<< L'ora dell'Europa tornerà. Tornerà quando sarà venuta l'ora del coraggio e quella della volontà. Non siamo soltanto una terra di studiosi o di ingegnieri, siamo anche una terra d'uomini. Le nostre sconfitte e le nostre rovine piantano nel nostro suolo, come Cadmo, le pietre da cui sorge una razza nuova. Sì, noi amiamo la forza, la battaglia e la morte degli eroi, sì, siamo una razza di conquistatori. Quando eravamo bambini, da un capo all'altro d'Europa, nei nostri licei tutti uguali, ci hanno narrato le belle storie che sono le storie del nostro popolo; tutti noi abbiamo imparato ad ammirare quel ragazzo di Sparta che si lasciava rodere il ventre da una volpe senza gridare, e c'è anche stato insegnato che nella battaglia di Azincourt un cavaliere morente si batteva ancora gridando: "Bevi il tuo sangue, Beaumanoir!". Questo grido l'abbiamo scritto nei nostri cuori, come se fosse il nostro proprio motto. Tutta la nostra storia è piena di piccoli Sigfrido. Questi dèi li portiamo in noi. Qualche volta disfatta e menzogna possono farci vaccillare, ma noi portiamo sempre quella piccola immagine in fondo a noi stessi, e un giorno essa rinasce. Per questo noi diciamo che la maggiore qualità degli uomini è il coraggio. Per questo pensiamo, come gli uomini di tutti i tempi, come gli uomini delle antiche tribù, che l'uomo è prima di tutto un soldato. E prima di tutto, per formare la corona dell'uomo, si mettono non le qualità di cittadino, ma le qualità del soldato: la lealtà, il rispetto per la parola data, la disciplina e la più alta, la più antica, la più bella di tutte, la fedeltà. Vedete, non si insegna invano ai ragazzini d'Europa la battaglia delle Termopili. Siamo tutti di Sparta [...]. Facciamo poco caso delle virtù civiche.[...] Lasciateci in pace con le ciarle di Atene. Guai alle bocche che lodano e biasimano la stessa cosa. A noi piac e un uomo che dica quel che è e vi si attenga. Stimiamo chi ha una fede e non rinnega questa fede, anche se è nostro avversario [...]. Noi dobbiamo batterci costantemente per restare uomini liberi. Le virtù dei soldati sono adesso virtù di tutti i giorni. Voi volete combattere il comunismo. Allora, dovete sapere che la forza del comunismo sta in quegli uomini che si sono dati interi al loro ideale, che mettono al servizio del proprio partito tuti gli istanti della loro vita e, se occorre, la vita stessa e che nel vocabolario della politica sono indicati con una parola che vuol dire soldato: "militanti". [...] E vogliamo anche che gli uomini spesso ammirabili che oggi servono il partito comunista siano domani i nostri camerati e che capiscano la grandezza e la giustizia del nostro ideale nazionale di europei. Vogliamo uomini che siano duri e vogliamo anche che siano diffidenti. Vogliamo uomini che confessino la verità e vogliamo anche che sappiano riconoscere e disprezzare i falsi profeti. Vogliamo anche che sappiano ascoltare e pensare, e non temiamo il loro sguardo. Non vogliamo che siano sprezzanti. Vogliamo che il loro sangue sia il sangue fedele del guerrirero, vogliamo che siano spietati contro l'errore e la malafede, e vogliamo anche che siano dolci coi deboli come lo sono i forti. Vogliamo che sappiano soffrire. Non li invitiamo nè ad arricchirsi, nè a godere, li chiamiamo per le prove e per le persecuzioni. Non offriamo loro altro destino. Quando l'Europa avrà visto spuntare questo raccolto, quando nei nostri paesi d'Occidente alcune centiania di migliaia di giovani senza macchia e senza paura, innamorati della giustizia e dell'indipendenza, allora non temerete più il comunismo, noi avremo fatto dell'Europa una cittadella imprendibile. Ma, per questo, bisogna ridestare i morti che sono in noi. Infatti, i nostri popoli d'Europa furono questi uomini; e furono uomini simili a questi di cui vi parlo che hanno fatto la nostra storia. [...] Un tempo erano chiamati Cavalieri. E nel linguaggio del loro tempo si diceva loro quello che io ho detto adesso nel linguaggio nostro. Poi si consegnava loro una spada. La spada, simile alla croce di Cristo, era il simbolo del loro coraggio e della loro rettitudine, essa insegnava che il sangue non deve decadere, ed era nel medesimo tempo, e proprio per questo, il simbolo della vocazione cristiana. Non veniva in mente a nessuno, in quei tempi, di dire loro che il giuramento prestato non si accordava col personalismo delle riviste benpensanti. Sono questi uomini che hanno fatto la nostra terra, questa Europa di un tempo coi confini che conoscete. Non erano tutti santi, nè teneri agnelli. Bevevano vino schietto, bestemmiavano con forza, picchiavano forte e passavano gran parte del loro tempo a cacciare col falco o a giocare a palla; ma erano esempi, incarnavano un pensiero giusto e forte. Anche se non erano buoni cavalieri, anche se personalmente erano cavalieri felloni o indegni, vi era al di sopra di loro, e questo era l'essenziale, la nozione della cavalleria, il rispetto del giuramento e della spada, il culto dell'onore e della fedeltà. E' per via di loro, anche se furono indegni, anche se in verità questa figura fu pura illusione, che i culi terrosi, i servi e gli strascina, seppero condursi da uomini e di tanto in tanto anche loro, nella storia dei nostri popoli, seppero, simili ai loro signori, che cosa significhi agire bene.>>
Tratto da "L'Uovo di Colombo", di Maurice Bardechè.




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