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Discussione: Gli orrori del colonialismo italiano in Etiopia

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    Montagnardo
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    Predefinito Gli orrori del colonialismo italiano in Etiopia

    VICE News

    Tra pochi giorni ricorrerà il 120esimo anniversario della
    battaglia di Adua, momento culminante della guerra d'Abissinia, in cui l'esercito italiano venne sconfitto dalle truppe del negus d'Etiopia Menelik II. Se da una parte la sconfitta di Adua arrestò per molti anni le ambizioni coloniali del nostro paese, dall'altra proprio il suo ricordo e il desiderio di vendicarla contribuirono non poco a rinfocolare quelle stesse ambizioni in un periodo successivo, quello del colonialismo fascista in Africa Orientale.

    Come già avvenuto in Libia, anche in Etiopia la dominazione italiana si distinse per la sua durezza e per le atrocità compiute nel tentativo di stroncare la guerriglia indipendentista delle popolazioni locali che resistevano all'occupazione. Del resto, a eseguire materialmente la repressione in Etiopia furono le stesse persone che già se n'erano occupate in Libia. Un esempio abbastanza eloquente di questo è il massacro di Debre Libanos, avvenuto nel 1937, in cui in risposta a un attentato vennero sterminati tutti i monaci del principale monastero copto etiope—con un bilancio che va da circa 500 a oltre 1.600 vittime.

    "Nessuno ha mai osato tanto: nessuna potenza coloniale, nella storia pur tragica del colonialismo, si è mai macchiata di una simile colpa," ha detto Angelo Del Boca, il massimo storico del colonialismo italiano, parlando di quell'episodio. Eppure, il ricordo di quella strage così come quello dei crimini coloniali italiani è sempre stato sopito e rimosso, tanto che è stato persino possibile che venisse eretto un monumento alla memoria del suo principale esecutore.

    Di tutti questi argomenti si occupa If Only I Were That Warrior, un documentario girato tra l'Italia e l'Etiopia che cerca di raccontare, ricostruire e approfondire l'eredità storica del colonialismo italiano in Africa. Presentato in anteprima mondiale al Festival dei Popoli di Firenze lo scorso novembre, il documentario ha riscosso un grande successo e al momento è in tour in giro per il mondo. Ho parlato con il regista Valerio Ciriaci del colonialismo italiano e del perché a distanza di un secolo l'Italia non è ancora riuscita a fare i conti con il suo passato.



    VICE: Il tuo documentario prende le mosse da un episodio di cronaca: la costruzione del sacrario di Affile in onore di Rodolfo Graziani nel 2012. Perché hai scelto proprio questo punto di partenza?
    Valerio Ciriaci: Quando nel 2012 è stato inaugurato ad Affile il monumento al gerarca fascista Rodolfo Graziani la notizia ha fatto subito il giro del mondo, visto che Graziani è tristemente famoso per i crimini di guerra che ha commesso in Libia ed Etiopia e per la sua attiva e mai rinnegata partecipazione alla Repubblica di Salò. In Italia ne avevano parlato alcuni giornali, ma a dare l'allarme erano state più che altro testate internazionali come il New York Times, El País e la BBC.

    In quel periodo io vivevo a New York e sentendo parlare della questione ho deciso di andare a una conferenza sul tema organizzata dal Centro Primo Levi. In quell'occasione ho visto per la prima volta la furiosa indignazione di alcuni membri della comunità etiope presenti all'incontro, le cui testimonianze riportavano alla luce le atrocità italiane in Etiopia e mi hanno fatto capire quanto poco si sappia delle guerre coloniali italiane, le cui conseguenze si vedono ancora oggi.

    Il fatto che si parta proprio da qui è interessante, perché la figura di Graziani è abbastanza emblematica della rimozione dei crimini di guerra italiani dalla nostra memoria storica. Com'è stato possibile secondo te?
    La rimozione è uno dei temi principali del film. Sicuramente, in parte ciò è avvenuto perché non si sono mai tenuti processi per i crimini commessi durante l'invasione e la successiva occupazione dell'Etiopia. Per citare Del Boca, il massimo storico del colonialismo italiano, non c'è mai stata una "Norimberga d'Africa." Per questo personaggi come Graziani non solo hanno scontato pochi mesi di carcere ma spesso si sono ricostruiti una nuova immagine, arrivando spesso anche a ricoprire cariche pubbliche nel dopoguerra.

    In parte poi è stato perché in Italia la transizione da regime fascista a Repubblica democratica è stata debole e ambigua. Guido Cortese, ad esempio, capo del partito fascista ad Addis Abeba e diretto responsabile di un brutale massacro ai danni della popolazione civile di quella città, è diventato poi Sottosegretario di Stato alle Finanze nel Governo Scelba. E anche lo stesso Graziani nel dopoguerra ha vissuto ad Affile dove ha lavorato come dirigente dell'MSI, un partito che si rifaceva ai vecchi valori del fascismo.

    E questa rimozione ha portato anche a vedere la colonizzazione italiana come "buona" o diversa da quella delle altre potenze europee, nonostante i fatti provino il contrario. Vedi ad esempio il mito degli "italiani brava gente."
    In realtà questo mito risale già al primo dopoguerra, ma si è diffuso ed è diventato plausibile per via della debolezza e dell'ambiguità con cui l'Italia ha fatto i conti con il fascismo. Nell'assenza di un processo che rendesse pubblici i fatti realmente accaduti, è venuta a mancare un'indagine seria su quelle atrocità e di conseguenza anche una reale ammissione di colpevolezza da parte dello stato italiano.

    Molti dei documenti che attestavano i crimini di guerra italiani, ad esempio, sono stati desecretati solo di recente e per decenni molte di quelle stragi sono state volutamente occultate. In questo modo le forze revisioniste hanno potuto creare questo mito, appunto, un'interpretazione di comodo ma assolutamente falsa, che ha attecchito profondamente nella coscienza collettiva degli italiani. Tant'è che ancora oggi vicende come quelle di Affile non sono un caso isolato.

    Tornando al documentario, è stato difficile mettere insieme il materiale e le testimonianze?
    È stato un percorso lungo, che ha richiesto molto lavoro di ricerca. Il documentario contiene molto materiale d'archivio, che proviene principalmente dall'Archivio Centrale dello Stato—dove ho avuto accesso al Fondo Graziani, una raccolta di documenti e fotografie che segue la carriera di Rodolfo Graziani dalla prima guerra mondiale fino alla Repubblica Sociale. Molte di queste immagini non erano mai state pubblicate né utilizzate in un documentario: io le ho usate per ricostruire il contesto storico dell'occupazione dell'Etiopia.

    Per raccontare invece le stragi di Addis Abeba e Debre Libanos, avvenute nel 1937, ho deciso di intervistare lo scrittore Ian Campbell, che è considerato il maggior esperto sull'argomento. Sono anche stato di persona a Debre Libanos, dove ho filmato la testimonianza di uno dei pochi testimoni oculari di quel massacro ancora in vita.

    In totale, quando è cominciato il montaggio mi sono ritrovato ad avere circa 100 ore di girato. Molte interviste, molti personaggi e molte immagini d'archivio sono quindi state escluse. In futuro mi piacerebbe estendere questo progetto e utilizzare tutto quel materiale che per motivi di tempo è rimasto fuori dal documentario finito.

    Quanto a lungo hai lavorato a questo progetto e dove ti ha portato?
    La realizzazione del film è durata circa tre anni e mi ha portato a viaggiare in tre diversi contenti. Le riprese in Etiopia sono state realizzate ad Addis Abeba, a Debre Libanos e nella regione del Tigray, teatro di diverse battaglie tra cui quelle dell'Amba Aradam e dell'Amba Alagi. In Italia ho girato a Roma, a Predappio e ovviamente ad Affile.

    È stata una vera e propria impresa, abbiamo viaggiato con una telecamera a mano attraverso un sacco di luoghi e tempi e questo mi ha insegnato un sacco di cose anche dal punto di vista tecnico e logistico—non è facile pianificare un progetto di questo tipo, che si muove tra diversi continenti e diverse generazioni seguendo flussi migratori e storie familiari. Senza contare poi l'esperienza umana data dal confrontarsi con persone che non avrei potuto incontrare al di fuori di questo contesto.

    Che reazioni sta ottenendo il documentario?
    L'accoglienza è stata molto buona. Dopo l'anteprima mondiale al Festival dei Popoli di Firenze, ho ricevuto tante richieste per organizzare proiezioni sia in Italia che negli Stati Uniti. C'è tanto interesse, soprattutto nel mondo accademico, e spesso ricevo richieste da parte di professori che vogliono portare il film nelle proprie aule per utilizzarlo a fini educativi.

    Quali sono gli interrogativi di fondo a cui volevi rispondere con questo progetto?
    Penso che l'interrogativo principale sia stato, "Com'è possibile che in uno stato che per Costituzione condanna il fascismo si possa costruire, usando fondi pubblici, un monumento a un gerarca fascista come il sacrario di Affile?" So che può sembrare una domanda scontata, ma durante la produzione del film ho capito che non lo era affatto.

    In qualche modo, penso di aver trovato una risposta a questa domanda. Anche se l'obiettivo principale del film non è offrire una risposta definitiva e unica, ma dare adito a nuove domande. Si tratta di un tentativo di aprire una discussione finalmente aperta e trasparente sul tema del colonialismo italiano, discussione che fino ad oggi è mancata.

    Secondo te, perché a distanza di così tanti anni l'Italia non è ancora riuscita ad accettare i suoi trascorsi coloniali?
    È una domanda complessa, a cui è davvero difficile trovare una risposta univoca. Posso solo dirti che l'insieme di questi interrogativi è il flusso concettuale che connette tutte le parti del film. Probabilmente prima di passare attraverso l'accettazione di questi fatti storici è necessario un processo di analisi e interpretazione che ancora non è arrivato, e un processo di maturazione che ancora non c'è stato. È proprio per contribuire a questo che ho deciso di realizzare il documentario.

    •   Alt 

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  2. #2
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    Predefinito Re: Gli orrori del colonialismo italiano in Etiopia

    Ma che è sta robba????????
    Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti.
    Eraclito


    VUOI SAPERE COS'E' L'ANTIFASCISMO? E' non avere cura del Creato, disboscando, inquinando, cementificando tutto nel nome dello Sviluppo.

  3. #3
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    Predefinito Re: Gli orrori del colonialismo italiano in Etiopia

    Beh, hanno avuto ampiamente modo di rimpiangere Graziani e l'unico Savoia sano della famiglia mentre schiattavano di fame e l'imperatore dava chili di carne ogni giorno alle sue tigri in quel di Addis Abeba.
    Con un decreto speciale / è stata abolita la lingua del mio paese / sostituita da una nuova / tutto quello che finora avevo scritto / si considera non tradotto.

  4. #4
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    Predefinito Re: Gli orrori del colonialismo italiano in Etiopia

    Crimini di guerra

    Sito su tutti i crimini di guerra italiani.

    http://www.criminidiguerra.it/immagini.shtml (Galleria di immagini del vero volto del colonialismo fascista)
    Io ho fondato la mia causa sul nulla.

  5. #5
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    Predefinito Re: Gli orrori del colonialismo italiano in Etiopia

    Citazione Originariamente Scritto da Mister K Visualizza Messaggio
    Crimini di guerra

    Sito su tutti i crimini di guerra italiani.

    Crimini di guerra (Galleria di immagini del vero volto del colonialismo fascista)
    Ahhhhhhh, allora!!!!
    Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti.
    Eraclito


    VUOI SAPERE COS'E' L'ANTIFASCISMO? E' non avere cura del Creato, disboscando, inquinando, cementificando tutto nel nome dello Sviluppo.

  6. #6
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    Predefinito Re: Gli orrori del colonialismo italiano in Etiopia

    Citazione Originariamente Scritto da Ringhio Visualizza Messaggio
    Ahhhhhhh, allora!!!!
    Sul colonialismo non è Renzo De Felice lo storico maggiore, ma Angelo Del Boca.

  7. #7
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    Predefinito Re: Gli orrori del colonialismo italiano in Etiopia

    Citazione Originariamente Scritto da Mister K Visualizza Messaggio
    Sul colonialismo non è Renzo De Felice lo storico maggiore, ma Angelo Del Boca.
    Quale questo Angelo DEL BOCA:

    Angelo Del Boca e la “sua” Africa

    di Francesco Lamendola del 12-11-2015
    Il giornalista e storico Angelo Del Boca (nato a Novara nel 1925) si è fatto un nome come africanista; anzi, grazie alla pubblicazione di opere poderose, come «Gli italiani in Africa orientale», in quattro volumi, e «Gli italiani in Libia», in due volumi, da parte di una grossa casa editrice, è da molti considerato come il nostro maggiore africanista, o meglio, come il massimo esperto del colonialismo italiano in Africa.
    Non vogliamo qui discutere se una tale opinione sia giustificata o no; quel che vogliamo discutere è se uno studioso, che si autodefinisce “anticolonialista” e che del proprio anticolonialismo ha fatto una bandiera ideologica, possieda l’equilibrio e la serenità necessari per occuparsi in maniera veramente proficua e oggettiva, sine ira et studio, della materia in questione. Il colonialismo è stato un fenomeno complesso: definirsi anti-colonialisti significa ridurre la complessità a semplicità, la molteplicità a unità, per poter condannare in blocco l’intero fenomeno; il che è storiograficamente scorretto, o, quanto meno, fazioso.
    Un esempio della faziosità di Del Boca, che non riesce mai a vedere la benché minima luce nel colonialismo in generale, e in quello italiano in particolare, fino a voler demolire a picconate il mito degli “Italiani brava gente” (e scivolando, senza avvedersene, sulla buccia di banana del mito opposto e speculare: di un colonialismo italiano tutto e solamente brutto e cattivo), è stato offerto dalla polemica a distanza con la studiosa Federica Saini Fasanotti, la quale fece notare che, se gli Italiani avevano adoperato, in Etiopia, i gas asfissianti, come Del Boca aveva più e più volte ricordato, gli Abissini delle bande irregolari avevano condotto una guerriglia estremamente crudele, anche contro i civili italiani: e ciò non per “sminuire” le responsabilità del nostro colonialismo, ma per collocare i fatti all’interno di un contesto più articolato e realistico di quanto, altrimenti, non potrebbe sembrare. Ebbene Del Boca rispose, a chi gli faceva notare che anche gli Abissini si erano macchiati di atrocità, che il suo compito di storico era quello di puntare il dito contro i crimini italiani, dal momento che era stata l’Italia ad aggredire l’Etiopia: e ciascuno può giudicare da sé, crediamo, quale valore abbiamo simili argomentazioni, sul piano di una ricerca storica rigorosa ed imparziale, non asservita ad una tesi ideologica precostituita.
    Per capire meglio l’uomo, oltre che lo studioso, ci rivolgiamo all’opera cui Del Boca ha consegnato l’insieme dei suoi ricordi, dall’infanzia ai giorni nostri, passando attraverso la guerra civile (in cui egli militò fra i partigiani, dopo aver disertato dalla divisione alpina “Monterosa” della Repubblica Sociale Italiana), ai grandi viaggi e servizi giornalistici in giro per il mondo, alle interviste con uomini di stato, specialmente del Terzo Mondo, alla sua attività di storico. Si tratta di un libro di 570 pagine, pubblicato nel 2008 dall’editore Neri Pozza di Vicenza.
    «Il mio Novecento» è il titolo che il Nostro ha scelto, non troppo modestamente, per la sua monumentale autobiografia, concepita come un monumento a se stesso e smaccatamente auto-celebrativa. La stessa mole dell’opera la dice lunga sulla capacità dell’autore di spogliarsi, anche solo per un attimo, del proprio ego debordante: come quegli scrittori di seconda fila che, nel raccogliere (o progettare) la loro opera omnia, non sanno staccarsi nemmeno da un foglio che abbiano scritto, magari a quindici ani; che ritengono tutto buono e bello e meritevole di attenzione ciò che hanno scritto, dalla prima all’ultima riga; che, insomma, non possiedono neppure un’ombra di coscienza autocritica, e nemmeno provano a svilupparla, Del Boca accatasta i materiali e le epoche della sua vita senza mai fare un’ombra di ammenda, senza mai dubitare della assoluta giustezza delle proprie scelte, sempre e comunque.
    Della sua opera di storico fa un bilancio trionfalistico: elenca il numero dei libri pubblicati e perfino dei testi inediti; sciorina puntigliosamente gli articoli, i testi delle conferenze e tutto quanto è mai passato dalle sue mani, anche sotto forma di collaborazione a volumi scritti a più mani; conta il numero delle pagine edite complessive (circa 2.500: il che, sia detto fra parentesi, non è proprio un record, pur essendo una quantità rispettabile). Circa la qualità dei propri libri, dice, testualmente (pag. 433): «penso che facciano fede le centinaia di recensioni, per la maggior parte favorevoli, e la buona, in qualche caso eccellente, vendita dei miei libri». Un argomento molto fine e molto scientifico, oltre che indice di particolare modestia: ho venduto un sacco di copie, cosa volete: il successo parla da solo. Ottimo ragionamento e particolarmente coerente, da parte di uno studioso che si è sempre detto di sinistra e avverso al capitalismo. Ma, quando si tratta di magnificare sé stesso, Del Boca non conosce pudore: come quando afferma che la sua “vena creativa” non si è inaridita, né ha subito alcun rallentamento, né quando vi fu il tremendo attacco alle Twin Towers di New York, né quando Silvio Berlusconi vinse le elezioni politiche. Come dire: vedete che roccia che sono? Non mi abbatto se viene giù mezzo mondo; non mi piego se vince le elezioni lo schieramento politico che considero mio nemico. L’eroismo del sublime.
    La sua autobiografia diventa anche un’occasione per consumare qualche piccola vendetta: cita per nome e cognome i professori che gli negarono una cattedra universitaria ordinaria, dicendosi convinto che l’avrebbe meritata più di altri, che invece l’hanno avuta; rivendica la propria eccellenza di studioso. Si toglie anche parecchi sassolini dalle scarpe, già a partire dalla propria giovinezza: Cita per nome e cognome una sua professoressa di liceo (della quale un freudiano direbbe che era innamorato cotto), la quale, dopo l’8 settembre del 1943, ebbe il torto imperdonabile, secondo lui, di non aver capito la sua scelta di eludere la chiamata alle armi della Repubblica Sociale: la accusa, a tanti anni di distanza, di insensibilità nei suoi personali riguardi, nonché di fanatismo ideologico. Tanto vale che la nominiamo anche noi:si tratta di Cirilla Fortunato, moglie dell’avvocato Andrea Fortunato, grande invalido di guerra (quella del 1915-18) e pubblico accusatore di Ciano, De Bono, Marinelli e gli altri al processo di Verona del 1944. Del Boca spinge la sua perfidia di ex alunno deluso sino ad affermare di aver riconosciuto, nello stile della requisitoria di Andrea Fortunato, lo zampino della moglie: con il fiuto di un segugio, ma con la correttezza di un elefante in un negozio di porcellana, accusa la sua amata ex professoressa di aver tornito con i suoi svolazzi letterari quel tremendo documento, che condusse Ciano e compagni davanti al plotone d’esecuzione. Quando si dice la gratitudine e la sensibilità di un ex allievo nei confronti del suo vecchio insegnante, dal quale egli stesso afferma di avere ricevuto non poco.
    La scelta dei titoli dei capitoli è tutta una programma. “Una, dieci, cento battaglie”, ricorda uno slogan stupido (e a volte criminale) del movimento studentesco; “La mia Africa” rievoca, sempre con pochissima modestia – come, del resto, il titolo dell’intero libro – un film anche troppo famoso, tratto dal romanzo di Karen Blixen; in un altro ancora, egli esalta i suoi “amici” preti, lui non credente. Chi siano questi amici, è presto detto: Ernesto Balducci, Lorenzo Milani, Enzo Bianchi, Alex Zanotelli. Dice di averli ammirati perché “diversi” e un po’ eretici, in polemica con la gerarchia, insomma indisciplinati o ribelli: per questo gli piacciono, per questo li stima. Non gli viene neppure lontanamente in testa, come non viene in testa a nessun intellettuale di sinistra, che, dopotutto, forse è meglio uno che la pensa in altro modo, ma con coerenza e fedeltà rispetto alla propria tradizione e alla propria istituzione di riferimento; e che, invece di dialogare solo con quei preti e quei cattolici che parlano sempre male della loro Chiesa e del loro papa, e che ostentano idee diverse da quelle del cattolicesimo in numerosi ambiti, dall’etica alla dottrina sociale, forse sarebbe preferibile dialogare, sia pure da leali avversari, con quelli che portano avanti la propria identità, senza vergognarsene, senza complessi d’inferiorità, ma con fierezza e a testa alta.
    L’auto-incensamento di Del Boca si conclude con l’ultimo capitolo, intitolato, pavesianamente, “Lavorare non stanca”, nel quale, ricordando che il suo primo romanzo, sempre inedito, lo scrisse all’età di sedici anni, sono circa settant’anni che egli martella sulla macchina da scrivere, con ammirevole tenacia e spirito di abnegazione.
    Questo è l’uomo, questo lo specchio nel quale egli si riflette. Il lettore dell’autobiografia potrebbe anche mandar giù quel mattone, nella speranza di trovare qualche giudizio acuto e interessante sui personaggi storici incontrati dall’Autore nel corso della sua lunga vita: ma la delusione, a questo proposito, è enorme, e fin dai primi capitoli. Quando descrive il suo secondo faccia a faccia con Mussolini, nel 1944, venuto a salutare la divisione “Monterosa” in procinto di rientrare in patria per andare a combattere, dice di essere rimasto colpito dalla sua stanchezza, dal suo evidente esaurimento, che ne facevano l’ombra dell’uomo di un tempo, il condottiero pieno di vigore e di entusiasmo. Bella scoperta: ci voleva un genio per fare una simile osservazione. Eppure quel vecchio stanco e malato fu ancora capace, nel dicembre di quell’anno, di elettrizzare una folla enorme con il suo ultimo discorso pubblico, al Teatro Lirico di Milano. La città era affamata, infreddolita, martoriata dalle bombe dei “liberatori” anglo-americani; eppure il Duce la percorse tutta, da un capo all’altro, in automobile, con pochissima scorta: e nessun fischio gli venne lanciato contro, nessun partigiano osò mettere fuori il naso per attraversargli la strada. Questo, Del Boca non lo dice: è tipico del suo metodo storico. Usa quel che conviene alla sua tesi precostituita, ignora quel che gli dà fastidio. In questo modo, i conti gli tornano sempre.
    Le espressioni di lode a se stesso, di compiacimento, di narcisismo, sono talmente frequenti, nel corso del libro, da risultare, alla lunga, decisamente stucchevoli. Ci si chiede dove trovi tutta quella mancanza di pudore: la si direbbe quasi innocenza. L’innocenza del bambino viziato, abituato ad avere sempre l’ultima parola, perché tutti gli hanno sempre dato ragione. Si vanta di non aver mai subito una denuncia e ne ricava la conclusione che, come storico, deve essere stato una perla di scrupolo e di obiettività. E tuttavia si professa uno storico militante, visto che se la prende con il revisionismo storico di cui Gianpaolo Pansa si è fatto portavoce. Poverino: non sa nemmeno che Pansa è arrivato a cose fatte e che ha sfruttato l’opera di alcuni studiosi, oggi meno noti al grande pubblico, i quali, per primi, agirono come navi rompighiaccio contro la banchisa dei pregiudizi filo-resistenziali, la quale per quasi settant’anni ha permesso agli studiosi “progressisti” e “antifascisti” di scrivere la storia della guerra civile come meglio hanno voluto, trionfalisticamente, senza contraddittorio. Citiamo, fra essi, l’ex parlamentare Antonio Serena, che ruppe il ghiaccio, appunto, con un libro pilota come «I giorni di Caino». Si vede che Del Boca è solito fare come con se stesso: guarda al numero delle copie vendute per decidere chi vada preso sul serio, e chi no.
    Se dovessimo consigliare i libri di uno storico del colonialismo italiano ad uno studente desideroso di approfondire l’argomento, non gli consiglieremmo quelli di Del Boca. Sono scritti in maniera politicamente corretta: anche troppo. Fanno piovere sul bagnato. Siccome oggi è di moda, anzi, è assolutamente obbligatorio, dire tutto il male possibile del colonialismo italiano, da Crispi a Giolitti, da Salandra a Mussolini, senza distinguo, senza mai guardare l’altra faccia della medaglia, neppure una sola volta, allora anche Del Boca dice tutto il male possibile di esso. Troppo comodo, troppo facile; e, soprattutto, troppo ideologico. Va bene per scrivere la storia di parte, stile Editori Riuniti o Feltrinelli. Il fatto che le maggiori opere sull’Africa, Del Boca le abbia pubblicate con un grosso editore nazionale, depone mestamente a favore della tesi che, ormai, non ci sono più quasi editori veramente liberi e anticonformisti, nel nostro Paese. Quando mancano i fatti, si ricorre al processo alle intenzioni: l’importante è sostenere la tesi generale che i colonialisti erano, sempre, tutti brutti e cattivi, e le popolazioni indigene, sempre buone e innocenti.
    Questo è precisamente il procedimento ideologico, non storico e non attendibile, con il quale si è preteso di creare il mito della Resistenza, e, in parte, anche quello del Risorgimento. Per la storia italiana del XIX e del XX secolo, in effetti, la Vulgata culturale dominante non ha niente di meglio da offrirci che un insieme di mitologie. Se qualcuno osa metterle in dubbio, compie un atto di lesa maestà. Dire che, nell’incidente di Ual Ual, la responsabilità italiana non è provata, più di quanto lo sia la responsabilità abissina, ha il sapore di una bestemmia; così come ha il sapore di una bestemmia, per esempio (ed uscendo dall’ambito della storia italiana) ricordare che Danzica era una città nettamente tedesca, e che la sua rivendicazione da parte della Germania, nel 1939, non era affatto “hitleriana” (cfr. i nostri articoli: «C’era qualcosa di sbagliato nel colonialismo italiano?», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 09/03/2010; «Siamo proprio sicuri che, nel 1935, fu l’Italia ad aggredire deliberatamente l’Etiopia?», il 07/06/2011; «Il Corridoio di Danzica fu creato dagli Alleati proprio per rendere inevitabile un nuovo conflitto?», il 10/01/2011; e «Non occorreva certo essere nazisti per dire che Danzica era una città tedesca», il 15/10/2013). Eppur si muove…
    Francesco Lamendola
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    Eraclito


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  8. #8
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    Predefinito Re: Gli orrori del colonialismo italiano in Etiopia

    Fate ride, robba che se io utilizzassi un fascista come storico, solo per questo, al di la del contenuto dei suo testi, mi fareste a pezzi, voi invece candidamente, scrivete che questo tipo, un partigiano, antifascista, militante, sia il maggiore esperto di colonialismo italiano??
    Fate ride, voi e lui, ha addirittura ammesso di essere di parte e di aver evidenziato i crimini italiani a scapito di quelli degli indigeni.
    Mi avete rotto propio le palle, va!
    Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti.
    Eraclito


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  9. #9
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    Predefinito Re: Gli orrori del colonialismo italiano in Etiopia

    Citazione Originariamente Scritto da Ringhio Visualizza Messaggio
    Quale questo Angelo DEL BOCA:

    Angelo Del Boca e la “sua” Africa

    Francesco Lamendola
    Tu vorresti confutare Del Boca con questo signor Lamendola?come se questo egregio signore fosse un imparziale e non il solito ideologizzato che trova spazio in siti e giornali con un ben preciso orientamento ideologico?
    Citazione Originariamente Scritto da Ringhio Visualizza Messaggio
    Fate ride, robba che se io utilizzassi un fascista come storico, solo per questo, al di la del contenuto dei suo testi, mi fareste a pezzi, voi invece candidamente, scrivete che questo tipo, un partigiano, antifascista, militante, sia il maggiore esperto di colonialismo italiano??
    Fate ride, voi e lui, ha addirittura ammesso di essere di parte e di aver evidenziato i crimini italiani a scapito di quelli degli indigeni.
    Mi avete rotto propio le palle, va!

    Fai ben peggio, confuti uno storico prendendo a prestito ridicoli articoli di un insegnante delle scuole superiori...
    Keynez likes this.

  10. #10
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    Predefinito Re: Gli orrori del colonialismo italiano in Etiopia

    Citazione Originariamente Scritto da Josef Scveik Visualizza Messaggio
    Tu vorresti confutare Del Boca con questo signor Lamendola?come se questo egregio signore fosse un imparziale e non il solito ideologizzato che trova spazio in siti e giornali con un ben preciso orientamento ideologico?

    Riporta per intero i miei post!
    Fammi sto cazzo di favore!
    Grazie.
    DEL BOCA è di parte e quindi non puoi chiamarlo assolutamente storico e soprattutto storico di riferimento per il colonialismo italiano, sei tu che continui a definirlo storico, tu e quelli come te, che ovviamente hanno letto poco di storia coloniale italiana.
    Se vale per me, deve valere anche per voi, a parte che uno così non è considerato attendibile da nessuno. L'insegnante delle scuole superiori è laureato, e gli articoli sono ridicoli per te, vai a vedere che laurea l'insegnante che scrive articoli ridicoli, quando non sai come fare passi al dileggio alla derisione e al disprezzo.
    Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti.
    Eraclito


    VUOI SAPERE COS'E' L'ANTIFASCISMO? E' non avere cura del Creato, disboscando, inquinando, cementificando tutto nel nome dello Sviluppo.

 

 
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