Armenia – Cresce la tensione
Dunque, dopo un periodo di assenza dagli schermi di RC, eccomi qui di nuovo ad aggiornarvi sulle ultime news in Caucaso Meridionale.
Eravamo rimasti agli sconfinamenti degli elicotteri turchi in Armenia, a fine estate, e alle violente sparatorie al confine, anche in posti inusuali, come Gorhayk, un nome che per voi potrebbe non dire nulla, ma che per chi conosce le mappe è il passaggio obbligato fra il nord ed il sud del paese, la regione di Zanghezur, da tempo obiettivo malcelatamente ambito dal leader azero, per riunire i due lembi di Azerbaijan staccato, quello principale e l’enclave di Nachicevan.
Nella scorsa settimana è morto un altro ragazzo armeno, che presidiava i confini, durante i bombardamenti con pezzi di grosso calibro, inclusi i TR-107 di fabbricazione turca, da 60, 80 e 120mm. Non proprio fuoco di cecchini, che sparano sulle donne armene che stendono i panni, o sugli uomini che raccolgono la frutta, o persino sugli scuolabus dei bambini: notizie che i nostri media mainstream non vi racconteranno mai, perchè, come ci spiegano, il cattivo da abbattere è Vladimir,
e non i santissimi presidenti di Turchia e Azerbaijan, campioni di diritti umani, specie quelli delle minoranze etniche.
Si è ripetuto ieri sera un altro tentativo di infiltrazione di commandos azeri, respinto dalle forze del Nagorno Karabakh.
Ma la notizia più preoccupante, è quella che sono apparsi sul fronte azero due carri armati, dispiegati sulla linea di contatto per la prima volta dal 1994, cioè dalla proclamazione del “cessate il fuoco”; gli analisti sono preoccupati perchè unitamente al calo del prezzo del petrolio e alle revenues di consenso sociale che ne derivano, questi segnali di pressione militare al confine non promettono nulla di buono.
Da parte sua la Russia ha schierato in Armenia altri 9 elicotteri d’assalto che pattuglieranno i confini (voglio vedere se qualcuno si azzarderà a sparare ad un elicottero russo, questa volta).
Infine, con grande delicatezza…. la polizia turca ha fatto irruzione nella chiesa armena di Surp Kevork (San Giorgio) a Mardin, una piccola località nel sud-est del paese, non lontanissimo dai confini con la Siria, ribaltando tutto sotto sopra.
Sono convinto che il braccio di ferro fra l’Impero del Caos e Santa Madre Russia non potrà non avere riflessi anche su questa dorsale di faglia di frattura geopolitica, nella quale interessi economici si scontrano con divisioni etniche e religiose, in una guerra che purtroppo è sempre più guerreggiata sul campo.