L'estrema destra reazionaria anti-americana, ma anche alcuni paleo-conservatori isolazionisti, pur di denigrare gli esponenti di spicco del neoconservatorismo, rammentano spesso le origini democratiche, liberali, socialiste, se non addirittura comuniste di grandi pensatori neo-con come Irvink Kristol (vedi qui), o di precursori come il senatore Dem Henry Jackson.
Se da un lato non possiamo negare l'esistenza di queste radici politiche, comuni ad esempio, tanto per citare un altro caso eclatante, a Jean Kirkpatrick (poi convertitasi al ferreo anticomunismo reaganiano, fino al punto di sostenere i regimi di destra dell'America Latina con la Dottrina che porta il suo nome), d'altra parte sarebbe ingiusto ignorare il processo di riposizionamento politico ed ideale effettuato, a partire dagli anni '70, da moltissimi intellettuali, accademici e commentatori, pronti a cambiare radicalmente opinione sugli effetti del progresso e sulla vera natura dell'ideologia comunista.
Per quanto riguarda il caso italiano, è sin troppo facile ricordare l'esempio di Giuliano Ferrara, protagonista delle contestazioni di Valle Giulia del '68, esponente del PCI e del PSI, approdato poi nelle felici lande del centrodestra, fino a diventare in breve tempo uno fra i maggiori intellettuali teo-con, filoamericano, filo-GOP ed anti-abortista, un modello per la maggior parte dei conservatori italiani. Insomma, non sembra proprio possibile rimproverare degli "errori di gioventù" a grandi personaggi che oggi veicolano e propugnano idee intimamente conservatrici.
Ma c'è di più: se di "spirito rivoluzionario" del neoconservatorismo si può parlare, ebbene lo possiamo rintracciare nel programma dinamico di capovolgimento dello status-quo geopolitico. L'obiettivo ultimo dei neoconservatori americani, infatti, è stravolgere la situazione incancrenita del Medio Oriente, è spazzare via gli Stati-canaglia e i gruppi terroristici cresciuti grazie all'atteggiamento pericolosamente indifferente degli anni dell'Amministrazione democratica Clinton, e ancor prima dello stesso Reagan (rimproverato dal commentatore neocon Norman Podhoretz per il precipitoso ritiro dall'area del 1983, in seguito all'attentato di Hezbollah contro i marines americani).
Il cambiamento propugnato dai neocon non può certo essere inteso come un "via libera" al progresso: lo spunto dinamico infatti è limitato alle questioni, pure fondamentali per il mantenimento del primato statunitense a garanzia della sicurezza globale, di politica estera. Per quanto riguarda il programma di politica interna, c'è ben poco di liberale, progressista o addirittura socialista nel movimento neoconservatore, che per certi aspetti si lega con il profondo sentimento religioso cristiano, in una parola "con Dio", fino a formare una barriera d'ordine etica e morale, coincidente con le tradizioni e l'identità degli Stati Uniti.
Mentre i paleo-conservatori tendono all'isolazionismo, richiamando il commiato del padre fondatore Washington (che ammoniva i compatrioti a non intraprendere guerre esterne e non intrecciare rapporti militari con le odiate potenze europee), i neo-conservatori sono consapevoli del fatto che gli Stati Uniti, senza una solida presenza oltre confine, non possono sperare di rendere "americano" il secolo che ci aspetta, e neppure di tenere sotto controllo ed inoffensivi i tanti nemici dell'America e dell'ordine.
Va pertanto smentita la "leggenda rossa" del neoconservatorismo statunitense, visto come veicolo di pericolosissime idee progressiste e liberal. Si tratta infatti di mera propaganda dei reazionari anti-americani, di coloro che sognano la vittoria dei paleo-conservatori tanto per tenersi lontani ed ininfluenti gli odiati yankees. La vittoria "paleo", in effetti, causerebbe il ritiro completo degli USA dal mondo, e quindi, ipso facto, il trionfo del caos, soprattutto in una Europa debole, sfilacciata, del tutto inadatta ad affrontare in solitudine le sfide del XXI secolo e le minacce terroristiche.
Il neoconservatorismo va sostenuto come baluardo dei valori dell'Occidente. Poco importa se i neocon sostengono il primato statunitense: dal loro punto di vista è più che giusto. Il prezzo della sicurezza è accettare l'interventismo americano nel mondo. Prezzo a volte considerevole, ma necessario per il nostro benessere e per la nostra civiltà. La fine dell' "impero" americano (impero piuttosto benevolo a dire il vero, e molto paziente) sarebbe la fine del nostro modo di vivere, la fine della libertà.




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