domenica infatti, in parecchi antichi documenti, è indicata col nome di Domenica dei cinque pani; il miracolo ricordato da questo titolo, mentre completa il ciclo delle istruzioni quaresimali, aumenta anche la gioia di questo giorno. Dimentichiamo per un istante la Passione imminente del Figlio di Dio, per occuparci del più grande dei suoi benefici: perché sotto la figura di questi pani materiali moltiplicati dalla potenza di Gesù. la nostra fede scopra quel "pane di vita disceso dal cielo che dà al mondo la vita" (Gv 6,33). La Pasqua s'avvicina, dice il Vangelo, e fra pochi giorni lo stesso Salvatore ci dirà: "Ho desiderato ardentemente di mangiare con voi questa Pasqua" (Lc 22,15). Prima di lasciare questo mondo per il Padre, egli vuole sfamare la folla che segue i suoi passi, e per questo si appella a tutta la sua potenza. Con ragione voi rimanete ammirati davanti a questo potere creatore, cui bastano cinque pani e due pesci per dar da mangiare a cinque mila uomini, così che dopo il pasto ne avanza da riempire dodici sporte. Un sì strepitoso prodigio basta senza dubbio a dimostrare la missione di Gesù; ma voi vi vedete solo un saggio della sua potenza, solo una figura di ciò che sta per fare, non una o due volte solamente, ma tutti i giorni, fino alla consumazione dei secoli; e non in favore di cinque mila persone, ma di una moltitudine innumerevole di fedeli. Contate sulla faccia della terra i milioni di cristiani che prenderanno posto al banchetto pasquale; colui che abbiamo visto nascere in Betlemme, la Casa del pane, sta per dare se stesso in loro alimento; e questo cibo divino mai si esaurirà. Sarete saziati come furono saziati i vostri padri; e le generazioni che verranno dopo di voi saranno, come voi, chiamate a "gustare e a vedere quanto è soave il Signore" (Sal 33,9).
    È nel deserto che Gesù sfama questi uomini, figura dei cristiani. Tutto un popolo ha lasciato il chiasso della città per seguirlo; bramando d'udire la sua parola, non ha temuto né la fame, né la stanchezza; ed il suo coraggio è stato ricompensato. Similmente il Signore coronerà le fatiche del nostro digiuno e della nostra astinenza al termine di questo periodo, di cui abbiamo già passato la metà. Rallegriamoci, dunque, e passiamo questa giornata confidando nel prossimo nostro arrivo alla mèta. Sta per arrivare il momento in cui l'anima nostra, saziata di Dio, non si lamenterà più delle fatiche del corpo; perché, insieme alla compunzione del cuore, queste le avranno meritato un posto d'onore nell'immortale banchetto.
    L'Eucarestia.
    La Chiesa primitiva non mancava di presentare ai fedeli il miracolo della moltiplicazione dei pani come l'emblema dell'inesauribile alimento eucaristico: ed anche nelle pitture delle Catacombe e sui bassorilievi degli antichi sarcofaghi cristiani lo si riscontra frequentemente. I pesci dati a mangiare insieme ai pani, pure apparivano in questi antichi monumenti della nostra fede, essendo soliti i primi cristiani figurare Gesù Cristo sotto il simbolo del Pesce, perché in greco la parola Pesce è formata di cinque lettere, ognuna delle quali è la prima delle parole: Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore.
    In questo giorno, ultimo della settimana Mesonèstima, i Greci onorano san Giovanni Climaco, celebre Abate del monastero del Monte Sinai, del VI secolo.
    MESSA
    EPISTOLA (Gal 4,22-31). - Fratelli: Sta scritto che Abramo ebbe due figlioli: uno dalla schiava e uno dalla libera; e mentre quello della schiava nacque secondo la carne, quello della libera nacque in virtù della promessa. Queste cose hanno un senso allegorico. Rappresentano le due alleanze: una del monte Sinai che genera schiavi, e sarebbe Agar: infatti il Sinai è un monte dell'Arabia, ed ha molta relazione con la Gerusalemme attuale, che è schiava coi suoi figlioli. Ma la Gerusalemme superiore è libera, essa è la nostra madre; sta scritto infatti: Rallegrati, o sterile che non partorisci, prorompi in grida di gioia, tu che non divieni madre, perché molti sono i figlioli dell'abbandonata, e più numerosi di quelli di colei che ha marito. Quanto a noi, o fratelli, siamo come Isacco, figlioli della promessa, e come allora quello nato secondo la carne perseguitava colui che era nato secondo lo spirito, così pure succede ora. Ma che dice la Scrittura? Caccia la schiava e il suo figliolo, perché non dev'essere il figlio della schiava erede col figlio della libera. Pertanto, o fratelli, noi non siamo figli della schiava, ma della libera, per quella libertà con la quale Cristo ci ha liberati.
    La vera libertà.
    Rallegriamoci, figli di Gerusalemme e non più del Sinai ! La madre che ci ha generati, la santa Chiesa, non è schiava, ma libera; ed è per la libertà che ci ha dati alla luce. Israele serviva Dio nel timore; il suo cuore, sempre inclinato all'idolatria, aveva bisogno d'essere incessantemente frenato, con un giogo che doveva pungolare le sue spalle. Ma noi, più fortunati, lo serviamo nell'amore; e per noi "il suo giogo è soave, e leggero il suo carico" (Mt 11,30). Noi non siamo cittadini della terra: solo l'attraversiamo; la nostra unica patria è la Gerusalemme di lassù. Lasciamo quella di quaggiù al Giudeo, che non gusta se non le cose terrene, e nella bassezza delle sue speranze, misconoscendo il Cristo, si prepara a crocifiggerlo. Troppo tempo abbiamo strisciato con lui sulla terra, schiavi del peccato; ma più le catene della sua schiavitù si appesantivano sopra di noi, più aspiravamo d'esserne liberi. Arrivato il tempo favorevole ed i giorni della salvezza, docili alla voce della Chiesa, abbiamo avuto la sorte di entrare nei sentimenti e nelle pratiche delle santa Quarantena. Oggi il peccato ci sembra come il giogo più pesante, la carne come un peso pericoloso, il mondo come un crudele tiranno; cominciamo a respirare, e l'attesa della prossima liberazione c'infonde una viva contentezza. Ringraziarne con effusione il nostro liberatore, che, togliendoci dalla schiavitù di Agar, ci risparmia i terrori del Sinai, e sostituendoci all'antico popolo, ci apre col suo sangue le porte della celeste Gerusalemme.
    VANGELO (Gv. 6,1-15). In quel tempo: Gesù andò al di là del mare di Galilea, cioè di Tiberiade; e lo seguiva gran folla, perché vedeva i prodigi fatti da lui sugl'infermi. Salì pertanto Gesù sopra un monte ed ivi si pose i sedere con i suoi discepoli. Ed era vicina la Pasqua, la solennità dei Giudei. Or avendo Gesù alzati gli occhi e vedendo la gran turba che veniva a lui, disse a Filippo: Dove compreremo il pane per sfamare questa gente? Ma ciò diceva per metterlo alla prova; egli però sapeva quanto stava per fare. Gli rispose Filippo: Duecento danari di pane non bastano neanche a darne un pezzetto per uno. Gli disse uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che è questo per tanta gente? Ma Gesù disse: Fateli mettere a sedere. C'era lì molta erba. Si misero pertanto a sedere in numero di circa cinque mila. Allora Gesù prese i pani, e, rese le grazie, li distribuì alla gente seduta; e così pure fece dei pesci, finché ne vollero. E, saziati che furono, disse ai suoi discepoli: Raccogliete gli avanzi, che non vadano a male. Li raccolsero adunque; e riempirono dodici canestri dei pezzi che erano avanzati a coloro che avevan mangiato di quei cinque pani d'orzo. Or quegli uomini, visto il prodigio fatto da Gesù, dicevano: Questo è davvero il profeta che deve venire al mondo. Ma Gesù, accortosi che stavano per venire a rapirlo per farlo re, fuggì di nuovo solo sul monte.
    Regalità spirituale del Cristo.
    Questi uomini che il Salvatore aveva sfamati tanto amorosamente e con una potenza così miracolosa, hanno un solo pensiero: proclamarlo loro re. Una tale potenza e bontà riunite in Gesù lo fanno giudicare degno di regnare sopra di loro. Che faremo allora noi cristiani, che abbiamo sperimentato questo doppio attributo del Salvatore incomparabilmente meglio dei poveri Giudei? Perciò invochiamolo che presto il suo regno venga dentro di noi. Abbiamo visto nell'Epistola ch'egli venne a portarci la libertà, col liberarci dai nostri nemici. Ora tale libertà non la possiamo conservare, se non entro la legge. Gesù non è un tiranno, come il mondo e la carne; l'impero suo è dolce e pacifico, e noi siamo più figli suoi che sudditi. Alla corte di questo gran re, servire è regnare. Veniamo quindi ai suoi piedi a dimenticare tutte le passate schiavitù; e se c'impediscono ancora delle catene, affrettiamoci a romperle; la Pasqua è infatti la festa della liberazione, e già l'alba di questo giorno spunta all'orizzonte. Camminiamo decisi verso la mèta; Gesù ce ne darà il riposo e ci farà ristorare sull'erbetta, come fece alla moltitudine del Vangelo; e il Pane che ci avrà preparato ci farà subito dimenticare ogni fatica sostenuta durante il cammino.
    PREGHIAMO
    Fa', o Dio onnipotente, che noi, giustamente afflitti a causa delle nostre colpe, respiriamo per l'abbondanza della tua grazia.
    [1] Siccome anticamente la Quaresima non cominciava il Mercoledì delle Ceneri, ma la prima Domenica di Quaresima, ne seguiva che la quarta Domenica segnava esattamente metà del periodo quaresimale. Era la Domenica di Metà-Quaresima. Più tardi si anticipò la Quaresima di quattro giorni, e la Metà-Quaresima venne trasportata dalla Domenica al Giovedì. Ma niente di tutto ciò figurava nei testi liturgici.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 586-592.”





    “6 MARZO 2016: SANTA PERPETUA E FELICITA, MARTIRI.

    Gloria di questo giorno.
    La festa di queste due sante eroine della fede cristiana veniva celebrata, nelle chiese loro dedicate, domani 7 marzo, giorno anniversario del loro trionfo; ma la memoria di san Tommaso d'Aquino sembrava eclissare quella delle sue due grandi Martiri africane. Avendo perciò la Santa Sede elevato la loro memoria, per la Chiesa universale, al rito doppio, prescrisse d'anticipare d'un giorno la loro solennità; così la Liturgia presenta fin da oggi all'ammirazione del lettore cristiano lo spettacolo di cui fu testimone la città di Cartagine nell'anno 202 o 203. Niente ci fa meglio comprendere il vero spirito del Vangelo secondo il quale in questi giorni dobbiamo riformare i nostri sentimenti e la nostra vita. Queste due donne, queste due madri affrontarono i più grandi sacrifici; Dio chiese loro non soltanto la vita, ma più che la vita; ed esse vi si assoggettarono con quella semplicità e magnanimità che fece d'Abramo il Padre dei credenti.

    La forza nella debolezza.
    I loro nomi, come osserva sant'Agostino, erano un presagio della sorte che il cielo riservava loro: una perpetua felicità. L'esempio che diedero della forza cristiana è di per se stesso una vittoria che assicura il trionfo della fede di Gesù Cristo in terra d'Africa. Ancora pochi anni, e san Cipriano farà sentire la sua voce eloquente che chiama i cristiani al martirio. Dove trovare accenti più commoventi che nelle pagine scritte dalla mano della giovane donna di ventidue anni, Perpetua, la quale ci narra con una calma celestiale le prove che doveva passare prima d'arrivare a Dio, e che, sul punto d'andare all'anfiteatro, trasmise ad un altro perché completasse la sua sanguinosa tragedia?
    Leggendo queste gesta, di cui i secoli non hanno potuto alterare né fascino, né grandezza, sentiamo quasi la presenza dei nostri antenati nella fede e ammiriamo la potenza della grazia divina, che suscitò un tale coraggio dal seno stesso d'una società idolatra e corrotta; e considerando qual genere di eroi Dio usò per infrangere la formidabile resistenza del mondo pagano, non si può fare a meno di ripetere con san Giovanni Crisostomo: "A me piace tanto leggere gli Atti dei Martiri; ma ho un'attrattiva particolare per quelli che ritraggono le lotte sostenute dalle donne cristiane. Più debole è l'atleta e più gloriosa è la vittoria; infatti il nemico vede l'avvicinarsi della disfatta proprio dal lato dove aveva sempre trionfato. Per la donna egli ci vinse; ora per la donna viene abbattuto. Nelle sue mani ella fu una arma contro di noi; ora ne diviene la spada che lo trapassa. In principio la donna peccò, e quale compenso del suo peccato ebbe in eredità la morte; ora la martire muore, ma muore per non peccare più. Sedotta da promesse menzognere, la donna violò il precetto divino; ora per non violare la fedeltà al divino benefattore, la martire preferisce sacrificare la vita. Quale scusa ora avrà l'uomo per farsi perdonare la sua codardia, quando delle semplici donne mostrano un sì virile coraggio? quando, così deboli e delicate, si sono viste trionfare dell'inferiorità del loro sesso, e, fortificate dalla grazia, riportare sì gloriose vittorie"? (Omelia Su vari passi del N. T.).
    Le Lezioni di queste due Martiri narrano i tratti più salienti del loro combattimento. Vi sono inseriti frammenti del vero racconto scritto da santa Perpetua. Esso ispirerà senza dubbio a più di un lettore il desiderio di leggere per intero negli Atti dei Martiri [1] il resto del magnifico testamento di questa eroina.
    VITA. - Sotto l'imperatore Severo, furono arrestati a Cartagine, in Africa, alcuni giovani catecumeni: Revocato e Felicita, tutti e due schiavi, e con loro Saturnino e Secondolo, e da ultimo, Vibia Perpetua, di famiglia distinta, educata con molta cura e sposata a un uomo di alta condizione. All'età di ventidue anni ella aveva ancora il padre e la madre, due fratelli, uno dei quali era, come lei, catecumeno, e un bambino al quale essa dava ancora il latte. Vibia Perpetua scrisse interamente di suo pugno la storia del suo martirio.
    Eravamo già sotto la pressione dei nostri persecutori, racconta Perpetua, e mio padre, spinto dal grande amore che mi portava, faceva ogni sforzo per scuotermi e farmi cambiare d'avviso. Padre mio, gli dissi, io non posso chiamarmi con altro nome diverso da quel che sono, cioè cristiana.
    A tale parola mio padre si slanciò contro di me e sembrava volesse cavarmi gli occhi, ma finì per dirmi soltanto delle villanie e delle ingiurie, e quindi si ritirò confuso per non aver potuto vincer la mia fermezza con tutti gli artifizi che il demonio gli aveva suggerito. Per qualche giorno non si fece più vedere da me e ne ringraziai il Signore. La sua lontananza mi era un sollievo. Durante questo breve intervallo ricevemmo il battesimo; e lo Spirito Santo, mentre io stavo nell'acqua, m'ispirò di domandare un'unica cosa: la pazienza nelle pene che avrei dovuto soffrire nel corpo.
    Pochi giorni dopo fummo condotti in prigione. All'entrare ebbi uno spavento indicibile, perché io non avevo mai visto tenebre sì orrende. Che giorni tristi! Eravamo così ammucchiati uno contro l'altro che si soffocava; per di più si era costretti a subire ad ogni momento l'insolenzà dei soldati di guardia. Ma l'angoscia più grave mi veniva dal pensiero del mio bambino, che era lontano da me. Terzo e Pomponio, i cari diaconi che avevano cura di noi, riuscirono a ottenere, profondendo del denaro, che per alcune ore lungo la giornata fossimo condotti in luogo aperto, a respirare un poco d'aria. Allora, usciti dal fondo del carcere, ciascuno poteva ristorarsi come meglio gli piaceva. Mia cura era di dare il latte al bambino, già mezzo morto per l'inedia. Con molto affetto parlai a mia madre, confortai mio fratello, e raccomandai a tutti in modo speciale l'assistenza al piccino. Ma ero in pena nel vedere i miei cari afflitti per causa mia.
    Dopo pochi giorni si diffuse la voce che saremmo stati giudicati. A tal notizia mio padre, accasciato dal dolore, corse dalla sua villetta e venne a vedermi, sperando di togliermi dal mio proposito, e mi diceva: "Figlia mia, abbi pietà dei miei capelli bianchi; abbi pietà di tuo padre, se almeno mi credi ancora degno d'essere chiamato tuo padre! Pensa a tua madre, ai tuoi fratelli, al tuo figlioletto, che senza di te non potrà vivere. Non ostinarti a questo modo, perché tu fai morire tutti, e ci mandi in rovina!".
    Così parlava mio padre nel suo amor per me, e nello stesso tempo mi baciava le mani, si gettava ai miei piedi, mi chiamava non "figlia" ma signora e padrona. A simili accenti, io sentivo pietà per lui, perché di tutta la mia famiglia era l'unico che non si sarebbe gloriato del mio martirio; lo rassicurai dicendo: "Accadrà quel che Dio vorrà: poiché non siamo noi i padroni di noi stessi, ma Dio! Ed egli se ne andò molto rattristato".
    Un giorno, durante la refezione, fummo improvvisamente chiamati per un interrogatorio. Andammo al foro. Sparsasi di ciò subito la voce, veniva agglomerandosi nei dintorni del foro una folla immensa. Montammo sul palco del tribunale. I miei compagni furono interrogati e confessarono. Quando venne il mio turno d'essere interrogata, mio padre apparve d'improvviso portando in braccio il mio figlioletto; mi trasse in disparte fuori del mio posto e in atto supplichevole mi disse: "Abbi pietà del bambino". Il procuratore Ilariano insisteva: "Abbi pietà dei capelli bianchi di tuo padre; "abbi compassione della tenera età di tuo figlio. Sacrifica alla salute degl'imperatori ". Non farò mai una cosa simile, risposi, io sono cristiana.
    Allora il giudice pronunziò la sentenza, per la quale eravamo tutti condannati alle belve: noi scendemmo festanti dal palco per andare nelle prigioni. Poiché il mio bambino era abituato a prendere il latte da me ed a restare con me nella prigione, inviai subito a richiederlo a mio padre, ma egli non volle darlo. Piacque a Dio che il bimbo non domandasse più latte, di modo che io non ebbi più alcuna preoccupazione per lui, né venni a soffrire per questo, alcuna dolorosa conseguenza.
    Fino a questo punto ho scritto io stessa il racconto; quello poi che accadrà in seguito, nel combattimento per il mio martirio, scriverà chi vorrà.
    Anche Felicita ottenne da Dio un insigne favore. Ella era otto mesi che attendeva dal Signore un bambino. Man mano che il giorno dei giochi si avvicinava la sua tristezza aumentava, perché temeva che il suo stato di madre facesse rimandare il martirio ad altra epoca: la legge infatti proibiva di giustiziare a questo modo le madri. I suoi compagni di martirio non erano meno rattristati di lei, al pensiero d'abbandonare, sola, sul cammino della speranza e del bene che essi avrebbero posseduto così dolce amica e sorella. Perciò tutti si unirono in una sola preghiera in favore di Felicita. E tre giorni prima dei giochi, ella ebbe la grazia d'una bambina. Ai gemiti di lei nell'oscura prigione un carceriere disse: "Se tu in questo momento non sei capace di sopportare il dolore, che accadrà quando sarai di fronte alle bestie, che tu hai mostrato or ora di disprezzare e di non temere quando hai rifiutato di sacrificare?". Felicita rispose: "Adesso a soffrire sono io sola, ma allora ci sarà un Altro in me, che patirà per me, perché anch'io patirò per lui". La bambina di Felicita fu adottata da una cristiana.
    Spuntò finalmente il giorno del trionfo. Camminavano i martiri dalla prigione all'anfiteatro come andassero al cielo, giulivi in volto, commossi e trepidanti non per il timore ma per la gioia. Veniva ultima Perpetua, placida in viso, il passo grave, calma e maestosa come si conviene a una matrona di Cristo; con la forza superiore e divina dei suoi occhi imponeva rispetto a tutti. Era con lei Felicita, gioiosa per la sua riacquistata liberazione, che le permetteva di combattere quel giorno con le fiere, e desiderosa di purificarsi in un secondo battesimo.
    Per le due donne si era preparato una mucca furiosa (certo fu il demonio a suggerire questo animale generalmente sconosciuto nei giuochi), quasi si volesse recare maggior insulto al loro sesso. Si spogliarono queste sante donne delle loro vesti, si involsero in una rete, e in tale stato furono esposte alle belve. Perpetua fu esposta prima, e fu dalla mucca sollevata in aria con le corna. Ricadde sui lombi, battendo in terra fortemente. Nella caduta la sua tunica si aperse per buon tratto da un fianco; ed ella la ricongiunse subito con la mano e si ricoprì, più attenta al pudore che non al dolore.
    "Richiamata dagli arenai, si accorse che la sua capigliatura era sciolta: e allora raccolse e rannodò la chioma, pensando che una martire non deve avere, morendo, i capelli scarmigliati, affinchè nessuno avesse a credere che si affliggeva nel momento della sua gloria. Così ricomposta, Perpetua si rialzò, e, vedendo Felicita che giaceva al suolo quasi morta (gettata anch'essa a terra dalla vacca), le si accostò, le diede la mano, la sollevò dal suolo. Si fermarono là in piedi ambedue. Il popolo, mosso a compassione, gridò che si facessero uscire dalla porta Sanavivaria. Ivi Perpetua accolta da un catecumeno a lei molto affezionato, di nome Rustico, sembrava una persona che esce da un profondo sonno, ma era in estasi, e, guardandosi intorno chiese con stupore di tutti: "Quando dunque saremo esposte a questa mucca?". E siccome le si rispose che ciò era già stato fatto, essa non se ne convinse, finché non vide sopra le sue vestimenta e sopra il suo stesso corpo le tracce di quanto aveva sofferto. Dopo di che fece chiamare suo fratello e Rustico, e disse loro: "State saldi nella fede, amatevi gli uni e gli altri, e non rendetevi scandalo dei nostri patimenti".
    Quanto a Secondolo, Dio volle chiamarlo a sé mentre stava ancora chiuso nel carcere. Saturnino e Revocato, prima assaliti da un leopardo, furono poi crudelmente trascinati da un orso. Saturo fu prima esposto a un cinghiale, quindi a un orso; ma questa bestia non usci fuori della sua gabbia, così che, due volte rimasto immune, il martire fu chiamato dentro; solo alla fine dello spettacolo venne presentato a un leopadro, che con un sol morso lo immerse in un lago di sangue. "È lavato davvero! è lavato davvero! " gridò il popolo alludendo al battesimo. Poi il martire cadde svenuto e fu trasportato nello spoliario, ove già si trovavano gli altri martiri per essere scannati.
    Ma il popolo reclamava il ritorno dei condannati, poiché voleva darsi al barbaro piacere di mirare le spade quando s'immergono nel corpo d'un uomo. I martiri da loro stessi s'alzarono, condiscendendo al desiderio del popolo; e, giunti nel mezzo dell'anfiteatro, si diedero il bacio per consumare così il martirio in pace; poi, immobili, silenziosi, attesero il ferro. Saturo, che marciava in testa, morì per il primo.
    Perpetua era riserbata a un nuovo dolore. Colpita per sbaglio tra le coste e la gola diede un grido; poi, siccome il suo carnefice era un gladiatore novizio, prese essa stessa la mano tremante di quell'apprendista e si appoggiò la punta della spada sopra la gola. Sembrava che questa donna valorosa non potesse morire che di propria volontà, e che lo spirito immondo, dal quale era temuta, non potesse toccarla senza il suo consenso.
    Nota sulla composizione degli Atti.
    "Nel leggere questo celebre brano - d'un sì ardente e puro entusiasmo e d'una semplicità così bella e commovente, solo qua e là gravata di un tantino di retorica - ci si rende conto della sua intessitura. Il primo capitolo è un prologo da attribuirsi al redattore, che ha messo insieme le diverse parti narrate. Nel secondo capitolo il redattore narra sommariamente la simultanea cattura di Vibia Perpetua, giovane donna di ventidue anni, istruita e di famiglia ragguardevole; di due giovani, Saturnino e Secondolo; da ultimo di due schiavi, Revocato e Felicita, tutti catecumeni. (Un po' più tardi, un certo Saturo, loro istruttore, si sarebbe spontaneamente consegnato: paragrafo iv). Quindi dichiara che cede la parola a Perpetua che ha redatto di proprio pugno il racconto delle sue sofferenze...
    Bisogna perciò immaginarsi che le cose siano andate press'a poco così: Perpetua e Saturo nell'oscura prigione ebbero l'agio di stendere una breve relazione dei patimenti che soffrirono, e prima di tutto dei "carismi" con cui Dio li visitò. Tali annotazioni cadono fra le mani d'un testimone oculare del loro supplizio, il quale indaga su particolari che non ha potuto vedere coi propri occhi, completa la narrazione dei martiri e, dai diversi elementi, ne ricava un insieme che inquadra in un'esortazione morale e religiosa. Bisogna dunque distinguere due parti negli Atti quella del compilatore e quella degli stessi martiri...
    Io credo che, con tutta franchezza, si possa identificare nel redattore Tertulliano... Sono il suo stile, la sua lingua, le sue parole... Il testo poi fu redatto poco dopo il 202-303, data del supplizio dei martiri".
    (Pietro di Labriolle, Histoire de la litterature latine chrétienne, 3a ediz., 1947, p. 156).
    Santa Perpetua.
    Tutta la cristianità s'inchina davanti a te, o Perpetua! Ma c'è di più: ogni giorno, il celebrante pronuncia il tuo nome fra i nomi privilegiati ch'egli ripete al cospetto della vittima divina; così la tua memoria è perpetuamente associata a quella di Cristo, cui il tuo amore rese testimonianza col sangue. Ma quale beneficio egli s'è degnato d'accordarci, permettendoci di penetrare i sentimenti della tua anima generosa nelle pagine vergate dalle tue mani e pervenute fino a noi attraverso i secoli! Là noi apprendiamo il tuo amore "più forte della morte" (Ct 8,6), che ti fece vittoriosa in tutti i combattimenti. L'acqua battesimale non aveva ancora bagnata la tua fronte, che già eri annoverata fra i martiri. Ben presto dovesti sostenere gli assalti di un padre, e superare la tenerezza filiale di quaggiù per preservare quella che dovevi all'altro Padre che sta nei cieli. Non tardò il tuo cuore materno ad essere sottoposto alla più terribile prova, quando il bambino che prendeva vita dal tuo seno ti fu portato via come un novello Isacco, e rimanesti sola nella veglia dell'ultimo combattimento.
    "Dov'eri tu, diremo con sant'Agostino, quando neppure vedevi la bestia furibonda cui ti avevano esposta? Di quali delizie godevi, al punto d'essere divenuta insensibile a sì gravi dolori? Quale amore t'inebriava? Quale bellezza celeste ti cattivava? Quale bevanda ti aveva tolto il senso delle cose di quaggiù, tu, ch'eri ancora, nei vincoli della vita mortale?" (Per il giorno natalizio di santa Perpetua e Felicita).
    Il Signore ti aveva predisposta al sacrificio. E allora comprendiamo come la tua vita sia divenuta affatto celeste, e come la tua anima, dimorante già per l'amore, in Gesù che ti aveva tutto chiesto e al quale nulla negasti, fosse sin d'allora estranea a quel corpo che doveva ben presto abbandonare. Ti tratteneva ancora un legame, quello che la spada doveva troncare; ma affinché la tua immolazione fosse volontaria sino alla fine, fu necessario che con la tua stessa mano vibrassi il colpo che schiudeva all'anima il passaggio al Sommo Bene. Tu fosti donna veramente forte, nemica del serpente infernale! Oggetto di tutto il suo odio, tu lo vincesti! Ed ecco che dopo secoli il tuo nome ha il privilegio di far palpitare ogni cuore cristiano.
    Santa Felicita.
    Ricevi anche tu i nostri omaggi, o Felicita! Tu fosti degna compagna di Perpetua. Nel secolo essa brillò nel novero delle matrone di Cartagine; ma, nonostante la tua condizione servile, il battesimo l'aveva resa tua sorella, e ambedue camminaste di pari passo nell'arena del martirio. Appena si rialzava dalle violente cadute, essa correva a te, e tu le tendevi la mano; la nobile donna e la schiava si confondevano nell'abbraccio del martirio. In tal modo gli spettatori dell'anfiteatro erano già in grado di capire come la nuova religione avesse insita in sé una virtù, destinata a far soccombere la schiavitù.
    O Perpetua! o Felicita! fate che i vostri esempi non vadano perduti, e che il pensiero delle vostre virtù ed immolazioni eroiche ci sostengano nei sacrifici più piccoli che il Signore esige da noi. Pregate anche per le nuove Chiese che sorgono sulle sponde africane; esse si raccomandano a voi; beneditele, e fate che rifioriscano, per la vostra potente intercessione, la fede e i costumi cristiani.
    [1] PG t. 3, c. 13-58 e H. Leclerq. XX: I Martiri, t. I, p. 122-139. Questi Atti costituiscono uno del brani più completi della letteratura cristiana, e la loro autenticità è al di sopra d'ogni sospetto.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 831-837."






    “Il 6 marzo 251 San Cornelio viene esaltato al Sommo Pontificato.”
    “Il 6 marzo 1447 Papa Niccolò V Parentucelli viene esaltato al Sommo Pontificato.”








    Luca, Sursum Corda!

    ADDIO GIUSEPPE, mio caro fratello di sangue e spirito, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    NOI 2 insieme, uniti OLTRE LA MORTE ed il tragico DESTINO SIA IN TERRA CHE IN CIELO, per SEMPRE VEDREMO LA LUCE - SURSUM CORDA!

  9. #9
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    Lightbulb Re: Nostra Signora di Lourdes e Quaresima…

    16 aprile 2016…
    Nel giorno dell'anniversario della sua morte, ricordiamo Santa Maria Bernarda Sobirós / Bernardette Soubirous (Lourdes, 7 gennaio 1844 – Nevers, 16 aprile 1879)...





    Radio Spada
    “L'omaggio di Radio Spada a Santa Bernardette Soubirous (16 aprile).”








    “16 aprile 2016; infra l'Ottava del Patrocinio di San Giuseppe.”













    16 Aprile - Santa Bernadette Soubirous

    "16 APRILE
    SANTA BERNADETTE SOUBIROUS




    NOVENA A S. BERNADETTE




    PREGHIERE A SANTA BERNADETTE SOUBIROUS
    Cara Santa Bernadette, scelta da Dio Onnipotente come canale delle sue grazie e benedizioni, attraverso la vostra umile obbedienza alle richieste della Nostra Madre Maria, hai guadagnato per noi le acque miracolose della guarigione spirituale e fisica. Vi imploriamo di ascoltare le nostre preghiere supplichevoli affinchè possiamo essere guariti dalle nostre imperfezioni spirituali e fisiche. Mettete le nostre suppliche nelle mani della nostra Santa Madre Maria, perché possa metterli ai piedi del suo Figlio diletto, nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, affinchè Egli possa guardare a noi con misericordia e compassione: (esporre la grazia che si chiede) Aiutaci, o Cara Santa Bernadette a seguire il vostro esempio, in modo che a prescindere dal nostro dolore e dalla nostra sofferenza possiamo essere attenti ai bisogni degli altri, specialmente quelli le cui sofferenze sono maggiori delle nostre. Mentre attendiamo la Misericordia di Dio, offriamo il nostro dolore e la nostra sofferenza per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati e delle bestemmie degli uomini. Pregate per noi Santa Bernadette, affinchè, come te, possiamo essere sempre obbedienti alla volontà del nostro Padre celeste, e attraverso le nostre preghiere e la nostra umiltà possiamo portare consolazione al Cuore Sacratissimo di Gesù e del Cuore Immacolato di Maria che sono stati così gravemente feriti dai nostri peccati. Santa Bernadette, prega per noi



    O santa Bernadette, che semplice e pura bambina, hai per 18 volte contemplato, a Lourdes la bellezza dell’Immacolata e ne hai ricevuto le confidenze e che hai volto in seguito nasconderti nel convento di Nevers e lì ti sei consumata come un’ostia per i peccatori, ottienici questo spirito di purezza, di semplicità e mortificazione che condurrà anche noi alla visione di Dio e di Maria in Cielo. Amen



    Tra gli umili e i semplici,
    tuoi figli prediletti, Signore,
    Tu hai scelto Santa Bernadette
    e le hai dato la grazia
    di vedere la Vergine lmmacolata,
    di conversare con Lei,
    di diventare testimone vivente
    del Suo amore per noi.

    Concedi, Signore,
    che per la sua preghiera
    e la sua intercessione
    noi possiamo seguire fedelmente
    le strade che Tu ci indichi,
    per giungere
    alla felicità promessa
    e alla vera gioia del cuore.
    Donaci un cuore semplice
    e povero come il suo,
    capace di un abbandono totale
    nella mani della Vergine Maria,
    l’ lmmacolata.

    Santa Bernadette,
    prega per noi!"






    "Carlo Di Pietro - Giornalista e Scrittore
    Preghiera al Santo del giorno.
    In nómine Patris
    et Fílii
    et Spíritus Sancti.
    Amen.

    Eterno Padre, intendo onorare santa Bernardetta, e Vi rendo grazie per tutte le grazie che Voi le avete elargito.
    Vi prego di accrescere la grazia nella mia anima, per i meriti di questa santa, ed a lei affido la fine della mia vita tramite questa speciale preghiera, così che per virtù della Vostra bontà e promessa, santa Bernardetta possa essere mia avvocata e provvedere tutto ciò che è necessario in quell'ora. Così sia."












    Luca, Sursum Corda!
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  10. #10
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    Lightbulb Re: Nostra Signora di Lourdes e Quaresima…

    Oggi 11 febbraio 2017 è il 159esimo anniversario dell’apparizione dell’Immacolata Vergine Maria a Bernadette Soubirous (Maria Bernarda Sobirós) avvenuta il giorno 11 febbraio 1858: Nostra Signora di Lourdes, pregate per noi!!!












    Nostra Signora di Lourdes e Quaresima…
    https://forum.termometropolitico.it/692769-nostra-signora-di-lourdes-e-quaresima.html


    11 febbraio - Nostra Signora di Lourdes
    https://forum.termometropolitico.it/...i-lourdes.html
    https://forum.termometropolitico.it/...lourdes-5.html
    11 febbraio: attualità del messaggio di Lourdes
    https://forum.termometropolitico.it/...i-lourdes.html




    † Santa Bernardetta - Lourdes - filmine don Bosco
    https://www.youtube.com/watch?v=63dnJ7wEFoI

    Maria Ss. - Don Giulio Tam
    https://www.youtube.com/watch?v=_WwFE-qos

    14° Convegno Studi Albertariani - 2015 INTERO
    https://www.youtube.com/watch?v=GVsp8TPhZSE
    Video del XIV convegno di studi albertariani - Centro Studi Giuseppe Federici
    “Video del XIV convegno di studi albertariani
    18 novembre 2015 Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
    Sono disponibili on-line i video del XIV convegno di studi albertariani:
    “Ipsa Conteret “Ella ti schiaccerà il capo” (GN 3, 15) : Il ruolo di Maria Santissima nella difesa della fede” (Milano, 14/11/2015).
    Primo Intervento: “Maria antitesi di Satana: lo sviluppo omogeneo del dogma mariano ai tempi di Pio XII (e negli scritti di padre Guerard des Lauriers).” PRIMA PARTE
    Primo Intervento: “Maria antitesi di Satana: lo sviluppo omogeneo del dogma mariano ai tempi di Pio XII (e negli scritti di padre Guerard des Lauriers).” SECONDA PARTE
    • Secondo Intervento: ” La Mater Boni Consilii: l’ausilio di Maria contro il modernismo, nei 30 anni dell’Istituto.” PRIMA PARTE
    • Secondo Intervento: ” La Mater Boni Consilii: l’ausilio di Maria contro il modernismo, nei 30 anni dell’Istituto.” SECONDA PARTE
    Sodalitium - Sito ufficiale dell'Istituto Mater Boni Consilii




    Madonna di Lourdes - Sodalitium
    http://www.sodalitium.biz/madonna-di-lourdes/
    “11 febbraio, Apparizione della B. V. Maria Immacolata a Lourdes (dall’11 febbraio al 16 luglio 1858).
    O Vergine Immacolata, Madre di Misericordia, salute degli infermi, rifugio dei peccatori, consolatrice degli afflitti, Tu conosci i miei bisogni, le mie sofferenze; degnati di volgere su di me uno sguardo propizio a mio sollievo e conforto. Con l’apparire nella grotta di Lourdes, hai voluto ch’essa divenisse un luogo privilegiato, da dove diffondere le tue grazie, e già molti infelici vi hanno trovato il rimedio alle loro infermità spirituali e corporali. Anch’io vengo pieno di fiducia ad implorare i tuoi materni favori; esaudisci, o tenera Madre, la mia umile preghiera, e colmato dei tuoi benefici, mi sforzerò d’imitare le tue virtù, per partecipare un giorno alla tua gloria in Paradiso. Così sia. Nostra Signora di Lourdes, prega per noi.
    Sia benedetta la Santa ed Immacolata Concezione della Beatissima Vergine Maria, Madre di Dio.”









    Carlo Di Pietro - Sursum Corda
    Preghiera al Santo del giorno.
    In nómine Patris
    et Fílii
    et Spíritus Sancti.
    Amen.
    Eterno Padre, intendo onorare san Gregorio secondo, Papa, e Vi rendo grazie per tutte le grazie che Voi gli avete elargito. Vi prego di accrescere la grazia nella mia anima per i meriti di questo santo Papa, ed a lui affido la fine della mia vita tramite questa speciale preghiera, così che per virtù della Vostra bontà e promessa, san Gregorio secondo, Papa, possa essere mio avvocato e provvedere tutto ciò che è necessario in quell'ora. Così sia.
    #sdgcdpr











    Radio Spada
    "Radio Spada è un sito di controinformazione cattolico http://www.radiospada.org e una casa editrice http://www.edizioniradiospada.com"

    "11 FEBBRAIO 2017: APPARIZIONE DELL'IMMACOLATA VERGINE MARIA."










    Apparizione dell'Immacolata Vergine
    Guéranger, L'anno liturgico - 11 febbraio. Apparizione dell'Immacolata Vergine Maria
    http://www.unavoce-ve.it/pg-11feb.htm

    "11 FEBBRAIO
    APPARIZIONE DELL'IMMACOLATA VERGINE MARIA
    Il messaggio di Lourdes.
    Nelle nubi comparirà il mio arco, ed io mi ricorderò del mio patto con voi (Gen 9,14-15). Nell'Ufficio dell'11 febbraio 1858 (giovedì di Sessagesima) le lezioni liturgiche ricordavano queste parole alla terra, quando il mondo apprese che in quello stesso giorno Maria era apparsa più bella del segno della speranza, che al tempo del diluvio fu la sua meravigliosa figura.
    Era il tempo in cui si moltiplicavano per la Chiesa i sintomi forieri di un avvenire che oggi s'è fatto presente e che ben conosciamo. La vecchia umanità sembrava fosse sul punto di sommergere in un diluvio peggiore dell'antico.
    IO SONO L'IMMACOLATA CONCEZIONE, dichiarò la Madre della divina grazia all'umile fanciulla scelta in quel momento a recare il suo messaggio ai custodi dell'arca della salvezza. Alle tenebre che salivano dall'abisso ella opponeva, come un faro, l'augusto privilegio che, tre anni prima, il supremo nocchiero aveva proclamato come dogma in sua gloria.
    Infatti se, come afferma Giovanni il prediletto, è la nostra fede che possiede quaggiù le promesse della vittoria (1Gv 5,4); e, se la fede si alimenta di luce: qual dogma meglio di questo che racchiude e proclama tutti gli altri, li rischiara allo stesso tempo di sì soave splendore? Sul capo della trionfatrice temuta dall'inferno, esso è veramente la regale corona su cui, come nell'arca vincitrice delle tempeste, convergono i diversi splendori del cielo.
    Tuttavia occorreva aprire gli occhi dei ciechi a queste bellezze, incoraggiare i cuori angosciati dalle audaci negazioni dell'inferno, rialzare dall'impotenza a formulare l'atto di fede tante intelligenze debilitate dall'educazione delle scuole moderne. Convocando le folte sul luogo benedetto della sua apparizione, l'Immacolata veniva incontro, con fortezza e soavità, alle anime deboli guarendo i corpi; sorridendo alla pubblicità e accettando ogni controllo, confermava, con l'autorità del miracolo permanente, la propria parola e la definizione fatta dal Vicario del Suo Figliolo.
    Come il Salmista celebrava le opere di Dio che narrano in ogni lingua la gloria del creatore (Sal 18,2-5); come san Paolo tacciava d'insania, nonché d'empietà, chiunque non credeva alla loro testimonianza (Rm 1,18-32): altrettanto si può dire degli uomini del nostro tempo, che sono inescusabili, se non riconoscono dalle opere sue la SS. Vergine. Ella potrebbe moltiplicare i suoi benefici, aver compassione dei più gravi infermi: ma queste anime malate che, nel timore inconfessato di importune conclusioni, ricusano di vedere oltre; o lottando apertamente contro la verità, spingono al paradosso il proprio pensiero, avvolgono nelle tenebre i loro cuori, come dice l'Apostolo (Rm 1,21), e fanno temere che il senso depravato, il cui castigo portavano nella carne i pagani (ivi 28), abbia leso la loro ragione.
    Appello alla penitenza.
    "O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi!" È la preghiera che, dall'anno 1830, voi stessa c'insegnaste contro le minacce dell'avvenire. In seguito, nel 1846, i due pastorelli della Salette ci rammentavano le vostre esortazioni e le vostre lacrime. "Pregate per i poveri peccatori e per il mondo così sconvolto", ci ripete oggi da parte vostra la veggente della grotta di Massabielle : "Penitenza! penitenza! penitenza!".
    Noi vogliamo obbedirvi, o Vergine benedetta, vogliamo combattere in noi e dovunque l'universale e unico nemico, il peccato, male supremo donde derivano tutti i mali. Lode all'Onnipotente, che si degnò preservarvi da ogni contaminazione e specialmente riabilitare in voi la nostra natura umiliata! Lode a voi che, non avendo alcun debito, rimetteste i nostri con le materne lacrime e col sangue del Figlio! vostro, riconciliando la terra col cielo e schiacciando la testa al serpente (Gen 3,15)!
    Preghiera ed espiazione! Non era questa, sin dai primi tempi, dai tempi degli Apostoli, in questi giorni di avvicinamento più o meno immediato alla Quaresima, l'insistente raccomandazione della Chiesa? O Madre nostra del Cielo, siate benedetta per essere venuta sì opportunamente ad armonizzare la vostra voce con quella della grande Madre della terra. Il mondo ormai rifiutava, non comprendeva più l'infallibile e indispensabile rimedio, offerto dalla misericordia e dalla giustizia di Dio alla sua miseria; sembrava aver dimenticato per sempre il monito: Se non fate penitenza perirete tutti (Lc 13,3-5).
    La vostra pietà, o Maria, ci desta dal nostro torpore! Conoscendo la nostra debolezza, voi accompagnate con mille dolcezze il calice amaro, e per indurre l'uomo ad implorarvi i beni eterni, gli prodigate quelli del tempo. Noi non vorremo essere come quei fanciulli che ricevono volentieri le carezze materne e trascurano gl'insegnamenti e le correzioni che quelle carezze avevano lo scopo di fare accettare. D'ora innanzi sapremo, con voi e con Gesù, pregare e soffrire; durante la santa Quarantena, col vostro aiuto, ci convertiremo e faremo penitenza.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 808-810."





    11 Febbraio - Immacolata di Lourdes
    http://www.preghiereperlafamiglia.it...di-lourdes.htm




    Lourdes 2008 di alice/daniele78| Foto album
    http://fotoalbum.virgilio.it/alice/d.../lourdes-2008/
    Lourdes 2008 di alice/daniele78| Foto album





    Ligue Saint Amédée
    http://liguesaintamedee.ch/
    “11 Février : Apparition de Notre-Dame de Lourdes (1858)”









    Luca, Sursum Corda!


    ADDIO GIUSEPPE, mio caro fratello di sangue e spirito, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    NOI 2 insieme, uniti OLTRE LA MORTE ed il tragico DESTINO SIA IN TERRA CHE IN CIELO, per SEMPRE VEDREMO LA LUCE - SURSUM CORDA!

 

 
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