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Discussione: Quella che si estingue è la mia generazione. Tante scuse.

  1. #1
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    Quella che si estingue è la mia generazione. Tante scuse - Blondet & Friends
    Quella che si estingue è la mia generazione. Tante scuse

    Maurizio Blondet 22 febbraio 2016 24
    Ida Magli è scomparsa. Non avrà nemmeno lontanamente gli onori funerari che il Sistema ha tributato ad Umberto Eco. E’ logico: è stata la prima a gridare, inascoltata, che l’Europa burocratica era diventata la prigione dei popoli e stava distruggendo la cultura e la civiltà europee.

    Ida Magli






    Ancor meno è stato onorato Piero Buscaroli, grande giornalista , scrittore, musicologo, caratteraccio. Logico: fu sempre unsopravvissuto della Repubblica Sociale in territorio nemico. Da giovane praticante, leggevo avidamente i suoi straordinari, originalissimi reportage dalla guerra del Vietnam (per il Borghese); come direttore delRoma di Napoli, rivelò che l’ex ministro Taviani gli aveva ammesso: gli attentati dei “neri” erano organizzati dal ministero dell’Interno, democristiano”. Indro Montanelli al Giornale non si privò della sua penna, nutrita di una cultura magnifica e di una sete offesa di verità, ma, vilmente, gli impose di firmare con uno pseudonimo – Piero Santerno – perché riteneva compromettente il suo vero nome. Era un discriminato, un impronunciabile nel sistema politico della “Libertà”. Da giovane leggevo avidamente “Santerno”, ho imparato da lui che anch’io ero in territorio nemico, senza ordini.

    Buoni e cattivi maestri, se ne vanno tutti.

    I tre erano della generazione precedente alla mia, gli ottanta-novantenni. Quella che – come ci ha informato l’Istat- stà morendo in massa: 62 mila nel 2015 più che nel 2014, un’impennata statistica di oltre il 10 per cento, comparabile al 1943, al 1915-18, insomma la mortalità dei tempi delle grandi guerre.
    La differenza è che non c’è guerra. Vige da decenni quella che chiamano “pace”: abbondanza, Europa “unita”, previdenza sociale, società (residuale) del benessere. E a morire sono i vecchissimi, non i giovani al fronte. Perché i vecchi sono sempre più e i giovani quasi non ci sono. Strana “pace”, quella dove una società intera ha cessato di fare figli. In zoologia, sono i selvatici nello zoo a non generare più: la mia generazione si sta accorgendo troppo tardi che questa “pace” è l’altro nome per lo zoo umano?
    La mia generazione – quella dei settantenni, nati nella ripresa della natalità del dopoguerra – è quella che ha creato, voluto, queste gabbie. I miei genitori erano sposini ventenni quando mi diedero vita, nel ’44; l’appartamento in affitto, tra Sesto e Gorla, era stato bombardato, abitavano in una stanza unica requisita, che il proprietario reclamava; i partigiani compivano le loro vendette ed omicidi mirati per instaurare il bolscevismo. Di notte, passavano SS giovanissime, che gestivano le aziende del triangolo industriale per la produzione bellica. Sul viale Monza tutti gli alberi erano stati tagliati dalla gente per riscaldarsi; vivevano tra le macerie; i miei, nella stanzetta abusiva, riscaldavano il loro neonato versando un po’ di alcol denaturato in un bacile smaltato.
    Erano, mi raccontava mia madre, felici. Pieni di coraggio e di speranza. Fra l’altro perché lavoravano entrambi in una ditta meccanica militarizzata; e il padrone della ditta, ingegner Peghetti – che i terroristi rossi della Brigata Garibaldi avrebbero trucidato nel suo letto poco dopo, come primo atto della “liberazione” – si congratulò della mia nascita con un pacco di viveri, e un biglietto che salutava “Maurizio, pioniere di una nuova Italia rinata nel mondo”. Mia madre mi raccontava di quell’augurio, considerandolo un mandato.
    Non ce l’ho fatta, mamma.

    I miei hanno ricostruito. La mia generazione, no.La rinascita dell’Italia l’hai fatta tu e papà, l’ha fatta la tua generazione, quelli che erano giovani nel ’44, che fecero tanti figli, che votarono per non consegnare il paese ai comunisti assassini; che rimisero in piedi le fabbriche bombardate, e in pochissimi anni – dal ’59, altri dicono dal ’53 – fecero dell’Italia la quinta o sesta potenza industriale, vivacemente competitiva, piena di fabbriche che producevano tutto, acciai e farmaci, idrocarburi, chimica e meccanica, calcolatrici, mobili e navi, ceramiche, carta, auto, seconda in Europa solo alla Germania.
    Io – la mia generazione, i baby-boomer – l’abbiamo ereditata, questa società, e come eredi viziati, non siamo stati capaci di mantenerla. Ci siamo lasciti sedurre dalla “rivoluzione culturale”; abbiamo creduto alla “Liberazione sessuale” e alle gioie del “consumismo” e dell’edonismo egoista l’egoismo standard voluto dalla società dei consumi. Abbiamo votato con entusiasmo il divorzio, e poi l’aborto legale: 250 mila bambini in meno l’anno, e dopo quarant’anni, abbiamo il coraggio di stupirci perché ci mancano cinque o se milioni di italiani giovani, e dobbiamo importare giovani dal Nordafrica, come lavoratori di una società in decadenza, che non suscita nei nuovi arrivati nessun orgoglio e nessun desiderio di appartenenza: sfruttati, pagati in nero, certo non ci difenderanno nella guerra prossima ventura. Non sono”I nostri” figli. Non gli abbiamo consegnato alcun mandato. Voi avete saputo “integrare” i meridionali che venivano dalla gleba, nelle fabbriche di Sesto e di Monza. Noi non abbiamo alcun orgoglio da trasmettere ai maghrebini, fargli desiderare di essere italiani. E come potremmo? Per la “patria”, abbiamo solo derisioni, e quindi nessun dovere verso di essa. Le nostre istituzioni, l’apparato pubblico che le manovra, sono corrotte e odiose persino a noi; la nostra cultura, l’abbiamo noi stessi abbandonata per la “cultura-standard” di massa, pop e dozzinale. Peggio, non facciamo più alcuno sforzo di quelli che faceste voi,per migliorare voi stessi, i vostri salari e le vostre fabbriche.
    Viale Monza, alloraDa ragazzo ho vissuto in un’Italia del Nord piena di fabbriche che producevano tutto, e davano lavoro a tutti: fabbriche integratrici, adesso sono scomparse e non è possibile integrare i nuovi arrivati. Come mai esistevano tante fabbriche e sono scomparse? Il segreto lo sapevate, voi della generazione: perché l’Italia veniva dall’autarchia, da tempi dove non ci si affidava al commercio mondiale per comprare in dollari ciò che volevamo, ci si sforzava seriamente – per politica di governo – di avere l’autosufficienza nazionale in tutto. Che significava anche: conservare, ed affinare, “competenze” tecniche ed umane. Voi avete sviluppato le tecniche e insegnato competenze.

    Noi, la mia generazione, dopo aver aderito alla “rivoluzione sessuale” e pop, non contenti, abbiamo accettato stupidamente il verbo globalista. Perché produrre grano, quando in Australia e in Canada costa meno? Perché fabbricare computers, quando potere comprarli dalla Cina e da Taiwan? Abbandoniamo l’elettronica in cui non siamo competitivi, e concentriamoci laddove abbiamo il vantaggio competitivo: le giacche di Armani, gli stracci di Dolce e Gabbana. Con i soldi che Armani e i due allegri guadagnano, ci compriamo smartphone e tablets cinesi.
    L’effetto non poteva essere più ovvio: l’istupidimento generale della società. Perché una cosa è avere lavoratori per fabbricare smartphne e computers, e un’altra per fabbricare pantaloni. Ché poi Armani, le sue giacche le fa’ fare in Pakistan, e qui nemmeno facciamo più i pantaloni. Come ho già detto un’altra volta, qui dove abito adesso, Corsico, Milano, la Richard Ginori aveva 1800 dipendenti. Adesso è chiusa. La Cartiera Burgo ne aveva 400: sparita. C’erano miriadi di fabbrichette meccaniche, ossia miriadi di salariati e di specializzati: adesso ci sono dei pensionati e dei supermercati.
    Abbiamo anche aderito all’euro; ci liberava della liretta; soprattutto, ci liberava della nostra sovranità nazionale che ci ha sempre pesato per la responsabilità che comportava; l’abbiamo affidata a “l’Europa”, sicuri che avrebbe provveduto ai nostri interessi meglio di noi.
    Noi come generazione dei baby-boomer, mamma, abbiamo fatto questo. Non io personalmente – io ho cercato di oppormi, ho fatto persino lo scrutatore nel referendum contro il divorzio e l’aborto, nelle scuole ero nella minoranza che si opponeva a quelle derive, e nel lavoro mi sono fatto bollare ben bene da fascista. Ancor peggio, mi son fatto deridere ed emarginare come cattolico, oscurantista, reazionario antisemita, escludere da tutti i posti rispettabili. Però, sinceramente non posso negare la mia corresponsabilità. Come elemento della mia generazione, ne ho condiviso la temperie, mi son lasciato infettare dagli stai d’animo collettivi, sedurre dalle facilità che mi offrivano come liberazione. Alla fin fine, ho divorziato anch’io. E non ho figli.
    Adesso questa generazione si appresta ad estinguersi, meritatamente: perché continuare ad esistere, se non ha una vera ragione di vita? Ci siamo liberati di Dio, dai suoi obblighi e dalla patria dei suoi doveri. La liberazione sessuale ci dà le ultime gioie – grazie al Viagra, al turismo sessuale, un’indecenza tristissima di vecchi che se lo possono ancora permettere. Se cerco di sunteggiare il bilancio del nostro passaggio nella storia, devo riconoscere: Mai una generazione ha goduto tanto benessere e sicurezza, e mai ha avuto tanta paura di generare, di impegnarsi fino in fondo e per sempre; mai è stata più insicura della durata della cosa che chiamiamo “pace”. Viviamo fra macerie morali – quelle che abbiamo creato noi stessi – aspettando la fine zoologica. L’impennata di mortalità sta per raggiungerci. Ci sta per raggiungere anche la conseguenza del sistema globalizzato, del capitalismo mondiale – il sistema radicamento sbagliato – che ci aveva promesso il benessere crescente.
    Come ovvio, come sempre, la nuova ondata è cominciata negli Stati Uniti. La Federal Reserve di New York ha comunicato pochi giorni fa che gli ultra-sessantacinquenni d’oggi hanno debiti per mutui del 47% superioriagli ultra-sessantacinquenni del 2003, e il 27% di debiti in più per l’auto a rate. Li riconosco, sono i baby-boomers, sono la mia generazione: coi salari in calo da trent’anni, non hanno rinunciato ai “lussi standard” dell’auto nuova, della villetta. Non potevano permettersela? L’hanno comprata a debito. Mai una generazione di vecchi si è indebitata tanto per il superfluo; almeno una volta i vecchi riducevano le spese, la nostra generazione – la parte americana – le ha persino aumentate. A credito.
    E adesso, sentite la trappola: il pensionato Sal Ruffin, di Weatherby Lake, Missouri, aveva una bella pensione, 3.300 dollari al mese. Adesso, il suo fondo pensionistico gli ha comunicato: da questo mese, la sua pensione è 1.650 dollari mensili. Sono le gioie del capitalismo terminale: le pensioni in Usa sono private e a capitalizzazione pura, gestite da fondi d’investimento che ricavano i profitti necessari per pagarle impiegando i capitali versati dai soci attivi in Borsa, anzi in tutte le borse mondiali, e in titoli pubblici. Coi titoli pubblici ad interessi zero, le banche centrali che pagano interessi negativi, e le Borse cadenti, i fondi-pensione non sono più in grado di pagarle.
    La “riforma” pensionistica in Usa
    E detti fondi-pensione hanno ottenuto dal Senato e dal governo una legge – il Multiemployer Pension Reform Act – che consente loro, dopo comunicazione al Tesoro, di tagliare i pagamenti pensionistici allo scopo di rimanere solventi. Sono già 400 mila americani ad aver subito il taglio; la mia generazione. Quella della liberazione sessuale, del ’68. La stessa generazione che oltre i 65 s’è indebitata per mutui casa, il 47 percento in più di quanto facessero i 65 enni di dieci anni prima. Fidando di pagarli con le buone pensioni per cui hanno versato contributi per una vita, e che ora vengono dimezzate. Pensate che trappola. Il 47% degli americani che pur guadagnano 75 mila dollari annui e più – quindi classe media, mica poveri – non è in grado di far fronte a una emergenza che costi 500 dollari.
    In Europa l’estinzione della mia generazione, che ha aderito volontariamente a tutti gli errori radicali del secolo, è a questo punto: che ha lasciato tornare il pericolo turco. Come sempre quando l’Europa abbandona la sua identità cristiana. Chi l’avrebbe mai detto? Ci siamo circondati di istituzioni di “sicurezza comune”, NATO, UE, la Turchia nostra alleata, la laicità, la secolarizzazione compiuta (mai più intolleranza religiosa) … e i nostri figli, i nostri nipoti, dovranno forse combattere con le armi l’Islam: e dove sono? Non li abbiamo generati. Combatteranno per noi i maghrebini, i somali, gli eritrei, i siriani che abbiamo accolto – per pagarli meno di noi, in uno spazio senza identità e senza cultura, dove la civiltà è stata rimpiazzata dalla cultura pop?
    Ve lo dico perché sento alla radio che fra “le voci della cultura” che, dopo aver salutato Umberto Eco, oggi salutano le unioni civili, sento nominare tal Jovanotti. “Finalmente entriamo in Europa”,ha esultato. Un vero genio, uno che fa’ molti soldi perché è popolare, e molti giovani vanno a quelli che si osa chiamare i suoi concerti. Direte: è un giovane. E’ un giovane di 50 anni che abita a New York, spende lì i milioni che “i giovani” gli danno tanto volentieri.
    Così, cara mamma, non sono stato “Il pioniere di una nuova Italia rinata nel mondo”. A 72 anni, mi preparo ad estinguermi con la mia generazione sapendo bene che l‘abbiamo meritato: con un lagno, non con un grido. Scusami mamma, non ce ‘ho fatta. E’ stata anche colpa mia. Non sono nemmeno sicuro di morire cattolico romano; dei “giovani” alla Jovanotti, sono sicuro.
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    Predefinito Re: Quella che si estingue è la mia generazione. Tante scuse.

    Alla fine si è sempre figli del proprio tempo, non è il caso di colpevolizzarsi.
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    Predefinito Re: Quella che si estingue è la mia generazione. Tante scuse.

    Citazione Originariamente Scritto da Avanguardia Visualizza Messaggio
    Alla fine si è sempre figli del proprio tempo, non è il caso di colpevolizzarsi.
    La cosa più brutta non è vedere estinguere una generazione che è forza di causa naturale ma accorgersi che invece la propria generazione sparirà senza aver lasciato nulla di buono. Buscaroli e Magli hanno lasciato qualcosa di più che un sempliice pensiero ed il tempo gliene darà atto.
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    Predefinito Re: Quella che si estingue è la mia generazione. Tante scuse.

    Ida Magli, un’italiana contro

    Ha vissuto gli ultimi anni con la condanna di non essere creduta; e se ne è andata con l’amara consapevolezza di non essersi sbagliata. Aurevoir Professoressa.



    di Simone Cosimelli E’ stata lucida fino all’ultimo Ida Magli. Fino a ieri: quando si è spenta,a 91 anni, accanto al figlio. Dopo una vita di battaglie – sempre dalla parte delle minoranze, sempre in prima linea per i diritti sociali, sempre contro i conformismi dominanti – se ne va quella che lo scrittore Giordano Bruno Guerri ha definito “una dissolvitrice dell’ovvio”. Da brillante antropologa indagò l’Italia e gli Italiani uscendo dagli schemi limitati e approssimativi abusati dalla ricerca. Docente alla Sapienza fino alle dimissioni del 1988, decise poi di alzare la voce nel panorama intellettuale del Paese. Ai suoi insegnamenti hanno guardato in molti: ma non tutti sono entrati in classe. Ribelle e costretta all’impopolarità, controcorrente e dunque emarginata. Allergica al compromesso. Il nemico più grande: la dittatura europea, di burocrati e faccendieri, dietro cui intraveda la fine di ogni valore culturale e identitario. C’era una Magli realista: “Tutto quello che costituiva il patrimonio della civiltà europea, è andato in rovina, si è dissolto con una rapidità quasi incredibile”. C’era una Magli sferzante: “Laddove tutti sono «uguali» (o vengono costretti a sembrare uguali) la passività dei sudditi è assicurata, ma è assicurata anche l’assoluta debolezza della società”. C’era una Magli profetica: “Andrai nella tua banca ogni mattina, che è la tua chiesa, e quei pochi soldini che non hai impiegato nella corruzione, li verserai lì, nelle mani dei nuovi inquisitori-poliziotti di banca ai quali confesserai «quante volte» hai usato le tue monetine, così che il Governo possa controllare se davvero le adoperi soltanto per mangiare”. Ha vissuto gli ultimi anni con la condanna di non essere creduta; e se ne è andata con l’amara consapevolezza di non essersi sbagliata. In fondo, quindi, se la sua scomparsa sarà preda di un’indecente dimenticanza, niente paura: una così meglio ignorarla che ascoltarla. Darebbe fastidio ai campioni dell’ideologicamente corretto, ai filosofi del progressismo europeista, ai signori dell’austerity in pillole. Aveva ragione: ma non lo si dica in giro. Aurevoir Professoressa.


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    Predefinito Re: Quella che si estingue è la mia generazione. Tante scuse.

    “Nessuna epoca ha mai saputo tanto e tante diverse cose dell'uomo come la nostra. Però in verità nessuna ha mai saputo meno della nostra che cos'è l'uomo.”

  6. #6
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    Predefinito Re: Quella che si estingue è la mia generazione. Tante scuse.

    Citazione Originariamente Scritto da 22gradi Visualizza Messaggio
    La cosa più brutta non è vedere estinguere una generazione che è forza di causa naturale ma accorgersi che invece la propria generazione sparirà senza aver lasciato nulla di buono. Buscaroli e Magli hanno lasciato qualcosa di più che un sempliice pensiero ed il tempo gliene darà atto.
    Io sono dell' anno 1979.
    Per la mia generazione, quelle più giovani, e quelle un pò più anziane, non c'è tecnicamente l' opportunità di lasciare qualcosa di buono, neppure di cattivo, tanto siamo allo stato di meri fruitori passivi, meri utilizzatori finali, anonimi atomi pezzi di un grande ingranaggio. Per le generazioni di Ida Magli, che io pensavo fosse molto più giovane, e anche quella di Maurizio Blondet seppur molto di meno, c' era l' opportunità di provare ad essere protagonisti, bene o male.
    So che non lascerò niente, ma è la vita. Poi onestamente non ci sono stimoli per interessarsi ad un popolo/comunità/cultura. Ida Magli parlava quando i buoi erano scappati dal recinto ed erano a molti chilometri di distanza, chi rubati da altri, chi investiti da camion ed auto, chi caduti un un burrone, chi sbranati da cani.
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    Predefinito Re: Quella che si estingue è la mia generazione. Tante scuse.

    Mea culpa per la generazione che ha tradito
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    Mea culpa per la generazione che ha tradito

    di Francesco Lamendola - 14/09/2016

    Fonte: Corriere delle Regioni

    Espressioni come “la generazione tradita”, ”l’Italia tradita”, “il Paese tradito”, usate e abusate nella cultura italiota degli ultimi decenni, suscitano una ben comprensibile diffidenza, se non proprio un aperto rigetto: sono intrise di vittimismo auto-giustificatorio e auto-referenziale, i mali più eclatanti e più sconci del carattere nazionale. Pertanto, quando le si sente adoperare, scatta una reazione negativa più che comprensibile. Nonpertanto, esiste un altro vizio nazionale profondamente radicato, il relativismo etico radicale, del pari auto-assolutorio e auto-giustificativo: siccome tutti sbagliano, allora non c’è mai alcun colpevole.
    Ma è proprio qui che viene al pettine la differenza fra Italiani e Italioti: i primi, capaci di assumersi, in qualche misura, le proprie responsabilità; i secondi, perennemente protesi nello sforzo di allontanare da sé ogni colpa e persino ogni possibile critica, sempre in nome di un vittimismo che dovrebbe impietosire e chiudere, per amnistia o per sopravvenuta prescrizione, qualunque procedimento nei confronti di azioni e comportamenti oggettivamente censurabili. Come dire: Vedete quanti siamo disgraziati, quanto si è accanita la sfortuna contro di noi? E avreste ancora il coraggio di puntarci il dito contro, di chiamarci a rendere conto di ciò che abbiamo fatto e di ciò che abbiamo tralasciato di fare? Eh, ma via: dovete essere ben crudeli, se non vi trema il cuore nell’accanirvi contro una generazione come la nostra, che non ha nemmeno gli occhi per piangere. La generazione di Alberto Sordi, di Totò, di Aldo Fabrizi. La generazione che ha scelto a rappresentarla dei personaggi pavidi e cialtroni, disonesti e vigliacchi, che però, in virtù di una loro supposta simpatia, di un mai verificato calore umano, meriterebbe, quanto meno, un certo grado di tolleranza, di clemenza, davanti al giudizio della storia.
    A me, mi ha rovinato la guerra!, esclamava Ettore Petrolini in Gastone: e questo potrebbe essere il motto, lo slogan e la bandiera ufficiale di tutti gl’Italioti, vittimisti e cialtroni, di ieri, di oggi e di sempre. La bandiera miseranda dei figli di mamma, degli eterni bamboccioni, degli Italioti che hanno vissuto sempre di rendita, di ripieghi, di parassitismo sociale, morale e culturale, dall’ultimo poveraccio al più prestigioso degli intellettuali (che, oggi, potrebbe chiamarsi Umberto Eco, o Massimo Cacciari, o Roberto Saviano); tutti accomunati da una nota costante: quella di dire e scrivere sempre le cose che il pubblico si aspetta di sentirsi dire, le cose che sono poltically correct e, quindi, scontate e doverose nel medesimo tempo. Le cose che non occorrerebbe neppure sentirsi dire, tanto sono già nell’aria, tanto sono già patrimonio inconscio dell’intera società, grazie alla preparazione (in linguaggio militare si direbbe: al “fuoco di preparazione”) della pubblicità, dei telefilm, della stampa e dell’insieme del sistema mediatico.
    Premesso doverosamente tutto questo, affermiamo che il reato di tradimento non scompare dal vocabolario, né dalla mappa concettuale delle persone oneste e responsabili, per il solo fatto che di esso si è largamente abusato; e che, perfino nel Paese dove tutti si dicono traditi e lamentano di essere stati ingannati, sedotti e abbandonati (manifestazione paradigmatica di tutto ciò: l’8 settembre del 1943, che dovrebbe assurgere a vera festa nazionale della Repubblica di Pulcinella, nella quale ci è stato dato in sorte di vivere), nondimeno il fatto del tradimento, come la possibilità del tradimento, continuano ad esistere, né scompaiono dalla scena, così come esistono delle cose chiamate giustizia, lealtà, onestà, le cui bandiere sventolano al disopra di tutti i compromessi, le miserie e gli accomodamenti contingenti, propri di questo o quel momento storico.
    E dunque: vi è stata, nella storia dell’Italia contemporanea, una generazione, che, in modo particolarmente evidente e scandaloso, ha tradito: ha tradito se stessa, e ha tradito, di conseguenza, le generazioni successive (oltre che, nella memoria e nell’onore, quelle antecedenti), ed è stata la generazione del boom economico e, poi, del ‘68. Quella che dovrebbe fare mea culpa, e non lo fa.
    Immaginiamo, per pura comodità, di scandire l’arco di un secolo in un ritmo di quattro generazioni, di venticinque anni ciascuna: per il XX secolo, avremo la generazione del 1900, del 1925, del 1950, del 1975. Ciascuna di esse passa la staffetta alla generazione successiva: finché i giovani si trovano un lavoro, si sposano, mettono su casa, hanno dei figli: e la ruota continua (tralasciamo, in questa sede, il piccolo dettaglio che questa rotazione si è spezzata, e che le ultime generazioni, sovente, non si sposano, oppure si sposano fra persone dello stesso sesso; non mettono al mondo dei figli, piuttosto acquistano dei cani; e nemmeno si trovano un lavoro e una casa, facendosi mantenere dai genitori fino a quarant’anni e oltre). Ebbene: l’ultima generazione seria è stata quella dei nati attorno al 1925; quelli che hanno fatto la guerra, o che l’hanno vissuta da giovani, ma non da bambini piccoli. Poi, ci sono state e ci sono semprepersone serie, ma non più generazioni serie. Quella del ’25 è stata l’ultima generazione che ha ricevuto, e a sua volta trasmesso, dei valori forti, improntati alla religione e all’etica della famiglia, del lavoro, del risparmio e dell’onestà. È stata anche l’ultima generazione povera, abituata a convivere con il poco, a uno stile di estrema sobrietà: l’ultima che non ha conosciuto le vacanze estive, che per il viaggio di nozze si accontentava di un soggiorno di due giorni nella città più vicina, o anche di meno: un giro in carrozza sulla piazza del paese, e via. L’ultima che ha conosciuto il fenomeno della emigrazione; l’ultima che ha considerato normale fare dei sacrifici e accontentarsi del necessario; l’ultima che ha avuto un progetto familiare di lunga durata, e che ha affrontato il matrimonio credendo nella verginità, e acquistando a rate la cucina e la camera da letto, rimandando a più tardi tutto il resto. L’ultima che non è mai andata a ballare in discoteca, che non ha conosciuto il consumismo, che non ha conosciuto la tecnologia avanzata. L’ultima che considerava un dovere il rispetto dei genitori e dei vecchi, che ha considerato tutti i bambini come propri figli, che ha venerato la figura del prete e della maestra, che si è lasciata guidare e consigliare da chi aveva più esperienza, nelle piccole e nelle grandi cose. L’ultima che ha creduto nella Patria, nella sua grandezza, nel suo destino, e che è andata a morire con cuore sereno, sulle sabbie del Deserto egiziano occidentale, o nelle steppe gelate della Russia.
    La generazione del 1950 è stata quella che ha tradito. Ha ricevuto dei buoni insegnamenti e soprattutto dei buoni esempi: esempi di coerenza, di laboriosità, di onestà, di perseveranza, di prudenza. Ha visto i nonni e i genitori non fare mai promesse a vanvera, ha imparato che la parola data è sacra, che gli impegni assunti vanno rispettati a qualsiasi costo. Ha visto la dedizione degli adulti, dei preti, degli insegnanti, la sobrietà e il coraggio dei piccoli imprenditori, la tenacia dei commercianti e degli artigiani, la loro scrupolosità, la loro affidabilità; ha visto i grandi campioni sportivi, i ciclisti, conquistare le vittorie con la sola forza dei muscoli e con l’intelligenza, non per i soldi, ma per la gloria. E ha ricevuto una cosa nuova, che prima non c’era: la televisione; la quale, all’inizio, era anche un prezioso strumento di educazione pubblica, e che ha trasmesso a tanti bambini e a tanti adulti il gusto della fantasia, della scoperta di cose nuove, di mondi lontani: si è commossa davanti alle vicende del Conte di Montecristo di Dumas, e a quelle di Renzo e Lucia, poi dei Miserabili di Victor Hugo, dei fratelli Karamazov di Dostoevskij, di David Copperfield di Dickens; ha visto il maestro Manzi insegnare a leggere e a scrivere agli ultimi (ma non rarissimi) analfabeti, e i primi astronauti posare il piede sul suolo della Luna; si è entusiasmata ai mondiali di calcio e alle formidabili “cannonate” del mitico Pelé.
    Questa generazione è stata la prima a uscire dal bisogno, a ignorare l’emigrazione, ad avere dei soldini in tasca fin da bambini, per comperare il gelato, o le celebri figurine Panini, o, più tardi, per acquistare i primi dischi in vinile a 45 giri; è stata la prima a non dover indossare, per forza, la giacca del papà o la gonna della mamma, accorciate e rammendate; la prima alla quale è stato concesso di divertirsi ampiamente, di considerare la scuola il proprio unico impegno, e tenere in ordine la cameretta come il solo dovere, essendo volontaria e facoltativa ogni altra forma di aiuto e collaborazione familiare. Insomma, è stata la prima a ricevere i veleni del consumismo, a gustare i frutti proibiti del boom economico. La prima che ha potuto fare all’amore anche prima del matrimonio, senza doversi nascondere, né vergognare; e la prima ad aver voglia di spendere anche senza guadagnare, o più di quanto guadagnasse. La prima a considerare la religione come un optional, o una tradizione da rispettare sul piano puramente formale; la prima a provare più gusto nel divertirsi che nel lavorare; la prima a ritenersi in diritto di realizzare la felicità privata di ciascun individuo, indipendentemente dagli altri, senza tanto preoccuparsi di quel che pensava o che sperava la propria famiglia; la prima a vergognarsi della povertà, del vestito rammendato, della valigia consumata, della tovaglia frugata, della casa senza comodità, con pochi elettrodomestici; a vergognarsi di non poter andare in vacanza, o di doversi accontentare di pochi giorni in una pensioncina a due stelle; a vergognarsi di non avere l’automobile, o meglio, a non volerci rinunciare assolutamente. È stata anche la prima a promettere senza intenzione di mantenere; a considerare non disonorevole il fatto di farsi mantenere dagli altri, se possibile; a considerare il servizio militare come un odioso attentato alla propria libertà, un sacrificio inutile, una mortificazione assurda. È stata anche l’ultima generazione a prestarlo obbligatoriamente; e la prima che, quando lo faceva, lo disonorava con dei comportamenti incivili nelle ore di libera uscita, tanto che i militari in libera uscita si notavano subito, anche se non indossavano l’uniforme, perché il regolamento consentiva di farlo, e tutti, subito, ne profittarono.
    Questa generazione anfibia, sospesa fra due mondi, fra due secoli, fra due civiltà, si è trovata al bivio: e, pur avendo avuto, come s’è detto, buoni maestri e ottimi esempi, nondimeno ha imboccato, senza esitare, la via peggiore: quella più facile, più scontata, più banale. Ha gettato ogni tradizione nel cestino della carta straccia e si è abbandonata all’ebbrezza del nuovo, con una furia, con una rabbia, come se venisse da chi sa quali sacrifici: mentre sacrifici veri, essa, non ne aveva fatti, e la guerra non l’aveva neanche conosciuta, così come non aveva conosciuto la dura necessità di andare all’estero per buscarsi la pagnotta. Ha imboccato la via peggiore, quella “americana”, quella consumista e cialtrona del “tutto e subito”; e, quel che è ancora peggio, l’ha insegnata alla generazione successiva, quella del 1975. Ha ritenuto suo dovere fare in modo che i propri figli non dovessero fare sacrifici, come se fare sacrifici fosse una cosa brutta; che non dovessero mai affaticarsi troppo, come se faticare fosse un disonore; che non dovessero mai desiderare qualcosa che non potevano raggiungere, come se attendere per conquistarsi le cose fosse una sofferenza intollerabile. Essa aveva gli strumenti per fare delle scelte ragionate, per accogliere alcuni aspetti del nuovo stile di vita, e conservarne altri del vecchio; per riconoscere quel che di valido c’era nella filosofia dei nonni e dei genitori, quel che meritava di essere conservato, quei valori che non tramontano, perché sono perenni: ma non lo ha fatto. Ha bruciato tutto quanto nella stufa, come per liberarsi di un brutto ricordo. La generazione degli urbanisti e degli architetti nati intorno al 1950 è quella che ha distrutto milioni di cose belle, di vecchi edifici che si potevano restaurare, di piazze e di quartieri che erano anche luoghi di autentica socialità; e, al loro posto, ha tirato su milioni di non-luoghi, di svincoli autostradali, di centri commerciali, di grattacieli e discoteche, di chiese ultramoderne e di villette a schiera monotone e banali. E la stessa ignoranza culturale, lo stesso utilitarismo brutale, la stessa povertà umana, l’hanno mostrata gli scrittori, i registi, i filosofi, i pittori, gli scultori, gli autori e interpreti di musica moderna, e via dicendo: è stata una generale fuga dei chierici dalle loro responsabilità, dal loro dovere di bilanciare passato e presente, tradizione e progresso. Hanno imbruttito l’Italia nel giro di pochissimi anni, in maniera irreparabile: hanno cementificato le spiagge, distrutto le foreste, tirato su ecomostri, costruito funivie sulle montagne più belle, alberghi e condomini sulle spiagge più romantiche. E con gli scarichi delle fogne che andavano direttamente in mare: perché spendere tempo e soldi in qualcosa che riguarda “solo” l’ambiente e la salute? Molto meglio seguire l’invito, sempre attuale, di Luigi Filippo: Arricchitevi!
    E non è ancora finita. La generazione del 1950 è stata quella che ha fatto il ’68; ha avuto anche questo vanto: di sputare nel piatto ove mangiava. Di disonorare il padre e la madre, e di giocare alla rivoluzione coi soldi di papà. Di deridere e insultare la cultura, proclamare il diritto al “sei” politico, cioè all’ignoranza istituzionalizzata e all’odio contro il merito. Da quella generazione sono usciti gli anni di piombo; e, cosa ancor più grave, per gli effetti a lungo termine, sono usciti medici, dentisti, ingegneri, architetti, avvocati, professori, tecnici e progettisti segnati da una ignoranza colossale, pari soltanto alla loro presunzione. Grazie ad essa, l’Italia è precipitata agli ultimi posti nelle professioni, nell’industria, nella ricerca, nell’università, mentre era fra i primissimi. Chi vorrebbe venire a studiare, o farsi curare, o anche solo investire in Italia? Grazie, dunque, omuncoli del ’50…
    FASCISMO MESSIANICO E DISTRUTTORE. PER UN MONDIALISMO FASCISTA.

    "NELLA MIA TOMBA NON OCCORRE SCRIVERE ALCUN NOME! SE DOVRO' MORIRE, LO FARO' NEL DESERTO, IN MEZZO ALLE BATTAGLIE." Ken il Guerriero, cap. 27. fumetto.

 

 

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