"Il Fatto Quotidiano", 23 maggio 2016

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“Pci Psi Pli Pri… nun te reggae più”. L’inno anti Casta (e ante litteram) di Rino Gaetano è del 1978. Il Pentapartito guidato da Craxi, Andreotti e Forlani sarebbe stato inaugurato poco dopo. Era l’inizio della fine, la stagione dei fasti e delle degenerazioni; il piano inclinato che avrebbe portato a Tangentopoli, all’implosione del sistema. Con socialisti e democristiani, nella formazione che ha retto l’Italia fino al ‘91, c’erano socialdemocratici (Psdi), Repubblicani (Pri) e Liberali (Pli). Sigle storiche, dinosauri estinti? Non del tutto.
Pochi giorni fa, le cronache politiche hanno regalato una notizia bizzarra. Il titolo è pressappoco il seguente: “Flavio Tosi è il nuovo Ugo La Malfa”. Si spiega così: l’ex leghista ed ex sindaco di Verona ha rianimato il Partito Repubblicano Italiano, il più antico della storia del Paese (fu fondato nel 1874). I quattro parlamentari di Tosi alla Camera (Bragantini, Caon, Marcolin e Privitera) hanno fondato, all’interno del Gruppo Misto, la componente “Fare! – Pri”. Sono tutti tosiani, non c’è neanche un repubblicano, ma è un dettaglio: al Misto ogni anno spettano in media 10 milioni di euro di fondi pubblici ai gruppi parlamentari. Si calcola – grazia al lavoro di Openpolis – che il valore medio pro-capite di un deputato è di 50 mila euro all’anno. Per il Pri, che lotta a denti stretti per sopravvivere, quei soldi sarebbero un’autentica benedizione.


I repubblicani oggi sono confinati all’irrilevanza politica e agli stenti economici. Il portavoce, Riccardo Bruno, ci accoglie negli uffici romani: uno scantinato nel quartiere Prati. Bruno non nasconde la sofferenza: è ancora fresco il ricordo del bel palazzo in corso Vittorio Emanuele (pieno centro di Roma), dominato dalla grande edera verde, simbolo del partito. La sede è stata ipotecata e poi prelevata dalle banche nel 2013. I reduci ora si riuniscono in questo seminterrato non lontano da piazza Mazzini. Tre stanze; qualche stampa, bandiere e vecchie foto alle pareti, comunque piuttosto spoglie; un busto di gesso del patriota carbonaro e uno di metallo di La Malfa. Qualche numero: il Pri ha circa 5 mila iscritti (costo della tessera 25 euro) e un solo dipendente; non ha un segretario e fa politica “principalmente attraverso i social network”, come spiega Bruno. La lista in appoggio ad Alfio Marchini che i repubblicani avevano presentato in vista delle elezioni di Roma è stata esclusa perché non sono riusciti a mettere insieme mille firme. La decadenza è nella successione dei nomi di chi ha fatto il partito: da La Malfa e Spadolini si è passati a Denis Verdini (che è cresciuto proprio nel Pri) e Francesco Nucara, ex viceministro berlusconiano, a capo dei Responsabili arruolati per salvare l’ultimo governo dell’ex Cavaliere. Malgrado tutto, il Pri sopravvive. Qual è lo scopo? “I repubblicani – sorride Bruno – sono tignosi”.