"[...]Mi capitò di passeggiare per via Veneto quel pomeriggio, avevo tempo prima dell’appuntamento con l’ingegnere. Fingevo di guardare le vetrine giacché l’intelletto mi trasportava in altri luoghi. Schivavo ogni anticipazione dei tormenti che quell’incontro, di li a poco, sapevo mi avrebbe procurato. E per quanto difficile potesse apparire, trovai, l’esercizio che eseguivo con cura, passo dopo passo, fosse meno complicato di quanto prospettato dalla mente: far risalire dal fondo della mia memoria, simile ad una bolla d’aria, uno degli istanti vissuti durante la mattinata, tanto da sorprendermi a scoprire che quell’attimo, fuggito via come tutti gli altri, conservava intatta la sua integrità malgrado, raggiunta la superficie, avesse dovuto attraversare tutti gli strati sovrapposti degli ambienti diversi in cui mi ero via via soffermato durante il giorno.
Non avevo mai prestato attenzione, come in quel momento, al signoraggio della missione carnale stuzzicata dal profilo del naso della donna alla quale avevo affidato il consumato piacere dell’amplesso mentre, giacendo sotto di me, scrutavo il lato destro del suo volto. Spiccava l’arricciatura del naso. Quel particolare, che solo apparentemente, nel momento dell’atto, sembrava insignificante e non poteva essere considerato senza turbare i ritmi di una copula oramai avviata, visto in quella nuova situazione, imprimeva il suo voluttuoso carattere al mio girovagare inutile. Mi accorsi che la pinna nasale, che osservavo ancora con gli occhi del ricordo, inarcata alla base della piramide, possedeva già il sacro crisma dell’imminenza del profondo orgasmo il cui eco occupava tutti gli spazi intellegibili riducendo al silenzio persino il chiasso felliniano del traffico di quella strada.
Rimuovendo l’antico diaframma delle consuetudini che separa l’esistenza fisica da quella psichica, applicai alle passanti la maschera. Si succedevano impetuosamente innanzi a me dame salite a bordo di altissimi tacchi, ricolme di pacchi, dallo sguardo dritto che filando via, ma osservandomi con la coda dell’occhio, esibivano inconsapevolmente il loro nitido profilo sotto il sole lascivo del tramonto. Commesse di negozi che, affacciate sulla porta fumando distratte, mostravano il rilievo mediano del volto senza preoccuparsi dei miei pensieri, a volte ricambiando lo sguardo. Impiegate in tailleur dalle gambe nervose che uscendo dal Caffè de Paris dopo una breve pausa, parlottando con aria gioiosa si imbucavano nei portoni contigui non senza avermi, inavvertitamente, concesso una attenta ispezione delle ali nasali cariche di sensualità. E quella singolare esplorazione teneva conto delle forme, delle sagome, delle silhouette, delle configurazioni, dei contorni e di tutte le linee verticali che quei modelli olfattivi, lungi dall’essere posseduti dalle innocenti proprietarie nella mia deambulante visione originata dalla applicazione di quella maschera, venivano tramutati nel più sofisticato equipaggiamento seduttivo controllato dalle donne incrociate.
Una slanciata e altera gentildonna seguita dal suo barboncino bianco ma preceduta dai suoi due figuranti che fungevano da sentinelle, usciva dall’Hotel Excelsior e attraversava le strisce pedonali che la consegnavano al marciapiede di fronte, ostentando, con sinuosa andatura, il suo ricco profilo aquilino in cui si concentrava la perdizione degli adulteri spasmi abilmente occultati dall’appariscente sdegnosa fierezza.
Quell’adempimento mi incuriosiva suscitando innumerevoli domande sull’intimo vissuto di ciascuna di esse. E benché la mia immaginazione trasportasse su quei volti anonimi l’irrefrenabile fascino dominato dai sensi, la provvista accumulata in quel frangente si contrapponeva faticosamente alle risonanze dell’amore vissuto, unico padrone del ricordo. Pronto, quel diaframma, educato a non abbandonare a lungo la vigile corrispondenza col cuore, che, da parte sua, gli inviava intermittenti segnali etici che presto o tardi avrebbero ricondotto alla veglia l’io cosciente, il quale avrebbe negato diritto di cittadinanza ad ogni fantasticheria, mi restituì al primo durevole istante che esaurita la sua energia evaporò per sempre come la bolla d’aria formatasi nelle profondità dell’oceano quando giunge al termine del suo viaggio, sulla superficie dell’acqua.[...]"
ED




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