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Discussione: Selfie-Erasmus Generation. Speriamo che la moda passi presto.

  1. #11
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    Predefinito Re: Selfie-Erasmus Generation. Speriamo che la moda passi presto.

    ma certo che finirà questa moda ma soltanto per essere sostituita da un'altra idiota quanto questa o molto più probabilmente peggiore

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  2. #12
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    Predefinito Re: Selfie-Erasmus Generation. Speriamo che la moda passi presto.

    Noi Padani speriamo e contiamo sempre sul "molto peggio!"
    Purtroppo i tempi non sono così ristretti, ma sicuramente il disastro finale è in arrivo per il paese di merda.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #13
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    Predefinito Re: Selfie-Erasmus Generation. Speriamo che la moda passi presto.

    Citazione Originariamente Scritto da dimecan Visualizza Messaggio
    ma anche no.
    Cerca di capire quello che volevo dire e che non posso.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  4. #14
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    Predefinito Re: Selfie-Erasmus Generation. Speriamo che la moda passi presto.

    Domanda.
    Di quale nazionalità erano i servizi che hanno ucciso il Regeni?
    Se mai è stato ucciso. (Ricordo che la madre ha affermato di averlo potuto riconoscere solo dal "naso")

    In guerra contro Al Sisi. Ce lo chiede Regeni. Anzi Obama - Blondet & Friends

    Maurizio Blondet
    9 aprile 2016
    “Gentiloni ritira l’ambasciatore dal Cairo. La mamma di Regeni: non ci fermeremo”. Bombarderemo l’Egitto per mamma Regeni? Niente di impossibile dati i precedenti: dopotutto, la politica estera anti-siriana l’hanno dettata al paese le due Vanesse, obbligandoci a finanziare i terroristi loro amici con 6 milioni (e forse più). Eppure la cosa non cessa di apparire demenziale. Un amico giornalista mi chiedeva l’altro ieri: “Perché secondo te continuano menarla con Regeni, in tv, radio giornali? Non l’hanno mai fatto..”.
    Adesso si sta chiarendo. Un articolo di Guido Rampoldi su Il Fatto (un giornalista amerikano per un giornale sempre più amerikano sotto Peter Gomez) sunteggia: Al Sisi , il mostro fascista, il Pinochet cairota, è debole, non forte. Ha deluso la sua stessa borghesia. L’Occidente ha deciso che restituire l’Egitto ai Fratelli Musulmani è meglio. D’accordo, i Fratelli Musulmani non sono democratici né tanto civili, però loro al potere “sbarreranno la strada all’IS”.
    Questo sarebbe il “ragionamento”. Dietro a cui c’è questo: Obama ci riprova, a dare l’Egitto ai Fratelli Musulmani. Stermineranno gli ultimi cristiani copti, ma Al Sisi va rovesciato perché è amico di Mosca (in neolingua: “non partecipa alla lotta contro IS”). Ora si chiarisce qualcosa: anche il fatto che “i servizi egiziani” abbiano fatto trovare il cadavere dell’ingenuo agente britannico (a sua insaputa?) , anche se hanno tutti i mezzi per far sparire un corpo per sempre. Magari, con questo sapiente errore, questi “servizi” si sono garantiti un futuro anche sotto il governoamerikano dei Muslim Brothers.
    Attenzione, perché anche Renzi è vicino a fare la stessa fine: s’è giocato tutto per tenere buoni rapporti con Al Sisi, ed ha perso. Non piace a Bruxelles né a Berlino. E anche all’Occidente, non piace. Troppo vicino a Mosca. Aspettate rallegravi, voi che fate politica con la pancia (o quel che sta sotto): ci daranno un capo di governo più allineato, il quarto non votato.
    Vi sembra inverosimile, lo so. Ma cito il blogger e acuto analista strategico Bruno Ballardini, che a caldo ha buttato lì: “Dopo la Siria, anche l’Egitto è diventato per noi uno stato-canaglia. Ma non siamo noi che abbiamo deciso. Noi prendiamo ordini dagli Usa. Entreremo in guerra perché lo vogliono gli Usa. Al Sisi verrà fatto cadere e l’Egitto verrà preso dalle opposizioni islamiche sostenute dai sauditi e dagli Usa. Regeni è stato l’agnello sacrificale di una criminale strategia americana per destabilizzare il Medio Oriente”.
    Per capire, bisogna riferirsi alla riunione del Consiglio Atlantico, che s’è tenuta a Washington da mercoledì a venerdì scorso. Lì probabilmente è stato deciso tutto. I media ovviamente ne hanno taciuto.


    Il riarmo NATO in Europa

    “E’ il risveglio della minaccia russa” che costringe “l’Europa a riarmarsi”: così Jens Stoltenberg, il segretario della NATO, all’uscita dal Consiglio Atlantico. Per nostra fortuna, rispetto all’anno scorso “quando qui a Washington ha parlato dell’atteggiamento destabilizzante della Russia, della sua preparazione militare e della sua aggressione all’Ucraina” (sic), abbiamo compiuto progressi significativi: la NATO è più agile e la sua volontà di difesa è più forte. La forza di reazione NATO è ora tre volte più grande, abbiamo nuove basi nella parte Est dell’Alleanza (…) Abbiamo iniziato lo sviluppo e la formazione di capacità militare in Georgia, Moldavia e Giordania”.
    Il riarmo di Georgia e Moldavia perché è la Russia ad essere aggressiva, e dunque bisogna minacciarla ai suoi confini; ma la Giordania? “Per proteggere il nostro territorio”, ha detto Stoltenberg, “dobbiamo esser pronti ad agire al di là dei nostri confini. Molto al di là. Là, si tratta di “sconfiggere l’IS nelle sue roccaforti in Irak e Siria”, è ovvio. Per questo Stoltenberg ha già preso contatto con il segretario dl Consiglio di Cooperazione del Golfo – una alleanza militare che comprende Arabia Saudita, Bahrein, Kuwait, Katar, Emirati, ossia tutti quelli che sostengono l’IS.
    In questi nuovi paesi alleati, la NATO comincerà la sua espansione con “la formazione e il supporto di unità militari locali”. Come in Afghanistan, ha aggiunto lo Stolto, dove “ la NATO è riuscita a fare dell’esercito afghano una unità potente e tecnologicamente ben attrezzata”.
    In conferenza stampa, lo Stolto ha dovuto ammettere che “non c’è al momento la minaccia di un attacco russo”, Però non c’è nemmeno “alcun ritorno alla normalità in Europa,”, perché la Russia non cede la Crimea a Kiev… sicchè stiamo riarmando. Potentemente. Il bilancio preventivo NATO per il 2017 prevede spese per 582,7 miliardi di dollari, mentre il Pentagono stanzi 187 miliardi di dollari per le missioni all’estero, ovviamente per ammassare uomini e truppe a ridosso dell’aggressore.
    Immediata la grancassa propagandistica s’è messa a rullare. Il 6 aprile, sulla tv francese France 2, è andato in onda un grande e giubilante servizio sul riarmo dei nostri alleati dell’Est: “In Polonia, totale, 40 miliardi di euro! In Estonia si accolgono a braccia aperte le navi della NATO venute in rinforzo nella regione…”. E “hanno ragione ad essere inquieti. Se siete lettone, estone, polacco e sentite Putin dire che ’bisogna restaurare la potenza della Russia nella sua zona storica d’influenza’ si può effettivamente parlare di minaccia russa. E quelle due operazioni militari in Ucraina e in Siria”. Ancora sic: in Ucraina, quale? E quando mai Putin ha pronunciato la frase che gli si attribuisce? Se mai ha pronunciato il contrario: “La Russia non sta cercando di riprendersi l’URSS, ma nessuno vuol credere…io vorrei pensare che nessuno al mondo è tanto pazzo da usare le armi nucleari” (al Telegraph, 21 dicembre 2015).
    Vladimir Putin: 'We don't want the USSR back but no one believes us' - Telegraph
    Poi France 2 ha mostrato come la Polonia sta spendendo i suoi 40 miliardi aggiuntivi di spese militari (tutta roba Made in Usa).
    Polonia, nuovi acquistiPer fortuna, il sito “Les Crises” dell’economista Olivier Berruyer, ha elaborato alcune tabelle che mostrano la forza relativa dell’aggressore (la Russia) e dell’aggredito (NATO): tabelle che ovviamente France 2 non ha mostrato.


    Vi si vede che la NATO spende per abitante, in preparazione bellica, il 50% in più della Russia. “E voi pensate che i russi ardano dalla voglia di un conflitto con una strutture 7 volte più popolosa e dispone di un bilancio militare dieci volte superiore?”.

    Spese militari UE e Russia


    Ma qui Berruyer dimentica: sono proprio i piccoli stati e più deboli quelli che, periodicamente, attaccano proditoriamente la Superpotenza e la costringono a far la guerra. Caso unico nella storia, ogni 70 anni o giù di lì gli Usa sono aggrediti da staterelli. A cominciare dal Messico nel 1836 (“Ricordati di Alamo”), che costrinse gli Usa ad impossessarai del Texas; continuando nel 1898, quando la Spagna miserrima, morendo dalla voglia di impegnarsi in una guerra dall’altra parte dell’Atlantico contro la potenza americana che aveva la flotta in Florida, a 70 miglia da Cuba, cosa fece? Fece saltare il Maine, la corazzata american che era giusto in visita a Cuba. Così gravemente offeso, il presidente Theodor Roosevelt fu costretto a strappare a Madrid Cuba, ultimo lacerto dell’impero spagnolo, e già che c’era, anche a liberare le Filippine, nel Pacifico, esercitandovi poi una democratica occupazione. E come dimenticare i cattivi tedeschi che nel 1917, non avendo abbastanza nemici, vollero a tutti i costi affondare il Lusitania, forzando la pacifica America ad intervenie nella grande guerra? Poi, si sa, c’è stato il Giappone che ha sfidato l’America a Pearl Harbor; il Vietnam nell’Incidente del Tonkino sfidò la pacifica America un’altra volta, e giù guerra.


    E’ proprio perché la Russia è (secondo loro) debole – the hollow superpower, ha valutato l’Economist –


    che l’America sarà attaccata da essa, vedrete. Basta una nuova Pearl Harbor in Europa.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  5. #15
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    Predefinito Re: Selfie-Erasmus Generation. Speriamo che la moda passi presto.

    Giustizia for dummies: come non onorare Regeni e compromettere i propri interessi economici - Rischio Calcolato | Rischio Calcolato


    “Il richiamo per consultazioni a Roma dell’ambasciatore italiano in Egitto è la misura immediata, la prima”, a seguito della mancata collaborazione delle autorità egiziane sulle indagini per chiarire la morte di Giulio Regeni e, sugli altri passi, “ci lavoreremo nei prossimi giorni”. Parole e musica del ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, a Tokyo per partecipare al G7 di Hiroshima: “Ricordo sempre gli aggettivi che ho usato e cioè che adotteremo misure immediate e proporzionali: questo ci siamo impegnati a fare e questo faremo”. Il vertice di Roma di giovedì e venerdì tra gli inquirenti italiani e quelli egiziani, infatti, è terminato con un nulla di fatto, reso plastico – stando alle ricostruzioni di stampa – dall’opposizione del Cairo alla presentazione dei tabulati telefonici e delle celle del quartiere dove il giovane ricercatore italiano è stato rapito il 25 gennaio scorso e di quello dove è stato ritrovato: “La legge sulla privacy ce lo impedisce”, avrebbe argomentato il procuratore Mostafà Soliman. Viene da ridere pensando allo Stato di polizia che è ed è sempre stato l’Egitto ma capirete più tardi perché questa scusa, magari venduta male, ha un suo senso. O potrebbe averlo.

    Ciò che avevo da dire sul caso Regeni l’ho già detto nel mio articolo del 31 marzo scorso e lo ribadisco. Ora, alla luce della quasi rottura delle relazioni tra Italia ed Egitto, voglio solo aggiungere alcuni tasselli, tutti ufficiali e tutti citando fonti pubbliche. Il 15 gennaio scorso sul sito di Confindustria compariva questo link: “MISSIONE IMPRENDITORIALE IN EGITTO – 3/4 FEBBRAIO 2016. Il Ministro dello Sviluppo Economico On. Federica Guidi si recherà in Egitto in visita ufficiale il 3 e 4 febbraio 2016 a capo di una delegazione formata da imprenditori italiani. Lo scopo della visita è di esplorare i vari modelli di business e le opportunità che possano rafforzare le relazioni economiche tra i due Paesi. L’ufficio Commerciale del Consolato d’Egitto a Milano ci comunica che l’invito è esteso ad aziende del settore energia, costruzioni, automotive e componenti auto, agroalimentare, tessile e abbigliamento, gomma e plastica e chimica di base. Le aziende ammesse a partecipare saranno selezionate dagli organizzatori”. Già, la stessa Guidi giubilata e fatta dimettere pochi giorni fa per quella che è già stata ribattezzata Trivellopoli. E quando viene trovato il cadavere martoriato di Giulio? Il 3 febbraio. Un bel comitato d’accoglienza, non c’è che dire, tanto che la stessa Guidi fa annullare una cena di rappresentanza prevista per la sera stessa in segno di rispetto e lutto e il nostro ambasciatore si reca in obitorio a visitare la salma.

    Ma non basta, perché il 10 febbraio scorso, Andrea Purgatori scrive quanto segue sull’Huffintong Post: “Forse è solo una coincidenza o forse no, ma proprio nelle quarantotto convulse ore consumate a cavallo del ritrovamento del corpo martoriato di Giulio Regeni, il generale Alberto Manenti, direttore dell’Agenzia per la sicurezza esterna (Aise), si è trovato al Cairo faccia a faccia con i vertici dei servizi segreti egiziani. Questo risulta all’Huffington Post da almeno due fonti, che hanno confermato le voci che circolavano già da alcuni giorni. È possibile che si trattasse di una missione programmata da tempo, ma a questo punto non è nemmeno da escludere che la decisione di inviare in Egitto il capo del nostro servizio segreto sia stata invece presa dal nostro governo proprio per esercitare il massimo della pressione nel momento in cui l’allarme per la sorte del giovane ricercatore era altissimo e in molti cominciavano a temere che la sua sparizione avesse un esito tragico”.

    Ecco invece le parole del generale, Magdy Basyouni, ex viceministro dell’Interno egiziano, riportate dell’AGI dopo una sua intervista all’emittente “Ghad”: “Chi ha ucciso Regeni è l’intelligence internazionale allo scopo di minare i rapporti tra Egitto e Italia. La polizia egiziana è assolutamente innocente. Che beneficio avrebbe tratto da questo crimine? Avrebbe torturato un giovane per poi gettare il suo corpo da un ponte in concomitanza della visita di una missione economica italiana in Egitto?”. Bella domanda. Senza contare che Matteo Renzi è stato il primo leader europeo a riconoscere il governo di Al Sisi, non suscitando scene di giubilo nei nostri cosiddetti partner e alleati, dopo che Morsi si era venduto anima e corpo ai Fratelli Musulmani: il livello di partnernariato commeciale tra Italia ed Egitto a qualcuno andava stretto. Casualmente, in questi giorni il governo Renzi traballa sotto il peso di veline, intercettazioni, dossier veri o presunti per uno scandalo legato proprio al petrolio. La Guidi si è dimessa, tra una settimana si vota il referendum sulle concessioni estrattive e di colpo tutto sembra unirsi in un grande puzzle invisibile. Quantomeno, a livello temporale.

    Ed ecco invece cosa pensa al riguarda il generale Mario Mori, ex capo del Sisde Intervistato a “L’aria che tira” su La7 da Andrea Pancani il 5 aprile scorso: “C’è una realtà disattesa o comunque sottaciuta. Giulio Regeni è arrivato in Egitto come portatore di un master che gli era stato commissionato da un’università inglese. Ora, io mi rifiuto di credere che il professore che gli ha commissionato questo master non sapesse quale era la situazione egiziana. Perché mi sembra che questo ragazzo sia stato mandato allo sbaraglio, per il fatto che è andato là”. Non era la prima volta che ci andava? “Non era la prima volta che andava là ma proprio per questo, la ripetitività può creare – nella situazione locale, dove ci sono contrasti violentissimi, da una parte tra la fazione di governo e dall’altra con la Fratellanza musulmana – un sospetto per l’attività di questo ragazzo in tutte e due le parti. Vedremo come andranno le cose, orientativamente sembra più una responsabilità governativa che della Fratellanza”.

    Al netto dell’ultima frase, visto che se fosse stato ordine di Al Sisi il corpo non si sarebbe mai trovato credo, ecco forse spiegato il no degli egiziani ai tabulati e alle celle telefoniche: sicuramente c’erano loro uomini che seguivano l’attività di Giulio e svelare dati significherebbe bruciarne identità e copertura. Ma Mori dice anche che entrambe le parti, anche la Fratellanza musulmana, poteva sospettare della sua attività. O, magari, usarla come alibi. E doppio gioco. Comunque, potevano averlo “attenzionato”.

    Bene, il 3 aprile scorso ricevo sul mio account Twitter due tweet da tale Paz Zarate, apparentemente amica di Gulio Regeni e, come ho scoperto dal suo account, avvocato di diritto pubblico internazionale a Oxford, Cambridge e Universtà del Chile e mi pare di capire anche collaboratrice di El Pais e Huffington Post. Ecco il testo: “Ho letto l’articolo oltraggioso che ha scritto sul mio amico Giulio. Era uno studente di dottorato. Alla Oxford Analytica è stato editor on-line solo per un anno. Il suo pezzo a speculativo è diffamatorio della carriera di una persona innocente e garantisce beneficio ai suoi killer egiziani creando fumo”. Ho rispetto del dolore di congiunti e amici di Giulio, più di quello di facciata di chi plaude alle mosse di Gentiloni e quindi ho evitato di farle notare che darmi di fatto del fiancheggiatore degli assassini potrebbe costarle caro davanti a un tribunale (oltre che porre qualche dubbio sulla sua brillantezza accademica) ma l’avvocatessa ha compiuto tre errori in 280 caratteri.

    Primo, se avesse letto davvero il mio articolo apparso su RischioCalcolato – o se le fosse stato tradotto propriamente – avrebbe letto quanto segue: “Giulio Regeni non era una spia ma lavorava per un’agenzia di intelligence di alto livello che intrattiene rapporti professionali con aziende e governi, quindi con servizi segreti: forse, era una spia a sua insaputa. Forse, è stato usato. Certamente, è stato tradito. Magari qualche domanda in più a Washington e Londra andrebbe fatta…”. Cosa c’è di oltraggioso in queste parole? Secondo, lei stessa nel suo tweet di ieri chiedeva che il governo britannico si facesse sentire in prima persona riguardo la vicenda di Giulio Regeni: perché, se si tratta solo di un’esecuzione nata meramente in ambito egiziano? Perché aveva studiato a Cambridge? Un po’ pochino per scomodare l’esecutivo, mi pare. Terzo e sempre legato a questo: prima dice che Giulio era solo un dottorando e aveva lavorato al desk on-line di Oxford Analytica solo per un anno e poi mi accusa di oltraggiare la “sua carriera”. Non vi pare questa una diretta conferma di quanto detto dal generale Mori riguardo al fatto che Regeni sia stato mandato in Egitto allo sbaraglio dall’università inglese per cui stava compiendo il master? Non è che una missione nel Regno Unito potrebbe essere utile ai nostri investigatori, se davvero vogliamo la verità sulla morte di Giulio Regeni?

    Sarà, mi riprometto di non toccare più l’argomento, tanto è inutile. Soprattutto in un Paese dove ora i politici invocano verità per Gulio in nome della dignità dell’Italia, dopo aver scambiato i 20 morti del Cermis (3 febbraio 1998) per l’estradizione della terrorista Silvia Baraldini o la vita di un funzionario dello Stato come Nicola Calipari per un piatto di lenticchie, garantendo l’immunità al suo assassino. Che era un militare Usa, come i Top Gun che giocarono con la vita di innocenti – esattamente come Giulio -, i quali avevano la sola colpa di andare a sciare (maledetti borghesi). All’epoca, nessuno chiese il rientro per consultazioni dell’ambasciatore negli Usa, nemmeno il boicottaggio della Coca Cola per una settimana. Non si fece un plissè. E mai si chiese alcunché o si minacciarono ritorsioni verso la Francia, anche se ormai che l’abbattimento del volo civile Itavia sui cieli di Ustica fu responsabilità dell’aeronautica d’Oltralpe è cosa stra-nota (tranne a Giovanardi che ancora crede alla versione del piccione kamikaze o alla bomba a tempo su un volo in ritardo). Segreto Nato.

    E l’elenco delle sudditanze senza fiatare sarebbe lungo. Fate quello che volete ma fatelo in silenzio, almeno. Così state solo ammazzando Giulio per la seconda volta, usandolo come alibi. E qualcuno se la ride, sfregandosi le mani per l’occasione che gli stiamo regalando – su un piatto d’argento – nel Mediterraneo. Chissà chi ci imporranno dopo Matteo Renzi al governo? Vivendi dopo Telecom si è presa anche il ramo pay di Mediaset, RCS torna sul mercato, il risiko bancario è in pieno svolgimento e l’Eni rischia un serio ridimensionamento se si rompono i rapporti con l’Egitto. Resterebbe Finmeccanica, forse. Tutto ora. Tutte coincidenze. O un altro 1992.
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  6. #16
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    Predefinito Re: Selfie-Erasmus Generation. Speriamo che la moda passi presto.

    Verità per Regeni? - L'Analisi - L'Antidiplomatico

    Una caratteristica tipica della società dell’informazione contemporanea è l’uniformazione, quasi militaresca, del tipo e natura delle informazioni che vengono passate dalla maggior parte dei media. Assistiamo ad ondate periodiche di ultra-copertura mediatica di determinati fatti di notevole rilevanza che, puntualmente, vengono alimentate finché un nuovo evento non surclassa il precedente per enormità e risonanza.


    L’ultimo ragionamento, malizioso a dire il vero, con cui avevo concluso la riflessione su Regeni faceva riferimento alla possibilità che il ricercatore fosse stato eliminato per conseguire un duplice obiettivo: screditare un governo scomodo come quello di Al-Sisi e forzare l’Italia a prendere le distanze dallo stesso Egitto, per sciogliere i nodi politici relativi ad un intervento occidentale e, presumibilmente, Nato, in Libia.Con le ultime rivelazioni occorse, è possibile inoltre cancellare uno dei dubbi che avanzavo circa la presunta natura “riservata” dell’operato di Regeni in Egitto. Nel precedente articolo, ipotizzavo che Regeni, con il suo lavoro, fosse rimasto incastrato nelle maglie dei servizi d’intelligence occidentali, suo malgrado. Tuttavia, in seguito alla pubblicazione di un articolo della Stampa del 16 Febbraio è possibile affermare che Regeni era lui stesso una maglia di quella rete. La rete si chiama Oxford Analitica e Regeni vi aveva trascorso un anno da ricercatore dal Settembre 2013 al Settembre 2014, lavorando alla redazione periodica del Daily Brief, uno dei prodotti di prestigio dell’azienda, mediamente costoso e riservato a clienti internazionali che necessitano di una visione accurata e d’insieme del quadro politico globale e regionale. A ciò va aggiunto il prestigioso contributo in qualità di membri dell’organizzazione di nomi del calibro di John Negroponte e Colin McColl, rispettivamente ex-direttore della United States Intelligence Community ed ex-capo del MI6. In questo quadro, il nome di David Young, fondatore di Oxan e membro dello staff di Richard Nixon all’epoca di “Watergate”, nella cui gestione giocò un ruolo di primo piano, passa quasi inosservato (sebbene non sia esattamente un imberbe). Orbene, è lecito ipotizzare che Regeni, in virtù di questi trascorsi lavorativi, non si limitasse a raccogliere dati per la sua tesi di dottorato e a condividerli con la sua tutor dottorale, ma li condividesse anche con altre persone, data la sua conclamata frequentazione dell’American University al Cairo.La stessa collaborazione con la sua tutor dottorale è quantomeno ambigua, nella misura in cui i contributi di Regeni sarebbero andati ad aggiornare in una nuova edizione il libro già edito dalla stessa tutor, Maha Abdelrahaman, dal titolo “Egypt’s long revolution” e che, nella sostanza, celebra ed esalta la linea politica dei Fratelli Musulmani dalla rivolta di Piazza Taharir in poi.La libertà di opinione, va detto, è cosa sacra ed inviolabile. Qui infatti non si contesta la simpatia del ricercatore per i Fratelli Musulmani. Si mette seriamente in dubbio l’ipotesi dell’innocenza di Regeni: di fatto, Regeni svolgeva un’attività di intelligence sotto copertura, seppur in maniera non ufficiale, sempre che in ambito di intelligence si possa parlare di ufficialità di un incarico. Ed un brillante ricercatore come lui, con quella dote di nomi ingombranti alle spalle, non può non avere realizzato a beneficio di chi lavorasse ed al servizio di quale prospettiva. E non va tralasciato neanche il dettaglio, se di dettaglio si può parlare, che la Fratellanza Musulmana costituisce la radice ideologica, in Egitto, di tutto il movimento integralista che in Siria sotto le insegne di Daesh ed in Libia ed Iraq sotto quelle dell’ISIS conducono le loro sporche operazioni finalizzate, semplicemente, a destabilizzare il quadro politico dell’intera regione.Che Regeni sia stato ucciso il 25 Gennaio o il 3 Febbraio non è un dettaglio rilevante. Il dettaglio sottaciuto da tutti è che il corpo viene ritrovato il 3 Febbraio, stranamente la stessa data in cui era fissato l’inizio della missione economica di due giorni (3 e 4 Febbraio) al Cairo del Ministro dello sviluppo economico Federica Guidi, che infatti rientra in Italia di gran lena.

    Avevo anche accennato alla rilevanza geostrategica della scoperta, da parte dell’Eni, di un giacimento gasifero al largo delle coste egiziane, nel Mediterraneo. Questo giacimento, lo Zohor, sarebbe in grado di arrivare ad una produzione potenziale nel 2019 di 500.000 barili di petrolio/equivalenti al giorno, garantendo tanto ad Eni quanto all’Egitto sostanziosi vantaggi in termini economici per i primi e politici per i secondi. Governi legati da mutui interessi di natura commerciale, specie quando questi interessi investono il settore energetico, sono molto difficili da separare se non per mezzo di azioni più o meno violente. Non dimentichiamo come gli interessi italiani in questo ambito siano stati sepolti nella sabbia del deserto libico in seguito all’intervento occidentale “a sostegno” dei “rivoluzionari” libici, circostanza in cui l’Italia è stata letteralmente a guardare, non potendo fare altro. L’omicidio di Regeni doveva servire come strumento per allontanare i due governi. In una fase come quella attuale in cui l’Alleanza Atlantica appare così risoluta ad intervenire nello scenario libico, risulterebbe assai indesiderabile che un membro strategico dell’Alleanza sia legato diplomaticamente ad un governo Egiziano che non solo sostiene attivamente il governo di Tobruk che si vorrebbe rimuovere, ma che in questa direzione ha ricevuto l’endorsement del governo italiano, chiaramente intenzionato a rafforzare la posizione politica dell’Egitto nell’ottica di renderlo un punto di riferimento regionale nella stabilizzazione politica dell’area. Fatte queste considerazioni, il 21 Febbraio avviene ciò che per qualcuno non sarebbe dovuto accadere: l’Eni ottiene la concessione per lo sfruttamento del giacimento Zohr e firma il relativo contratto. Il valzer delle minacciePoco meno di due settimane più tardi, il 3 Marzo, due ostaggi italiani vengono uccisi a Sabrata, in circostanze che ancora non sono state chiarite ma in una zona in cui è alto il coinvolgimento militare Francese e Statunitense. Successivamente, il 4 Marzo, con un tempismo cronometrico, l’ambasciatore Statunitense a Roma, John Phillips, dichiara che l’Italia è pronta ad inviare 5000 soldati per ripristinare l’ordine in Libia, notizia seccamente smentita dal Primo Ministro Renzi la Domenica successiva, 6 Marzo.La modalità d’azione dell’ambasciatore, più che ad una dichiarazione, fa pensare ad un avvertimento.E si tratta di un avvertimento che deve far riflettere dal momento che l’Italia, strano da credere, sta bloccando abilmente qualsiasi possibilità che la Nato possa intervenire in Libia, dal momento che un intervento del genere, per non ricadere nell’alveo del crimine di aggressione, dovrebbe essere richiesto dall’unico governo libico che gode di un qualche tipo di riconoscimento internazionale, ovvero il governo di Tobruk. Il governo di Tobruk, a sua volta, finché riceverà assistenza economica e militare dall’Egitto, sotto i buoni auspici dell’Italia e sotto lo sguardo compiaciuto di Lavrov e Putin, non avrà alcun motivo reale per consentire il bombardamento e lo sbarco sul suo territorio di truppe d’invasione occidentali. E l’Egitto, finché riceverà un sostegno politico concreto da parte italiana, difficilmente ripenserà il suo atteggiamento nei confronti della Cirenaica. A tutto ciò si aggiunga la vicenda tragicomica che si trascinava già da qualche giorno, a proposito del ritrovamento di documenti ed effetti personali di Regeni presso l’abitazione di un non meglio precisato malvivente nel Governatorato di Qaliubiya, appena a Nord del Cairo. Il malvivente era stato neutralizzato poche ore prima dalla polizia egiziana con tutta la sua banda dopo uno scontro a fuoco. Come da dichiarazione del Ministero dell’Interno, si tratterebbe di una banda di malviventi specializzata nel travestirsi da agenti di polizia allo scopo di mettere a segno furti e frodi ai danni degli stranieri presenti sul territorio egiziano. Non c’è da stupirsi che questa dichiarazione non sia stata neanche presa con le pinze dalle parti interessate in Italia, bensì rigettata integralmente. Tanta sicurezza dei propri argomenti è certamente invidiabile, ma noi siamo gente a cui piace farsi delle domande (sempre) e darsi delle risposte, quando possibile, senza forzature.
    Alcune di queste domande sono: per quale motivo bollare subito la versione del governo egiziano come depistaggio? Non è forse interessante chiedersi del perché gli effetti di Regeni fossero custoditi in un’abitazione localizzata nel governatorato di Qaliubiya, uno dei più caldi ed egemonizzati politicamente dalla Fratellanza Musulmana? Perché questi documenti, cellulari e carte di credito, a distanza di due mesi, siano ancora integri e reperibili?
    Il 10 Marzo 2016 il Ministro della solidarietà sociale Ghada Wali ha dato l’annuncio dello smantellamento di 28 ONG legate alla Fratellanza Musulmana esattamente nel governatorato di Qaliubiya ( qui la versione in arabo e in inglese), le ultime 28 di una lunga lista di più di 400 chiuse dal 2015 nel quadro di un’operazione governativa di contrasto al terrorismo. Il governo egiziano, infatti, considera la Fratellanza Musulmana un’organizzazione terroristica, almeno dal punto di vista del diritto interno. Viste le modalità con cui agisce per rovesciare il governo Al-Sisi, democraticamente eletto, non ci sentiamo di contestare questa linea. Al contrario, invece, sposiamo largamente la versione del depistaggio, ma non la versione che l’informazione mainstream propaga. L’immagine che ci viene proposta è quella di un governo egiziano corrotto, inaffidabile e, sostanzialmente, stupido.

    Sulla corruzione tutto è possibile: del resto, la stragrande maggioranza dei governi è corrotta e quello egiziano ha soltanto da imparare da noi. Sull’inaffidabilità e la stupidità ci sarebbero da scrivere molte pagine di riflessioni sulle eredità del colonialismo e degli strascichi che producono nella maniera in cui il ricco e furbo occidente si relaziona (o crede di potersi relazionare) con i governi dei paesi arabi. L’unica valutazione che qui si può fare, sulla base degli elementi ad oggi disponibili è che, se il governo egiziano fosse realmente coinvolto nella morte di Regeni, quei documenti, quei cellulari e quella carta di credito sarebbero finiti in un inceneritore un minuto prima che Regeni esalasse l’ultimo respiro: quale governo conserverebbe mai le prove di un crimine? Di solito sono i suoi nemici a conservarle, dopo avere commesso essi stessi il crimine.

    Ecco, forse la strada da percorrere per capire cosa sia realmente successo a Regeni sarebbe capire chi fossero i membri della banda che sono stati uccisi, quali legami avessero con la Fratellanza Musulmana e come quei documenti siano finiti nella casa di uno di loro, peraltro in una borsa con lo scudetto italiano che riecheggia di molto l’immagine di “Italiani: pizza, mafia e mandolino” di cui godiamo nella cultura anglosassone. Una cosa però la sappiamo, e questo è certo: Regeni frequentava ambienti legati alla Fratellanza Musulmana che, per abbattere il governo Al-Sisi, non esita a sparare sulla polizia, sulle forze di sicurezza e a piazzare bombe una volta in un consolato (quello Italiano) e un’altra in un resort turistico (per citare due episodi salienti degli ultimi 12 mesi).

    L’inizio della fineA volere essere maliziosi, ma neanche tanto, verrebbe la tentazione di chiedersi cosa, alla fine, abbia ottenuto l’Italia da tutta questa pantomima messa in piedi da Amnesty International, con la gentile collaborazione di un Senatore della Repubblica (Luigi Manconi) che ha portato al Senato i genitori di Regeni, versando ulteriore benzina sul fuoco con una conferenza stampa degna, nella metodica della narrazione, della peggiore puntata di Pomeriggio 5. Ad oggi, siamo passati dalla condizione di primo partner economico, politico e strategico dell’Egitto al richiamo dell’ambasciatore al Cairo ed alla minaccia dell’applicazione di misure di ritorsione, giustificate dalla scarsa collaborazione dimostrata dalle autorità egiziane nella risoluzione del caso. Certo, è difficile rimanere impassibili di fronte ad un atteggiamento del genere, quando la sensazione che si ha è quella che qualsiasi dichiarazione che si discosti da una semplice ammissione di colpevolezza da parte del governo egiziano viene considerata come ostruzionismo, depistaggio o, ancora peggio, ostilità. In altre parole, è difficile accusare un governo di scarsa collaborazione se, dal primo istante, l’atteggiamento è stato di aperta ostilità nei confronti di quel governo. Sono i fondamenti della diplomazia (ed anche dell’intelligenza). Ed è ancora più indicativo il fatto che il richiamo dell’Ambasciatore, misura estrema in tempo di pace, sia avvenuto all’indomani di una crisi politica che ha seriamente minacciato la tenuta del governo italiano.Una crisi politica certamente non casuale, che ha coinvolto in uno scandalo petrolifero il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi e l’Ammiraglio della Marina Militare Giuseppe a ridosso di un referendum sulla questione delle attività estrattive entro le dodici miglia dalla costa. Tralasciando il calcolo probabilistico relativo alla possibilità che scoppi uno scandalo del genere a ridosso di un referendum che nient’altro è se non uno scontro interno al PD tra la maggioranza e la minoranza del Partito, è davvero eclatante la velocità con cui il Governo ha cambiato linea rispetto all’affare Regeni: della serie, se non fai ciò che è gradito (ovvero staccarti dall’Egitto), ti costringiamo a farlo. E’ più o meno la tattica che al Sud si utilizza per convincere i commercianti a stipulare “vantaggiose polizze” contro l’incendio. Anche con l’aiutino di Repubblica, che diffonde un magnifico articolo di “ultima istanza” in cui una fonte anonima dei servizi egiziani (quale dei tre?) descrive minuziosamente l’andamento delle torture e conferma la complicità attiva del governo Egiziano (ma Pignatone, che indaga sul caso, avrà avuto in mano questo materiale prima di Repubblica?).Ovviamente, dal giorno successivo al richiamo dell’Ambasciatore, i clamori sullo scandalo di governo si sono ridimensionati all’istante. E non sarà l’unica questione destinata a subire un ridimensionamento. Si ridimensionerà il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo, dal momento che deve essere niente più che una porta-aerei su terraferma. Si ridimensionerà il ruolo dell’Eni in Egitto, che stava diventando un attore troppo ingombrante nel settore gasifero, soprattutto per British Petroleum che in questo modo avrà l’occasione di portare avanti ed ampliare i suoi piani di prospezione ed estrazione nella regione del Delta del Nilo e del Mediterraneo, piani minacciati dalla prospettiva di un rapporto privilegiato tra il governo italiano e quello egiziano. Si ridimensionerà anche la voglia dell’Italia di fare sentire la propria voce in merito a ciò che succede davanti alle proprie coste. Del resto, sono finiti i tempi in cui un Presidente del Consiglio poteva permettersi di schierare i propri avieri, armi in pugno, contro i Marines per far rispettare il principio della sovranità territoriale (Craxi e Sigonella).Ovviamente qualcuno potrà ancora avere dei dubbi su questi scenari da fanta-politica. In definitiva, queste non sono altro che ipotesi derivate da una rilettura dei fatti. Potrà essere una rilettura di parte, possibile. Potrà essere una rilettura sbagliata: plausibile. Ma gli effetti di tutta questa storia sono sotto gli occhi di tutti. Uno di questi è che mentre noi usciamo lentamente dall’Egitto, portando alto il vessillo del rispetto dei diritti umani ed allontanandoci dalla tutela di una serie di interessi strategici che facevano parte di una politica estera mediamente sensata (merce rara ai nostri giorni), qualcun altro ci entrerà, sostituendosi a noi e decidendo per noi quali debbano essere i nostri interessi strategici. Ma poco male: l’avremo fatto per ottenere la verità. Scopo nobilissimo. Purtroppo, inutile.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  7. #17
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    Predefinito Re: Selfie-Erasmus Generation. Speriamo che la moda passi presto.

    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  8. #18
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    Predefinito Re: Selfie-Erasmus Generation. Speriamo che la moda passi presto.

    se ne dicono tante ...

  9. #19
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    Predefinito Re: Selfie-Erasmus Generation. Speriamo che la moda passi presto.

    Non farmi rileggere, ma mi pare che in uno dei due articoli lo si ricordi eccome.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  10. #20
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    Predefinito Re: Selfie-Erasmus Generation. Speriamo che la moda passi presto.

    Regeni, Londra chiede all'Egitto trasparenza sulla vicenda

    <img src="/webimages/img_210x145/2016/4/10/b148498a8cee6d325532779e33ddd276.jpg" alt="Regeni, Londra chiede trasparenza all'Egitto (ANSA)" class="img-rf" width="210" height="145" />Mondo.Primo passo formale anche dal Foreign Office britannico nei confronti del Cairo dopo la petizione promossa in Gran Bretagna in ambienti accademici e firmata da 10.000 persone

    ​Come si dice in inglese "scaricabarile"?
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

 

 
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