Roma quadrata non è un'invenzione, ma un riuso di età augustea della scienza e delle suddivisioni augurali degli spazi urbani; delle lontane origini propongo ora di leggere una testimonianza nelle venerande vestigia del Comizio romano, che considero uno scrigno di geometrie architettoniche congruenti con le scansioni spaziali e temporali della città antica. La determinazione dei campi della spectìo augurale e la scoperta nel centro di Roma, nell'area trapezoidale del Comizio, di un riscontro monumentale fanno uscire questa indagine dall'astratta modellizzazione spaziale qual era agli inizi, nella misura in cui vengono chiamate in causa strutture mentali e religiose che nella città antica compongono il nesso indissolubile di tempo e spazio.
La parte preponderante riservata alle fonti letterarie e l'immaterialità di molti degli spazi considerati rendono questo lavoro, a prima vista, insolito nel panorama degli studi di topografia antica; insolito, ma non estraneo, se si considera l'approccio differenziato agli spazi dell'antichità alla base della disciplina. La dimensione spaziale del sacro, come vissuta quotidianamente da un Romano, può apparire con i suoi vincoli almeno finquando nel mondo romano avranno dignità le liturgie augurali, o finquando un princeps deciderà di proporsi come novello conditor.
Lo spunto iniziale viene dalla riconsiderazione di alcune note epigrafiche inserite nelle mura di Paestum romana, con testo pressoché identico, lapis imfosos; l'autore stabilisce dapprima un originale rapporto tra le iscrizioni e la definizione del pomerio della colonia latina, per considerare subito dopo il rapporto spaziale delle epigrafi con il contesto urbano, avanzando così un'ipotesi di straordinario interesse. È possibile collegare i testi non solo al pomerio ma anche al centro ideale della città prima della riorganizzazione di età romana, all'ekklesiasterion e alla colmata che lo oblitera, forse proprio nel 273 a.C., caratterizzata dai resti di un imponente sacrificio che il De Magistris interpreta come un rito di exauguratio e di purificazione, che può essere paragonato al rito romuleo di fondazione descritto da Dionigi di Alicarnasso; ma l'ipotesi è ulteriormente articolata, perché, a partire dalla sommità della colmata, si riconosce una quadripartizione dello spazio urbano, identificata come il sigillo geometrico di un templum augurale che influenza non la forma della città, ma la zonizzazione di ben determinate strutture pubbliche.
Da questo momento inizia il percorso di ricerca sui rapporti fisici e rituali tra templum degli auspici di fondazione, pomerio e orizzonte visivo della città; percorso lungo e denso, di approccio non sempre agevole per la vischiosità dei temi coinvolti, che si concluderà emblematicamente, e in maniera del tutto inattesa, in un luogo centrale per la storia della romanità, l'altare sotto il iniger lapis, anch'esso exaugurato e coperto da uno strato di sacrifici, documentato da Giacomo Boni nel 1899.
Le origini del modello pestano affiorano quindi a Roma e sembrano avere un nome ben preciso: Roma quadrata. La soluzione della nota crux topografica in chiave augurale e con riscontri spaziali precisi è un risultato di grande interesse, tenuto conto del fatto, come sottolinea l'autore, che le geometrie augurali, così come riconosciute, costituiscono un pendant preciso e avvincente delle geometrie sociali antiche: una forma religiosa di apartheid esercitata a danno di chi non aveva gli auspici, la plebe, confinata su un Aventino non solo esterno al pomerio, ma anche esterno e opposto alla regio addicta usata per colloquiare con luppiter. Roma quadrata appare allora come un mito inaspettatamente reale e parlante, riflesso di una partizione spaziale gerarchizzata della società; la coincidenza vuole poi che solo dal fatidico supercilium scalarum Caci, presso la capanna di Faustolo, si possa ripartire il paesaggio urbano in modo che l'Aventino ricada in una sola regio.





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